Fotografia d'epoca del 1927 che ritrae il porto di Porto Empedocle con navi e carretti carichi di zolfo, un importante documento storico legato ai luoghi di Andrea Camilleri.

Luca Crovi e la memoria, da “Andrea Camilleri. Una storia” a “L’aquila e lupi”. Chiaro scuro / Interviste sul presente di Delilah Gutman

L’incontro con Luca Crovi – scrittore, critico rock e conduttore radiofonico, redattore presso la Sergio Bonelli Editore, dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi – si è svolto nell’ambito della XVI edizione di “Florinas in giallo”, gli ultimi giorni dello scorso agosto, in Sardegna. Miglior voce non poteva essere a introdurmi ad un evento straordinario come questo Festival del Giallo, che per pochi giorni all’anno conduce centinaia di spettatori in questo piccolo e accogliente comune della provincia di Sassari, abitato sin dall’era nuragica! Maria Luisa Perazzona, che si occupa con Emiliano Longobardi e Elia Cossu della direzione artistica del festival dal 2018, mi racconta della storia di questo evento, iniziato con la I edizione nel 2010 sotto la direzione artistica di Tecla Dozio, seguita da quella del Collettivo Giallo Acido capitanato da Flavio Soriga dal 2012 al 2017. Con l’Associazione Itinerandia, la Libreria Cyrano di Alghero e la Libreria Azuni di Sassari inizia un percorso che nel tempo si fortifica e coinvolge tra i maggiori e più importanti autori del genere a livello internazionale, come gli scrittori del noir italiano Carlo Lucarelli, Giorgio Faletti, Maurizio De Giovanni, Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto, Paola Barbato, Margherita Oggero, Bruno Morchio, Orso Tosco, o del thriller europeo e americano Petros Markaris, Dominique Manotti, Jeffery Deaver, Lisa Marklund, Ben Pastor. Tra gli obbiettivi del festival, sin da subito, è stato definita la volontà di organizzare ogni evento nel paese stesso, esplorandone gli spazi, e di coinvolgere gli abitanti del luogo e dei territori limitrofi nel dialogo e nell’ascolto degli incontri, coinvolgendo un pubblico eterogeneo, dalla ultimissima generazione Z agli anziani depositari di memorie e tradizioni, storie che nel tempo hanno incontrato il racconto anche all’interno del festival stesso. Una sezione del festival è dedicata anche alla cronaca criminale e ai misteri d’Italia, come il delitto Moro, la P2, la storia della mafia o la storia criminale sarda.

Luca Crovi, presentazione di “Andrea Camilleri. Una storia” (Salani 2025) alla XVI edizione di “Florinas in giallo” (Foto di Delilah Gutman)

È nel contesto di tale fermento culturale che Luca Crovi ha presentato il suo nuovo libro, “Andrea Camilleri. Una storia”. Luca ha debuttato come autore nel 1992 con un racconto dal titolo “Bietole al forno” uscito nell’antologia Misteri (1992, Camunia) e, dopo successive pubblicazioni di saggi e romanzi gialli e noir, avrà particolare successo con “Tutti i colori del giallo” (2002) per Marsilio Editore, libro trasformato nel 2003 nella omonima trasmissione radiofonica di Rai Radio 2, insignita nel 2005 del prestigioso Premio Flaiano. Tra le più recenti pubblicazioni di gialli con Rizzoli ci sono “L’ombra del campione”, “Il gigante e la Madonnina” e “La velocità della tartaruga” di ambientazione milanese.

È proprio nel 2025, centenario della nascita di Andrea Camilleri, che Luca firma la pubblicazione di “Andrea Camilleri. Una storia”, la biografia voluta dall’editore Salani e accordata dalla famiglia Camilleri, con il Fondo Andrea Camilleri di Roma.

Dalla musica alla parola, come inizia la collaborazione con “Il Giornale” che segnerà il tuo successo di critico musicale nell’ambito del rock, del pop e del jazz?

Andai nel 1994 a un concerto dei Marillion, che presentarono il concept album “Brave” – terzo con la collaborazione di Steve Hogarth, dopo “Seasons End” e “Holidays in Eden” – con un concerto live. Seduto a un tavolino mi ritrovai a conoscere il responsabile della pagina della cultura de “Il Giornale”.

Dall’incontrò iniziò la mia collaborazione con il quotidiano milanese, che era ancora sotto la direzione di Indro Montanelli. Il primo articolo lo scrissi sul gruppo “Ritmo tribale” e mi occupavo di rock, hard rock, progressive, metal, punk, tutte le correnti nuove che c’erano in quegli anni. Recensivo i concerti e pubblicavo le interviste, testimone della nascita italiana dei Subsonica, dei Marlene Kuntz, dei Modena City Rumblers, dei Negrita, e di quella a livello internazionale di gruppi come gli Skunk Anansie, intervistati al loro primo album, quando ancora nessuno sapeva chi fossero! A queste si affiancavano anche le interviste con artisti già affermati come i Queen, o gli Aerosmith.

Con alcuni di questi, in particolare coloro con cui avevo condiviso l’inizio di una carriera, è successo di lavorare a più riprese, seguendo l’evoluzione del loro percorso. Tra quelli più recenti, ad esempio ci sono i Calibro 35, che avevo “battezzato” in radio, dimensione dove, nel mio modo di lavorare facevo sì che la musica incontrasse spesso la letteratura, dando forma a performance. Per Rai Radio 2 avevo creato un ciclo estivo che integrava la narrativa con la musica, come in un percorso doppio.

Si tratta di “Tutti i colori del giallo”, trasmissione che vinse il Premio Flaiano nel 2005, dedicata alla letteratura poliziesca. In che modo la musica interagiva con la parola narrata?

I musicisti erano coinvolti in performance dal vivo. Aderirono artisti come Eugenio Finardi e Alberto Fortis, Ludovico Einaudi e Sergio Cammeriere, Teresa De Sio e altri ancora. Nell’auditorium RAI da una parte gli artisti si raccontavano e dall’altra suonavano; il tema era il mistero. Mi ero divertito molto.

Disco in vinile “Sweet Georgia Brown”

Anche nel percorso letterario che ti lega ad Andrea Camilleri la musica svolge un ruolo centrale?

Con Camilleri il rapporto musicale è più contenuto, perché lo scrittore era soprattutto un ascoltatore di jazz. In particolare, era un grande amante di un pezzo che lo ossessionò per tutta la vita e lo portò a scrivere il suo primo racconto, un inedito, intitolato come la canzone, “Sweet Georgia Brown”. Lui la ascoltava nella versione di Django Reinhardt. Qualche anno dopo Camilleri scelse proprio quel brano per un evento alla Basilica di Massenzio, a Roma.

Era il 2003 e Andrea Camilleri tenne una conferenza dal titolo “Passato, futuro: qualche variazione sul tema”, a cui parteciparono Enrico Rava e Stefano Bollani. Di cosa trattava la storia di quel racconto?

Camilleri scelse di leggere il racconto sulle improvvisazioni di Rava e Bollani intorno al tema di “Sweet Georgia Brown”. La storia è di lui che si sveglia la mattina, si fa la barba e ascolta “Sweet Georgia Brown”, il pezzo entra nella sua mente creando un’ossessione che dura giorni, poi settimane. A casa di Camilleri c’era il disco originale, incorniciato. Ora si trova al Fondo Andrea Camilleri, a Roma.

Ascoltava musica scrivendo o in silenzio?

La ascoltava scrivendo e aveva avuto la possibilità di vedere i primi italo-americani che suonavano il jazz. Infatti, alcuni di loro erano di origine siciliana e suonavano nei “club” siciliani. Poi, giunsero i primi americani a scoprirli e Camilleri ascoltò gli spirituals afro-americani, la musica che portavano.

Seguirono altre importanti e significative performance come quella con Enrico Rava e Stefano Bollani?

No, Camilleri non ne sentiva la necessità, a differenza dell’esperienza radiofonica dove l’autore si occupava dell’ascolto, della qualità delle voci, della stereofonia, degli echi e dei suoni. Camilleri non sentiva l’urgenza di far accompagnare i suoi testi dalla musica dal vivo, di far “suonare” la parola.

Ci sono musicisti che lo hanno omaggiato di cui reputi interessante la produzione?

Un musicista interessante è stato Roy Paci, un rocker, un cantautore. Ha omaggiato Camilleri in occasione del centenario della sua nascita al Festival delle Oristiadi di Gibellina. E di recente è uscito “Intelletto d’amore”, un album in cui l’interprete Michele Marco Rossi improvvisa al violoncello unendosi alla voce di Andrea Camilleri campionata da un’intervista allo scrittore.

Copertina del libro Andrea Camilleri. Una storia scritto da Luca Crovi edito da Salani, con un primo piano di Andrea Camilleri che tiene in mano un paio di occhiali.
Luca Crovi, “Andrea Camilleri. Una storia” Salani Editore, Milano 2025.

La biografia di Andrea Camilleri: qual è la genesi del libro?

I “tipi” della Salani mi hanno chiamato e ci siamo incontrati per una “chiacchiera” alla birreria “Stalingrado” di Milano. Mi hanno chiesto di scrivere una “biografia” per loro. Sostanzialmente, il progetto sarebbe rientrato nella collana “Le stanze”, che poi ha pubblicato il mio libro “Andrea Camilleri. Una storia”. Nella stessa collana, la Salani aveva già curato libri che trattavano importanti biografie come quella di Ferrero, Rizzoli, Lego, nonché anche quella di Agatha Christie.

Inizialmente, a quali personaggi pensasti?

Bram Stoker, l’autore di Dracula, perché non c’è una biografia aggiornata e nel 2027 ci sarebbero state le celebrazioni legate al centenario della pubblicazione di Dracula.
Mi risposero che il tema era troppo di nicchia. A quel punto, pensai ad Andrea Camilleri e lo proposi ricordando il centenario della sua nascita, il 6 settembre 2025.
Già conoscevo molto bene le sorelle Camilleri.

Infatti, avevi collaborato con loro – Andreina, Elisabetta e Mariolina per un libro precedente. Ci ricordi il titolo?

“Andrea Camilleri falsario”, fu pubblicato nel 2022 da Oligo Editore. Inoltre, la moglie di Andrea, Rosetta Dello Siesto – mamma delle sorelle Camilleri – era una lettrice dei miei libri, poiché racconto gli ambienti degli anni ’20-30’ dove lei ritrovava la Milano in cui era cresciuta. Così, contattai le sorelle che mi invitarono per un incontro a Roma e mi posero la domanda “Che tipo di biografia vorresti scrivere”?

Il problema del “taglio” è un elemento fondamentale nella redazione di una biografia. Cosa ha guidato la tua scelta?

La scelta è stata chiara: la biografia si sarebbe fermata al 1986. E le sorelle Camilleri rimasero colpite da questo taglio, perché non avrei scritto del personaggio di Montalbano, visto che la sua nascita risale al 1994. La biografia che ho costruito racconta della storia di Andrea Camilleri in quanto persona e non personaggio, e degli incontri fantastici che hanno caratterizzato la sua vita conducendolo a creare, poi, il personaggio del commissario Montalbano.
È il periodo in cui ha le maggiori soddisfazioni in teatro, in radio, in televisione – a ogni ambito corrisponde un periodo che lui dedica ha investigare solo quel media – e incontra i primi problemi come autore di letteratura.

Elio Vittorini nel 1949, Wikimedia Commons.

Nella biografia sottolinei un passaggio importante nella sua relazione con la parola. Camilleri inizia come poeta, solo successivamente intraprende la via di romanziere. In che modo entra nel nuovo circolo dei poeti italiani?

Giovane poeta, Camilleri viene notato da Alba De Cespedes, Elio Vittorini, Giuseppe Ungaretti. La sua voce giunge dalla Sicilia per raccontare il periodo della guerra, tema delle sue poesie, ovviamente intrecciato a quello della sopravvivenza. Entra nel nuovo circolo dei poeti che raccontano cosa è successo all’Italia: come è sopravvissuta ai bombardamenti, come è stata ferita. La sua scelta è molto originale. Quando comincia, poi, a fare teatro, smette di scrivere poesie.

Che cosa nel libro hai scelto di non menzionare del suo percorso formativo?

Lui disegnava. Il suo stile era geometrico, curioso e in qualche modo “sghembo”.
Ci sono anche alcuni suoi dipinti, ma le arti visive non rientrano in un’attitudine che ha portato avanti.

Che ruolo hanno gli incontri nella stesura della biografia?

La costruiscono. Il lettore potrebbe anche pensare che alcuni degli incontri descritti siano stati inventati, ma ciascun episodio è stato raccontato da lui in vita e di essi esistono prove della loro esistenza!

Quale fra questi annoveri tra quegli eclatanti della vita di Camilleri?

Camilleri aveva dieci anni. È in mutande, steso sul letto a leggere un libro per ragazzi e qualcuno suona alla porta di casa. Lui va ad aprire e si trova davanti Luigi Pirandello, in divisa da Accademico d’Italia, a sua insaputa cugino di primo grado di sua nonna!
A seguire Robert Crapa, il generale George Smith Patton, il gruppo armato del bandito Salvatore Guliano, Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Eduardo De Filippo e altri ancora. Sono personaggi che entrano nella sua vita per viverne un pezzetto insieme!

A chi si rivolge il libro?

A chiunque voglia ascoltare una bella storia. Camilleri raccontava tante storie a voce, era un modo di testarle e poi trasformarle in scrittura. Con la sua biografia, volevo rendere viva questa memoria, ma non potevo né usare il siciliano – non sono siciliano – né usare gli elementi stilistici della sua scrittura, perché non ho la sua età.

La stesura di questa biografia risponde alla ricerca di uno specifico stile narrativo. In che modo?

Volevo essere fedele al suo modo di raccontare e rinunciare al mio stile letterario per trovare la voce di Camilleri. Dunque, del mio metodo narrativo ho importato solo la caratteristica di procedere per capitoli brevi, per poi entrare nella pelle di un “altro”: una delle grandi capacità di Camilleri era di essere un falsario – poteva scrivere come Sciascia, Boccaccio o Pirandello – ed io ho scelto di scrivere la sua biografia come l’avrebbe potuta raccontare lui stesso. Non sbagliava una pausa, né un ricordo. Il suo senso del ritmo narrativo era perfetto. Usare capitoli brevi con episodi eclatanti – quello che io definisco il metodo del racconto con le sorprese quando nei romanzi noir resti stupefatto dagli eventi narrati in presa diretta e il cui sviluppo non puoi prevedere ‒ mi ha permesso di mantenere questa narrazione orale anche nel libro.

La narrazione orale per me rimanda sempre a due dimensioni, quella della preghiera e della poesia

La poesia era tra le sue radici. Da ateo, non era vicino alle tradizioni liturgiche, sebbene conoscesse a fondo la storia della Chiesa e riconoscesse in San Calogero un suo Santo protettore, poiché un santo dedito alle “cause perse” poteva essere vicino a una persona come lui! Anche quando scrive del santo e lo racconta, crea una storia.

Andrea Camilleri in “Conversazione su Tiresia”, nel 2018 al Teatro greco di Siracusa.

Possiamo definire Camilleri un cantastorie!

Sì, il suo sogno era di abitare gli ultimi anni della sua vita narrando le storie per strada e raccogliendo soldi in un cappello. In un certo modo, ha reso reale questo sogno con lo spettacolo da lui scritto e interpretato nel 2018 al Teatro Greco di Siracusa dal titolo “Conversazione su Tiresia” con la regia di Roberto Andò. Era ormai cieco e, sebbene non potesse vederlo, sentiva la presenza del pubblico.

Quale contributo ha portato Andrea Camilleri alla letteratura italiana e, in particolare al genere del giallo?

È il primo scrittore che fa capire agli autori italiani che ambientare le storie in certe regioni o luoghi diventa una specificità del racconto. Oltre a scegliere la Sicilia, Camilleri usa un linguaggio distinto, il “vigatese”, che non è il dialetto siciliano, ma una reinvenzione delle parole tratte dalla lingua siciliana, una lingua di scambio e di gioco con i lettori.

Camilleri ricorda quanto la scelta di una lingua diventi necessaria per un romanzo sociale che racconti i crimini. Il primo romanziere ad averlo fatto in Italia è Carlo Emilio Gadda, anche se già ne “Il cappello del prete” – nel 1888 – Emilio De Marchi scrive facendo uso della lingua dialettale, il napoletano e il milanese.

Questa attenzione conduce Camilleri a creare un personaggio protagonista sulla scena che deve parlare in un certo modo e non solo: si muove, pensa, non è allineato, non è un poliziotto “classico”, perché invecchia e non ha un rapporto lineare con la fidanzata, non è sicuro di risolvere i casi che affronta!

Camilleri gli fa leggere libri e mangiare ciò che Andrea non poteva più gustare per questioni di dieta.

Quale scrittore aveva già usato la tecnica di far leggere dei libri al personaggio di una storia raccontata?

Augusto De Angelis è il primo e lo fa con il commissario De Vincenzi. Camilleri cita anche Manuel Vázquez Montalbán.

Cosa rappresenta per Camilleri la produzione dei gialli?

Un grande successo, un rapporto internazionale con il pubblico. I suoi migliori romanzi, però, sono quelli storici. Non è un caso che lui amasse “Il re di Girgenti” e che i suoi fan citino “La concessione del telefono” o “il birraio di Preston”. Sono opere fenomenali, dove la ricostruzione storica è accurata: Camilleri ricercava, con il dono dell’umorismo e del linguaggio teatrale, il riscontro degli eventi in documenti e inchieste d’epoca. Sfido chiunque a on ridere nel leggerli!

Copertina del romanzo Il re di Girgenti di Andrea Camilleri pubblicato da Sellerio
Andrea Camilleri, “Il Re di Girgenti”, Sellerio 2021.

Cosa differenzia i romanzi storici dalla storia di Montalbano?

Montalbano vive nella serialità, nelle pagine fisse. A parte “Riccardino” – una sorta di metaromanzo che lui scrive prima degli altri libri, per essere sicuro di non essere contaminato dal copia e incolla da storie precedenti – il libro più particolare di questo personaggio è “Il giro di boa”, dove con la crisi del poliziotto Camilleri racconta il G8 in presa diretta.

In “Riccardino” c’è una citazione dove Camilleri si definisce uno scrittore di supermercato. Che significato attribuisci a questa frase autobiografica?

Lui mette il suo personaggio e quello televisivo a confronto, si guardano. Il pubblico interpreta il coro dando voce a ciò che pensano. Camilleri ha un senso di ciò che è obbligato a scrivere perché il pubblico vuole quello. Ma, dall’altra parte, emerge il rimpianto che i romanzi storici non siano stati riconosciuti in modo analogo dal pubblico.
Sono sicuro che come è capitato a Simenon – Maigret si “mangiò” inizialmente la sua produzione per poi cedere il mercato agli altri romanzi – lo stesso accadrà con i romanzi storici di Camilleri.

L’utilizzo di un carattere ricorrente, per tanti autori di gialli, riflette l’esigenza, oggi, di essere partecipi della vita di un personaggio?

Il personaggio di Camilleri ha vissuto in presa diretta un’epoca storica particolare ed è stato amato anche per questo. Di Montalbano si prediligevano i racconti, dove i paletti di costruzione erano diversi. Camilleri usa Montalbano come maschera per le storie scritte per la rivista MicroMega, si ha già il senso del personaggio. Camilleri inizia a scrivere i “corsivi” per Radio Corriere, poi La Stampa e Il Sole 24 Ore: sono momenti di scrittura importanti.

Quale mezzo Camilleri prediligerà per confrontarsi con i lettori?

La radio, dove noi ci siamo incontrati.

Che significato ha la scrittura di “Andrea Camilleri, una storia” nel percorso di Luca Crovi?

Ho cominciato a occuparmi di Camilleri con la scrittura di “Tutti i colori del giallo” il cui sottotitolo era da “Scerbanenco a Camilleri”. I due nomi era uno spartiacque nell’ambito della letteratura poliziesca italiana. Questa biografia, nello specifico, è per me importante per due principali motivi. Da una parte, il motivo è perché mi è stata affidata e raccontare una memoria incontrando quella delle sorelle Camilleri ha portato a scoprire degli elementi che non conoscevo sul padre e viceversa. Dall’altra, per un legame invisibile e un’esperienza di viaggio nella mia storia personale. Infatti, mio padre e Camilleri lavoravano in RAI negli stessi anni, uno presso lo studio di Milano e l’altro a Roma. Collaboravano con molte persone che sono state le stesse per entrambi, ma curiosamente non si sono mai incontrati. Successivamente, mio padre viene promosso e trasformato editor da Elio Vittorini, di cui scriverà la biografia. Mio padre promuove Sciascia, che presenterà Camilleri a Sellerio, l’editore che lo seguirà continuativamente.

Nella mia memoria c’erano gli incontri e la frequentazione con Andrea Camilleri e dall’altra i ricordi di mio padre… e lavorare sulla biografia mi ha permesso di scoprire il loro punto di contatto. Entrambi, Camilleri e mio padre, erano stati pubblicati come giovani poeti nell’antologia “Nuovi Poeti” pubblicata nel 1958 da Vallecchi editore e curata da Ugo Fasolo. C’era un percorso di due vite che non ho raccontato, ma che emerge nella dedica del libro, nel redigere la biografia avevo l’impressione di sentirli entrambi a fianco, ridere.

Cosa ha seguito la fine della stesura di questo libro?

I primi trenta capitoli del mio nuovo romanzo, “L’aquila e i lupi”, ambientato durante le guerre marcomanne. I protagonisti sono Marco Aurelio e Galeno ed è un libro che parla di guerra… dunque, essendo la prima parte della biografia dedicata a Camilleri ambientata in una guerra, resta una traccia dell’opera stessa! Il romanzo uscirà a settembre dopo la fine della XVII edizione di “Florinas in giallo”.

Quale scrittore ha ispirato il tuo percorso nella scrittura letteraria?

Robert Louis Stevenson.

Delilah Gutman, musicista e compositrice


Immagine di copertina
Leo Wehrli – Collezione ETH-Bibliothek, © Wikimedia Commons

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