Lo psicologo Daniel Gilbert – ricercatore della Harvard University – individua tre forme di felicità: emotiva (una sensazione affettiva suscitata da qualcosa di oggettivo presente nel mondo reale), morale (un complesso di atteggiamenti orientati in senso filosofico) e una felicità legata al giudizio (una fonte di sensazioni potenzialmente piacevoli, passate, presenti o future). Tale pensiero è stato una delle prospettive che ho proposto ai compositori che ho invitato a partecipare con una riflessione intorno al tema “Musica e felicità”, in occasione della XII edizione del Laboratorio di Retorica Musicale, il convegno che si è svolto lo scorso 13 aprile presso l’Auditorium del Carmine del Conservatorio “A. Boito” di Parma, tra cui Uri Brener. Compositore e pianista cosmopolita, Brener è nato nel 1974 a Mosca, ha studiato e vissuto in Russia, Germania e Olanda, per trasferirsi infine in Israele, dove oltre a conseguire il dottorato di ricerca con lode in composizione presso l’Università Bar-Ilan, ha diretto il Conservatorio di Israele “Ron Shulamit” di Gerusalemme, collaborando con prestigiosi interpreti come l’Orchestra Filarmonica d’Israele diretta da Zubin Metha, l’ensemble “Continuum” e il New Juilliard Ensemble negli U.S.A., il Duo Igudesman & Joo, Sergey Nakaryako in Francia.

Cosa intendi per “felicità” e come la esprimi o manifesti in relazione al tuo linguaggio musicale?
Com’è noto, esistono due termini greci spesso tradotti con “felicità”: eudaimonia ed hedonia. In Aristotele, eudaimonia è il concetto centrale: significa “fioritura”, “buon vivere” o “realizzazione umana”, raggiunta attraverso la virtù e l’attività razionale, mentre hedonia significa piacere o sensazione piacevole. Il primo è associato allo stato interiore di un individuo, mentre il secondo è una manifestazione di fortuna momentanea o di condizioni di vita esterne, sulle quali non si può esercitare un reale controllo. Eudaimonia è una vita intera di eccellenza, virtù e realizzazione. Non è semplicemente una sensazione, ma una condizione per vivere bene come essere umano. Hedonia, al contrario, è piacere, godimento o benessere immediati. Si riferisce a quanto qualcosa sia piacevole, non se renda una vita veramente buona. Considero senza dubbio l’eudaimonia un modo autentico e significativo di sperimentare la felicità, proprio come scriveva Aristotele. Tuttavia, ciò solleva una questione ancora più profonda sulla natura della “realizzazione” di cui parla.
Intendi riferirti a che cos’è la realizzazione umana?
Sì, per me, la domanda diventa non solo ontologica, ma anche teologica, poiché implica una connessione con la Realtà Ultima sia dentro di me che al di là di me.
Come lo stato di profondo benessere e di pienezza interiore intrecciato al dialogo con D-o che Sant’Agostino esprime ne le Confessioni. O la scelta etica e spirituale che nell’ebraismo trova radice nel concetto talmuldico che si sviluppa intorno al valore di Kedushah, santità. O, ancora, la rinuncia al sé egoistico che il sufismo individua tra le vie della felicità. Possiamo forse individuare un denominatore comune intorno all’evoluzione del significato di felicità?
Sono lieto che tu abbia citato diverse visioni religiose sull’argomento. Alla fine, sembrano tutte giungere alla stessa conclusione: la tua felicità risiede quasi interamente nella tua sfera interiore, indipendentemente dalle circostanze, purché siano soddisfatte due condizioni: la realizzazione interiore attraverso i doni e i talenti specifici che ti sono stati dati e l’uso di tali doni come connessione con il Creatore e come Sua manifestazione in questo mondo materiale.
Per citare solo alcuni grandi compositori: “Lo scopo e il fine ultimo di tutta la musica non dovrebbe essere altro che la gloria di Dio e il ristoro dell’anima” (J. S. Bach); “Quando penso all’Essere Divino, il mio cuore è così colmo di gioia che le note volano via come da un fuso” (J. Haydn); “Considero i miei talenti un dono di Dio e ho sempre pregato Dio per avere la forza di usarli” (Igor Stravinsky). Questo atteggiamento si può chiaramente percepire nel corso dei secoli, da Bach ai giorni nostri, in figure come O. Messiaen o S. Gubaidulina, che notoriamente affermarono che un compositore – o qualsiasi vero artista, del resto – non può, per definizione, essere ateo.
Per me, quindi, quello specifico stato di connessione con la Realtà Superiore, o Coscienza Cosmica, se preferite, attraverso il processo di creazione musicale, rappresenta la massima espressione della felicità.
E come si manifesta tale esperienza nella pratica musicale?
La manifestazione ultima di tale esperienza è, naturalmente, la consapevolezza che il brano composto non sia interamente opera mia. In alcuni casi, sento che la musica che ho composto è stata trasmessa come un messaggio attraverso di me, ma non è veramente opera mia né di mia proprietà.
Quale esempio musicale puoi proporci rispetto a tale esperienza e perché?
In termini psicologici, mi piace particolarmente la definizione di questo stato come “Flow”. Presentata per la prima volta nel libro del 1975 “Al di là della noia e dell’ansia” dello psicologo ungherese-americano Mihály Csíkszentmihályi, descrive un’esperienza soggettiva di elevata ma non forzata attenzione, piacere e consapevolezza che emerge durante lo svolgimento attivo di un compito impegnativo, soprattutto se creativo.

Hai intitolato una tua composizione “The flow”. Vuoi parlarcene?
“The Flow” (Il Flusso) è stato commissionato dall’Atar Trio nel 2021. In un certo senso rappresenta l’osservazione dell’artista sul processo creativo, una riflessione sul Sé in uno stato creativo. Superficialmente, non è un brano musicale specificamente “allegro”, eppure ti conduce in un viaggio interiore che ti permette di percepire il processo creativo dall’interno, elevando contemporaneamente l’ascoltatore a uno stato di coscienza superiore. Da questo esempio, possiamo vedere che – paradossalmente – lo stato di armonia e appagamento interiore non è necessariamente connesso (o non lo è affatto) al contenuto effettivo dell’obiettivo artistico. Il flusso creativo può essere sperimentato anche mentre si compongono i brani musicali più devastanti o tragici. Si pone, in un certo senso, al di sopra delle nostre emozioni quotidiane.
Altro stato emotivo è la gioia. Cosa può comportare l’esplorazione di questa emozione?
Comporre un brano gioioso può essere ancora più gratificante, semplicemente per il fatto di portare gioia agli altri. Come ad esempio il breve scherzo dalla mia Sinfonia n. 7, che si presenta come un brano a sé stante intitolato “Araldo della Gioia” ed è tra le opere che verranno registrate a luglio con la Filarmonica Arturo Toscanini.
Concludo questa intervista con un’ultima domanda, in leggerezza. Quando sei performer al pianoforte, delle tue o altrui opere, sei felice?
Mi considero principalmente un compositore piuttosto che un esecutore. Ci sono ulteriori condizioni che incidono nello sperimentare lo stato di “flusso”, come la preparazione tecnica o fisica per una specifica esecuzione, o la natura stessa del brano in questione. È più probabile che io entri in uno stato di “flusso” durante l’improvvisazione che durante un’esecuzione, ma questo è forse un argomento a parte, da approfondire in un altro contesto!
Delilah Gutman, musicista e compositrice
Immagine di copertina: Uri Brener, ©Arik Shraga


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