Cartello segnaletico che indica il sentiero storico La Via dello Schenèr immerso nel bosco, tema centrale dell'opera di Matteo Melchiorre.

La via di Schenèr, di Matteo Melchiorre. Commento critico e intervista di Alberto Trentin

Se non spera, non troverà l’insperato:
non v’è ricerca che vi conduca, né via.1

Eraclito, 18 DK

acciò che l’uom più oltre non si metta

Dante, Inf., XXVI, 109

Einaudi ripubblica La via di Schenèr di Matteo Melchiorre; ed è un’opera di bene (editoriale). Rispetto alla prima edizione (Marsilio 2016) l’autore aggiunge un capitolo finale che ha lo scopo di aggiornare, riannodare, chiudere. La sostanza del libro non ne viene modificata, essendo sempre e solo l’esplosione semantica e immaginaria di una domanda, all’apparenza elementare e socratica: che cos’è una strada? Cos’è davvero questa linea tracciata nello spazio, di terra, erba, pietre, asfalto? Cos’è, nella condensazione delle sue implicite possibilità, questo collegamento fra due punti, questo dispositivo di passaggio?

Il libro, in ultima analisi, sta qui. O meglio, sta in uno dei possibili modi del dipanarsi di quel filo che ogni domanda è e che Melchiorre ci consegna e che dipende dal suo essere, come il viaggiatore per antonomasia omerico, politropo: al lavoro è la pazienza dello storico, è l’inquieta tessitura del narratore, è l’acribia dell’investigatore, è la disponibilità all’ascolto dell’errante. Così, la strada smette di essere un’infrastruttura e si mostra davvero come un organismo nel tempo, un campo di forze, un deposito di memorie, interessi, paure, commerci, guerre, fatiche. Non c’è la restituzione nostalgica di una cosa morta, buona per la wunderkammer localistica che tanto attrae i nuovi piccoli mitografi; piuttosto è un insegnamento profondo e colto nel suo farsi, un’educazione a quell’atto del guardare che, se praticato con costanza e attenzione, nel contesto delle vie di comunicazione umane può restituirci molto di ciò che sempre siamo, come uomini, ma può addirittura rischiarare ciò che del mondo pensiamo, ciò che sul mondo costruiamo in forma di splendide e temporanee (splendide perché temporanee) teorie.

Copertina del libro La via di Schenèr di Matteo Melchiorre, edito da Einaudi, con illustrazione di un uomo che conduce un mulo carico sulle Alpi.

La magnificenza del lavoro di Matteo Melchiorre è in un suo aspetto ben dichiarato nel sottotitolo, Un’esplorazione storica nelle Alpi; qui si delimita anzitutto il campo geografico della ricerca – le montagne tra Feltre e la Valle di Primiero, il passo dello Schenèr, le gole, i boschi, i paesi – ma soprattutto si chiarisce il metodo: un attraversamento continuo del territorio che si è fatto perlustrazione, interrogazione, incontro, confronto, nominazione, epifania. Tra ricerca, smarrimento, erranza e ricostruzione, il lettore, nei toni minori che ogni condensazione letteraria comporta, replica lo stesso esperimento, la stessa attività di microstoria che in Italia ha sempre avuto i suoi grandi estimatori. La via di Schenèr, che per oltre settecento anni è stata insieme confine e transito, cordone ombelicale e punto di attrito tra Feltre veneziana e Primiero austriaco, diventa così il teatro di una ricerca che ha il passo dell’indagine e il respiro del racconto.

Di questo aspetto non si è detto abbastanza, e vale perché contribuisce al fascino del libro e alla sua inattuale modernità: a metà tra saggio e romanzo, La via di Schenèr è il racconto di una ricerca storica che accetta di esporre il proprio movimento: esitazioni, scoperte, deviazioni, ipotesi provvisorie, false piste, improvvise illuminazioni. C’è, insomma, una forma di agonismo teatrale che permette a Melchiorre di costruire un testo in cui l’archivio, ambiente immobile per comune immagine, non è il retroscena silenzioso del sapere, ma uno spazio drammatico. I documenti non arrivano a confermare una tesi già pronta; appaiono, resistono, si sottraggono, costringono chi legge e chi scrive a riformulare continuamente la domanda iniziale.

Ecco perché in apertura si è parlato di investigatore: c’è qualcosa di quella detection che siamo abituati a ritrovare nei gialli e nei romanzi d’avventura: c’è un enigma da risolvere, una via quasi cancellata dal tempo e dalla modernizzazione; ci sono indizi dispersi tra mappe, dipinti, atti notarili, visite pastorali, memorie locali; c’è il protagonista, lo storico che si cambia d’abito e segue tracce fragili, a volte minime, e le dispone in una trama potenziale.

Se nel poliziesco la soluzione dell’enigma sembra ricomporre il delirio del mondo in una logica, qui accade l’opposto: la localizzazione della via apre a nuove e continue domande, spinge a dubitare della comprensione raggiunta, interroga a sua volta, col garbo dell’ironia, l’interrogante sulle sue nuove certezze, e le mette in tensione. Perché allo storico, a quello storico che Matteo Melchiorre è, non interessa la colpa; piuttosto mostrare l’attrito tra ciò che, con lavoro di ricerca e immaginazione, si sa e ciò che rimane inattingibile, ciò che tas, o zhigna e uzma un pas pi in là de quel che mai se podaràe dirse, far nostro.2

Inizio di uno sentiero dopo la stradetta iniziale lungo la Via dello Schenèr

Basterebbe questo per immergere l’occhio della concentrazione tra le pagine di Matteo Melchiorre. Eppure c’è altro, che in rapida ricognizione elenchiamo: il rapporto fra paesaggio e rappresentazione, ad esempio: ci sono mappe, disegni, immagini e dipinti che lontano da ogni accessorietà sono invece dispositivi di conoscenza perché, come nel caso delle mappe, abbecedari di un reale che cambia al cambiare delle domande a cui viene sottoposto; la rilevanza del concetto di confine (da horos a finis a limes), che unendo separa, in ossequio a quelle apparenti contraddizioni care a Eraclito, che consente e vieta, che mette a repentaglio e rassicura, che esalta la relazione e lo scambio, che dividendo individua. Sono le merci a passare, ma con esse le parole, le idee, i racconti: immaginazioni di pericoli, di morte, di possibilità, di vita; raffigurazioni che nel tempo si modificano e così modificano il luogo stesso che le ospita, rendendo Schenèr, quella che mai vedremo e quella che conosciamo, un perfetto caleidoscopio per rieducarci all’unità frammentata che è la nostra storia.

È da questo intreccio di archivio e cammino, di rigore e immaginazione, che nasce la conversazione che segue. Più che spiegare il libro, l’intervista prova a sostare nei suoi punti di pressione: la nascita di un’indagine, il fascino delle mappe, la potenza dei nomi, la vita ulteriore che ogni opera comincia quando smette di appartenere soltanto al suo autore.

La via di Schenèr: archivio, strade e mappe. Intervista
a Matteo Melchiorre

In questa conversazione con Alberto Trentin, Matteo Melchiorre ripercorre la genesi della La via di Schenèr, il rapporto tra ricerca d’archivio e narrazione, il ruolo delle immagini e delle mappe nella costruzione del reale, e la vita ulteriore che un libro può assumere dopo la pubblicazione.

1. Come nasce La via di Schenèr?

Fin dal primo capitolo emerge un aspetto interessante: un libro si forma dapprima come idea, poi si concretizza attraverso spunti, ripensamenti e continue ruminazioni. A distanza di tempo, come riassumeresti il processo che ti ha portato a scrivere La via di Schenèr?

Direi che è stata anzitutto una reazione a una compressione. Erano gli anni intorno al 2012-2013: le mie ricerche d’archivio erano quasi tutte legate alla costruzione del mio curriculum accademico. Mi occupavo cioè delle cose di cui mi veniva detto che era giusto occuparsi. Dentro di me, però, cresceva il desiderio di orientare le indagini verso il mondo alpino, verso quelle montagne da cui uscivo ogni mattina per andare negli archivi di Venezia, Padova, Treviso e di altre città a studiare temi prevalentemente urbani.

Quando rientravo la sera in treno – lungo la stessa linea che prendo ancora oggi – vedevo le montagne, il Piave, il paesaggio che si apriva, e mi dicevo che avrei voluto raccontare quei luoghi attraverso la ricerca d’archivio. Così è nata La via di Schenèr: come una ricerca storica condotta sottotraccia, non come il progetto principale delle mie ambizioni accademiche. In seguito, si è intrecciata con una bella opportunità di ricerca offertami dalla Fondazione Museo storico del Trentino, e da lì il libro ha trovato la sua forma

2. Un’indagine storica come trama narrativa

Leggendo il libro si ha subito l’impressione di trovarsi davanti a una sorta di detection. Più ancora, sembra esserci alla base un desiderio mobile, quasi acefalo, o forse capace di assumere nel tempo più di una testa: come se ciò che cercavi non fosse, all’inizio, del tutto definito.

In realtà non sono del tutto d’accordo sul fatto che l’idea fosse sfilacciata o nebulosa. Avevo molto chiaro il desiderio di provare a scrivere un romanzo storico che non fosse storico nel senso della scenografia, ma in un senso più profondo: un testo in cui l’asse narrativo principale fosse lo sviluppo stesso di un’indagine storica. Rispetto al saggio tradizionale, volevo che ci fosse una trama individuata dal protagonista della ricerca, e che quel protagonista diventasse, a sua volta, trama.

È vero però che la ricerca storica, quando è autentica, lunga, fatta d’archivio, di passione e di minuzie, è per sua natura imprevedibile. Si entra in archivio senza sapere che cosa si troverà: è l’archivio, in un certo senso, a decidere. Le storie vere che andiamo a scovare nel passato non sono già prescritte. Lo sfilacciamento, dunque, non era nel progetto, ma nel materiale stesso della ricerca: nel fatto che il contenuto presupponeva di non sapere in anticipo dove si sarebbe andati a finire.

Alpi feltrine, via dello Schenèr da Pian del Tachin

3. Che cos’è davvero una strada?

In un punto del libro, ancora nelle fasi preliminari, riassumi la tua indagine in una domanda che ha anche un obiettivo: chiarire quale sia la ragion d’essere della via di Schenèr. La domanda suona quasi paradossale: che altra ragione può avere una strada, se non quella di andare da un luogo a un altro? Che cosa hai capito delle strade grazie alla via di Schenèr?

È vero: una strada serve ad andare da un luogo a un altro, su questo non c’è dubbio. Ma dentro questo movimento possono esserci ragioni profonde, funzionali a un certo periodo storico e destinate poi a venire meno in un altro. Una strada costruita per comunicare in tempo di pace può diventare, in tempo di guerra, una strada da distruggere. Una strada che collega A a B può rispondere, in un certo momento, all’interesse di andare da A verso B; ma può anche accadere che B diventi prevalente su A e che, attraverso quella stessa strada, si configuri uno sfruttamento, una colonizzazione, una conquista.

Grazie alla via di Schenèr ho capito innanzitutto che le strade non sono soltanto linee: sono aree. Esiste una rotta principale, la cosiddetta via maestra, ma intorno a essa si dispongono innumerevoli varianti, sentieri, scorciatoie, deviazioni interessate, girigogoli. La verità di una strada non coincide con la sua linea, ma con l’area vasta che la circonda. È un po’ come un bacino torrentizio: c’è il fiume principale, ci sono gli affluenti, ci sono i canali che escono e poi rientrano. La strada è questa grande area in movimento.

4. I dipinti come archivi dell’immaginazione

Una cosa che colpisce è che, in una ricerca che giocoforza si muove tra polverosi stanzoni d’archivio, assumano un ruolo rilevante i dipinti che punteggiano la narrazione. Il libro, in certi passaggi, si fa anche ecfrasi: le immagini vengono interrogate come depositarie di un sapere storico insieme reale e immaginativo.

I dipinti, per me, sono sempre stati luoghi di partenza. Se non mi controllo, ogni mia ricerca storica rischia di prendere avvio da un quadro, perché dentro un dipinto si depositano rappresentazioni, situazioni, interpretazioni. In questo senso mi fa piacere riconoscere che il lavoro sulle immagini, anche attraverso la mia professione di direttore di museo e biblioteca e di curatore di mostre, sia tornato con forza dentro la scrittura.

Bosco Schenèr

5. La mappa, il territorio e il potere dei nomi

Nell’ascesa che finalmente riesci a compiere, con una «compagnia picciola», fino al passo e oltre, ti accade di riconoscere nel mondo ciò che avevi già incontrato e nominato nei documenti: Pissota, Anconetta e altri luoghi. Un tempo era molto citata la frase del filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski: «La mappa non è il territorio», per dire che la cosa è sempre più della sua rappresentazione. Eppure il tuo viaggio sembra mostrare anche il contrario: una mappa detiene qualcosa che il territorio da solo non possiede, qualcosa che ha a che fare con l’uomo, con la capacità di definire, dare nomi, far esistere il reale chiamandolo. Che ne pensi?

Penso che tu abbia centrato perfettamente il tema. Le mappe, fin dalle mie prime letture di ragazzo, mi sono sempre sembrate luoghi clamorosamente belli. Penso alla mappa della Terra di Mezzo allegata al Signore degli Anelli: quante volte l’ho aperta e osservata. Penso alle carte IGM che giravano per casa quando ero ragazzo, fino alle ortofoto, a Google Maps e a Google Earth.

La mappa rappresenta, certo, ma definisce anche. Dà nomi, fa esistere il reale chiamandolo. Ed è esattamente questo il punto. Se vogliamo osservare un problema che riguarda anche il nostro tempo, dovremmo chiederci se siamo ancora capaci di chiamare il reale. Lungo la via di Schenèr dovevano esserci circa duecentocinquanta toponimi, duecentocinquanta nomi di luogo. Quanti di noi, oggi, sarebbero in grado, lungo una strada di trenta o trentacinque chilometri, di riconoscere, conoscere e nominare altrettanti luoghi?

6. Trucioli di vita

Nel libro elenchi tre motivi per cui ti piace andare in archivio; il terzo riguarda il piacere di incontrare storie di persone e «trucioli di vita». Qui emerge forse anche la tua inclinazione narrativa: lungo tutto il libro il lettore è guidato a vedere luoghi, incontrare persone, ascoltare storie che talvolta restano appena accennate, aperte, quasi come un pungolo. È lo stesso sentimento che ti guida negli archivi e per le strade, nel via vai quotidiano delle nostre giornate?

Nel libro alcune storie le lascio soltanto intravedere, altre le sviluppo appena un po’ di più. Il motivo è semplice: se avessimo preso il primo documento, quello del 1206, e lo avessimo fatto parlare per tutto ciò che aveva da dire, avrebbe occupato sessanta pagine invece di due. Lo stesso vale per le visite pastorali, per gli atti di processo del Seicento, e anche per ciò che accade al protagonista mentre attraversa quelle valli e quei boschi alla ricerca della strada.

Dare più spazio a ciascuna di quelle tracce avrebbe significato aprire storie autonome. Lasciarle appena accennate è allora, sì, un modo per invitare i lettori — come poi è accaduto — ad andare a vedere quei posti, quei luoghi, quelle storie. Ma è anche una conseguenza della narrazione stessa di una strada, che per definizione porta con sé montagne di storie e montagne di persone. Alcune non possiamo fare altro che lasciarle intravedere.

7. La vita ulteriore di un libro

La pubblicazione con Einaudi esce con una coda aggiunta rispetto alla prima versione pubblicata da Marsilio. In quelle pagine chiudi il cerchio e avverti il lettore di cose accadute successivamente alla prima edizione, e in parte proprio a causa di essa. Ciò che più interessa è che attorno a certi grumi tematici, pur condensati e dipanati in un libro, la ricerca e lo stimolo intellettuale non siano mai davvero finiti.

No, non finiscono mai. Mai. Anche adesso procederebbero, aprirebbero altre visioni. Forse una delle cose più difficili dello scrivere è proprio questa: dire basta. Stabilire il punto in cui dichiariamo che, rispetto a un tema, a un problema, o per usare la tua bella espressione, a un grumo tematico, la nostra indagine è chiusa.

Ma sappiamo anche che un libro è finito solo per metà nel momento in cui chi l’ha scritto lo lascia andare. Per l’altra metà comincia allora la sua vita libera, quasi da maggiorenne. In quella vita autonoma può accadere che sia il libro stesso a scoprire nuove direzioni di ricerca, di pensiero, di interpretazione; e può capitare a noi, come è avvenuto con la ripubblicazione Einaudi, di raccogliere una parte della storia che il libro ha scritto dopo di noi, e non più soltanto la storia che noi abbiamo scritto nel libro.

Alberto Trentin, poeta e critico letterario

Note

  1. Trad. di Carlo Diano ↩︎
  2. Andrea Zanzotto, Filò ↩︎

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