Piante palustri secche che emergono dall'acqua in un'atmosfera nebbiosa

Quel che si perde, di Antonio Varchetta. Commento critico di Francesca Zanette

Una delle definizioni più convincenti di racconto è quella attribuita a V. S. Pritchett che dice: “il racconto è qualcosa di intravisto da lontano con la coda dell’occhio, di sfuggita”. Giusto: lo scrittore coglie una specie di verità, la lavora, tenta di plasmare un’intuizione per renderla qualcosa di duraturo. Il fascino della forma breve sta proprio lungo il perimetro della narrazione: lì si gioca la partita tra ciò che è raccontato e ciò che viene lasciato fuori, lasciato cioè a noi lettori. Brevi (Carver, Čechov), brevissimi (Kafka, Borges, Manganelli) o sempre sul punto di diventare romanzi (Alice Munro): in ogni caso i racconti sono luoghi densi di inconscio. Quelli che funzionano, si intende; creature tiranniche, impongono a chi scrive continue scelte sofferte, l’uccisione di intere frasi, il sacrificio di strade alternative.

Copertina del libro Quel che si perde di Antonio Varchetta edito da Cleup

Quel che si perde di Antonio Varchetta (Cleup) è una raccolta di racconti ben riuscita in cui l’ellissi fa il salto di specie: da tecnica di stile a forma del contenuto. Le vite in queste pagine sono infatti piene di scelte non prese, amori non dichiarati, imprese non tentate. E tra ciò che accade e sarebbe potuto accadere, tra ciò che si è detto e avremmo potuto dire, negli appuntamenti mancati, nei continui sfioramenti più o meno consapevoli, nello spazio di volontà che precede ogni decisione, ecco, lì rimane una traccia residua di senso che va compresa e che sfugge. Proprio per questa condivisa atmosfera di fondo malinconico-fluttuante il libro è leggibile come progetto unitario in diciassette variazioni.

Mestre, Jesolo, suburbano veneto: i personaggi si muovono in una quotidianità media; vanno al lavoro ogni mattina sottopagati e precari, preparano la borsa, fanno le cose che vanno fatte.

In Convergenze, due colleghi venditori porta a porta della Effe aspirapolveri passano insieme le giornate di lavoro, campanello dopo campanello, proponendo prodotti in cui sono costretti a credere e intanto si conoscono, giocano alla danza degli sguardi, sanno di piacersi ma, vorrebbero però. Mentre risulta facile sedurre il cliente e varcare la soglia di case sconosciute, superare la schermatura dei loro sentimenti è impossibile, la tensione erotica resta sospesa finché non si accorgono entrambi che il momento è passato.

Altre volte, come nel racconto Belvedere, l’incontro è mancato sottoforma di un rimpianto per un dialogo mai avuto col padre, un padre che si riesce a comprendere davvero solo dopo anni tornando nell’omonimo albergo che la famiglia gestiva, solo aperto l’armadietto del bagno con il Toradol Plasil Pantopan, solo adesso che tutto è finito e fallito e c’è da “controllare cosa dobbiamo tenere e cosa dobbiamo buttare”.

Dettaglio di una facciata di condominio con tapparelle abbassate

Che sia l’impossibilità di mollare il lavoro per qualcosa di meglio o il continuo rimandare la stampa di una foto di compleanno o ancora (come in Asincroni) la paura di chiarire con una ragazza scopata in una notte senza pretese, in ogni caso questi personaggi commettono l’unica colpa è “di aver ceduto sul proprio desiderio” (Jacques Lacan, Seminario VII). Vi rinunciano, cioè scendono a patti con le proprie aspettative. Tutti chiusi nella loro soggettività vivono una realtà costantemente in potentia e mai realizzata; si arrabbiano poco, fanno poco sesso, agiscono con prudenza, sono monadi che si muovono su piani paralleli con traiettorie che per geometria viste dall’alto sembrano incidenti ma in verità non possono incontrarsi. Sono personaggi coerenti col nostro tempo abitanti di un mondo individualizzato e iperconnesso, in cui ci troviamo esposti a nuove melanconie. Ma Varchetta sembra suggerire che sia più di questo, ovvero che il mancato compiersi della comunicazione sia una condizione esistenziale. Un’impossibilità strutturale per come la realtà è costruita, piena di asintoti tra noi nell’istante presente e noi nell’istante idealizzato; come Achille non può raggiungere la tartaruga, la comprensione di sé e di sé nella relazione non si chiude mai felicemente e il paradosso riguarda anche i fatti che crediamo inopinabili perché neanche la memoria può colpire il bersaglio (come in Non volevano darci la cioccolata): c’è sempre un minimo scarto tra i ricordi di due persone o della stessa persona in due momenti diversi.

Un vecchio cancello metallico sbarra l'accesso a un campo avvolto dalla nebbia

Una scrittura rarefatta, paratattica, la sintassi tenuta corta per rendere sulla pagina i piccoli passi e le indecisioni, il tempo dilazionato e la nostalgia assurda per vite non vissute. E oltre a ciò, l’utilizzo di dispositivi che lavorano sulla temporalità talvolta per rallentare (come l’ecfrasi e il frammento), per creare dei salti (con la titolazione dei paragrafi), o in alcuni casi per invertire la direzione attraverso un montaggio che ci fa ripercorrere a ritroso i fatti, senza che si riesca mai a risalire fino all’origine, perché l’origine è sempre spostata un metro più in là. E poi, i fermo-immagine sulle architetture depresse della periferia commerciale o su un dettaglio che stacca la scena. “È strano. Le case latitano, i parcheggi no. All’estremità di quest’arco d’asfalto, ci sono già due piazzole. Osservo il retrovisore, e dietro la macchina, riconosco delle case, soltanto strutture abbozzate, però, sen senza identità, come se ininterrotti. Muri di mattoni e solette di cemento. Bassa e lunga la prima, quella più vicina; alta e stretta la seconda, quella più lontana. E sembrano tenersi a distanza, per conservare le proprie geometrie, per paura di contaminarsi.”

Questa gestione del tempo narrativo porta a cercare riferimenti nel cinema oltre che in letteratura, in particolare nella poetica di Antonioni. Il regista ferrarese in effetti fa questo: rende visibile ciò che succede tra due persone quando non riescono a dirsi niente. Raggiunge la dimensione astratta dei sentimenti e le dà forma sensibile. Esplicita i legami invisibili e lo fa riducendo la struttura dei suoi film al minimo per dare modo alla camera di entrare negli interstizi di una relazione: le trame sono scarne di eventi, i fatti spesso accadono fuori scena o non accadono, la macchina da presa insiste a lungo su un paesaggio, un cantiere, una piazza o sta sopra un dettaglio che diventa simbolico. Ed è un silenzio. Una disperazione. C’è quel momento, nel finale de La notte: Lidia e Giovanni al capolinea del loro rapporto, è l’alba dopo la festa, lui in completo scuro e lei in un abito nero elegante dalle spalline sottili. Si siedono sull’erba del golf club uno accanto all’altro ma la distanza tra loro è incommensurabile. Guardano davanti a sé in direzioni diverse; tutto ciò che si diranno da lì in poi è un fade out senza speranza.

Gabbiani che volano nel cielo grigio sopra i palazzi di una città

Allo stesso modo, in Quel che si perde i luoghi riflettono la psicologia dei personaggi, rivelano il loro spaesamento, talvolta è tedio, altre volte è disincanto. Troviamo in questi racconti un Veneto desolante grigio-rotonda, grigio-capannone, grigio-quartiere in aree urbanizzate troppo velocemente. L’effetto complessivo è quello di un’implicita denuncia: una regione già coperta per l’11,86% da superfici artificiali rischia di diventare un enorme incubatore di solitudine. Se il terzo paesaggio “è costituito dall’insieme dei luoghi abbandonati dall’uomo” (Gilles Clément, Manifesto del terzo paesaggio), con un gioco linguistico potremmo definire quarto paesaggio l’insieme dei luoghi dove l’uomo si sente abbandonato. Il libro ne mostra alcuni significativi: il parcheggio, ad esempio, è uno di questi spazi alienanti, predisposti per il passaggio di persone che pur incontrandosi non si percepiscono. In Stalli: ore 7:07, il piazzale del centro commerciale è deserto. Mattia ferma l’auto: lavora per il Comune a un’indagine statistica sull’utilizzo dei parcheggi. “Sotto il logo luminoso del Flunch un uomo ramazza stanco; oltre i vetri, una donna lava il pavimento con il Mocio. L’Auchan aprirà solo alle nove, prima bisogna farlo sudare per farlo brillare. L’oroscopo, alla radio, ha predetto una giornata fortunata per i nati sotto la Bilancia.” La parola “stalli” è allora un titolo dalla polisemia perfetta: posto auto ma anche la condizione in cui si trova il personaggio e in cui ci troviamo noi lettori di questi racconti vale a dire sospesi in una riflessione senza vie d’uscita e tuttavia necessaria, cioè chiamati al confronto con nostre reticenze, con la forza dell’abitudine che ci tiene schiacciati a terra e più in generale con la nostra incapacità di entrare davvero in contatto con l’altro.

Francesca Zanette, scrittrice e fotografa

Crediti fotografici: © Foto di Francesca Zanette

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