“Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo”. (Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, Edizioni Nottetempo, Collana “I sassi”, Milano 2008).
Cristina Papi – nasce a Piombino e dopo una significativa esperienza di studi a Edimburgo e a Parigi, si stabilisce a Firenze – sceglie le parole del filosofo Agamben per definire la sua condizione rispetto al presente.
La sua attività artistica è poliedrica – compositrice e pianista, musicologa e docente accademica – spaziando dalle composizioni alle scene musicali, dalle installazioni sonore alle videoinstallazioni, abitando un mix media, dove la performance si manifesta in progetti sonori site-specific.
L’incontro con Cristina, che incarna l’estro quale elemento generativo della natura, è stato nell’ambito della XII edizione del Laboratorio di Retorica Musicale, convegno che si è svolto lo scorso 13 aprile presso l’Auditorium del Carmine del Conservatorio “A. Boito” di Parma, un evento dove si è discusso ed esplorato il tema “Musica e felicità”. Nella relazione che ho presentato “indagando” alcune prospettive intorno al rapporto tra la musica e le emozioni, Cristina è stata una delle sette “voci” del presente di cui ho narrato lo sguardo, portando all’ascolto frammenti del suo mondo sonoro.
Se le neuroscienze stanno confermando che la musica è un potente modulatore cerebrale in grado di generare benessere, felicità e promuovere la neuroplasticità – l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano è in prima linea in questo campo, attraverso il lavoro del prof. Giuliano Avanzini che ha definito i principi della relazione tra neuroscienze e musica – nella poetica di questa artista e nelle sue parole possiamo trarre una riflessione profonda sondando della felicità la declinazione che conduce al concetto di “libertà”.
Felicità come libertà, come gioia, come tempo, come gioco: che declinazione assume il significato della parola felicità nel tuo percorso creativo?
Felicità è libertà, cioè essere svincolati dal giudizio, dal peso, dagli obblighi. La felicità ha a che fare con l’Io-voglio e l’Io-devo, è un momento di condivisione della leggerezza dell’essere, senza dover per forza tener conto dell’imposizione di sistemi e sovrastrutture, che spesso si manifestano con regole sociali, di relazione, affettive o culturali. Felicità è stare al mare e rappresenta per me l’opportunità di connettermi ad esso in quanto natura: è la terra da cui sono andata via e che segna una contraddizione. La felicità porta e permette di ricevere. Se, infatti, da una parte porta la nostalgia, la saudade, la solitudine, dall’altra permette di riceverla con un abbraccio, un sorriso, poiché è una condizione che s’intreccia alla fisicità.
È una delle condizioni che si creano quando la ricerca sonora dialoga con la materia, come in AlchyMia project for glass, electronics and performer?
La felicità è anche conoscenza, è lo studio. È la condivisione di un sentire libero, che in AlchyMia project for glass, electronics and performers si manifesta.
Nell’ascolto di alcuni tuoi lavori – come “Carta al vento. Una favola per Pasolini” (Opera semi-scenica per attore, percussionista e performer), o “Res Fish” – ritorna la nostalgia di una gioia, di un legame con la terra, Nostòs, o con la parola, dove la felicità si manifesta nel rapporto con il tempo, il ricordo di un sentimento. Che ruolo ha la costruzione temporale nell’espressione di uno stato d’essere?
La riflessione sul tempo è importante: lavoro in modo quasi ossessivo, se non centrale, sul tema della memoria.
Questa attitudine ha implicato la necessità di metabolizzare il rapporto con la nostalgia: percepisco il presente con la coscienza che diventerà un passato. L’immanenza è nel farlo rivivere per proiettarlo nel futuro.
Nelle mie partiture lo scardinamento dal tempo segna un’attitudine anarchica rispetto alla dimensione spazio-temporale. Collocare le cose diversamente nel tempo presuppone un’organizzazione modulare, a quadri. Ad esempio in Quondam. Tre quadri interscambiabili sull’idea di tempo per quartetto per fiati indago il significato della parola Quondam: significa cose diverse, una volta (passato), tuttavia (presente), talvolta (futuro). È una parola che porta con sé questi tre elementi e, nel progetto di quadri interscambiabili, determina la scelta della grande forma.
Che funzione hanno a livello strutturale nel processo compositivi i “quadri”, i momenti musicali che disegni nel movimento sonoro di Quondam?
A prescindere dalla sua durata, un’opera è sempre fatta di scene e momenti. Il dialogo, l’accaduto, è qualcosa che si può prendere e portare via, segnando un tentativo per definire le emozioni.
Nella scelta dei tempi della partitura, “ricordare” significa dare forma a un tempo e allo stesso momento deformarlo. Lo scollamento da un metro preciso delle battute è un elemento per me fondamentale, come l’effetto “deviato”, l’uso del silenzio. Ancora, la ricerca timbrica emerge come importante strumento espressivo attraverso l’uso di colori desueti, in apparenza lontani da una coerenza: sono suoni che fanno parte di un risveglio, di un’epifania. L’atto di scrivere determina, così, il raggiungimento di uno stato di gioia.
La scrittura imperfetta nasce dal compiacimento dell’imperfetto, perché per me la perfezione è l’accoglienza dell’imperfezione. L’estetica del bello è qualcosa che non si rifà ad un’ideale classico, dove il difetto è bandito, ma il concedersi nell’ascolto un elemento che non dovrebbe esserci, il permettersi una pausa o l’ingresso di una parte. Anche l’uso delle tecniche estese è una ricerca evocativa di qualcosa che è oltre.

C’è un tempo mobile: una trasformazione di un frammento, invenzione melodica o citazione esplicita, che improvvisamente si rivela come un’apparizione. Il processo lascia una traccia in una dimensione temporale, accordata con il corso del pensiero, come in uno stream of counsciousness.
Emerge un linguaggio sonoro fatto con il corpo e con il respiro, con l’ascolto del prossimo, come in quello teatrale e performativo. La composizione diventa una resa all’altro: l’atto compiuto ha la possibilità di essere replicato per essere restituito. Nel mio percorso compositivo ti racconto “questo” e ti chiedo un atto di fiducia in un percorso: ti restituisco la possibilità di organizzare la tua emozione, di entrare nei tuoi armonici. Il tempo fa parte di una dinamica dove il movimento è condotto dalle suggestioni.
Le tue composizioni invitano l’ascoltatore a compiere un percorso che non si conclude: alla domanda che poni attraverso la musica segue una risposta in un’altra tua opera. C’è un’evoluzione nella costruzione del suono, attraversando diversi linguaggi. Ad esempio, l’uso del carillon in “L’amore stanco”, una composizione per soprano e pianoforte del 2025, rappresenta la felicità dimenticata, il cui significato si esplica in un’installazione precedente, “Arma Christi”, dove gli oggetti inanimati possono narrare una memoria. Si può forse parlare di un archetipo sonoro della felicità?
C’è un’evoluzione nella costruzione sonora, che attraversa diversi linguaggi e conserva una cifra, un lessico fatto di elementi che faccio entrare e uscire dalla scrittura musicale. Il carillon è uno strumento che segue la ricerca sonora attuata attraverso gli strumenti antichi di latta che in “Arma Christi” dipingono una passione domestica, evocando quegli oggetti della Passione di Gesù che diventarono simboli di un’iconografia prima medioevale e poi moderna, affinché il fedele potesse risuonare con la storia della Passione di Cristo. Se noi siamo fatti è immagine e somiglianza di D-o, e nella vita ci sono gioie e dolori, il resto del percorso si costituisce dagli oggetti della nostra vita. Permettere al visitatore, nell’installazione di “Arma Christi” di rivivere il suono quale memoria di un ricordo di vita – le melodie usate sono famose, come Love story.

In “L’amore stanco” il carillon è la memoria che rientra si riattiva. È la leggerezza, l’infanzia, ma anche la sonorità che rievoca un mondo, in cui puoi intervenire. In questo processo si manifesta un senso vita volta alla gioia.
Chi può definire con assolutezza se un canto è di felicità o di tristezza, come il canto delle balene?
È relativo, come la fragilità. La mia musica è in rapporto con la fragilità, il cristallo, il vetro, l’acqua, la trasparenza, la pioggia, che è anche bellezza, purezza e forza. Il cristallo è fragile, ma anche bello e la bellezza lo rende unico e forte, perché può contenere la trasparenza nella trasparenza, dove l’idea della stratificazione è una ricerca di un equilibrio. Negli anni ho definito questo rapporto forte-fragile, dove la fragilità di una forma, se organizzata, può restituire una forma forte.
E per finire, provi felicità nell’azione performativa o compositiva?
Nelle arti performative mi sento più gioiosa nel fare, distruggere e ricreare, poiché in una forma definitiva risiede la scelta di ciò che tieni e che lasci, come a rimettere qualcosa nel buco dell’oblio. La creazione è cercare nell’oblio e gli oggetti che ritrovo danno forma al ricordo.
Nella scrittura questo processo richiede una forma più chiusa, che rientra in un alfabeto legato alla tradizione: avere un contenitore che ha una forma è la citazione di qualcosa che mi appartiene, come elemento della memoria. Sono felice quando cerco.
Scrivere è un viatico, un’esperienza che si rivela e deve essere compiuta… A volte, cerco nel mondo e nella vita quel che può render ultimata la mia ricerca. “Le segrete”, il progetto più recente per una mia installazione sonora, nasce da una scoperta: ho trovato per caso presso un mercatino delle pulci di Cagliari un libro di preghiere dedicate alla Maria e alla Vergine, con la descrizione dei riti e delle ore… tra cui le “segrete”, preghiere dette sottovoce, dopo l’Offertorio. Dare forma alle cose è una forma di gioia perché è un modo di staccarmi da quell’oggetto, è un commiato. Sebbene l’atto della scrittura altera il tempo di una giornata e ha le sue tensioni, cercare è una gioia.
«Il silenzio. È molto difficile da ascoltare. Molto difficile ascoltare, nel silenzio, gli altri. Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare sé stesso negli altri… Ascoltare la musica. È molto difficile. Credo che, oggi, sia un fenomeno raro. Lo spazio… La musica che sto cercando è scritta con lo spazio: essa non è mai uguale in qualsiasi spazio, ma lavora con lui». (Luigi Nono, Scritti e colloqui, I –II vol. a cura di A.I De Benedectis e Marinella Ramazzo: Milano, BPM 2000, pp. 71/73).
Delilah Gutman, musicista e compositrice
Immagine di copertina
Cristina Papi


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