“Facciamo ancora fatica a creare un’ibridazione virtuosa fra umano e tecnologia”. Nel suo intervento a Manerbio del 22 giugno 2026 in occasione del Festival Filosofi lungo l’Oglio Miguel Benasayag, filosofo e ricercatore argentino, ha dialogato con la Presidente della Fondazione della rassegna Francesca Nodari, sostenendo che la ricerca della singolarità del vivente possa garantire più criteri, oltre a quello funzionalista tipico degli algoritmi di ordinamento, per l’analisi dell’essere umano nella sua complessità. Al contrario delle posizioni sostenute fin dagli anni ‘70 da studiosi come Jerry Fodor, la mente umana non è infatti analoga ad un algoritmo, in quanto non riducibile ad una serie di risoluzioni ordinate di problemi specifici basati sull’elaborazione di dati.
Tuttavia, il confronto fra cervello e macchina crea ancora un forte dibattito quando si parla di delega delle funzioni umane agli algoritmi; a questi programmi non vengono affidati solamente la gestione, il calcolo dei dati o l’automazione di compiti ripetitivi, ma anche decisioni in ambito economico e politico. Il supporto decisionale grezzo dell’algoritmo è efficiente del trovare pattern statistici generali, ma, oltre a non considerare le componenti essenziali della vita umana, non riesce ad includere anomalie o casi particolari, che spesso sono fondamentali per l’attuazione di un piano risolutivo. Nell’intervista per Finnegans Miguel Benasayag ha parlato proprio delle conseguenze di questa delega decisionale, che non eliminerà gli errori, ma ne cambierà la natura.

Siccome l’algoritmo non è più considerabile come un semplice strumento, essendo un vero e proprio ambiente, si può affermare che nella delega delle nostre funzioni siamo noi ad imitare l’algoritmo e non viceversa?
Quella che ha introdotto è una questione che ha fatto un salto significativo con la generalizzazione dell’Intelligenza Artificiale generativa e che ha avuto implicazioni in vari aspetti della cultura dell’individuo. Dopo vent’anni la delega delle funzioni è diventata così massiva al punto tale che la macchina sta rendendo inutile l’essere umano, rimpiazzandolo in diversi campi. L’aspetto incredibile è proprio il fatto che l’algoritmo, che inizialmente sembrava dover esserci utile, inizia a stabilire da solo i vari criteri di utilità, spesso imponendoli sull’umano. Inoltre, facciamo fatica a renderci conto a che punto l’algoritmo modifichi il nostro cervello, dato che in questo caso non si tratta di una semplice dislocazione di funzioni, ma di un vero e proprio cambiamento cerebrale che include un’atrofizzazione e una perdita di capacità. Per queste ragioni molti ricercatori, oncologi, artisti e sindacalisti mi domandano da molto tempo in che modo possiamo difendere la nostra singolarità.
Ricollegandoci a quest’ultima frase, di recente in un’altra conferenza aveva affermato che sostenere la singolarità del vivente è diventata una tesi minoritaria. Per quale motivo è avvenuto questo?
È dovuto al fatto che siamo in un momento storico molto particolare in cui abbiamo paragonato il vivente alla macchina, senza pensare in termini di specificità o singolarità. Per esempio, qualche mese fa ho partecipato ad una conferenza per L’Istitut Pasteur parlando proprio di singolarità del vivente; più della metà dei biologi presenti non riteneva necessario un discorso di questo genere. Chiaramente questa tendenza è iniziata da quando abbiamo iniziato qualche decennio fa a paragonare il cervello ad un hardware e il pensiero ad un software, considerazioni che, seppur fantasiose, vengono ancora sostenute da alcuni studiosi. In questo modo, credendo che l’algoritmo rappresenti la verità della vita, abbiamo incominciato a studiare il vivente per mezzo della macchina. Neanche Francisco Varela, con cui ho lavorato per tanti anni, riuscì alla fine della sua carriera a definire una singolarità del vivente, dato che egli rimase a metà strada fra il suo Buddismo tibetano e la collaborazione con positivisti come Jean Petitot. Forse se arricchissimo i punti di Varela con le tesi di Ilya Prigogine sui sistemi lontani dall’equilibrio potremmo descrivere questa singolarità.
Lei pensa che il fenomeno della over performance dei lavoratori nelle aziende nasca con la considerazione del vivente in termini algoritmici?
Sicuramente. Pensando anche ai libri di Simone Weil, lo sfruttamento degli operai e il loro dislocamento nella logica della macchina non sono fenomeni nuovi. La novità rispetto al Novecento è che oggi anche il pensiero mentale, in rapporto con la produttività, viene racchiuso in questo impero del funzionamento, che da un lato sta causando alla gente una sofferenza enorme, anche a causa del rimpiazzo degli algoritmi sui posti di lavoro, e dall’altro sta cambiando il rapporto con il nostro corpo. Ad esempio, nell’interazione con le macchine, che ha importanti conseguenze sulla stessa struttura psichica, molte persone hanno già un amico o un consigliere IA. Alcuni dei miei pazienti mi hanno parlato spesso della loro dipendenza dallo smartphone, che crea una fatica cerebrale dovuta ad una connessione permanente che non lascia spazio di essere presenti a loro stessi.

La delega algoritmica delle decisioni in economia e finanza può far perdere la nostra capacità di agire sul nostro futuro?
Certamente. Questa delega mette a rischio la sopravvivenza di molte persone, perché il benessere della specie umana non rientra nella calcolabilità algoritmica. Per fare un esempio, se vuoi investire soldi nel cacao in Congo, gli algoritmi calcolano in pochi secondi dati riguardanti i cambiamenti climatici, i movimenti sociali e la fertilità della terra, ma non considerano il parere delle persone che vivono in quel luogo. La delega totale della direzione della macroeconomia è rischiosa perché l’algoritmo non considera la soggettività e la fragilità della vita come fatti concreti. Mostrare queste criticità non significa tuttavia essere tecnofobi, ma proporre un’ibridazione virtuosa con la macchina che rivendichi lo spazio per la singolarità del vivente.
Nel caso di bug interni ai sistemi algoritmici, che in certi casi non vengono rintracciati a causa della complessità dei programmi, avrà ancora senso parlare di responsabilità umana?
Questi livelli di correlazione molto profondi producono gradualmente ciò che noi chiamiamo allucinazione, in cui il problema della responsabilità è molto grave, perché più noi deleghiamo funzioni all’algoritmo, più ci assentiamo dalle situazioni. Il medico che effettua un trattamento o una diagnosi per mezzo di Big Data non è più responsabile di niente e se il suo paziente muore non ha nessuna colpa, dato che ha interrogato il suo assistito tramite una griglia fornita dal database. Certi errori possono avvenire perché la macchina non può ascoltare, non può essere lì presente vicino al paziente. Anche a causa della deresponsabilizzazione permanente in cui l’umano è sempre meno responsabile e presente, le macchine stanno diventando dei veri e propri soggetti di diritto. Quello che ha ad esempio proposto Milei in Argentina con la riforma sulle “società non umane” rappresenta un fatto storico molto importante, dato che la giurisprudenza ha già da tempo smantellato l’idea che solo l’umano potesse essere considerato persona giuridica. Siccome molti individui sono già inseriti in un rapporto affettivo con i dispositivi, tra pochissimi anni ci saranno probabilmente dei contratti civili fra umani e macchine, che faranno meno scalpore della ministra IA nominata in Albania l’anno scorso.

Ricordando la recente quotazione in borsa di due trilioni di dollari della nota società Space X, che impatto può avere sul mondo del lavoro e sulla vita sociale la delega di sistemi algoritmici a pochi imprenditori come Elon Musk?
L’orizzontalità della rete, che è un sistema molto centralizzato, è nei fatti un’illusione, dato che stiamo assistendo ad una concentrazione del potere reale nelle mani di persone come Elon Musk. Trump e Milei, ad esempio, sapendo perfettamente che il potere reale si è dislocato dalla politica a poche grosse aziende, devono in qualche modo venire a patti con i nuovi monopoli nell’ottica di una particolare forma di E-Democracy, che permetterà il controllo delle vite tramite IA, esattamente come avviene in Cina. L’effetto principale sarà il passaggio ad un altro mondo in cui anche le proteste e le contestazioni saranno molto compromesse.
In un’intervista a Canal Abierto aveva parlato della necessità di un gruppo di riflessione nel mondo del lavoro che studiasse i fenomeni di cui abbiamo parlato in ottica di un’ibridazione. In che cosa consisterebbe questo progetto?
Il primo passo di questa proposta è quello di evitare qualsiasi paragone fra l’algoritmo e l’essere umano, dato che quest’ultimo non può essere visto come un semplice aggregato di competenze. Il problema è molto complesso, poiché prima di parlare di difesa dei posti di lavoro è necessario capire in che cosa consiste questa singolarità del vivente, altrimenti la tentazione generale sarà quella di presentare al mercato gli esseri umani come più capaci della macchina. Per ora ci sono diverse iniziative, anche nel mondo giornalistico, che operano per trattare la produzione dell’IA come elemento aggiuntivo e non come prodotto finale. In questo progetto gli esperti dovranno essere al servizio dei lavoratori, i quali dovranno sia elaborare con il nostro aiuto una riflessione sulla complessità del lavoro, sia spiegarci con la loro esperienza le varie congetture del contesto lavorativo. Non sarà quindi una proposta di soli tecnici fuori dal mondo del lavoro, poiché gli esperti dovranno accettare di essere semplicemente di sostegno ai lavoratori nel pensare le loro conoscenze.
Michelangelo Suma, studente del corso di Filosofia e Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia
Immagine di copertina
Miguel Benasayag a Manerbio


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