Goethe. La vita delle foglie (2023). Intervista a Denis Brotto, a cura di Tania Gallinaro

Riflesso di un viaggio, immagine della creazione

Goethe non avrebbe acceso una sigaretta con quel gesto, così distante dalla mano di un uomo del suo tempo. Non avrebbe mai potuto cantare in inglese una canzone pop rock della fine degli anni Sessanta. Eppure Brotto gli concede proprio ciò che la storia gli nega: un altro tempo, un altro corpo, un’altra voce.

Un’altra immagine.

Goethe ritorna, ma per farlo deve perdere qualcosa di sé. Deve contaminarsi con il presente, attraversarlo, fino a diventare altro.

Ci sono film che raccontano un viaggio e film che, invece, ci chiedono di interrogarci su come quel viaggio possa ancora essere raccontato.

La vita delle foglie di Denis Brotto appartiene alla seconda categoria.
Goethe torna a Padova, ma non ritorna davvero nel suo tempo. Attraversa il presente con il corpo di Giulio Casale, attore e musicista contemporaneo, e con lui lo spettatore ripercorre spazi della memoria e spazi della trasformazione.

Il viaggio di Goethe oggi diventa un dispositivo per guardare il presente.
Fin dall’inizio il film rende evidente la propria natura di rappresentazione. Una riflessività che parla di creazione dell’immagine stessa rivissuta attraverso la produzione dei fototipi delle foglie a contatto con la luce, attraverso la creazione di forme antropomorfe, foglie con un cuore, attraverso la luce e il calore del fuoco che manipola il vetro. La materia che si plasma e prende forma, l’immagine del processo di creazione.

Anche il corpo di Giulio Casale è parte di questo dispositivo. Brotto lo sceglie per la somiglianza fisica o per la capacità di interpretare Goethe, ma in particolar modo per ciò che Casale porta con sé: la musica, una voce roca, una sensibilità verso il presente, l’ambiente, la società in cui vive. Goethe viene dunque attraversato da un corpo che non gli appartiene ma con il quale condivide forti affinità elettive.

Alla fine del cortometraggio Casale suona la chitarra e canta un pezzo in lingua inglese, si tratta di Keep me hanging on, di Holland-Dozier, scritto nel 1966 per The Supremes e reinterpretato nel corso degli anni da più artisti. A chi corrisponde quel volto segnato dai ricordi del passato? È ancora Goethe? È Giulio Casale? È forse entrambi. L’anacronismo giace nell’alveo stesso dell’opera: Goethe può tornare soltanto trasformandosi. La trasformazione che prende atto dalle nostre azioni comporta una metamorfosi continua della vita, comporta un cambiamento. Ma ogni cambiamento è perdita e dolore che si riversa nell’interpretazione intensa del brano finale.

La trasformazione è infatti una delle parole chiavi del film. È nella natura, nella memoria, nella materia e nel tempo. È nel fuoco che rimodella il vetro, nelle foglie che cambiano forma, nelle immagini che passano da un medium all’altro. È anche nell’uomo, costretto a perdere qualcosa ogni volta che cambia.

Goethe osserva la natura cercando una forma originaria capace di spiegare la molteplicità del vivente.

Alles ist Blatt: tutto è foglia.

La foglia diventa così un principio, un’unità minima dalla quale può generarsi una varietà infinita di forme.

Brotto porta questo pensiero dentro il cinema e dentro la storia delle immagini. Goethe guarda fotografie, cianotipi, impronte, immagini del passato. Un uomo del Settecento si confronta con forme della visione che appartengono a un tempo che non avrebbe potuto conoscere pienamente. E noi, spettatori contemporanei, guardiamo quelle immagini attraverso un altro dispositivo ancora: il cinema.

Anche il suono partecipa a questa stratificazione. Il vento, i passi, il ticchettio dell’orologio e la musica non costruiscono semplicemente un ambiente realistico. Sembrano piuttosto dare forma al pensiero di Goethe, al suo movimento irregolare, alla memoria che ritorna e si sovrappone al presente. Il suono racconta ciò che permane.

Forse è proprio questo il modo in cui Brotto guarda Goethe: non cercando di ricostruirlo, ma attraversandolo. Un procedimento che ricorda quello di John Berger, uno degli autori dichiarati di riferimento del regista: scomporre un’opera, attraversarne gli interstizi, per restituirla infine a uno sguardo nuovo e più umano.

Così l’Orto Botanico diventa più di un luogo. È uno spazio di passaggio, un laboratorio di metamorfosi, quasi un sillabario fatto di foglie, immagini, corpi e frammenti. Un luogo in cui passato e presente possono incontrarsi senza che nessuno dei due debba rinunciare alla propria identità.

Giulio Casale nei panni di Goethe osserva una scultura in vetro nel film La vita delle foglie di Denis Brotto

Intervista


(Tania Gallinaro) Vorrei partire da un parallelismo tra il tuo lavoro, Goethe. La vita delle foglie (2023) e il modus operandi di John Berger, in particolar modo in merito al suo approccio destrutturante nei confronti delle opere d’arte. Nei suoi scritti, Berger sembra attraversare queste opere, scomporle per poi restituirle al pubblico in modo profondamente rinnovato, personale. Penso ai suoi scritti su Frans Hals in particolare. Estremamente puntuali, ma al tempo stesso soggettivi e inattesi. Ti ritrovi in questa mia tesi?

(Denis Brotto) John Berger è tra i miei punti di riferimento più importanti. Molti suoi scritti sono per me imprescindibili. Tu ricordavi quello dedicato a Frans Hals, ma sono molti gli scritti a cui rifarsi: quelli sulla pittura inglese, quelli sulla pittura spagnola, su Goya e Velázquez ad esempio. E poi quelli sulla fotografia. “I nostri volti, amore mio, leggeri come foto” e “Questioni di sguardo” (“Ways of Seeing”) sono opere a cui torno in modo costante. Gli scritti di Berger inoltre non sono solo un riferimento per lo studio dell’arte, ma portano con sé l’invito a sviluppare un personale modo di vedere il mondo, una “way of seeing” che vada oltre le convenzioni. È in questo invito, credo, che si ritrovare una convergenza tra il suo pensiero e il tentativo che cerco di sviluppare nel mio lavoro.

L’atto di guardare non è mai indifferente, inerte. E certamente per il lavoro su Goethe questo aspetto ha avuto una rilevanza profonda. Provare a immagine Goethe che ritorna oggi a Padova, rinnovando il suo Viaggio in Italia e aggiornandolo al presente è un’operazione narrativa che necessariamente porta con sé uno sguardo soggettivo.

Dopodiché l’inizio di questa forma narrativa va ricercato per me in alcuni miei lavori precedenti. Penso a “Esedra”, la videoinstallazione che ho realizzato nel 2015 per il Museo Ebraico di Padova. In quel caso si intrecciavano tra loro dieci racconti dedicati ad altrettante personalità del mondo ebraico che tornavano a visitare i luoghi del loro passato. E poi La forma della memoria”, del 2022, il lavoro in cui ho raccontato la storia dell’Università di Padova riportando in vita quindici protagonisti del passato, tra cui Galileo Galilei, William Harvey, Lucrezia Cornaro, addirittura Pietro d’Abano, e immaginandoli negli spazi odierni dell’Ateneo, in una sorta di dialogo impossibile tra studiosi vissuti in secoli diversi, con modi diversi di vedere e interpretare il mondo. Una fusione di sguardi sull’oggi e sul futuro, a partire da identità che evidentemente hanno potuto riflettere sull’esperienza del vivere e sulla conoscenza in fasi storiche molto lontane.

Quando, alla fine del 2022, Carlo Calore, il responsabile dell’Orto Botanico, mi ha chiesto di pensare a un racconto su Goethe per il nuovo Museo Botanico di Padova è da queste riflessioni che ha preso forma “La vita delle foglie”.

Sovrapposizione visiva di affreschi classici nel film La vita delle foglie di Denis Brotto, che evoca i viaggi e la memoria di Goethe a Padova.

Il film è accompagnato da un continuo scarto temporale, dettato dai testi ma prima di tutto dalle immagini. Il viaggio di Goethe viene restituito allo spettatore attraverso molteplici piani temporali. È una messa in scena del viaggio di Goethe, più che una pretesa di immergere lo spettatore nella narrazione. Possiamo parlare di riflessività cinematografica?

Sono partito da un interrogativo, semplice ma fondamentale. Cosa accadrebbe se Goethe, dopo il suo viaggio di fine Settecento, avesse oggi modo di ritornare a Padova e compiere lo stesso viaggio, immerso però nell’attualità odierna, con i suoi cambiamenti profondi e con un nuovo insieme di difficoltà che l’essere umano deve fronteggiare: difficoltà in buona parte causate dall’essere umano stesso. Ho provato a immergere Goethe, con i suoi interessi molteplici, la sua ampiezza di vedute e curiosità, in un mondo diverso da quello che lui ha conosciuto. Il mondo delle scienze di oggi, il rapporto con la natura di oggi, l’Orto Botanico di oggi: fare i conti con un universo che in poco più di 200 anni ha vissuto una accelerazione per molti aspetti inimmaginabile ai tempi di Goethe. In questo senso, la riflessività non è soltanto cinematografica, ma si lega anche alle trasformazioni avvenute tra il 1786, l’anno del viaggio in Italia di Goethe, e l’attualità. Rileggendo Viaggio in Italia ciò che sorprende è constatare come Goethe parlasse all’epoca, in un contesto politico, sociale e culturale molto diverso rispetto ad oggi, di una Università in fase di cambiamento profondo. E non solo. Anche di un salone, Palazzo della Ragione, destinato a mutare il proprio ruolo per la città. La stessa Chiesa di Santa Giustina, con cui Goethe avverte una profonda sintonia, è vista come un luogo in trasformazione.

In quest’ottica, il corpo di Giulio Casale diventa centrale nel racconto. Sullo schermo lo spettatore non incontra Goethe, ma l’interprete stürmeriano, dalla voce roca, che racconta attraverso la propria musica e senza inganno i drammi dell’uomo moderno. Casale diventa così un corpo cinematografico e, di conseguenza, una tela sulla quale proiettare una narrazione a sua volta frammentata. Mi riferisco alla scena molto bella all’inizio del film, in cui Casale guarda verso il nulla e nel suo volto vengono proiettate delle immagini, dei disegni. Cosa ne pensi dello statuto del corpo dell’attore in questo tuo lavoro?

Penso che la possibilità stessa di realizzare questo lavoro si sia concretizzata solo nel momento in cui ho individuato in Giulio Casale il protagonista del film. Senza di lui difficilmente questo racconto sarebbe potuto emergere con questa efficacia.

Sono molte le ragioni che mi hanno portato a individuare in Giulio Casale un odierno Goethe: non solo la fisicità, ma anche una certa attenzione a mondi che vanno al di là dell’ambito culturale o musicale. Un interesse rivolto alla società, una visione politica in senso autentico, e dunque molto distante dalla politica di oggi, fatta di condotte spesso incomprensibili. In Casale convivono interessi filosofici, sociali, ma anche ecologici, legati al rapporto tra essere umano e ambiente, che mi hanno fatto pensare a lui come interprete ideale.

Il suo è un corpo che agisce, si muove nello spazio, mentre il racconto viene condensato solo all’interno del voice-over. Anche per questo volevo che quel nodo di passioni incarnato da Casale rientrasse nel film, influenzasse la stessa rappresentazione di Goethe. Ci sono alcuni momenti in cui queste influenze divengono evidenti: Goethe che fuma una sigaretta, nonostante Goethe non fumasse, o Goethe che canta un brano in inglese anziché in tedesco. Sono delle personalizzazioni che offrono una diversa sostanza all’interpretazione di questo ruolo da parte di Casale, non solo più contemporanea, ma anche più soggettiva, ritornando al pensiero di Berger.

Il brano “You Just Keep Me Hanging On” inoltre non è casuale. Si tratta di una canzone che ha avuto fortuna in ambito musicale nel corso del secondo Novecento: penso soprattutto alla versione di Tim Buckley, anche se quella più nota viene dalla musica pop di Patsy Kensit. Ma le parole del brano sembrano richiamare il vissuto stesso di Goethe. Quando parte per l’Italia, nel 1786, interrompe la lunga frequentazione con Charlotte von Stein. Eppure quel rapporto, fatto di profonde affinità elettive, non lo abbandonerà mai del tutto. In tal senso, in questo continuo ripensamento del suo viaggio offerto dal film, mi sembrava che quel brano potesse riprendere questo filo di pensieri ponderato da Goethe.

Giulio Casale nei panni di Goethe in una scena del film La vita delle foglie di Denis Brotto, ambientata in uno studio antico con libri e carte

Nel monologo recitato da Casale emergono alcune riflessioni tratte dal libro “Viaggio in Italia” di Goethe. Suppongo, dunque, tu abbia rielaborato il testo originale per scrivere la sceneggiatura del tuo film. Ti è mai capitato di riconoscerti, personalmente in qualche passaggio del libro? Penso, ad esempio, al momento in cui Casale-Goethe si interroga sul divino e sulla creazione.

Tutto ciò che è confluito nel racconto nasce dal “Viaggio in Italia” di Goethe. Si tratta di considerazioni che hanno creato una risonanza in me. Ma anche “Metamorfosi delle piante”, il saggio che Goethe scrive a partire dalle considerazioni fatte all’Orto Botanico di Padova a fine Settecento, ha avuto un ruolo molto importante. Goethe ragiona sul ruolo del sacro all’Orto botanico, perché una palma gli suggerisce che ci sia una contiguità fra la forma delle foglie e la forma delle mani dell’essere umano, avallando un legame tra umano e vegetale. Ipotizza l’esistenza di una sorta di Urpflanze, di pianta primigenia, originaria, che in qualche modo precede tutto il resto. Un’idea molto affascinante. E questo rapporto fra arte e sacro a cui Goethe dedica molte delle sue riflessioni, è spesso presente anche nei miei lavori: cercare di comprendere quale sia il ruolo del sacro in un momento storico in cui la funzione della religione è sempre più marginale.

Anche per me, inoltre, l’Orto Botanico ha rappresentato un luogo di grande significato. Da studente ricordo di averlo frequentato per lungo tempo. Interi pomeriggi, lì a leggere, studiare, o anche solo per passeggiare. All’epoca l’ingresso era libero. Era un luogo di incanto, che permetteva di entrare in contatto, come e quando si voleva, con gli esseri viventi che lo popolano, le piante, la natura.

Anche l’idea di adattamento come meccanismo di metamorfosi formulata da Goethe mi ha affascinato. Goethe indica come il cambiamento implichi una perdita, dunque una sofferenza. Lo ripete non solo in “Viaggio in Italia”, ma anche in “Della mia vita”, una sorta di autobiografia in cui racconta il suo percorso educativo, il rapporto con la figura paterna, nonché la sua crescita e il susseguirsi di trasformazioni che accadono nella sua vita. Arriva a dire che la formazione è cambiamento, ma anche che la formazione è sofferenza, in quanto implica una perdita. Un principio che vale tanto per l’uomo quanto per la natura.

C’è poi una sequenza del film in cui Goethe osserva delle fotografie. Com’è nata?

Sì, guarda delle fotografie dell’Orto Botanico, delle foto d’epoca, ma successive al suo viaggio in Italia. Un modo per mettersi in risonanza che le varie epoche attraversata anche da quel luogo in cui lui ritorna oggi idealmente. E anche un modo per fare i conti con una immagine che cambia statuto, cambia medium, cambia identità. Dai disegni dei libri del Cinquecento alle fotografie dell’Ottocento, sino alle immagini in movimento. Una propagazione delle possibilità della visione con cui Goethe sembra provare a fare i conti nel film. In un altro momento, osserva delle immagini cianotipiche, create da alcune foglie a contatto con la luce del sole. Anche la fotografia cianotipica è un’altra delle novità di metà Ottocento, che Goethe fa in tempo a scorgere prima della sua morte.

La videocamera è una presenza percettibile nel film, spesso in movimento. Il tuo ruolo sembra quello del regista-demiurgo che attraverso il linguaggio cinematografico mette a disposizione degli uomini un potere ultraterreno, quasi divino. Qual è per te l’equilibrio tra realtà e finzione nel cinema?

I miei lavori uniscono spesso finzione e documentario. Gli elementi finzionali dialogano con quelli più realistici. E anche per “Goethe” queste due componenti hanno dovuto trovare un equilibrio. Un tratto di verità, di autentico, a cui si unisce un elemento di creazione. Il Goethe reinventato del film si trova dunque a vivere un nuovo viaggio in Italia a distanza di più di 200 anni, con alcuni cortocircuiti temporali di grande impatto. Penso ad esempio al momento in cui entra all’interno della Chiesa degli Eremitani, che Goethe aveva visto ammirando i dipinti del Mantegna. Ora si trova ad ammirarne invece i frammenti. Quegli affreschi sono andati in buona parte distrutti durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, proprio in quel momento, di fronte a un passato ora in frantumi, Goethe rievoca la prima volta in cui ha avuto modo di vedere il mare, a Venezia, il giorno dopo aver visitato Padova nel settembre del 1786. Dai frammenti del presente riemerge la meraviglia del passato.

Fototipi e stampe cianotipiche di foglie realizzate nel cortometraggio La vita delle foglie di Denis Brotto

Alles ist blatt, tutto è foglia. Goethe matura qui, in Italia, un pensiero che approfondirà poi nel Saggio sulla metamorfosi delle piante. La foglia diventa il principio morfologico attraverso cui leggere la trasformazione delle forme vegetali, l’unità dalla quale si manifesta la molteplicità della natura. Se volessi trasporre il concetto nel cinema direi “foglia come picture element”. Ma oggi il pixel è l’unità minima attraverso cui si compone un mondo nuovo: quello dell’immagine digitale, del virtuale, della realtà elaborata dalla macchina. Se Goethe cercava nella foglia una forma originaria capace di spiegare la molteplicità del vivente, possiamo oggi guardare al pixel come all’elemento minimo di un’altra forma di realtà?

Dal punto di vista tecnico, il pixel è certamente l’elemento minimo che caratterizza la visione dell’immagine contemporanea. Tuttavia, se arrivassimo a dire che oggi “Alles ist pixel”, credo sarebbe difficile rinvenire la medesima meraviglia del creato che Goethe coglie nella forma di una semplice foglia. Oggi, infatti, molto del nostro universo visivo vive per mezzo del pixel, ma ci restituisce un mondo fotografato, digitalizzato, archiviato che sembra aver irrimediabilmente perso la capacità di sorprendere, di creare una fascinazione, di portare con sé bellezza. Si assiste a una dimensione bulimica nella produzione di immagini, a una possibilità di conservazione considerata come oracolo. Eppure, l’incanto sembra svanito.

Forse anche questo passaggio, dalla foglia al pixel, non fa che testimoniare quell’idea di cambiamento espressa da Goethe: una trasformazione che implica una perdita. Nonché una sofferenza. L’immagine del fuoco, che più volte torna nel film, si lega a questa dimensione. Il fuoco è quello che Goethe accende all’interno dell’orto botanico, poco prima di avvicinarsi alla palma durante una visita notturna. Ma il fuoco è anche quello delle vetrerie, qui ripensate come laboratori alchemici, in cui il vetro, attraverso il fuoco, viene rimodellato sino a creare foglie viventi, con un cuore incandescente. Una nuova fusione di umano e vegetale, in cui Goethe è rappresentato come un giovane apprendista, un osservatore che da lì trae ispirazione per il suo concetto di cambiamento. A qualcosa che si perde, come la materia che forgia il vetro, corrisponde qualcosa di nuovo.

Esiste nel film una divergenza continua tra il piano del suono diegetico e quello extradiegetico. Il vento tra gli alberi, i versi di uccelli, il rumore di passi, il ticchettio dell’orologio. E poi quel suono alterato di chitarra elettrica che accompagna le sequenze iniziali del film, in netto contrasto con la narrazione. Possiamo considerarla in tal senso una “rappresentazione acusmatica” del reale? Ovvero della dimensione temporale del meccanismo narrativo, della ripresa?

La componente sonora del film non fa che rappresentare una sorta di stato mentale del protagonista. Goethe è un groviglio di pensieri, di riproposizione di eventi del passato, di riletture di quegli eventi alla luce dell’oggi. I suoni si uniscono alle sue parole. Si ricostituisce in qualche modo il funzionamento del pensiero, in cui non sempre c’è una consecutio logica. Una frammentazione che il suono dilata, espande, direziona. Si entra nel vivo delle sensazioni provate da Goethe.

In tal senso, possiamo forse parlare di “rappresentazione acusmatica”.

Ho ripreso questo concetto da un passaggio che a me era piaciuto molto nel tuo ultimo libro “In una coltre di nubi” dove si parla di suono come rappresentazione acusmatica, nello specifico, del divino.

In effetti siamo in un tentativo di rappresentare i pensieri, le riflessioni intime, di Goethe. Ci sono sentimenti che possono emergere solamente attraverso il non detto. Penso in particolare ai richiami all’amico Karl August, che propizia il suo viaggio in Italia, e a Charlotte Von Stein, in una relazione che invece si chiude proprio a causa del viaggio. Le azioni di Goethe, le sue scoperte, il suo stato d’animo vivono un legame in cui eventi e affetti tendono a fondersi. Qualcosa che accade del resto a ognuno di noi in momenti diversi della vita.

Su tale aspetto, il film prova a ricreare una dimensione liquida tra azioni concrete e sensazioni interiori. Una rappresentazione acusmatica dei cambiamenti che il tempo porta con sé.

Cambiamento, ancora una volta. Dunque, perdita.

Non posso che ringraziarti del tuo tempo e delle tue parole.

Tania Gallinaro, mediatrice di imprese culturali creative

Immagine di copertina
Giulio Casale nei panni di Goethe nel cortometraggio La vita delle foglie di Denis Brotto, illuminato da una lanterna su antichi libri.

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