Stefano Strazzabosco (Thiene, 1964) è poeta di lungo corso, autore di numerose raccolte; l’ultima in ordine di tempo è in spagnolo (Apnea, RIL editores – AErea, febbraio 2026), ma le altre sono in italiano, oppure bilingui. Numerose e mirabili le sue traduzioni dalla stessa lingua, la cui conoscenza gli deriva dal vivere a Vicenza e a Città del Messico e grazie alle quali ha contribuito a diffondere in Italia numerosi poeti ispanoamericani (per esempio Aurelio Arturo, César Moro ed Eduardo Lizalde). Le migliori parole per una sua descrizione sono quelle di Marco Munaro, poeta e fondatore, nel 2003, dell’associazione e casa editrice “Il ponte del Sale”: “[Le] diverse identità fanno di Strazzabosco, oltre che il poeta che è, anche uno strano personaggio letterario, sfuggente e dal fascino enigmatico. Un’eleganza sopraffina, un’innata surreale ironia e un’autentica passione per la bellezza si mescolano in lui con la consapevolezza del nulla e della brevità della vita umana” (prefazione alla strenna Alba, firmata da Strazzabosco nel dicembre 2017).
Io le sposo in pieno.

Le caratteristiche della poesia di S. possono essere sintetizzate in tre parole: profondità (una costante in sottofondo, come il pedale nel basso organistico), ironia (quando non sarcasmo, o umorismo e senso dell’assurdo), attenzione civile (all’individuo, alla società nel suo complesso e all’ambiente); quattro, se aggiungiamo una certa propensione all’enigmistica. I versi sono asciutti, con rime e assonanze mirate che endecasillabi o altre lunghezze veicolano in modo piano e comprensibile, a tratti colloquiale: nessuna indulgenza su forme elaborate. E se alcuni testi possono risultare più ostici al primo impatto, è per il prevalere degli aspetti enigmistici, per così dire – il senso, se lo deve scoprire il lettore sguinzagliando il proprio fiuto.
Per iniziare a darne un assaggio, scelgo le due poesie che riporto di seguito, accomunate dal fatto che il tema varia strada facendo, come se il testo si torcesse a elica rivelando il sotto pagina, oppure l’un l’altro i temi si succedessero seguendo logiche inconsce – per richiami di suono o libera associazione, o per l’inciampo in fortuite madeleine proustiane.
(Ultimo discorso di Beniamino Fratta)
Tratta da “66”, ed.Il Ponte del sale, Rovigo, 2013
Giovedì sera alle diciotto e trenta Io Beniamino Fratta detto Bene con le mie dita e i denti scintillanti la catenina al collo sulle vene e la memoria degli scariolanti mi travestivo da soldato inglese e luccicavo al sole; e pigra- mente, puntualmente, esatta la gente ricostruiva il paese come una cosa mille volte fatta
Nella prima parte della poesia Beniamino Fratta detto Bene appare come un caratterista polesano – una sorta di pensionato tirato a lucido che guarda uno dei tanti cantieri non sapendo come impiegare il tempo. Ne sono spia il cognome stesso (come non pensare a Fratta Polesine) e soprattutto la sua memoria degli scariolanti, i lavoratori poverissimi e sfruttati, alla mercè di chi li assoldava occasionalmente, che in acqua tutto il giorno, con la loro carriola movimentavano terra e detriti per i lavori del Po – in zona Polesine, appunto, o nel ferrarese, nel ravennate. Beniamino, non a caso detto Bene, è tanto soddisfatto quanto pieno di sé, e lo dimostrano le dita e soprattutto i denti scintillanti – d’oro, come la catenina al collo e i sottintesi anelli; ci appare una sorta di parvenu evolutosi dalla condizione di scariolante che, salita la scala sociale, luccica al sole – e si traveste per l’occasione delle diciotto e trenta (non tentiamo di capire, qui è l’umorismo di S. a parlare) allo scopo di evidenziarlo.

Ma poi ci colpisce che il suo travestimento sia da soldato inglese, e questo improvviso scarto dalla scena polesana, vivida davanti a noi, ci porta dritti altrove. Che stiamo approdando in Israele – e che forse lì, oltre che nel Polesine, siamo sempre stati – ce lo dice un elemento cui prima non avevamo dato peso: il nome Beniamino. Sono questi gli anni in cui in Israele ci sono come minimo due personalità di rilievo, dal nome Benjamin: Netanyahu, che inizia il suo terzo mandato di Primo Ministro nel marzo 2013, e Gantz (detto Benny), il capo di Stato Maggiore alla guida dell’IDF (forze di difesa israeliane) che nel novembre 2012 attua l’Operazione Pilastro di Difesa nella Striscia di Gaza opponendosi alle fazioni palestinesi. La divisa da soldato inglese è del tutto armonica all’idea, essendo noto il ruolo della Gran Bretagna nella nascita dello Stato di Israele. A questo punto, diventa chiaro quale sia la gente che ricostruisce il paese/ come una cosa mille volte fatta: i più volte martoriati Palestinesi. Lungo la poesia, il passaggio dal Polesine alla Palestina diventa quasi un indovinello – l’aria mantenendosi amaramente ironica, quasi giocosa. Non sfugga il suggello tra le due realtà dato dalle rime, a fine verso e intra-verso, tra pigra-mente, puntualmente e gente da un lato, e esatta, fatta e Fratta dall’altro.
La poesia si rivela un dispositivo a incastro – un puzzle.
Austerlitz
La primavera è un suono che non senti e all’improvviso cala la turba dei parenti morti in sacchetti di riso sottovuoto e in plastiche semi-trasparenti E degli amici seppelliti in tombe disegnate dai geometri ritornano le voci in imballi ecofriendly che sorprendono per il design così trendy Avresti voglia di un po’ d’anice, ma temi che ti possa far male così nascondi i bicchieri e la bottiglia nello stipo segreto e ti affanni a lucidare il pavimento della sala, la cucina, il bagno degli ospiti e il terrazzo dove tra poco si uscirà a fumare Mio figlio è morto in Libia, mio cognato si è imboscato in rifugi di fortuna tra la paglia e la paglia di un fienile di Asiago dopo l’otto settembre Mia zia è partita per l’America su un piroscafo greco con bandiera lituana si è rifatta una vita ha avuto cinque figli con un tipo che veniva da Boston e la picchiava ogni sabato, quando tornava dai suoi giri nei saloon Mio cugino è salpato dal porto di Genova per l’Argentina ha trovato lavoro e ci scrive lettere che noi non leggiamo perché sono in spagnolo una lingua che noi non conosciamo Ma le sue vacche sono ancora qui: la Celestina beve alle pozze e guarda incantata i tarassachi scrollandosi le mosche dalle orecchie con movimenti rapidi delle orecchie e di coda La Gloria è più dinamica e non vuole calpestare le zolle dei suoi pascoli molli Preferisce l’asfalto, che d’estate si scioglie in filamenti appiccicosi come il formaggio delle sottilette, solo più nero, e molto meno appetitoso, e velenoso, chissà Sembra caucciù, e non lo è ma la Gloria lo apprezza e digerisce i Findus, o li digerirebbe, se potesse Servirebbe un lunghissimo biopic per saperne le origini, e le caratteristiche ma noi ci accontentiamo degli odori che non hanno un odore e calziamo scarponi che ci fanno camminare su molle abbastanza invisibili, ma comode e in qualche modo anche molto belle Mentre le specie endemiche e le specie invasive battagliano nei campi d’erba verde come i soldati di Napoleone nella nebbia di Austerlitz
Sono tredici gli anni che separano questo inedito dalla poesia precedente, e Austerlitz appare molto diversa per temi, struttura, lunghezza, se non altro; eppure, la torsione a elica è visibile anche qui.
L’inizio è con l’arrivo della primavera, un suono che non senti – originale abbinamento, quello fra un suono, il senso dell’udito, e questa stagione potenzialmente dirompente su ogni fronte, in cui Natura e vita si risvegliano; funzionale, in realtà, a introdurre l’arrivo della turba dei parenti morti e degli amici seppelliti che, alla quarta strofa, iniziano a parlare. Sarà molto importante ascoltare cosa diranno una volta convenuti lì, e ciò accadrà tra poco, per cui occorre affannarsi a lucidare / il pavimento, terrazzo incluso – e il pensiero vola alle tradizionali pulizie di Pasqua, alla benedizione della casa da parte del parroco.
È questa la spia: siamo davanti a un tuffo inconscio di S., che sta parlando del proprio sé, della propria famiglia e della propria comunità, nella loro forma più antica, originale – e a rinforzarlo, l’anice, un liquore d‘antan (e il fumo, adesso quasi obsoleto, ma da S. largamente praticato).
In tre strofe, altrettanti personaggi indefiniti raccontano dei propri cari che hanno vissuto la guerra di Libia, l’otto settembre e l’emigrazione nelle Americhe, del Nord e del Sud. Si tratta di fatti lontani nel tempo, ma importanti per la storia personale di S. oltre che, appunto, per la sua famiglia e la sua comunità: la guerra in Libia in cui morì uno zio giovanissimo, l’identitario altopiano di Asiago e il suo ruolo nell’otto settembre, la trasmigrazione oltreoceano, altrettanto identitaria dal punto di vista personale, e chissà per quanti altri veneti e vicentini – un esempio per tutti, il naufragio del piroscafo Sirio (4 agosto 1906), in cui molti ne morirono, specchio della prima ondata migratoria, cui seguì un’ulteriore ondata nel secondo dopoguerra. Il particolare e lo specifico assumono qui un valore universale.
Gli emigrati, per fortuna, hanno lasciato tracce visibili – e le tracce sono due vacche, precisamente, la Celestina, tradizionale, e la Gloria, resistente, dai gusti particolari e con uno stomaco di ferro. È la Gloria a segnare la torsione dell’elica, dall’ottava strofa in cui appare sulla scena. Mantenendo la metafora, potremmo dire che grazie alla Gloria il sotto pagina mette a nudo, e rivela in modo esplicito, quanto accennato sin dall’inizio nella poesia; come se il foglio su cui la stessa idealmente è scritta fosse semitrasparente, o sottilissimo, e il sotto pagina si intravedesse già dall’inizio. È il S. ambientalista quello che parla, adesso – questo l’aspetto in gioco della sua attenzione civile.

Infatti, nelle prime due strofe, a ben vedere, c’erano già un paio di cosette buttate lì, e non certo a caso: la turba dei parenti morti, che calava in sacchetti di riso sottovuoto e in plastiche semi-trasparenti, e le voci degli amici seppelliti, che ritornavano in imballi ecofriendly dal design più trendy – termini, questi ultimi, che chiosando puntano il dito contro certo ambientalismo radical chic dell’ultima tendenza (vedi anche le tombe disegnate dai geometri, un simbolo di distinzione sociale) e che, di nuovo non a caso, ben rimano intra-verso.
Gentilmente, S. si premura di assicurare una transizione morbida dal quadro precedente, quello dei migranti italiani. La prova: l’ultimo verso dell’ottava strofa, i pascoli molli. I quali non si possono pensare come fortuito riferimento al poemetto pascoliano “Italy. Sacro all’Italia raminga” (1901), che tratta appunto di migranti – lucchesi, e Barga ne è l’ambientazione – e si incentra su una ragazzina di nome Molly; non da parte dell’allievo della scuola patavina di Mengaldo addestrato sui classici che S. è, per citare nuovamente Munaro. Ponendo comunque il dubbio che, di nuovo, il verso possa essere frutto di un’associazione inconscia.
Approdiamo quindi in un presente artefatto, in cui l’ambiente è del tutto calpestato; e la Gloria, come l’umanità intera, gioiosamente se lo gode, disdegnando la Natura e i suoi ritmi, prediletti invece dalla Celestina. Centrale e respingente il riferimento alle sottilette, collegate all’asfalto che la Gloria preferisce alle zolle e che con il caldo dell’estate si scioglie allo stesso modo – come non pensare al refrain pubblicitario, anch’esso datato, “fondono e filano”? E d’altra parte la Gloria apprezza l’asfalto sebbene sia, delle sottilette, molto meno appetitoso, e per giunta velenoso – essendo questo un altro punto ambiguo, che una virgola ad hoc non basta a chiarire: si porta dietro, l’aggettivo “velenoso”, il “molto meno” oppure no? Forse sì, azzardo io; ed ecco che arriviamo al cibo ultraprocessato che imbandisce le nostre tavole, essendone il riferimento alla digeribilità di non meglio precisati Findus un cospicuo rinforzo.
La poesia prosegue con il riferimento a odori diventati non odori, dei quali ci accontentiamo, sottolineando quanto tutto questo piaccia a noi umani, proprio come alla Gloria, per planare nel finale, esplicitamente, su uno dei frutti peggiori del nostro mondo artefatto e contaminato: la battaglia tra le specie endemiche e le specie invasive – e quindi: Austerlitz. Essendo le seconde i soldati napoleonici, che conseguirono la più celebre e importante vittoria per le sorti della Francia e Napoleone stesso, il futuro che ci aspetta è tristemente delineato.
Ultimo viene, ma non per importanza, il riferimento all’assonanza in doppia “l” che lega un po’ tutta questa seconda parte (calpestare le zolle, pascoli molli, camminare su molle, molto belle) – un’assonanza liquida, distopicamente quasi piacevole, che alleggerisce, spiazza e mostra che, in fondo, davvero questo mondo artefatto ci piace.
Per chiudere: se la primavera è un suono che non senti e all’improvviso, il riferimento al celebre, e bellissimo, “Canto di primavera” del Banco di Mutuo Soccorso (1979) è casuale? Chissà.
Zelda S. Zanobini, poetessa e critica letteraria


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