“La produzione dei microchip cerebrali è strettamente collegata ai principi dello scientismo”. Dall’intervista con il fisico e inventore del microprocessore Federico Faggin, realizzata per Finnegans lo scorso agosto, si nota che alcuni dei principi dello scientismo, nonostante siano considerati come non provati, sono ancora alla base della produzione di nuove tecnologie, incluse le interfacce cervello-computer, conosciute anche come BCI. Molte delle ditte di produzione di questi microchip, che secondo Faggin non riescono ancora a cogliere l’irriducibilità della coscienza umana, commettono l’errore di pensare di poter trattare le malattie neurologiche come dei semplici problemi ingegneristici o dei bug da risolvere, riducendo i pensieri e le emozioni a semplici impulsi elettrici. Nonostante le BCI abbiano avuto dei piccoli progressi nella comunicazione fra cervello e computer, riscontrano ancora diversi problemi di natura ingegneristica e morale, come la trasmissione di impulsi non autorizzati al cervello o la violazione della neuro-privacy delle persone. Dopo averlo incontrato in occasione della trentasettesima edizione del Tignano Festival il 16 luglio 2026, durante la quale Faggin ha parlato a lungo di coscienza e di spiritualità, il fisico ha discusso nell’intervista con Finnegans sia delle componenti di base dei microchip, sia dei rischi derivati dalle BCI.

Analizzando le componenti di base dei moderni microchip, come sono cambiati i chip neurali rispetto a quelli che progettava ai tempi di Synaptics, che si basavano sulla simulazione su silicio del cervello?
Quando fondai Synaptics nel 1986, volevo creare dei computer analogici con dei transistor a porta flottante che, se disposti in una matrice, memorizzassero un parametro e facessero una moltiplicazione e una addizione in parallelo nello stesso chip. Solo adesso si è incominciato ad andare verso questa direzione, chiaramente per l’aspetto dell’inference e non del learning, che richiedeva computer molto più potenti di quelli all’epoca disponibili. Mi accorsi che, sebbene fosse troppo presto per sviluppare alcune di quelle innovazioni, le mie intuizioni erano corrette, nonostante in quel periodo molti esperti considerassero una stupidaggine l’uso delle reti neurali per il riconoscimento di pattern. Nonostante i transistor di adesso siano più veloci e più piccoli rispetto a prima, le tecnologie non sono cambiate essenzialmente, anche perché da 10 anni i transistor consumano la stessa energia nel passaggio di stato, da 0 a 1, indipendentemente dalle loro dimensioni. Si possono mettere più transistor in un chip di un computer per le loro dimensioni più ridotte, ma il consumo di energia sale con il numero dei transistor: ad esempio i nuovi modelli di giga-computer usano decine di migliaia di computer più piccoli, ciascuno dei quali consuma circa 15 mila watt! Dal punto di vista concettuale non è cambiato molto rispetto a 40 anni fa, è cambiato parecchio come si fanno i transistor nelle ultime generazioni di processi.
Riguardo a quanto affermato nella sua risposta, perché gli esperti dell’epoca ritenevano che le reti neurali non avessero potuto risolvere i problemi delle intelligenze artificiali?
Loro pensavano che la rete neurale non avrebbe risolto problemi di tipo logico. Il punto è che le reti neurali servivano per riconoscere pattern complessi, le cui regole non potevano essere espresse in modo deterministico, solo in termini probabilistici. La rete neurale nel pattern recognition poteva riconoscere fino ad un certo punto il modello, non poteva dare una risposta assoluta, cosa che facciamo anche noi esseri umani. Le obiezioni dell’epoca da un lato erano giuste, ma dall’altro erano completamente erronee perché non comprendevano che, per esempio, noi come esperti non siamo in grado di figurarci tutte le regole di riconoscimento di un gatto rispetto a quello di una piccola tigre. Soltanto tramite computer molto potenti con più livelli di reti neurali, molti di più dei 2 o 3 di allora, si è raggiunto un buon livello di precisione; si trattava solo di avere molti più esempi e molta più potenza di calcolo. Tuttavia, non avrei mai pensato che saremmo riusciti ad arrivare ai livelli straordinari raggiunti oggi con il concetto di transformer sviluppato negli ultimi anni.
Durante la sua esperienza in Synaptics e alla Silicon Valley avvertiva già fra i suoi colleghi nella programmazione dei computer quei presupposti riduzionistici, che poi in seguito avrebbe contestato nelle sue pubblicazioni?
Certamente. Lo scientismo era vivo già allora ed aveva consolidato da 50 anni l’idea che noi fossimo macchine; io stesso all’inizio avevo accettato questa visione, che è basata su principi contrari alla fisica quantistica. Lo scientismo, partendo dal presupposto non provato che la realtà esista soltanto nello spazio-tempo, crede che si possa parlare soltanto di oggetti separabili, un’idea smentita dall’entanglement quantistico, che collega in modo inconoscibile tutti gli stati dei campi. Ci sono comunque voluti 80 anni per dimostrare l’esistenza dell’entanglement e capire che il comportamento dell’universo non può più essere descritto come la somma di parti separate. L’entanglement implica la non-località, ovvero che le proprietà che misuriamo non esistono prima che si manifestino nell’interazione fra i campi, che avviene quando si fa una misura; non si può quindi predire ciò che si manifesterà, se non le varie probabilità. Questa scoperta ha poi permesso a me e a Giacomo Mauro D’Ariano di formulare la nostra teoria secondo cui al posto del “collasso della funzione d’onda” esiste il libero arbitrio dei campi, che decidono ciò che verrà manifestato. Perché esista il libero arbitrio bisogna comunque presupporre che il campo sia cosciente. Quindi gli aspetti privati della nostra esperienza cosciente devono essere riflessi nella fisica quantistica, cosa che effettivamente si verifica. Infatti, lo stato quantistico dei campi non è riproducibile e non si può conoscere da fuori, mentre non è così per i computer classici. Un altro aspetto profondo dello scientismo è la loro definizione di informazione, che non ha niente a che fare con ciò che noi chiamiamo informazione. Per noi l’informazione consiste nel significato dei simboli, mentre per lo scientismo i simboli sono senza significato, basta solo riconoscerli e c’è informazione in proporzione inversa alla probabilità del simbolo. Nel nostro caso, invece, anche se riconosciamo un simbolo, se non ne conosciamo il significato, non otteniamo nessuna informazione.

Siccome ha più volte affermato che i transistor dei microchip non funzionano come il corpo umano, che è basato su un rapporto delle cellule di parti-intero, crede che il progetto di Neuralink di potenziare il cervello delle persone rischi di fallire?
Fallirà, ma non su questa base, perché i segnali che troviamo nel cervello non sono segnali quantistici, ma appartengono alla fisica classica. L’aspetto quantistico riguarda i neuroni, perché la comunicazione all’interno delle cellule avviene tramite informazione viva. Magari in futuro si riuscirà a mettere nel cervello una memoria più avanzata e più accessibile ad alcune parti cerebrali, ma non potrà essere la memoria dell’esperienza, solo quella dei simboli. Chi crede che l’essere umano sia soltanto corpo e la coscienza un epifenomeno del cervello non ha capito che la coscienza è una proprietà di un campo quantistico. Il tentativo di simulare le cellule è destinato a fallire sia perché non c’è nessun computer in grado di replicarne il funzionamento, sia perché le cellule usano dei principi quantistici e classici che non conosciamo ancora. Il problema di base è che in passato le cellule sono state studiate come fenomeni biochimici, non informatici, e ancora meno come fenomeni legati alla conoscenza di sé dei campi. Bisogna partire con l’esistenza ontologica della coscienza, che non può essere trattata né come fenomeno emergente, né come fenomeno secondario.
Le BCI operano a livelli molto profondi della mente umana, ad esempio monitorando alcuni dei nostri stati cognitivi. Crede comunque che le abilità dei microchip non siano in grado di cogliere l’irriducibilità della coscienza umana?
Sicuramente, poiché molte aziende non riusciranno a farli funzionare a loro piacimento a causa dell’ignoranza sui meccanismi più profondi del cervello. L’unico aspetto in cui i microchip potrebbero funzionare sarà nella capacità di catturare segnali all’interno del cervello e di trasferirli fuori molto più velocemente, creando una bandwidth di comunicazione con il computer molto più rapida. Personalmente trovo questi tentativi orribili, perché, oltre a portare moltissimi rischi alla salute delle persone, partono dal preconcetto che l’uomo sia una macchina. L’arroganza delle imprese che producono queste interfacce, derivata dallo scientismo, è il problema principale dell’umanità in questo periodo, anche perché spesso viene scambiata per progresso. In realtà trattare l’essere umano come una macchina o come un algoritmo, eliminando la vita interiore, un’idea che si riflette nel digital twin dei robot, sta favorendo soltanto i più ricchi.
Lo sviluppo di questi microchip cerebrali guidato da multinazionali come la cinese Neuracle Medical Technology può creare degli effetti collaterali nei pazienti, come Hacking o trasmissioni di impulsi non autorizzati al cervello, mettendo in discussione la sfera umana del libero arbitrio?
Certamente, questi rischi sono reali. Sebbene i microchip cerebrali permettano la comunicazione rapida fra cervello e computer, c’è sempre e comunque un obbiettivo di controllo da parte di queste multinazionali; chiaramente è possibile anche che la nostra sfera del libero arbitrio possa essere messa a rischio. All’inizio le aziende mostreranno, come già fanno adesso, che le loro tecnologie serviranno per risolvere problemi medici legati alla cecità o alle malattie terminali, ma finiranno per violare la nostra neuro-privacy. Prendere delle informazioni che arrivano al nostro cervello e usarle senza il nostro permesso come stanno facendo adesso le ditte da 30 anni è una grave violazione della nostra libertà. Le aziende hanno capito di poter fare quello che vogliono senza cura o empatia verso gli altri, facendo passare le loro azioni come benefiche per l’umanità.
Durante il suo intervento al festival di Tignano lei aveva affermato che le IA permettono alle persone che sanno usarle di diventare dieci volte più produttive. La stessa cosa può avvenire per alcune funzioni affidate ai microchip cerebrali?
Non ho pensato abbastanza se il discorso che feci per le IA potesse valere per i microchip neurali. Tuttavia, non approvo i microchip cerebrali per “migliorare” il funzionamento del nostro cervello, sia perché li ritengo molto invasivi, sia perché è molto pericoloso dare più controllo sulla nostra vita alle grosse ditte che già influenzano il potere politico e hanno dimostrato di dare più valore ai loro profitti che a migliorare la condizione umana. Chiaramente non possiamo ancora conoscere l’obbiettivo principale di Neuralink, la ditta più attiva in questo settore, che probabilmente conosceremo solo in futuro, ma possiamo dire che molto probabilmente non sia quello di curare le persone.
Michelangelo Suma, studente del corso di Filosofia e Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia
Immagine di copertina
Federico Faggin assieme a Tiziana Vigni e Marco Vannini al Tignano Festival


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.