Franca Masu, poetessa del suono nella tradizione del canto algherese. Chiaro scuro / Interviste sul presente di Delilah Gutman

Franca Masu è testimone della lingua e della antica cultura catalana che ancora vive e si tramanda ad Alghero – nel 2019 ha ritirato il Premio internazionale “Ostana” per Scritture in Lingua Madre, nella sezione Musica – in un angolo di terra della Sardegna dove l’eredità dello splendore medievale della Corona catalano-aragonese si è pietrificata tra le vie e i palazzi di una città esposta alla bellezza e alle intemperie di un Mediterraneo che qui evoca più che altrove l’etimo del suo nome, mare “in mezzo” alle terre. La sua identità artistica, nel rispetto di una tradizione orale raccolta e studiata, è caratterizzata da una costante indagine attraverso un linguaggio che, dal jazz al canto tradizionale mediterraneo, rivolto all’esplorazione di nuovi territori sonori che convivono con il forte legame per il senso della tradizione stessa.

Incontro Franca nel 2021, in occasione del Festival letterario “Dall’altra parte del mare”, nello stesso anno in cui pubblica per WMusic il suo settimo album “Cordemar”, presentato a Roma all’Auditorium Parco della Musica.

Come e da dove nasce la ricerca vocale nella musica popolare che distingue la produzione artistica della tua carriera musicale?

Il canto è sempre esistito “dentro me” e in un viaggio a ritroso con la memoria risalgo alla primissima infanzia, quando già a quattro anni manifestavo la facoltà di poter cantare riproducendo tutto ciò che sentivo alla radio, ovviamente senza averne consapevolezza. Con il tempo, diventavo il divertimento dei parenti perché potevo imitare qualunque cantante di Sanremo, non solo cogliendo le particolarità di una voce, ma associandola alla gestualità che la accompagnava. Ancor senza coscienza, vivevo la spensieratezza del talento, regina delle feste perché ad ogni evento qualcuno esclamava “Franca ci canterà la canzone”. Perché Franca?

La risposta inizia a emergere con un incontro. Che rapporto inizi a sviluppare con la tua voce? 

Invitata ad una semplice festa di matrimonio, conosco un chitarrista di Alghero Marcello Peghin, che mi chiede gentilmente di esibirmi. Mi propone alcune canzoni di Vinícius de Moraes, bossa nova, e di Ornella Vanoni, che io non avevo mai ascoltato. Troviamo un compromesso intorno a una canzone di Mina, e canto! La canzone era “Insieme”: io scopro di essermi divertita e lui scopre la mia voce. Mi suggerisce di studiare perché il mio talento possa diventare anche uno strumento di lavoro.

Il musicista jazz Tony Scott mentre suona il clarinetto circondato da altri musicisti in una fotografia d'epoca in bianco e nero
Tony Scott © Wikimedia Commons

Perché inizialmente scarti l’invito a intraprendere questo nuovo percorso?

Ero impegnata negli studi universitari, mi sarei laureata a breve in Lettere Moderne. Più tardi, iniziai ad accettare di partecipare a serate dove l’interpretazione di musica leggera e qualche standard come Night and day o Summertime mi permettevano di accogliere quest’attività, che per me era sempre stata solo una forma di divertimento puro, come un’opportunità di dialogo con altri musicisti. Tra loro c’era un giovanissimo Salvatore Maltana che diventerà un nome di spicco nell’ambito del jazz non solo come contrabbassista ma anche come direttore artistico di “Nuoro Jazz”. I musicisti erano contenti, si divertivano e mi volevano un gran bene – diventammo grandi amici. È andata avanti per alcuni anni questa passione per il jazz fino ad approdare al grande incontro con Tony Scott, mitico nome del jazz americano, grande amico fraterno di Billy Holiday, fra i tanti nomi dell’epoca. Scott ha accettato il nostro invito per un concerto al Teatro Civico… fu indimenticabile quell’esperienza e fu l’inizio della mia storia. Era il ’95.

Alla fine degli anni ’90 inizia il tuo personale cammino di ricerca vocale. Che cosa succede?

Sì, nel ’96 l’allora Sindaco della città di Alghero, Carlo Sechi, mi invitò ad andare a sentire la grande cantante maiorchina Maria del Mar Bonet che si sarebbe esibita proprio in città. Mi chiese di farlo con  un’attenzione particolare, poiché le canzoni che avrei ascoltato erano anche le canzoni di questa splendida città di mare. Purtroppo, nessuno le stava più cantando e tramandando. I pochi cantautori o interpreti erano ormai anziani e non si prospettava ancora un cambio generazionale.

Conoscevi l’Algherese?

No, e risposi al Sindaco che, per l’appunto, non conoscevo l’Algherese! Mi rispose di non preoccuparmi di questo dettaglio, mi avrebbe aiutato lui. L’importante era che io potessi ascoltare questa cantante. Quella sera nell’ascoltarla al mio sguardo si svelò un universo. Maria era accompagnata da un trio di chitarre e un percussionista, musicisti spaziali: Javier Mas agli strumenti a corda, Feliu Gasull alla chitarra e Dimitri Psonis alle percussioni. Sentii cantare in questa lingua così vicina all’algherese, lingua a sua volta che io non frequentavo e non parlavo; la sentivo parlare a casa di mio marito. Compresi la richiesta del Sindaco, cioè studiare e appassionarmi a questa tradizione perché potesse non solo sopravvivere al tempo, ma vivere nel presente. Non fu difficile innamorarmi di questa lingua: era la lingua della mia identità e di una parte importante della mia storia.

Paesaggio tipico della Sardegna con albero solitario, rocce e profilo collinare sullo sfondo, evocativo dell'ambiente naturale di Alghero
Orune © Wikimedia Commons

I tuoi genitori erano sardi, ma non originari di Alghero. Quali radici distinguono la tua storia?

Mia madre era originaria di Orune, mio padre di Olbia, ma si trasferisce ad Alghero alla sola età di dieci anni, avvicinandosi alla tradizione algherese e facendola propria a tutti gli effetti. A casa, però, si parlava solo la lingua italiana.

La lingua sarda, dunque, non ti è stata insegnata nell’ambito familiare?

No. Non avevo voluto imparare niente di quella lingua che mia madre portava nel cuore, da “sradicata”, perché lei aveva lasciato la piccola Orune per l’appunto, per andare a studiare a Nuoro, all’età di dieci anni e da sola, poiché il padre voleva che diventasse maestra.
Imparare l’algherese, una variante arcaica del catalano, poteva sembrare, di conseguenza, quasi un atteggiamento snob nei confronti di mia madre. Ma lei comprese benissimo la mia scelta.
Comincia così, da parte mia, una ricerca spasmodica, uno “studio matto e disperato”, senza coordinate per orientarmi, se non di pochi dischi che esistevano in città – traccia di ciò che qualche interprete aveva inciso come il duo Pirisi o Luciano Musu – e qualche libro dove c’erano ancora i testi delle poesie, trasformate poi in canzoni.

In un repertorio popolare è molto importante anche la trasmissione orale. In che modo l’hai vissuta?

Ero in cerca di qualcuno che mi cantasse “canzoni dal vivo” e incontrai una straordinaria donna, autentica interprete appassionata e attrice di teatro popolare, Rosanna Ciampelli. Lei mi ha regalato molte testimonianze vocali… Finchè ho incontrato un grandissimo poeta di Alghero, scomparso prematuramente, una delle menti più eccelse della città: Rafael Caria.

Quando lo invitai a casa e gli spiegai il desiderio che avevo nel cuore, folgorato dalla felicità mi disse: “Ricordati una cosa, non cantare solo per gli algheresi! Tu dovrai cantare per il mondo, non devi pensare solo a noi, ma rivolgiti a tutti i 10 milioni di “catalano parlanti” che esistono al mondo, chiaro? Quindi comincia subito a prendere dimestichezza con il catalano e ascolta ogni giorno Catalunia Radio a onde medie” . Quando noi algheresi andiamo a Barcellona non è automatico che ci capiscano perché noi parliamo un dialetto e loro un catalano “standardizzato”. Per diffondere la storia di Alghero nel mondo, con la sua arte e la tradizione secolare, e con tutte le sue storie, era necessaria una mediazione tra l’algherese e il catalano. Quel poeta si raccomandò di ricordare sempre le mie radici, la mia “sardità”, essere figlia dell’isola.

Copertina dell'album El Meu Viatge della cantante algherese Franca Masu con il volto dell'artista affacciato sul mare
Copertina del CD “El meu Viatge”, Saintrock, 2000

Come avvenne il passaggio dal canto alla scrittura in lingua algherese?

Studiai come una matta. Quando decisi di incidere il primo disco, ahimè, molti degli autori dei testi si rifiutarono di depositarli in SIAE, ritirandosi dal progetto. Il produttore mi disse che avrei dovuto scriverli io e questo è stato l’esperimento più bello che io potessi fare in quegli anni: scrivere le cose che provavo. Quando studi una lingua e te ne appropri, alla fine pensi in quella lingua, sogni in quella lingua, bisticci in quella lingua, tiri gli improperi in quella lingua, ti diverti quando incontri i tuoi concittadini! Parlare in algherese è un arricchimento generale e questo mi ha restituito molto della mia verità di donna e di artista, perché le storie che racconto sono talmente vere e talmente vissute, fino all’ultima parola che pronuncio, che le vivo anch’io.

Le storie che ho raccolto sono accadute ad Alghero: amori disperati, non corrisposti, come quello di un uomo che si è lasciato “morire d’amore” perché la sua amata non lo ricambiava neanche con un saluto… È andata più o meno così, secondo i racconti popolari, e la canzone è Minyona morena; è molto probabile che abbia degli autori anche se si è sempre detto essere anonima. La canzone algherese spesso è la canzone della nostalgia, dell’addio, della malinconia per il distacco dalla terra, o per amori impossibili, ma è anche il canto del lavoro del mare, del pescatore, della campagna, insomma è anche un canto di festa.

Il mare è un tema caro ai canti popolari che nascono nella culla del Mediterraneo.

I napoletani spesso cantano l’addio davanti al mare o la dolce malinconia e si struggono per la loro città, perché come si suol dire “Vedi Napoli e poi muori”! I portoghesi allo stesso tempo cantano i ricordi di vita vissuta davanti all’immensità dell’Atlantico; il Fado è il canto del destino, di nostalgia per qualcosa che non si conosce ancora ma di cui si sente la mancanza, è tormento, lacerazione. Spesso mi piace fare dei paralleli tra questi tre paesi che hanno in comune molti elementi: se immagino un abbraccio ideale tra Lisbona, Alghero e Napoli canterei Canção do mar, Minyona morena e Passione, e riuscirei a creare un incrocio perfetto.

Vista del mare mosso di Alghero incorniciato da una parete in pietra, evocazione del legame tra la cantante Franca Masu e il Mediterraneo.
Alghero e il mare, HG Studios

La storia di chi incontri diventa tema d’ispirazione per le tue canzoni?

In un certo qual modo, sì. Io faccio tesoro dei racconti delle mie amiche, della gente in generale, se mi capita… mi diverto quando mi raccontano le loro vicende. Ascolto e allo stesso tempo archivio ogni parola, perché poi mi servono moltissimo per scrivere e per cantare: anche questo fa parte della ricerca che conduce al momento creativo. Si raccontano le cose che sono state, ma anche quelle che possono essere. È nelle nuove vicende che ritrovo quel piccolo filo di modernità e le rubo! I loro commenti, le constatazioni pseudo-filosofiche della vita, le emozioni… annoto e conservo tutto per trasformare questo prezioso materiale nella linfa nuova di una lingua che stava andando a sparire!  

Alcuni dei miei titoli dove ciò che racconto è qualcosa che ho sentito raccontare? L’alè (il respiro), oppure Al Càntar (è un luogo sulla costa che va verso Bosa), Salondra (scritta dal terrazzo panoramico del grande amico e stilista Antonio Marras), Entre tu i jo (Fra te e me, tratta da una storia di un lungo amore impossibile).

Con la scrittura di nuove storie, sperimenti anche un genere musicale cross-over. In che modo?

La fusion musicale che caratterizza la mia produzione si lega alla collaborazione con straordinari musicisti come Luca Falomi alle chitarre, Fausto Beccalossi alla fisarmonica e Salvatore Maltana che sono molto versatili, perché sanno “entrare” nella canzone napoletana, in quella francese, nel tango e nel fado, nella tradizione sarda come in quella della Corsica; amano le musiche greche come quelle delle coste magrebine. È una fusione multiculturale dove l’ascoltatore si può tuffare in molteplici specchi di mare!

Ma nel corso di questi lunghi 30 anni gli incontri illuminanti sono stati tanti e ognuno, per la stagione condivisa, mi ha donato tantissimo in termini di arricchimento artistico e spirituale. Parlo innanzitutto del mio primo produttore discografico che è stato uno straordinario Mark Harris, polistrumentista genialoide americano trapiantato in Italia che ha creduto in me e nel primo lavoro che si trasformò in un bellissimo cd dal titolo “El meu viatge” (Saintrock, 2000). Furono anni pieni di fermento quelli, dove si aprirono porte e scenari nuovi, specie in Catalogna, ma anche su palchi importanti come ‘Jazz in Sardegna’. Riconosco nei fratelli Palmas (ognuno per il suo ambito) quella che è stata una vera ammirazione per me, per il mio mondo musicale e riconosco che mi abbiano dato la “spinta” iniziale per ritagliarmi un vero e proprio spazio nell’immensa prateria chiamata worldmusic. Non posso dimenticare musicisti eccellenti con cui ho collaborato e che hanno scritto melodie bellissime per me, come veri abiti da sera cuciti addosso e sto parlando del chitarrista Marcello Peghin. Ci sono stati nel tempo altri incontri eccezionali che mi hanno fatto immergere in realtà musicali altre, e cioè quelle che sono le mie due grandi passioni il Tango e il Fado.

Nel tango non posso dimenticare il grande pianista Oscar del Barba, Hernàn Fassa, pianista di BuenosAires. E la collaborazione ancora viva con un duo formidabile, Giampaolo Bandini alla chitarra e Cesare Chiacchiaretta al bandoneon. Con loro il tango si trasformava in un sogno ad occhi aperti… 

Primo piano della cantante e poetessa algherese Franca Masu, interprete della tradizione musicale in lingua catalana.
Copertina del CD “Alguìmia”, Aramusica, 2003

Con la tradizione ti confronti inevitabilmente con il tema della memoria. Vuoi parlarcene?

La tradizione può evocare una propria memoria ma che può essere anche collettiva. Alla tradizione non mi sono avvicinata con un approccio di tipo filologico perché non mi sento “un’archeologa” della musica! Cantare la tradizione con un linguaggio in evoluzione credo sia invece il modo per rendere la tradizione stessa viva nel presente, con rispetto, naturalmente. Altrimenti, replicare il passato alla fine porta all’estinzione del ricordo. E allora, ben vengano gli arrangiamenti eleganti e raffinati ma moderni dei musicisti a cui ho proposto la rilettura delle musiche del passato specie della mia città…

La trasmissione orale di un repertorio di tradizione non si cristallizza, ma contestualizza i contenuti attraverso un apporto creativo costante, suscitato dal passaggio tra due testimoni. Il verso di un testo poetico può essere dimenticato, allora viene sostituito e reinventato. Così succede per un frammento di melodia. Tale processo determina una comunicazione di melodie che, seppur di tradizione, esprimono il senso del proprio tempo. Fino ad ora ci hai parlato della composizione poetica che caratterizza i canti del tuo repertorio. E le melodie?

Ho ripreso in mano alcune melodie del repertorio della canzone popolare algherese e ho cercato, anche solo spostando pochi accenti, di renderle eleganti, meno “rustiche”. Insomma, ho cercato di “vestirle bene” perché già avevano un’anima bella, cioè sentivo che in quelle strutture c’erano cellule di passaggi vocali interessanti che poi armonizzati sapientemente avrebbero dato un risultato molto gradevole.

Molte altre volte, invece, le melodie le ho pensate io stessa. È un modo di procedere nella composizione vocale che sto perseguendo, soprattutto nelle produzioni di questi ultimi anni. Io scrivo il testo, generalmente, dopo la suggestione di una breve melodia, un piccolo passaggio di note. Salvo l’idea musicale, la sviluppo, la completo, strutturandola in strofe e ritornelli. A quel punto, inizia una fase di ascolto: e completo la composizione, limando o aggiungendo contenuti…

A quel punto la canto e invio la registrazione ai musicisti, perché possano a loro volta elaborare l’armonizzazione e l’arrangiamento strumentale. Così abbiamo proceduto nella collaborazione con Salvatore Maltana, Luca Falomi o Marcello Peghin per canzoni come “Quedar-me sola”, “Aquamare”, “Amargantango” o “Cordemar” tanto per citare alcuni titoli. Non è semplice incontrare qualcuno che mi scriva canzoni, e io rispetto questo fatto nei musicisti che collaborano con me, perché capisco che comporre per una voce è un vero e proprio lavoro strutturato. Perciò, metto da parte la vergogna del mio “analfabetismo musicale” e mi dedico a rinforzare i talenti che il Signore mi ha donato: una voce e un orecchio affinato. Quando compongo una canzone, non so in quale direzione sto andando costruendo i passaggi, a volte procedo anche solo abitando le memorie che sono frutto dei miei ascolti.

Copertina dell'album Hoy Como Ayer della cantante Franca Masu con un'illustrazione artistica di una donna distesa.
Copertina del CD “Hoy como ayer”, Aramusica, 2008

A quale canzone sei particolarmente affezionata?      

Sono affezionata a tantissime canzoni, perché quando canto sento dentro me il peso delle parole e faccio in modo che non vadano disperse al vento. Io lavoro sulle emozioni e di conseguenza canto solo brani che parlano di forti emozioni e soprattutto sto attenta al testo. Se ci sono parole ostiche, cioè che “non suonano”, io non canto quel testo.

Cosa significa per te la canzone?

La magia tra i suoni e le parole. In ciò ritrovo la mia natura di musicista, una poetessa del suono: il poeta lavora con la parola, ma lavora con il suono della parola, anche prescindendo da una scrittura che ne definisca le altezze. Come ho detto precedentemente, la fusione perfetta deve avvenire tra memoria, poesia e suono.

In qualche maniera hai raccolto quella che è una eredità e sei partita da quello che hai trovato della tradizione algherese per recuperare un modo sonoro, una lingua. In che modo questo percorso e la musica popolare dialogano, oggi, con il linguaggio delle nuove generazioni?

Siamo in una società dove c’è una crisi identitaria fortissima tra tutte le generazioni. Recuperare un’identità attraverso una tradizione popolare permette di scrivere un futuro a partire da una memoria. La musica popolare è il fondo della verità che ci portiamo appresso. Siamo ciò che sono stati altri prima di noi e nei canti che tramandiamo è stato scritto un sentire, un vivere. È un bonus dicendi che nasce con la semplicità di coloro che ci hanno preceduto e che si sono avventurati nella scrittura di una canzone, perché potesse servire in una festa, per il piacere di manifestare sentimenti, o per accompagnare il lavoro dei campi… Anche semplicemente le canzoni di taverna, sono bellissime, no? Senza questa ricchezza non ci sarebbe la vera storia di un popolo e saremmo tutti uguali.
C’è una frase che io ho sempre citato all’inizio di ogni percorso. È tratta dalla fine del romanzo di Francesco Masala, “Quelli dalle labbra bianche”, sos laribiancos; dice “descrivi il tuo giardino e diventerai universale”. Mai una frase poteva essere più illuminante di questa in un momento di globalizzazione come quello che stiamo vivendo. Se io dovessi togliere tutta la storia a mia madre, l’unicità di tutti i suoi racconti, che cosa resterebbe? Nulla. Resterebbe la storia di una maestrina che ha studiato: la sua verità, quell’Orune, quella neve, quella fame, quel paese, quei sacrifici, quell’andare a scuola a piedi fino a Nuoro o sul carro di qualche pastore sconosciuto, senza scarpe, mi hanno trasmesso un significato e un grande amore per la vita e la consapevolezza di costruire un buon futuro.

Come le storie grandiose di Alghero, microcosmo marinaro.

Certo, Alghero. Ci sono nata e ci vivo, la amo. Io mi fermo sempre sulla muraglia, davanti alle reti dei pescatori che commemorano la fatica della pesca, dell’andare, del tempo, del non sapere se si tornerà, quindi dell’attesa che diventa un altro elemento importante nelle mie canzoni. E ancora, l’attesa delle donne, che stanno lì ad aspettare: è un tempo atavico, un tempo che non finisce mai, un tempo incommensurabile. Sono stata sempre affascinata del tempo vissuto dalle “donne di mare” in un infinito affidarsi, attendere, accogliere, accettare.

Tra le tue ricerche musicali, c’è una canzone che vorresti ricordare?

Mi è capitato un giorno di scoprire una canzone algherese molto interessante perché aveva una struttura armonica un po’ diversa dalle altre. È La nit ( la notte). La ricordo cantata  dai fratelli Avagnina che la scrissero. Il testo parlava del pescatore, della fatica per andare a pescare e della stanchezza, del sentirsi molto triste nella solitudine della notte. A differenza de “Lo nassaiolo” (scritta da Pasqual Gallo) il pescatore di aragoste, che invece è un motivo un po’ più  “leggero” perché il pescatore torna a casa con un bel carico di pesce e di crostacei e quindi c’è anche la soddisfazione per il guadagno della giornata. “La nit” invece parla della solitudine del pescatore, che viene accompagnato solo dalle berriquelles – le gabbianelle – uccelli marini che seguono il pescatore quando torna perché ha il pescato a bordo e curiosamente ho scoperto che l’impianto armonico era lo stesso di “É doce morrer no mar”, composto  nella music e nella prima parte del testo da Dorival Caymmi, con la collaborazione di Jorge Amado per i testi aggiuntivi tratti dal romanzo “Mar Morto”. Si parla sempre del pescatore, ma stavolta torna morto: la donna canta la disgrazia del suo uomo partito per mare, senza esser mai tornato se non con la croce nera sull’imbarcazione che indica  appunto: morto a bordo. In modo analogo si possono cogliere somiglianze tra “Guarda che Luna”, il singolo di Fred Buscaglione del 1959 – testo di Elgos e musica di Malgoni – e “Si tú supieras” di  Felix Reina, brano sudamericano. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, almeno fino ai primi anni ’60, ci si ispirava ai motivi sudamericani che potevano giungere in Italia. A volte, in concerto, mi diverto a cantare due canzoni che manifestano analogie, per raccontare della musica e dell’opportunità di creare “ponti” ideali tra le culture.

Copertina dell'album Cordemar di Franca Masu con un'illustrazione che raffigura una persona che si tuffa nel mare azzurro con sovrimpressi dei testi manoscritti e un cuore anatomico.
Copertina del CD “Cordemar”, WMusic 2021

La poesia di una canzone sta nell’alfabeto degli opposti, come l’estrema vita e la morte, la bellezza e la fatica. Quali sono i progetti recenti a cui ti senti più affezionata? 

Tra i progetti discografici più intimi c’è sicuramente l’ultimo nato , “Cordemar” (WMusic 2021). Grazie alla bellezza della musica e alla presenza di un ensemble di musicisti bravissimi, fra i quali la pianista siciliana Sade Mangiaracina, grande protagonista del jazz contemporaneo, Luca Falomi, che ha curato gli arrangiamenti insieme a Salvatore Maltana e il puntualissimo batterista Massimo Russino, ho realizzato un album dove mi sento profonda, mi sento interprete e anche autrice. Mi sento completa. Cinque canzoni scritte da me parlano della mia vita, in una prospettiva spesso malinconica,  si accostano a cinque canzoni del mondo, cinque cover, non troppo visitate, nate per curiosità tra i miei ascolti preferiti. Il fil rouge? Cercare il proprio cuore, capire i propri battiti, sentire il cuore degli altri, o piangere col cuore rotto, frantumato. Tutto questo, in fondo al mare, come si evince dalla splendida copertina disegnata da mia figlia Chiara LaFiùt.

Come hai scelto le cinque canzoni “del mondo”?

Una di queste la ascoltavo fin da bambina, nutrendo il desiderio di interpretarla: è la versione italiana di Mediterraneo che aveva realizzato Gino Paoli dal brano del grande Joan Manuel Serrat. Era uscita nel 1974 nell’album “I semafori rossi non sono Dio” di Paoli, che ebbe molta fortuna in Italia. Era un disco dedicato a Serrat: dodici brani, tutti di Serrat e tradotti in italiano. Un’altra scelta fu casualmente suscitata guardando il film “La Grande Bellezza”; ascoltai in una sequenza una canzone in italiano pensando “è mia”! Era “Ti ruberò” di Bruno Lauzi. Chiamai Max de Aloe per suonare l’armonica bocca – uno degli strumenti che mi fa veramente perdere il controllo di me stessa! – e il batterista Massimo Rustino, amico di una vita, e Fausto Beccalossi all’accordéon, insuperabile. Insieme a Fausto ho registrato anche una versione di “Vuelvo al Sur”, solo voce e accordéon.
Ho poi recuperato una vecchia ballata di Maria Carta, che era stata riadattata con un nuovo testo dal poeta valenciano Albert Garcia Hernández, in catalano. Infine, la canzone di Roberto Carlos “Você não sabe” intitolata in italiano “Se fosse vero”; la scopro guardando un film che si chiama “L’amore ritorna” dove Paolo Fresu suona la colonna sonora finale dove la Vanoni canta “L’amore è come un giorno”. Continuando gli ascolti della magnifica Ornella sono incappata in questa bellissima “Se fosse vero”… semplici coincidenze.

Veduta suggestiva del mare di Alghero al tramonto, simbolo dell'ispirazione poetica e musicale della cantante Franca Masu.
Il giardino e l’universo, HG Studios

Nel ringraziarti per questo tempo insieme, esplorando le vie d’Alghero, ti porgo un’ultima domanda: progetti futuri di cui vuoi e puoi anticiparci qualche dettaglio?

Ho scritto un nuovo album. Ho pensato al concept, al senso che tenga legati tutti i brani… sono autrice di molti testi. Non posso spoilerare altro, ma a febbraio si registra!!! E così per la primavera lo voglio davvero pubblicare. E poi, un meraviglioso appuntamento per il 9 marzo a Barcellona al mitico Palau de la Musica, dove sarò la voce cantante di una maestosa opera scritta dal polistrumentista Eduard Iniesta che si intitola “Odissea”. In altro ambito, quello pittorico, mi sto dedicando alla realizzazione di una retrospettiva di pittura delle opere di mio padre Manlio Masu, tra i più prestigiosi pittori figurativi del secondo ‘900 sardo. E infine, spero di concludere un lavoro di recupero su immagini inedite in bianco e nero di una Alghero del primissimo dopoguerra, per un docufilm di montaggio… ancora non posso dire di più. Sono tutti lavori che mi affascinano e mi tengono legata ben stretta alle mie radici e a questo meraviglioso angolo di mondo conosciuto: Alghero e il suo mare.

Delilah Gutman, musicista e compositrice

Immagine di copertina Franca Masu, © Max La Noce

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