Calcio e letteratura: Giovanni Giudici. Commento critico di Zelda S. Zanobini

Questo articolo appartiene a una serie di quattro su calcio e letteratura, per ciascuno dei quali con l’occasione del tema analizziamo la poetica di altrettanti autori (Stefano Strazzabosco, Pasquale Di Palmo, Giovanni Giudici e Osvaldo Soriano). Per il poeta Giovanni Giudici (GG) seguiremo l’approccio adottato per lo scrittore-cronista sportivo argentino Osvaldo Soriano. Visto che parleremo di scritti sia in poesia che in prosa (racconti), e che per ovvii motivi di spazio non è percorribile l’idea di riportare qui entrambi in modo integrale, tratteremo dei testi scelti indicandone, ove necessario, stralci significativi in forma di citazione.

Anche in questo caso tralasciamo l’introduzione sul gioco del calcio, rimandando il lettore a quanto riferito in proposito nell’articolo “Calcio e letteratura: Stefano Strazzabosco”; diamo quindi i doverosi cenni biobibliografici e poi passiamo ai testi selezionati, offrendone la nostra interpretazione.

Giovanni Giudici (Le Grazie, nei pressi di Portovenere, 1924 – La Spezia, 2011), trasferitosi a Roma all’età di nove anni, qui si laurea in letteratura francese, si iscrive al PSIUP e a fine guerra lavora per l’USIS (United States Information Service). Passato quindi all’Olivetti di Milano, dove rimarrà fino al 1979, fa amicizia con Franco Fortini (collega) e conosce Vittorio Sereni (con il quale condivide la passione ma non la fede calcistica, essendo l’uno genoano e l’altro interista) che dal 1980 lo chiama a dirigere una collana per il Saggiatore. Eletto come indipendente nelle liste del PCI per il Comune della Spezia, dove è infine rientrato, e poi per la Provincia (periodo complessivo 1990-1993), dal 1993 al 1997 cura la rubrica “Trentatré righe” del quotidiano L’Unità, redigendone 154 su temi culturali e letterari. Da non dimenticare, infine, la sua attività di traduttore – in particolare, del poema Eugenio Onegin di Alexandr Puskin e delle poesie di Sylvia Plath.

Giovanni Giudici è poeta dallo stile asciutto, dai versi quasi-ermetici (come l’amato Umberto Saba) e prosaici (come il conterraneo Montale e altri della stessa area ligure); fra le sue importanti raccolte citiamo, in modo funzionale, la prima (“La vita in versi” del 1965) e inoltre “Autobiologia” del 1969, vincitrice del premio Viareggio. Come giornalista ha collaborato con quotidiani di diverso orientamento (il già citato L’Unità, e poi Il Tirreno, Il Secolo XIX e il Corriere della sera) e con riviste quali “Comunità” di Adriano Olivetti e “Linea d’ombra”. Chiedendosi se “tutta quella prosa [fosse] servita alla poesia” (1), G.G. decide in un secondo momento di raccogliere il meglio della propria produzione giornalistico-saggistica in cinque raccolte. Da una di queste (“Racconti sportivi”, scritti dal 1949 al 1955 e quindi giovanili), sono tratti quelli nel seguito trattati, pubblicati sulla rivista “Linea d’ombra” nel 1998 e riproposti nel volume “La vita in prosa” (2020, “Edizioni dell’asino”, a cura di Stefano Guerriero) insieme ad altri racconti e saggi.

Giovanni Giudici, in un’istantanea del 1992

Viani, sociologia del calcio
tratto da “La vita in versi”, 1965

Il “protagonista” dichiarato di questa poesia, è Giuseppe (Gipo) Viani. Nato nel 1909 a Nervesa della Battaglia (ribattezzata dagli amici di bevute Nervesa della Bottiglia), fu prima calciatore dal fisico imponente (dell’Ambrosiana, futuro Inter, dove nel 1930 vinse uno scudetto, della Lazio, del Genoa e del Livorno, tanto per citarne alcuni) e poi, dai trent’anni, allenatore di club, commissario tecnico della Nazionale e manager. Animo godereccio, amante del poker come della vita notturna, inventò il ruolo di libero e il catenaccio (tecnica indicata come “Modulo Vianema”, crasi di “Viani” e “sistema”); dopo un infarto e un’uscita di strada dovuta alla forte velocità, subì un gravissimo incidente stradale nel 1966, mentre da Genova (2) stava tornando verso Milano, che lo costrinse a una lunga inattività e minò per sempre la sua salute. Morì a Ferrara il 6 gennaio 1969, per un infarto e in una stanza d’albergo, dopo la partita Piacenza-Udinese che la seconda, di cui al momento era direttore tecnico, aveva perso per 2 a 0 (3).

Gipo Viani, ai tempi dell’Ambrosiana (stagione 1928-29)

Il contesto della poesia – un poemetto in cinque strofe – è quello di un’intervista televisiva. Gipo, “mago del calcio”, è un uomo ormai provato cui è “sconsigliata / la panchina ai bordi del campo – luogo / di emozione tremenda” e “prescritta / moderazione nel cibo e nelle bevande” – da notare l’abbondanza di enjambement che, esaltati dalla planarità dei versi, evidenzia la partecipazione emotiva di G.G. alle sue sorti. Riflettendo lucidamente (“senza balbuzie”, era questo un suo difetto) sulla realtà del calcio, Gipo parla di Josè Altafini (“astuzia, un po’ di fiuto, volontà, / un po’ di cattiveria – non molta”) e Libonatti (“Le camicie di seta a dozzine l’estroso / Libo [per Libonatti sta] comprava”), e descrive i tempi crudi, veri, concreti della propria carriera (“accelerati, valigette di fibra, / campi invasi, allarmi, bòtte, / anni di fame senza fama – dice: / e il poker notte su notte”), contrapponendoli a quelli attuali (“Questi no: altri tempi – soggiunge”).

Tramite quel “soggiunge”, punto di svolta del poemetto, G.G. ci mostra un Gipo che, arrivando ai calciatori del momento, parla sottovoce, e abbandonato lo sguardo tecnico, si fa quasi intimo; con chiarezza, con una calma priva di enfasi, descrive il meccanismo in cui sono inseriti, che li tiene in un mondo a parte, sganciato dalla vita reale, affinché si concentrino unicamente sul gioco del calcio – con lo scopo ultimo, da parte degli investitori, che il più possibile rendano, aggiungo io:

Li custodiamo in aria rarefatta, 
senza pensieri.
Più a lungo di noi resteranno
giovani – di esserlo non hanno tempo
[..]
Senza difese li lasceremo alla vita.
Altro soffrire non gli diamo che un’ora
e mezza di partita.

È questa una riflessione profondamente umana; per come prospettata da G.G., probabilmente figlia dello stato di consapevolezza che Gipo ha raggiunto grazie alle proprie esperienze dirette – al di là del fatto che lo stesso abbia mai pronunciato queste parole, che l’intervista televisiva in oggetto sia realmente avvenuta. I due enjambement, in particolare il primo (“Più a lungo di noi resteranno / giovani”), sottolineano la sottile manipolazione di cui i giocatori di calcio del momento erano oggetto.

Poi la quinta e ultima strofa, dove la poesia diventa esplicita e G.G. arriva al punto “sociologico”, senza fronzoli (qui come altrove, e a maggior ragione):

Tutto questo parlare di calcio 
per non parlare di altro
– tutto questo per non guardare
l’essenziale del mondo:
[..]
Applaudiamo, stiamo ai patti,
non cerchiamo di capire!
Tutti questi quattrini per niente
certo nessuno li dà
– allora, se paga qualcuno,
qualcosa non va.

Ecco perché, anticipando questi versi, nello scritto “Il calcio di Stefano Strazzabosco” avevamo chiosato che G.G. riteneva, più o meno, il calcio l’oppio dei popoli; a questi primi versi guardavamo (“Tutto questo parlare di calcio / per non parlare di altro”) e all’efficace anafora (“tutto questo”) che pienamente rinforza il concetto.

Negli ultimi versi in quartina, in esplicito il concetto che S.S. avrebbe poi rappresentato tramite le “lucertole chiare” che corrono lungo le “crepe nei muretti”: già nel 1965 il calcio era collegato ai “quattrini”, che “per niente / certo nessuno [versava]” – c’era, in questo un secondo fine, “qualcosa non [anda]va” (ovvero, l’intento di distrarre le masse affinché non guardassero “l’essenziale del mondo”); e sottolineiamo, in una scrittura così parca di artifici retorici, l’efficacia della rima utilizzata a fine verso (dà – va).

Racconti sportivi
tratti da “La vita in prosa”, Edizioni dell’asino, 2020

I racconti in questione sono sei; l’attenzione è sui tre che sembrano riverberare da esperienze dirette di G.G., tutti possibilmente ambientati alle Grazie, legati alla sua infanzia e, anticipiamo, accomunati da uno stile che decisamente ricorda quello adottato in poesia.

Veduta di “Le Grazie”, ma senza campo di calcio, che dobbiamo
continuare a immaginarci

Il più intimo, “Un campo sul mare”, è quello che scegliamo di analizzare in dettaglio. Partendo in quarta, fornisce subito un primo indizio poetico, quello di una certa circolarità – contenendo l’apertura e la chiusura le stesse parole, pur in forma e disposizione variata. A dimostrazione, l’incipit: “Il campo era vicino ai cantieri, tra il mare e la strada: era lo spazio, irto di pietre rosse, lasciato libero da un cantiere mancato, che avrebbe dovuto allinearsi fra gli altri“; nel paragrafo finale, analogamente: “quel campo irto di pietre rosse, costretto fra i platani della strada e il verde mare, che aveva i cantieri a fianco”.

Il racconto si rivolge a un “tu” che è G.G. stesso – facile l’identificazione; ne è fulcro il calcio praticato in quel campo, e naturale conseguenza, la riflessione sull’oggi dei primi anni ’50 raffrontato a ieri.

Iniziamo dalle squadre che lo frequentavano: quella “dei ‘liberi’ calciatori del tuo paese”; quella dei “ragazzi” (“e giocavi anche tu ch’eri di loro”); quella dei “celebri calciatori del capoluogo”, che non disputava partite però, limitandosi a guardare e commentare “i ‘liberi’, con l’aria di chi se ne intende”. Poi, le modalità di gioco per i “ragazzi”, che G.G. ben conosce per militanza diretta, come sopra abbiamo appreso: la durata non stabilita (ore), la formazione delle squadre e i ruoli più ambiti (centravanti, portiere o ala, in quest’ordine), inclusi due cenni a parte su quello di terzino (“destinato ai ragazzi taciturni [che con zoccoli di legno] tiravano spesso agli stinchi”, di cui uno “morì, fatto grande, durante la guerra fucilato da qualcuno” – spunto umano e politico di non poco conto; e chissà a chi G.G. si riferisce). Infine, il ciclo naturale della vita: si cresce, si diventa adulti (grandi), e quindi ecco il lavoro (“molti, finita la quinta classe [..] andarono nei cantieri a lavorare. Passavano vicino al campo [..] tutti sporchi di pece, erano stanchi, non si fermavano più”), il metter su famiglia (“qualcuno [..] sposava, e non lo vedevi più insieme agli altri indossare la maglia rossa”) e l’andarsene (come capitò a G.G.: “poi t’allontanasti dal paese, e i tuoi radi ritorni furono tutti nel periodo delle vacanze. Ormai non giocavi più”), con il conseguente, inevitabile distacco, o disinteresse. Da notare, stilisticamente, l’abbondare dell’avverbio temporale “più” in questi stralci legati al diventare grandi – che trasmette insieme un senso di definitivo abbandono e di dispiacere.

“Gli anni sono passati ancora, tu da molto tempo non dai più un calcio al pallone”, prosegue il testo, introducendo la riflessione sull’oggi degli anni ’50 – e di nuovo, c’è il “più”. Ne sono oggetto “quei ragazzi d’allora del tuo paese”, di cui “sono pochi quelli che [ancora] tirano calci”, visto che “la forza la buttano tutta per i cantieri” (allittera, l’ostica “t”, e non è un caso) oppure “per gli altri luoghi del loro lavoro” (endecasillabo, e di nuovo non per caso); e se “qualcuno è rimasto sul campo”, non è con le modalità semplici e povere dell’infanzia che gioca ora, né su quello “irto di petre rosse”. “Tu lo sai” continua il racconto, perché leggendo “le cronache delle partite [e] le formazioni di serie C, di serie B, di serie A molto di rado, trovi un cognome che non t’è nuovo” che finisci poi per identificare (“è lui, è lui di certo”). Con un paradosso si conclude la riflessione: i pochissimi (“non più di uno o di due”) che hanno raggiunto la serie A “non ti sembravano nemmeno i più bravi nei giorni di una volta”; mentre sono “i modesti” di oggi, quelli “che allora ti sembravano i più bravi” (e quest’ultimo, ancora, è un endecasillabo). Chissà cosa ha determinato questa sorta di inversione di destini, sembra chiedersi G.G., così amara – e non ipotizzando risposte.

Dal punto di vista stilistico, osserviamo che l’intero racconto contiene locuzioni-chiave più volte ripetute nel testo, in forma intera o parziale o variata, a mo’ di anafora – di fatto, anafore. Alcuni esempi: “la squadra dei ‘liberi’ calciatori del tuo paese” (inclusa la ripetizione di “del tuo paese” e di “liberi” in forma slegata); l’abbondante utilizzo del verbo “giocare” coniugato nei più vari modi, tempi e persone; “gli anni sono passati”; tutti i “più” utilizzati. È questo delle anafore l’ulteriore, importante indizio poetico che, insieme a quanto già evidenziato (la circolarità di inizio-fine racconto e l’uso diffuso di endecasillabi), ci autorizza a sostenere la similitudine tra lo stile narrativo e poetico di GG; e sì, ci sentiamo di rispondere a GG, “tutta quella prosa [è] servita alla poesia” – così come il viceversa.

Infine, guardando dall’alto l’intero quadro delineato, in questo racconto leggiamo il rimpianto – per la giovinezza, il paese e la “libertà” dell’infanzia – così come l’infrangersi dei sogni al cospetto della realtà che segna il diventare adulti.

Per esigenza di sintesi, e non perché non varrebbe la pena adeguatamente approfondire, brevemente citiamo altri due racconti – le cui caratteristiche stilistiche e contenutistiche sono del tutto analoghe a quelle appena descritte.

Grazie al primo, “Le figurine”, apprendiamo come le stesse fossero “di cartone, di latta, di celluloide”, e come anche allora, inoltre, fossero “difficili” (introvabili) o “facili” (in abbondanza). Raffiguravano giocatori di cui ormai si è persa memoria: Provera, portiere del Casale, o Cevenini III dalla maglia color caffè, o Levratto e Volk “popolarissimi [..] per la faccenda delle reti sfondate” (episodio di cui non resta traccia) – salvo eccezioni come Meazza, se non altro ricordato per lo stadio milanese dedicatogli, e Piola, che però “ancora non era popolare”. Utile a serbare la memoria, questo racconto descrive anche come si giocavano le partite a figurine, e come spesso capitasse di schierare formazioni con pochi nomi ripetuti (magari, quattro-cinque soltanto) visto che “anche tra quei ragazzi che eravamo, c’erano i ricchi e c’erano i poveri” – e a parte la fortuna, la questione pesava eccome se le figurine si compravano insieme alla cioccolata (erano contenute nel sottile involucro). Se uno la cioccolata non se la poteva comprare …

Album delle figurine Panini, in cartoncino sottile, da incollare con la coccoina (archivio dell’autrice)

Il secondo racconto, “Un campione di periferia”, entra nel vivo del gioco e ce ne descrive le azioni – contiene spunti tecnici, ma non vi si sofferma. Arrivato alla partita “all’ultimo minuto, al limite estremo”, con l’arbitro “che dava segni di impazienza, e voleva a tutti i costi portare il canoro fischietto alle labbra per il trillo decisivo”, il campione entra in campo con una maglia qualsiasi e toglie dagli impicci “il ragazzino, gracile, inesperto, emozionato, un collegiale al suo primo ballo, che avrebbe dovuto sostituirlo”, il quale pensa, non senza un certo sollievo: “questa volta è passata”. Le gesta del campione sono notevoli: calcia “con forza un magnifico traversone all’ala sinistra”, ma questi “non è bravo come il campione” e “l’asso crolla il capo in segno di disappunto”, mentre il “debuttante mancato [commenta] con gli spettatori vicini: ‘E’ proprio sprecato per noi’ “; più notevole ancora, infine, il risultato dell’incontro: 4 a 0 per la squadra del campione, con una rete segnata dallo stesso e le altre… “tutte merito suo”. Il finale è umanissimo: “Quella sera, al bar” il campione “si siederà a un tavolino [..], comincerà a raccontare: si farà dare una matita e un foglio di carta [..] per mostrare la tecnica di una sua discesa”, finché, verso le undici e mezza saluterà e se ne andrà: “altrimenti chi s’alza domani mattina?” – perché l’indomani, il campione “si ‘incollerà’ la ‘cofana’ di calce nel cantiere dove lavora”. Per lui, solo la gloria della domenica in campo, o al bar del dopo partita.

Un’ultima riflessione riguarda il modo in cui sono trascritti nei racconti i termini in Inglese.

Adesso, in un testo in Italiano tali termini si utilizzano sempre al singolare – per esempio, si scrive e si dice “i film”, con “film” al singolare; G.G. invece scrive “films”, vedi il racconto “Un campione di periferia”; un’altra osservazione riguarda la “rete segnata”, adesso indicata con “goal”: G.G. la indicava come “gol”, vedi il termine “gols” del racconto “Un campo sul mare”. Nei primi anni ’50 eravamo agli esordi della nostra americanizzazione, ancora forse non esistevano certe regole simil-grammaticali; e bene ha fatto il curatore del volume a lasciare le cose come G.G. le aveva scritte.

Zelda S. Zanobini, poetessa e critica letteraria

Immagine di copertina
Genoa, 1963-64

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