Chi, almeno una volta, davanti a un film o a una serie tv non si è lasciato attrarre dal malvagio antagonista raffinato, freddo e arguto? Numerosi sono i villain che amano la musica, vanno a teatro o in alcuni casi addirittura suonano uno strumento. Dal protagonista di Arancia meccanica Alex (Malcolm McDowell) estimatore di Beethoven ad Hannibal Lecter (Anthony Hopkins) che nel Silenzio degli innocenti ascolta nella sua cella le Variazioni “Goldberg” di Bach, gli esempi sono tanti. Come molteplici sono i temi musicali usati per indicare un pericolo imminente o per caratterizzare scene e personaggi spaventosi, come le note iniziali della Quinta di Beethoven o il motivo “misterioso”. Quale idea sta alla base di questa associazione? Quale rapporto lega la musica classica al cattivo della storia? Ce lo racconta il musicologo e art director Carlo Fiore nel suo nuovo saggio “La musica dei cattivi” pubblicato per Neri Pozza (2026, pp. 160).

Da dove nasce l’intuizione di questo saggio? C’è stato un film o una serie tv precisa che ha fatto scattare la molla per indagare il legame tra musica classica e personaggi negativi?
Il desiderio di avvicinare alla musica qualche scettico e capire il perché di alcune forme di scetticismo e addirittura di paura sono stati i moventi iniziali, combinati dall’osservazione frequente di brani classici associati a personaggi negativi o a situazioni spiacevoli; osservazione che ho trasformato in oggetto di ricerca.
Il libro sostiene che l’idea della musica classica come “musica dei cattivi” risale agli albori del cinema. Qual è stato il momento storico in cui questo stereotipo si è consolidato in modo definitivo?
La tesi è che il cinema americano e la produzione televisiva seriale abbiano fatto ricorso alla musica (e alla classica nel caso specifico) in maniera funzionale alla didascalia sonora e, combinandosi con ideologie e circostanze di sospetto ed esterofobia alimentate tra le due guerre mondiali e poi nel secondo Novecento, abbiano prodotto un conformismo di fatto.
Analizzando le ragioni culturali profonde di questa associazione e sostenendo che la musica classica venga percepita come un segno di “alterità”, qualcosa di elevato e complesso, si elabora una specie di codice dell’inquietudine. Tale percezione è frutto di una scelta consapevole da parte dei registi o di un automatismo culturale che si è perpetuato quasi inconsciamente?
Entrambe le possibilità convivono: ci sono registi (Kubrick in primis) attentissimi alla componente intertestuale e altri che invece adottano più passivamente gli stereotipi e gli automatismi culturali a loro disposizione: provare a svelarne uno non intende gettare discredito su chi lo ha adoperato ma solo restituire una presunzione d’innocenza a Bach e ai suoi nipoti.
Perché proprio la musica classica, e non altre forme d’arte – la pittura, la scultura, la letteratura – ha assunto questo ruolo di marcatore dell’antagonista?
In una civiltà del vedere, la musica continua a primeggiare come arte della profondità espressiva. D’altro canto, in contesti d’imperialismo culturale, anche l’esibizione e il collezionismo di opere d’arte visiva “antichi” ed “europei” ha connotati simili a quelli della musica classica; tuttavia è un tema più ampiamente trattato e farne menzione mi è parso dispersivo.
Agli eroi positivi si abbina invece una musica commerciale, vicina alla vita della gente comune. Questo meccanismo rifletterebbe la percezione della musica classica come elitaria e poco compatibile con la società dei consumi. Quanto pesa la dimensione di classe in tutto questo?
È una costante della popular culture: deve essere incline a rappresentare i “tanti” – dando loro una qualche prospettiva consolatoria rispetto al destino di subalternità – e a proteggere i “pochi” nelle loro condizioni di privilegio materiale. Accogliere la musica importante fra i diritti fondamentali è anche un potentissimo veicolo di critica sociale; La musica dei cattivi, più modestamente, è un invito all’ascolto, ma se non fossi animato da un qualche spirito di militanza non scriverei neppure.
Un intero capitolo del libro è dedicato alla musica dei vampiri. Perché il vampiro sembra il caso limite per eccellenza di questo stereotipo?
I vampiri sono cattivi ma belli e, nella loro storia letteraria e cinematografica si sono andati gradualmente trasformando in eroi per una contemporaneità patologicamente insicura… la loro vita difficile, complessa e segnata dall’ambivalenza mi è parsa un caso utile da isolare, è stata utile come transizione verso i successivi esiti del libro.
Tra tutti gli esempi cinematografici e televisivi che ha esaminato, qual è quello che l’ha sorpresa di più, o che meglio sintetizza la sua tesi?
Mi ha colpito la predisposizione delle serie “mediche” a trattare la musica classica come preludio di sciagure o annuncio di morte. Nella realtà i medici sono persone istruite e inclini a trovare nella musica una fonte di benessere e numerosi elementi di interesse.

Il pubblico, avendo assorbito per generazioni questa associazione, ha nutrito nei confronti della musica classica più di un sospetto: l’ammirazione convive con un senso di estraneità e in alcuni casi con una sfiducia verso le sale da concerto e i teatri d’opera. Quanto ha contribuito il cinema a svuotare i teatri?
Le sale da concerto e i teatri non sono mai stati così pieni come oggi; ma si tratta degli auditorium e dei teatri superstiti a più di un secolo di trasformazioni della società rispetto a quando andare a teatro era la principale, e talvolta unica, attività socializzante. E si tratta di un pubblico culturalmente ed economicamente privilegiato. Consideriamo fra l’altro che il cinema con la c minuscola, cioè la sala dove si proiettano le pellicole, in inglese si dice Movie theatre, quindi è quasi normale che una forma d’arte nuova sfidi e minacci quella che la precede. Credo che il punto sia invece quello di aver assolto, tramite la televisione e poi la fruizione individuale, a un progressivo svuotamento del tempo liberato. Una società moderna dovrebbe impegnarsi a sottrarre tempo alle mille forme di sfruttamento che lo erodono (dal pendolarismo alla dittatura delle notifiche ecc.) a sottrarre l’opera d’arte all’epoca della sua distrazione continua. Dubito che un programma di redistribuzione del tempo sia sufficiente per dare a più persone la possibilità di ascoltare musiche lunghe e belle, leggere libri, guardare film per intero ecc. Ma aiuterebbe.
Con l’avvento delle piattaforme di streaming e la proliferazione di serie tv, questo stereotipo si sta intensificando, evolvendo o forse indebolendo?
A prescindere da questa componente tecnologica, almeno presso le persone sensibili e istruite vale la costante storica che anche la musica ieri considerata “leggera” passa sé stessa attraverso i filtri della storia e, quando vi resiste, diventa “classica”.
Il libro si propone di “strappare la musica classica dal suo status di colonna sonora dei cattivi, per innamorarcene ancora”. Dopo aver scritto questo saggio, il rapporto personale con alcuni dei brani analizzati è cambiato?
Sono scettico circa la possibilità che le mie idiosincrasie possano interessare o recare giovamento ai lettori della saggistica che scrivo; tuttavia se prima pensavo di essere invulnerabile alle seduzioni della musica prevalente, quella dei buoni soldatini, delle buone famiglie e degli onesti lavoratori, oggi ne colgo alcuni toni sinistri interessanti di per sé: ma siccome non sono forte come Ulisse, le sirene continuo a temerle.
Volendo scegliere un unico brano di musica classica – abusato dal cinema per caratterizzare un villain – e restituirgli il suo spirito originale per chi non lo conosce, quale sceglierebbe e perché?
Naturalmente le Variazioni Goldberg: perché non sono né un sonnifero né una prelibatezza per cannibali, bensì un mappamondo di umanità.
Chiara Evola, studentessa all’Università degli Studi di Palermo
Immagine di copertina
Carlo Fiore, Foto di Angelo Contorno


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