Porta Friuli a Portobuffolè: architettura medievale con ponte e torre, luogo chiave nel romanzo Il rogo della Repubblica di Andrea Molesini

Il protagonismo dei luoghi nella letteratura veneta: Portobuffolè e Il rogo della Repubblica di Andrea Molesini. Commento critico di Paolo Steffan

Dopo un primo avvio, in un articolo che ho pubblicato su Finnegans il 10 settembre 2025, della questione del «protagonismo dei luoghi nella letteratura veneta», che si focalizzava sul «caso», particolarmente emblematico, di Refrontolo in Non tutti i bastardi sono di Vienna, torno tra le pagine di Andrea Molesini, scrivendo di un altro suo importante romanzo storico: Il rogo della Repubblica, uscito per Sellerio nel 2021.

Se dal punto di vista geografico ci si sposta di una sola trentina di chilometri a sud-est, dal punto di vista cronologico si risale di oltre quattro secoli, a un anno preciso, preannunciato in una introduzione-antefatto, che è tratto caratteristico della struttura dei principali romanzi storici di Molesini: «Anno Domini 1480». È appena terminata la prima guerra turco-veneta (1463-1479) con il trattato di Costantinopoli, che vede Venezia più fragile davanti all’allargarsi, sotto Maometto II, dei domini politici e commerciali degli Ottomani. Ma non basta: una terribile pestilenza affligge la città lagunare, uccidendo la dogaressa Taddea Michiel e colpendo l’anziano doge Giovanni Mocenigo, che sopravvivrà e si farà eternare dal tratto marcato del pennello di Gentile Bellini, prima della partenza del pittore per Costantinopoli, per ritrarre dal vivo il sultano.

Gentile Bellini, Ritratto del doge Giovanni Mocenigo (1479 ca., Museo Correr, Venezia) e Ritratto di Maometto II (1480, Victoria Museum, Londra; fonte: commons.wikimedia.org)

In un momento come questo, la Serenissima non poteva permettersi errori in Terraferma, neanche in un piccolo borgo fluviale del Trevigiano: Portobuffolè, sede podestarile veneziana dal 13391. È qui che comincia e si spende la miglior parte del Rogo della Repubblica. Fin da subito questo paese di pianura, nel quale sono veramente accadute le terribili vicende da cui trae linfa il racconto, mostra il protagonismo dei propri tratti essenziali, che in parte ancora oggi si riconoscono: se ne intuiscono già nell’antefatto2 le «case intorno al castello», la «Porta Trevisana» (che non esiste più, ma di cui Porta Friuli, col suo fossato oggi coperto da un umido manto erboso, sembra regalarci, per analogia, un’ultima suggestione) e l’«acqua del Livenza», che un tempo proprio qui costituiva il punto d’attracco più interno per le imbarcazioni che, dalla laguna, risalivano in questa terra di confine tra la Marca Trevigiana e il Friuli.

La casa di Gaia da Camino

Portobuffolè è un paesaggio parlante, a cui le importanti suggestioni letterarie danno una voce inconfondibile: tra le viuzze acciottolate del centro, archi e affreschi della casa medievale stretta e alta di Gaia da Camino sembrano recitarci gli immortali versi della Commedia di Dante, quando la giovane donna è nomata dall’iracondo Marco Lombardo tra i fumi della terza cornice del Purgatorio, per identificarne il padre, Gherardo III da Camino (Purgatorio, XVI, vv. 133-141)3:

   «“(...) Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?”.
“O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta”,
rispuose a me; “ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. (...)”»
Veduta del borgo turrito da nord-ovest

Appena ci si allontana dalle pietre, per spaziare nella campagna circostante, allora prendono la parola i Sillabari di Goffredo Parise, con un vecchio analfabeta solitario mai allontanatosi dai dintorni di casa, che col suo vivere frugale incarna la B di Bellezza4:

«Non aveva mai viaggiato, solo una volta si perse in bicicletta e arrivò all’alba in un paese di nome: Porto Buffolé. Udì il nome dagli abitanti, si spaventò pensando di essere al mare e corse via. Dopo un po’ si fermò su un ponte molto curvo e senza acqua e si guardò intorno: non c’era né il porto né il mare ma una grande distesa di prati di molte qualità di erba, falciati e da falciare, illuminati all’orizzonte da una luce verdastra di temporale. Forse i prati finivano davvero nel mare ma molto lontano un campanile pendente e appuntito stava sospeso su una fascia di pioggia. Dove era il porto e dove il mare? Questa domanda rimase sempre senza risposta e spesso, fumando seduto per terra nei campi, pensava a Porto Buffolé».

Una pagina che è antitesi stessa a un’altra memorabile, quella in cui, nelle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, il protagonista Carlino, partendo dalla vicina campagna friulana, s’incammina verso sud e scopre il mare5.

«D’improvviso i canali, e il gran lago dove sboccavano, diventarono tutti di fuoco; e quel lontanissimo azzurro misterioso si mutò in un’iride immensa e guizzolante dei colori più diversi e vivaci. Il cielo fiammeggiante ci si specchiava dentro, e di momento in momento lo spettacolo si dilatava, s’abbelliva agli occhi miei, e prendeva tutte le apparenze ideali e quasi impossibili d’un sogno. Volete crederlo? Io cascai in ginocchio, come Voltaire sul Grütli quando pronunziò dinanzi a Dio l’unico articolo del suo credo».

Per Carlino approssimarsi al mare era stupore; per il vecchio dei Sillabari paura. In un avvicinamento al mare ─ in Parise solo lessicale, in Nievo concreto e reale ─ si profilano le due anime dell’Italia, quella che chiede sicurezza e quella che esalta il coraggio, quella conservatrice contro quella progressista, insomma guelfi contro ghibellini, che tutt’oggi, sottotraccia, continuano a confliggere. Ed è un conflitto anche quello che prende corpo nel 1480 del Rogo della Repubblica, una piccola guerra civile tra abitatori del borgo di Portobuffolè, cittadini della Serenissima, su cui si trova a indagare il misterioso protagonista Boris, che proviene da quel mare al di là del quale, per citare ancora Nievo, «c’erano Candia, la Morea e Cipro e tutto il Levante»6, di cui nelle pagine di Molesini si respirano gli afrori salini e speziati.

Lapide commemorativa in ebraico presso piazza del Ghetto

«Questa lapide riproduce quella posta in prossimità della Scola Tedesca nel Ghetto Novo a Venezia, in memoria dei tre cittadini ebrei di Portobuffolè arsi vivi il 6 luglio 1480 in Piazza San Marco, a Venezia.

Il testo è quello del Salmo 32,10:

“Molti saranno i dolori del malvagio
Ma l’amore circonda chi confida nel Signore”
Cosa era successo?

Tre ebrei (l’arcisinagogo Servadio, Mosè e Giacobbe) vennero accusati di aver ucciso a fini rituali un giovane mendicante cristiano, accusa frequente in quel tempo per liberarsi dei debiti contratti con gli ebrei, che erano i soli autorizzati a commerciare in denaro. Catturati e posti sotto tortura i tre sventurati finirono per addossarsi la responsabilità dell’orrendo delitto. L’uccisione dei tre ebrei comportò la cacciata della comunità ebraica da Portobuffolè, ove era giunta attorno al 1425 proveniente dalla Germania, a causa di una campagna di persecuzioni.

A Portobuffolè avevano prosperato per circa mezzo secolo fondando la sinagoga, trasformata poi nell’attuale duomo. Dietro la gravissima accusa di infanticidio rituale va letto anche il pregiudizio culturale-religioso verso il popolo dell’Alleanza, che Portobuffolè con questo ricordo vuol far venir meno definitivamente. Solo un secolo dopo, nel 1580, la Serenissima Repubblica autorizzò il ritorno degli ebrei a Portobuffolè.»

Sono le parole che si leggono su un piccolo memoriale bilingue affisso nel 2010 da Civiltà Altolivenza, Città di Portobuffolè e Pro Loco Portobuffolè su una porzione di muro di quello che era il ghetto, nella piazza che da queste radici culturali prende nome; conferme circa l’alterna presenza ebraica dovuta a questo evento traumatico si hanno nello studio di Giovanni e Silvia Tomasi, Ebrei nel Veneto orientale:

«Nel 1483 Marin Sanuto ricorda che le case, già abitate dagli ebrei, erano disabitate, per cui per alcuni anni la cittadina fu disertata dai banchieri ebrei; questi comunque ritornarono non molti anni dopo. Dai dati sinora emersi il banco di Portobuffolè è documentato per circa 150 anni, dal 1464 al primo Seicento. (…) In pratica sembra che banchieri ebrei esistessero qui perlomeno da poco dopo la metà del Quattrocento, furono assenti per pochi anni dopo i tragici eventi del 1480, quindi il banco riprese regolarmente la sua attività, almeno sino al primo Seicento, anche se nella seconda metà del Cinquecento il giro d’affari doveva essersi ridotto visto che, nel 1569, i neratori vennero tassati per meno di 7 ducati l’anno7

Veduta di piazza del Ghetto

La matrice della vicenda narrata nel Rogo della Repubblica è quella qui riassunta, perfettamente consonante con la citazione che apre il romanzo: «Il male pubblico giunge alla casa di ognuno» (Solone). Valutazione che assume senso assoluto, a partire dallo studio di quella microstoria a cui l’acume di storici come Carlo Ginzburg ha saputo dare piena dignità, la narrativa di scrittori come Andrea Molesini ha cercato, felicemente, di restituire l’anima.

L’antefatto del romanzo si colloca in una settimana piovosa prossima alla Pasqua del 1480. Arriva un ragazzo, «poco più di un bambino» coi «capelli color canapa sporca» e «un sorriso <che> scopre i suoi denti scuri come l’acqua del Livenza che sotto le torri minaccia di tracimare»: entra da Porta Trevisana, ingresso meridionale della città turrita (uno storico locale scriveva che «eranvi sette ben munite torri»), architettura oggi scomparsa «perché trasformata in casa d’abitazione nel primo Novecento»8 e, secondo le indicazioni (non so dire se storicamente verificabili) che si leggono in loco, «distrutta dalle truppe austro-ungariche nel 19189».

L’attuale ingresso meridionale di Portobuffolè, in corrispondenza di dove scorreva il “canaletto” sovrastato da un ponte su cui sorgeva Porta Trevisana

Sebbene oggi l’atmosfera del piccolo centro storico di Portobuffolè suggerisca questi antichi riferimenti e tanto la toponomastica che la cartellonistica aiutino a immergervisi, quel che si vede è molto diverso dal contesto in cui dobbiamo immedesimarci leggendo il romanzo: la topografia storica ricostruita e documentata in alcuni studi di Luciano Mingotto dà un’idea della Portobuffolè in cui ci porta filologicamente Molesini col suo protagonista, Boris di Candia, senza che alcune forme del paesaggio contemporaneo e la lettura romantica, cui siamo portati dal dominante consumo turistico che facciamo dei luoghi, ingannino troppo i nostri sensi. Per calarci dunque con consapevolezza nel protagonismo del paesaggio veneto, senza facili oleografie o falsificazioni mitizzanti di stampo consumistico, valgano le precisazioni critiche che Franco Cardini fa per San Gimignano10:

«I turisti che arrivano a San Gimignano (…) si guardano attorno e dicono: “Oh è rimasto tutto come allora”. Allora quando? (…) San Gimignano era un paese come gli altri ed era piuttosto messo male: il granduca Leopoldo II ebbe la bella idea di trasformarlo in un borgo medievale; si faceva la stessa cosa altrove (…). Leopoldo II aveva questo tipo di cultura e aveva anche un’altra cosa: gli Asburgo erano imparentati con i Wittelsbach (…) e l’architetto di corte dei Wittelsbach era un architetto straordinario, un certo Von Klenze (…) <che> si era convertito al Medioevo: siamo nel momento in cui dal Neoclassico si passa al Romanticismo (…). Io mi interessai un po’ di questo Von Klenze e scoprii che Von Klenze è anche (…) l’architetto della nuova San Gimignano, la San Gimignano dove tutto è rimasto così come ai tempi di Folgòre, mentre invece non è vero nulla: tutto è stato rifatto; del resto: “Assisi”, tutti dicono, “è rimasta come al tempo di san Francesco”, ma Assisi l’hanno rifatta tutta in occasione del centenario francescano del ’26, perché il capo del Governo del tempo <Mussolini> aveva reinventato san Francesco (…) e si reinventarono Assisi».

In questo senso va interpretata anche la storia architettonica di molte altre realtà che, sulle prime, riteniamo autentiche, risentendo dello stesso sentimento che mosse, a diverso titolo, Leopoldo II e Mussolini nei casi celebri di San Gimignano e Assisi.

Il duomo di S. Marco visto dalla torre civica

A Portobuffolè, esemplari in tal senso sono due casi.

Uno è quello della Porta Friuli e del suo ponte: «la porta “friulana” è un rifacimento se non addirittura una nuova edificazione settecentesca, come evidenzia la sua fattura architettonica, anche se probabilmente posta su una porta precedente; così pure il ponte sul Canaletto (cioè il ramo artificiale del fiume Livenza che chiudeva il borgo a Sud-Est) fu rifatto in pietra nel 1776 e quello attuale della porta friulana fu costruito ex novo nel 1780.»11 L’elemento più caratteristico di questa porta è il raro esempio di Leone giacobino, del quale scrive Alessandro Marzo Magno: «Per evitare gli scalpelli napoleonici le parole del libro aperto “Pax tibi Marce evangelista meus” sono state sostituite con “Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino”. Ha funzionato, e infatti il leone è ancora lì»12.

Il secondo caso ci riporta alla storia ebraica di Portobuffolè e a un altro simbolo del paese, il duomo di San Marco, che da più parti, forse anche per l’adiacenza alla casa dell’Arcisinagogo ─ figura storica e personaggio memorabile del romanzo di Molesini ─ e all’area dell’ex ghetto, è segnalato come “ex sinagoga”:

«Secondo la tradizione e la pubblicistica anche contemporanea la sinagoga di Portobuffolè sarebbe stata l’attuale chiesa parrocchiale dedicata a san Marco. Si fa presente che la sinagoga era solo una stanza in una casa, quindi per costruire una chiesa bisognava abbattere questa e risarcire il proprietario. Inoltre la chiesa di san Marco nei primi decenni di documentazione e sino al 1559 porta il titolo dei santi Marco e Prosdocimo per cui è probabile che alla chiesa dedicata a san Prosdocimo (citata dal 1296) sia stato aggiunto ai primi del Cinquecento il nuovo contitolare, traslando la parrocchiale dalla chiesa di santa Maria di Settimo a quella dei santi Marco e Prosdocimo in centro a Portobuffolè13».

Forse questa tradizione, che amplifica gli spazi d’azione degli ebrei nel piccolo abitato, è sorta proprio in risposta alla macchia che si radica nei fatti del 1480, anche in forza di quello che Ginzburg ha definito, nel primo saggio del suo ultimo libro, “vincolo della vergogna”, quella vergogna che «ci piomba addosso come una malattia improvvisa, invadendo i nostri corpi, i nostri sentimenti, i nostri pensieri»,14 come può capitare a un veneto come me, nel conoscere i fatti del Rogo della Repubblica, a conferma ─ come si legge ancora nel libro di Ginzburg ─ che «comunità umane diverse, in momenti diversi, reagiscono a determinati comportamenti ora approvandoli, ora condannandoli»15. E sospetto che questa permanenza del ricordo delle secolari persecuzioni a danno delle comunità ebraiche ─ in una Italia che ancora non ha fatto del tutto i conti col proprio passato di nazione orgogliosamente razzista (1938-1945) ─ sia stata anche uno dei motori della creatività misurata di Molesini, che come già nei romanzi precedenti si conferma un maestro del romanzo storico contemporaneo, innovando quanto teorizzato da Manzoni nella Lettre à Monsieur Chauvet16:

«(…) credo di enunciare una verità semplicissima, affermando che l’essenza della poesia non consiste nell’inventare fatti: questa invenzione è quanto di più facile e di più volgare vi sia nel lavoro del pensiero, quanto esiga la minor riflessione e perfino la minore immaginazione. Infatti non c’è nulla di più comune delle creazioni di questo genere; invece tutti i grandi monumenti della poesia hanno per base avvenimenti dati dalla storia o, che è lo stesso a questo riguardo, che sono stati un tempo considerati storia. (…) Ma, obietterà qualcuno, se si toglie al poeta ciò che lo distingue dallo storico, cioè il diritto di inventare fatti, cosa gli resta? Cosa gli resta? la poesia; sì, la poesia. Perché, in sostanza, cosa ci dà la storia? avvenimenti noti, per così dire, solo esteriormente; ciò che gli uomini hanno fatto; ma ciò che hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro deliberazioni e i loro progetti, i loro successi e insuccessi, i discorsi con i quali hanno fatto e cercato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni e altre volontà, con i quali hanno espresso la loro collera, effuso la loro tristezza, con i quali in una parola, hanno manifestato la loro individualità, tutto ciò, tranne pochissimo, è passato sotto silenzio dalla storia, e tutto ciò forma il dominio della poesia».

Partendo da dati storici precisi, da un gruppuscolo di personaggi reali, da un paesaggio indicato e descritto filologicamente, ma sempre scegliendo episodi microstorici inquadrati all’interno degli scenari della macrostoria, Molesini riempie lo scarno profilo di una cronologia, dà corpo alla bidimensionalità di figure ingiallite nelle pagine di qualche manoscritto polveroso, ricrea conferendogli dignità di protagonista il volto paesaggistico di luoghi visitabili: colma così un vuoto scavato dal tempo, un fraintendimento consolidato da vacui romanticismi, con quello strumento umano che nella Lettre Manzoni chiama “poesia”, capace di restituire pienezza e vivacità a fatti, personaggi e paesaggi di ieri, da cui siamo abitati e di cui siamo abitanti oggi.

In conclusione, appare fondamentale per ricostruire il “paesaggio umano” ridare forma ─ e funzione di protagonista ─ anche al “paesaggio storico”, in un dialogo tra vicende ed epoche che può fare di Portobuffolè, il più piccolo comune della provincia di Treviso, il luogo di un viaggio nel tempo della durata di duemila anni, tra la ricchezza dei paesaggi d’acqua, la gloria delle manifestazioni artistiche, la fioritura dei commerci, ma anche i loro risvolti tragici che possono prendere la forma dell’antisemitismo, dei fatti di guerra, del degrado paesaggistico:

  • si parte da suggestioni legate all’antichità classica (siamo d’altronde nel territorio della florida Opitergium, attuale Oderzo), periodo sul quale non si sono ancora fatti sufficienti studi17, ma di cui resta una simpatica “bocca della verità” incastonata nel muro di cinta presso Porta Friuli;
La bocca della verità di Portobuffolè
  • si prosegue col Medioevo delle Signorie: ciò che rimane dei Caminesi consente di fare tesoro degli echi della presenza dantesca nel Trevigiano, camminando tra architetture medievali (o medievaleggianti) che nel borgo di Portobuffolè restano la cifra indiscussa della forma della città;
Veduta di Portobuffolè da una finestra all’ultimo piano della casa di Gaia da Camino
  • si passa per il lungo dominio della Serenissima, sotto il quale si consuma la vicenda degli ebrei arsi tra le colonne di piazza San Marco, ma anche la parabola di un importante scalo commerciale veneziano di Terraferma, del quale restano come testimonianza la dogana del sale, il già citato fondaco, ma anche una sontuosa villa veneta che, «a detta del Mazzotti, è tra le più grandi ville della bassa pianura trevigiana»18: fatta costruire dai toscani Cellini a metà del Seicento, era già dei veneziani Giustinian a fine secolo, rientrando pienamente in quella cultura della “villeggiatura” che ha reso straordinariamente bella la riviera del Brenta, e che è qui rappresentata anche a Portobuffolè: la facciata sud della villa, infatti, guarda su un viale decorato da statue che conduce alla “porta d’acqua”, ingresso dal Livenza, a pochi passi da Porta Friuli, presso il quale attraccavano le imbarcazioni dei nobili frequentatori di villa Giustinian;
Villa Giustinian vista dall’ex porta d’acqua sul vecchio tracciato del Livenza
  • giunti alla caduta della Serenissima, sotto i venti rivoluzionari francesi, che giustificano il Leone giacobino che da più di due secoli accoglie i visitatori, ci si addentra nei moti risorgimentali, perché Portobuffolè è legata anche all’epopea garibaldina, per la presenza del nobile Domenico Andreetta, qui nato nel 1838 e morto nel 1892, nella casa attigua a quella di Gaia da Camino, sulla cui facciata una lapide ricorda: «appartenne alla gloriosa schiera dei Mille di Marsala»;
Il leone giacobino che campeggia su Porta Friuli
  • e se al Risorgimento vogliamo riconoscere una durata che abbracci anche la grande guerra, cui l’Italia prese parte per rivendicare Trento e Trieste, il viaggio nel tempo prosegue con echi dannunziani, perché nel cimitero di Portobuffolè riposa l’aviatore Vincenzo Contratti, medaglia d’argento al valor militare, che prese parte col Vate al volo su Vienna, per morire ventiseienne a Portobuffolè, su un letto d’ospedale, dopo essere stato recuperato agonizzante dal relitto del suo aereo, abbattuto da un velivolo austriaco nell’ottobre 1918, a pochi giorni dalla fine del conflitto;
La tomba del tenente Contratti (particolare)
  • si arriva infine ai giorni nostri, ai segni indelebili che nel paesaggio veneto ha lasciato la ruggente crescita economica del modello Nordest, nel secondo Novecento, che con la sua natura vorace e subito effimera è riuscita a ferire nelle viscere anche il paesaggio della ridente Portobuffolè: uno squallido capannone in abbandono, interrompe l’armonia del centro storico, proprio nel prolungamento della piazza del Duomo, adiacente alla torre e ai palazzi medievali: nuovo monumento di quella realtà ambientale, storica, antropologica immortalata dal poeta-operaio Fabio Franzin, col suo vicino dialetto opitergino-mottense che in Opera operaia fotografa paesaggi come questo:
Capannone in abbandono nel centro storico di Portobuffolè
«’A fabrica ribandonàda

El ièra là, tea piazha del paese,
al posto del parco o del teatro
muso a muso co’a cesa; come
un scatoeón grando, de blòchi
grisi, tut intorno un prà de jèra,

là, drio ’a riva del canàl, come
un dent carià tel sorìso de ’na
comunità. Come un meteorite
cascà sora ’a tèra, ’a canpagna,
un ufo aterà tel posto pì sbajià.»
«La fabbrica abbandonata. Stava là, nel centro del paese, / al posto di un parco o di un teatro, / muso a muso con la chiesa; come / un enorme scatolone a blocchi / grigiastri, tutto intorno un prato di ghiaia, // là, lungo l’argine del canale, come / un dente cariato nel sorriso di una / comunità. Come un meteorite / caduto sulla terra, sulla campagna, / un ufo atterrato per sbaglio proprio là».19

Paolo Steffan, poeta e critico letterario

Immagine di copertina
Portobuffolè, la torre civica, il fondaco e Porta Friuli

Crediti fotografici
© Paolo Steffan

Note:

  1. L. Mingotto, Castelli di pianura nel Trevigiano. Il caso di Portobuffolè: assetto urbano, cinta muraria e galleria, in “Archeologia postmedievale – Società ambiente produzione”, n. 11, anno 2007, p. 266. ↩︎
  2. A. Molesini, Il rogo della Repubblica, Sellerio, 2021, pp. 11-12. ↩︎
  3. D. Alighieri, La Divina Commedia. Purgatorio, a c. di U. Bosco e G. Reggio, Le Monnier, 2002, p. 310. ↩︎
  4. G. Parise, Sillabari, Rizzoli, 1997, p. 62. ↩︎
  5. I. Nievo, Le confessioni d’un italiano, a c. di S. Romagnoli, Marsilio, 2000, p. 103. ↩︎
  6. Ivi, p. 122. ↩︎
  7. G. e S. Tomasi, Ebrei nel Veneto orientale. Conegliano, Ceneda e insediamenti minori, Giuntina, 2012, p. 67. ↩︎
  8. L. Mingotto, op. cit., pp. 267, 269. ↩︎
  9. V. Andreetta, Ricordo di Portobuffolè, a cura di D. Bruno Florian, Litografia Opitergina, 1979 (1^ ed. 1913), citato in Ivi, p. 266. ↩︎
  10. Trascrizione dall’intervento di Franco Cardini in occasione dell’incontro Alessandro Barbero e Franco Cardini: San Gimignano, il Medioevo e molto altro ancora fruibile su YouTube al seguente indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=zOmQAhdtnZg (dal min. 20:38). ↩︎
  11. L. Mingotto, op. cit., p. 266. ↩︎
  12. A. Marzo Magno, Ebrei a Portobuffolè, tra storia e pregiudizio, in “Il Gazzettino”, 26 maggio 2021, p. 18. ↩︎
  13. G. e S. Tomasi, op. cit., p. 111 [nota] ↩︎
  14. C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna, Adelphi, 2025 [ebook]. ↩︎
  15. Ibidem. ↩︎
  16. Testo antologizzato in R. Saviano, E. Angioloni, L. Giustolisi, M.A. Mariani, G. Müller Pozzebon, S. Panichi, LiberaMente, vol. 2: Dal Barocco al Romanticismo (dal 1610 al 1861), G.B. Palumbo Editore, 2010, da A. Manzoni, Lettere sui Promessi sposi, a cura di G. G. Amoretti, Garzanti, 1985. ↩︎
  17. L. Mingotto, op. cit., p. 264. ↩︎
  18. Ville venete: la Provincia di Treviso, a cura di S. Chiovaro, S. Pratali Maffei, C. Ulmer, Marsilio, 2001, pp. 439-440. ↩︎
  19. F. Franzin, Opera operaia, Marcos y Marcos, 2026, pp. 268-269. ↩︎

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