Formazione storica del Lanerossi Vicenza con maglie biancorosse, simbolo del calcio d'altri tempi citato nel contesto letterario di Stefano Strazzabosco.

Calcio e letteratura: Stefano Strazzabosco. Commento critico di Zelda S. Zanobini

Di Stefano Strazzabosco (Thiene, 1964), poeta di lungo corso e autore di numerose raccolte e traduzioni, abbiamo già parlato nel primo e nel secondo articolo a lui dedicati (“L’elica di Stefano Strazzabosco” e “La rosa di Stefano Strazzabosco”); questa volta ne analizzeremo la poetica tramite un nuovo tema, quello del calcio. Continuando con l’approccio concreto seguito finora, ci serviremo di due poesie-esempio appositamente selezionate.

La novità è che non lo lasceremo solo: questo articolo appartiene a una serie di quattro su calcio e letteratura, tramite i quali gli affiancheremo i poeti Pasquale Di Palmo e Giovanni Giudici, e lo scrittore-cronista sportivo Osvaldo Soriano, argentino, così da metterlo in buona compagnia.

Il gioco del calcio, religione dei tempi moderni, è passato indenne attraverso la tragedia del secondo conflitto mondiale; rinnovato il proprio vigore nel dopoguerra, nella seconda parte del ‘900, è esploso – infine e in ogni senso. Il culmine, nei seguitissimi Mondiali statunitensi del 1994 e nelle Olimpiadi di Atlanta del 1996, grazie ai quali il pubblico dei consumatori statunitensi viene definitivamente guadagnato alla causa e importanti obiettivi di marketing sono raggiunti. E se è vero che nel tempo, progressivamente, il calcio era andato cambiando volto, è vero anche che sono questi eventi di fine secolo a completare la sua trasformazione in un vero e proprio show. Adesso che è il più ricco e spettacolare di sempre, in Italia sono spesso facoltosi imprenditori stranieri a detenere la proprietà dei club a scopo di business, e i ritmi tendono a essere serrati per i giocatori, sottoposti a molti impegni di campionato e coppe, quando non con la Nazionale; e pur in presenza di un’elevata qualità di gioco, non è possibile non notare quanto sia lontana da questo calcio l’essenzialità dei bei tempi andati (una fede, un pallone di cuoio e piedi buoni) – e non soffrire per la sua costante presenza mediatica (o invadenza). Eppure, è un fatto che il calcio continui a richiamare pubblico, e che anzi ne attragga sempre di più. Pubblico nel quale non sono mai mancati i poeti con le loro passioni e i loro scritti – se è vero com’è vero che la passione è trasversale e non si cura di censo, mestiere, inclinazione e quant’altro. Poeti e scrittori, quindi, ne hanno scritto e continuano a scriverne; chi da vero appassionato (Pierpaolo Paolini, per esempio, dichiarando che, se non fosse diventato poeta avrebbe voluto essere calciatore nella celebre intervista di Enzo Biagi, pubblicata su La Stampa il 4 gennaio 1973), chi invece criticamente, come vedremo in questo e negli scritti che seguiranno.

Lane

tratto da “Dimmi”, ed. La vencedora (Città del Messico), 2015

Vendono lane dall’Australia, dove
la terra si attacca alle tue suole.
Siedi con il maglione a righe contro il bordo
del divano in salotto, col pop-corn,
guardi il calcio in tv.
La fabbrica impiega manodopera
straniera, licenzia manodopera
straniera, fiori freschi nel vaso. Sono fresie.
Lungo le crepe dei muretti corrono
lucertole chiare.

Premettiamo che il club del Vicenza Calcio, dalla casacca biancorossa con il caratteristico contrassegno a “R”, è comunemente chiamato “Lane” dai tifosi e dai cittadini. Il termine, un’abbreviazione della storica denominazione “Lanerossi Vicenza”, spiega la “R” del contrassegno (fu il Lanificio Rossi di Schio ad acquisire il club nel 1953) e mostra la vicinanza della città alla squadra – una familiarità affettuosa. Su questa ambiguità fra la lana – lane al plurale – e la squadra del Vicenza calcio si regge l’intera poesia, la prima parte in particolare.

Dall’archivio dell’autrice: album delle figurine Panini, stagione 1968-69 (il Vicenza era in serie A)

L’apertura è con un riferimento alle lane australiane: collegando il primo verso al titolo, SS entra subito in argomento. Ciò che è in questione è la materia prima lana: chi e perché “vendono lane dall’Australia”? Per avere la risposta occorre aspettare di arrivare al sesto verso – ricordando comunque che il nonno di SS, dirigente del Lanificio Rossi, si era occupato di acquistarne in tempi ormai passati: di nuovo, a dare il “la” alla poesia potrebbe essere stata un’associazione inconscia fra memoria familiare e contingenza fattuale.

In attesa che il sesto verso arrivi, conviene rilassarsi e mettersi a sedere sul divano insieme al “tu” che sta in salotto e “guard[a] il calcio in tv”. Il quale, non a caso, indossa un maglione a righe (fatto di lana, ci risiamo) – e subito lo visualizziamo a strisce verticali bianco-rosse: si tratta chiaramente di un tifoso, e in TV stanno trasmettendo una partita del Vicenza calcio. Il riferimento potrebbe essere all’agosto del 2013, quando a Jesolo viene disputata una memorabile amichevole tra questa squadra e il Sidney FC, nelle cui fila milita un Alessandro Del Piero in gran forma, persa 3 a 1 dalla compagine locale. E lo spettacolo – puro intrattenimento – va guardato come ormai si fa nei multisala americanizzati, che programmano tutti gli stessi film hollywoodiani e vendono popcorn burrosi e ipercalorici in grossi bicchieri (da cui si prelevano a manate – dopo puoi anche leccarti le dita).

E mentre il “tu” tifoso, che non si sottrae alla regola. è felicemente assorbito (o distratto) dallo show calcistico, immerso in tutt’altre acque il mondo reale va dritto per la propria strada.

Siamo finalmente giunti al sesto verso: ci ricongiungiamo al primo – un po’ d’improvviso – ed entriamo nel vivo. Immediato come un flash il collegamento fra il Vicenza Calcio e il gruppo Marzotto di Valdagno, che nel 1987 ha acquisito il Lanificio Rossi (in qualche modo, idealmente, sostituendolo nella “cura” del club) e che nel 2014 procede a una profonda ristrutturazione. Le cose si vanno chiarendo: arrivano nel vicentino lane australiane, dai produttori, in quanto “la fabbrica” è in difficoltà – e sono le vicende delle relative maestranze a far emergere questa realtà nel testo poetico (“la fabbrica impiega manodopera / straniera, licenzia manodopera / straniera”). Da notare con quanta forza il concetto è ribadito, grazie alla combinazione di anafora-enjambement e alla rima finale dei versi sesto e settimo. Chiaro anche il riferimento alla facilità con cui gli addetti stranieri, soggetti a contratti più precari (per esempio quelli di somministrazione, a tempo) vengono presi e mollati dalle aziende – e come non pensare al renziano “Jobs Act” del marzo 2015, con cui si aboliscono le garanzie dell’articolo 18 sostituendole con le cosiddette “tutele crescenti”?

Fabbrica Alta di Schio, edificio costruito da Alessandro Rossi nel 1862

Ma il “tu” tifoso non si cura di questi dettagli, o forse non se ne cura per il tempo della partita in TV, dalla quale è letteralmente rapito; quel che è chiaro, è che il suo stato di distrazione e benessere, forse temporaneo, coesiste senza stridere con le brutture del mondo circostante – senza soluzione di continuità, infatti, al verso ottavo torniamo dalla “fabbrica” al rassicurante e confortevole salotto, in cui il tempo scorre leggero e piacevole (“.. fiori freschi nel vaso, sono fresie” – l’allitterazione nelle fricative “f” e “s” evoca aria, venticello di brezza). Così come senza soluzione di continuità – d’improvviso, abbiamo detto sopra – la poesia passava all’inizio dalle lane australiane al tifoso sul divano. Il calcio è l’oppio dei popoli, scriveva più o meno Giovanni Giudici – ne riparleremo; e molto tempo prima “panem et circenses”, aveva scritto il poeta romano Giovenale nella Satira X, coniando quello che sarebbe diventato un detto, e volendo una prassi politica, di uso comune.

La chiusa è di quelle che spiazzano e insieme chiariscono (o completano, corredano). Nei muretti ci sono crepe – non serve spiegare quanto una certa supposta solidità le crepe mettano in dubbio; e lungo tali crepe “[..] corrono / lucertole chiare” – essendo la lucertola un rettile, le sensazioni che questi versi finali evocano sono quelle del viscidume, del sangue freddo e di un certo qual disgusto. Le lucertole sono perfettamente a loro agio lungo le crepe, sgusciando agili e di corsa; ed è facile collegarle a certi oscuri faccendieri a cui il mondo descritto piace proprio così com’è – e che quindi lavorano affinché stabilmente così rimanga, o addirittura cresca senza limiti. E chissà che le lucertole, spinte alla velocità, quasi lubrificate e certo galvanizzate dall’allitterazione in “r” (si ruggisce, in “r”, e si rotola, si corre), non si stiano già adoperando per un altro evento calcistico di richiamo, o un altro campionato da favola che faccia sognare i tifosi e ne catalizzi l’attenzione – incluso il “tu” al momento incollato alla TV, ovviamente.

Aggiungo una notazione sul secondo verso, di cui non ci siamo dimenticati: se in Australia “la terra si attacca alle tue suole”, è per motivi climatici – il surriscaldamento. Ben prima di ogni “Friday for future”, movimento giovanile creato da Greta Thunberg nel 2018 allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, SS mostra il proprio interesse per l’ambiente – un precursore: questa è di fatto una denuncia poetica. Ma c’è un aspetto ulteriore: se la terra si attacca alle tue suole, vuol dire anche che non te la scuoti via facilmente, per cui forse conviene che ti abitui a tenertela lì incollata senza fare troppe storie. Quindi il verso potrebbe anche riferirsi alla consuetudine industriale di rivolgersi all’estero per gli acquisti o per delocalizzare, in ogni caso risparmiando sui costi (che in quegli anni sta diventando prassi); a livello generale oppure per il caso specifico della “fabbrica” in questione, che ristrutturando potrebbe trovare vantaggiosa questa strada e continuare a percorrerla.

Stiamo così, con queste mani alzate

Tratto da “66”, ed. Il Ponte del sale (Rovigo), 2013

Stiamo così, con queste mani alzate
da chissà quanto tempo – ma guardate:
la Roma ha vinto un altro campionato
e in montagna ha anche nevicato

Abbiamo visto dall’analisi precedente la posizione di SS: il calcio coesiste con una realtà brutale e viene utilizzato per distrarre le persone dalla stessa, ovvero dai problemi concreti – in sostanza il calcio risulta un efficace strumento di manipolazione. In questo cortissimo testo, una quartina in rima baciata (AA-BB), anteriore al precedente oggetto di analisi, il concetto è già presente, sebbene in modo meno articolato e in assenza di ogni spiegazione, o esempio, di dettaglio.

In sostanza, è un bel po’ che SS lo sta ribadendo; da ben prima di questa poesia, pubblicata nel 2013, se il suo primo e secondo verso parlano di “mani alzate / da chissà quanto tempo”.

Un gesto di resa a lungo protratto, quindi, è ciò con cui si apre, perché questo significano le mani alzate, come i film Western ci insegnano; gesto a cui vanno naturalmente aggiunti, come conseguenza inevitabile, l’immobilità e l’impedimento all’azione – e come no, anche un certo sentore di colpevolezza (chi tiene le mani alzate spesso è il cattivo). Inoltre, è facile capire quanto sia scomoda la posizione di chi sta in quella posizione da molto tempo, a partire dallo stato di indolenzimento delle braccia, o peggio – e questa, con tutta probabilità, è proprio la sensazione su cui SS intende porre l’accento, tra le altre: il “noi” poetico in questione, gruppo del quale evidentemente fa parte, obbligato a star fermo e a rinunciare all’azione, prova fastidio e ne soffre anche fisicamente.

Silhouette nera di un uomo con le braccia alzate, simbolo del gesto atletico nel calcio letterario di Stefano Strazzabosco

E che cosa, al “noi” poetico, viene impedito di fare? La risposta non è data, il testo ne è ellittico, tuttavia si capisce perfettamente: di agire per il miglioramento della società, così evidentemente necessario – eccolo qui, il SS della responsabilità civile (sofferenza inclusa).

I successivi due versi, conclusivi e sarcastici (disperanti), ci riportano seccamente al tema: niente paura, “la Roma ha vinto un altro campionato” – il “noi” poetico dovrebbe gioirne e attingervi a piene mani spingendo il resto, così importante, in secondo piano. Ma in prossimità del 2013 la Roma non ha vinto alcun campionato o coppa; cosicché quella che SS ci fa toccare con mano è la forma più cruda di manipolazione, quella basata sulla menzogna. Se è manipolazione dare in pasto alle persone qualcosa di leggero, tutto sommato, e insignificante come il calcio, per non consentire loro di riflettere sui fatti seri e concreti che li riguardano, è manipolazione di un livello superiore dare loro informazioni sbagliate (esagerate) per eccitarli fino all’euforia e catalizzarne l’attenzione in modo totalizzante. Questo SS ci dice, a fine poesia: il “noi” poetico (la società civile) non è solo distratto da cose di poco conto, ma è anche ingannato da bugie calate con precisione e ad arte. In realtà non c’è niente di cui gioire nel calcio, così come viene inteso e propinato, sembra ammonire.

Concludo citando l’ultimo verso: “ha anche nevicato”, chiosa SS per aggiungere un differente tipo di oppio a quello del calcio e mettere in sicurezza il risultato: “magari stavolta si riesce a sciare”, sembra suggerire – e al diavolo tutto quanto.

Zelda S. Zanobini, poetessa e critica letteraria

Immagine di copertina
Lanerossi Vicenza, stagione 1963-1964

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