Freak of Nature, intervento artistico sul Ponte di Bassano.

Elogio dell’anomalia. Intervista a Freak of Nature, di Stefano Strazzabosco

Un pomeriggio d’aprile, a Vicenza. La luce radiante della primavera attraversa i rami degli ippocastani in fiore e accende il rosso degli scivoli nel parchetto all’angolo. Freak of Nature abita al primo piano del condominio proprio sopra quel parco e il suo balcone, pieno di piante verdi, ne sembra l’estensione. Anche gli occhi di Freak sono verdi. E i miei, se si guardano bene. Ma nell’appartamento mi accolgono due gatti, affettuosi e sornioni, e un piccolo cane entusiasta. Dei ragazzi in cortile si scambiano qualcosa al cellulare, e un’ape intrappolata contro i vetri risveglia l’attenzione dei gatti, che iniziano a giocarci. Appoggio il cellulare sul tavolo che mi separa dall’artista e faccio partire il registratore, guardandola sbucciare un mandarino.

Quando nasce artisticamente Freak of Nature?

Poco più di quindici anni fa. In realtà, però, c’è sempre stata: io ho sempre disegnato sui muri, fin da bambina, e ho sempre disegnato le stesse cose di adesso: questa mia natura distorta, questa anomalia della natura (freak of nature, appunto) è sempre stata al centro del mio interesse. E il nome risale all’infanzia: è la prima cosa che ha detto mia madre quando mi ha vista. Sono anomala da sempre.

Quindi è stata Anastacia a copiarti…

No (ride)… freak era il mio soprannome da piccola. C’è anche un orribile film dell’orrore, del ‘32, ma lì il freak è visto come un errore della natura; per me, invece, è un’anomalia della natura, e lo trovo bellissimo: è qualcosa che mi attrae in tutto e per tutto.

Cosa ti attrae dell’anomalia?

È speciale. Rende le cose diverse. Noi tutti esseri viventi siamo già bellissimi, però nell’anomalia c’è qualcosa di imprevedibile che apre ad altre possibilità.

Quale potrebbe essere un suo sinonimo?

Forse proprio il diverso. Quant’è attuale questo termine… Il diverso fa anche molta paura, come l’anomalia; ed è misterioso, anche perché ciascuna anomalia ne produce delle altre: per reagire non puoi più seguire gli schemi, ma devi creare un’altra anomalia. Anche fisicamente, se ci pensi. Oppure il diverso scompare… io ho gli occhi verdi, per esempio, è la mia anomalia, ma spariranno, perché sono i più rari. Eppure, quando vediamo qualcuno con la pelle nera e i capelli biondi ciò che ci colpisce è appunto la sua diversità, la sua anomalia.

Forse un po’ tutta l’arte è quello che stai descrivendo, uno scarto rispetto a una norma…

Dovrebbe; una parte dell’arte, quella più sotterranea, è ancora questo; un’altra parte invece è molto prevedibile e riconoscibile, e forse dev’essere così, perché arrivi alla massa. Del resto a volte anch’io uso qualcosa di molto riconoscibile per semplificare, per arrivare a più gente possibile. Quando faccio una performance, penso sempre: io so quello che sto facendo, ma gli altri no. Vediamo come reagiscono. Così, per esempio, le mie famose strisce verdi all’inizio erano strisce e basta, non bambù: io non l’ho mai detto, eppure col tempo lo sono diventate.

Freak of Nature, opera su negozio sfitto a Belluno.
Sfitto a Belluno

Raccontaci qualcosa di questo aspetto del tuo lavoro artistico, le pennellate verdi che applichi sulle vetrine dei negozi sfitti, vale a dire i bambù…

Ho sempre avuto un’attrazione per l’abbandono. I bambù sono inseriti in un percorso che viene da lontano. Quando stavo a Torino e dipingevo per lavoro – facevo la creativa per uno stilista – di notte uscivo con un collega che era un graffitaro vero, non come me: uno di quelli che hanno iniziato a 12 anni dipingendo i treni, prendendo botte dalla polizia, scappando di corsa… quelle cose lì. Uscire con lui di notte era bellissimo, ma io non avevo niente da dire: loro avevano un obiettivo – che fosse riportare la loro immagine nei posti più assurdi o dire qualcosa, anche una cazzata, ma dire qualcosa −, io no. Ma avevo un interesse per gli abbandoni. Osservavo i loro gesti veloci, la loro tecnica, soprattutto, e intanto aspettavo che mi venisse qualcosa da dire. Un giorno, tornata da poco a Vicenza, sono passata davanti a Borgo Berga1 e mi sono emozionata tantissimo, perché ho avuto l’illuminazione. Ho pensato: eccolo qua, l’abbandono! E poi mi sono chiesta quale fosse il punto… e il punto era che quel complesso edilizio non ci sarebbe dovuto essere, perché i due fiumi che gli passano intorno da una parte e dall’altra sono palesemente troppo vicini… E sulla riva c’erano dei bambù, una pianta che senza quelle costruzioni forse avrebbe potuto coprire tutta quell’area. Dunque ho pensato: bene, se un bambù può crescere di un metro all’anno, e il cantiere dura da quindici anni, ora i bambù potrebbero essere alti quindici metri. Allora ho costruito questi 100 metri x 15 di tele, e insieme ad altre 26 persone una notte siamo andati a montarle sulle impalcature di 5 palazzi in costruzione, ancora degli scheletri – fra l’altro all’epoca erano anche sotto sequestro. Ma la mattina dopo c’erano degli operai al lavoro, che solo verso l’una sono riusciti a parlare con la signora Maltauro (la proprietaria dell’impresa che insieme a Codelfa ha costruito il complesso di Borgo Berga, NdR). La signora, anche se disperata, mi ha chiesto di lasciare l’opera in cambio di 2000 euro, oltre alla dichiarazione che l’intervento era stato commissionato da lei… io ero andata a casa sua per insultarla, fondamentalmente, e coprire delle impalcature costa centinaia di migliaia di euro… ho rifiutato, e l’opera è stata rimossa.

Freak of Nature, intervento a Borgo Berga, Vicenza.
Borgo Berga, Vicenza

Hai usato delle tele, hai detto?

Un’azienda mi ha fornito centinaia di metri di tessuto che ho tagliato a pezzi e dipinto a uno a uno. Un amico mi ha lasciato lavorare nel suo capannone, dove su un tavolo lungo una ventina di metri, costruito da me, ho dipinto i bambù, unendo poi le tele fra di loro. Infine le tele, che nel frattempo erano anche state benedette da un altro amico, un parroco, sono state fissate sulle cornici dei tetti dei cinque palazzi in costruzione. Più tardi, per l’Onda Palace di Padova, un palazzone abbandonato di 22 piani, ho costruito una tela di 88 metri x 12, ma vi ho dipinto fiori, non bambù: fiori bianchi e azzurri che simulavano l’acqua che aveva invaso il tetto, rendendolo abbattibile… e invece poi il palazzo è stato ristrutturato. Però il bambù è potente, anche come simbolo, e filosoficamente; e ci assomiglia, infesta tutto, come noi: non puoi fermarlo, come l’uomo. Per questo mi pare perfetto.

Freak of Nature, opera all'Onda Palace di Padova.
Onda Palace, Padova

Che colori adoperi?

Quelli che si usano nella stampa dei tessuti: colori acrilici, all’acqua, che creano una pellicola rimovibile. Non li ho scelti all’acqua perché così si possono rimuovere più facilmente; sono i colori che ho sempre usato, ma molta gente si preoccupa prima di tutto proprio di questo, e mi chiedono: ma poi vanno via? Purtroppo sì, vanno via… ed è anche bello che sia così, in fondo.

Torniamo alla tua attrazione per l’abbandono: mi puoi spiegare meglio che cos’è per te l’abbandono, e perché ti interessa così tanto?

Anche questo viene dall’infanzia. Mio papà era un direttore di cantiere, ha lavorato all’estero per vent’anni e dunque anch’io ho abitato in posti che non vedrò mai più: l’Iraq, l’Arabia Saudita… Il cantiere mi è sempre piaciuto, ed è come l’abbandono, è uguale. Per questo non mi spaventa, ma mi dà l’idea di qualcosa da ricostruire, o qualcosa che puoi immaginare com’era, e come sarà… mi apre l’immaginazione, mi ci trovo a mio agio, mi stimola e mi viene voglia di proteggerlo, quasi, dall’indifferenza altrui, come nel grande lavoro che ho fatto a Villa Albrizzi Marini a San Zenone degli Ezzelini: quella villa, abbandonata, era diventata la discarica di tutto il paese, che in più l’aveva depredata di ogni bene, e devastata. Col mio intervento volevo rompere con tutto questo e richiamare l’attenzione sulla possibilità di usare la villa in un altro modo, come poi è successo. Così, quando segnalo coi bambù i negozi sfitti, non intendo dire che dovrebbero riaprire… non ci servono più, è tutto cambiato e non c’è niente da fare, ma perché non immaginare dell’altro? Ad esempio, non sono contraria a trasformarli in garage, perché no?

Freak of Nature, opera su negozio sfitto a Vicenza.
Sfitto a Vicenza

Quindi la tua idea di abbandono è meno drammatica di quello che potrebbe sembrare: si tratta piuttosto di una potenzialità, di un qualcosa in divenire, come un cantiere, appunto…

Sì; e poi pensavo che questi lavori avrebbero portato qualcuno a interrogarsi sull’abbandono umano, mentre ancora non riesco ad arrivare fino a lì. Non ho ancora trovato l’idea giusta, anche se so che è già dentro di me.

Che cos’è l’abbandono umano, per te?

Mi è successo spesso di entrare in contatto con persone che mi sono sembrate abbandonate a sé stesse: penso ai giornalisti, per esempio, costretti a lavorare in condizioni precarie o svantaggiose per portare a casa la pagnotta: per questo a un certo punto ho cominciato a dipingere foglie rosse che uscivano dagli studi televisivi come fossero lingue di fuoco, e quella volta ho anche scritto un bel comunicato stampa in cui sottolineavo come il ruolo del giornalista sia fondamentale per la libertà. Ma le categorie degli abbandonati sono molte, e ovviamente includono anche le persone che si bucano, gli stranieri che vendono loro la droga, quelli che gironzolano a vuoto per le nostre città, o quelli che lavorano nelle industrie e nei campi con contratti da fame che devono accettare, per mantenere le loro famiglie.

Credi che l’arte debba avere connotazioni civili, morali o sociali?

Per me è proprio questo. Io mi sento un po’ obbligata, non è nemmeno una scelta, semmai un’azione, e una reazione. Mi sarebbe piaciuto chiudermi nel mio atelier e dipingere delle tele, rimpicciolire il tutto, non sentire il bisogno di comunicare all’aperto; ma non me la sono sentita di farlo; e il punto cruciale per me è che in questa società non c’è spazio per gli artisti. L’unico modo per ritagliarsi questo spazio è dando fastidio, non certo chiudendosi in uno studio. L’arte va portata fuori. Però non è street art, la mia: è un’altra cosa, che non so definire.

Il poeta Allen Ginsberg ha scritto Il messaggio è: allargate l’area della coscienza. Sei d’accordo?

Madonna…! Magari nascesse più gente che urla e dà fastidio, specie in questo momento in cui ti dicono che bisogna mantenere il decoro, essere a modo e stare buoni.

In quanti luoghi sei intervenuta con le tue provocazioni?

Finora in 38 città: tutte quelle del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia, dell’Emilia Romagna e metà delle lombarde, più qualcosa nelle Marche; mi sono accanita un po’ di più nei luoghi intorno a dove abito, e per esempio a Dueville ho fatto trenta sfitti e mi sono presa due denunce… Ma in totale di vetrine ne ho fatte più di 3000. In media sono 100-150 per città.

Quante volte ti è capitato di essere denunciata, e cosa è successo dopo?

Tre o quattro volte, non tante… Ho anche un DASPO. La prima denuncia è fioccata a Bassano del Grappa, dove un assessore che si faceva chiamare sceriffo ha minacciato di multarmi per ognuna delle vetrine su cui ero intervenuta. Allora ho consultato anche un avvocato, ma alla fine ho capito che in realtà non succede mai niente. Però un anno fa, a Gorizia, dove ero andata al seguito di Michelangelo Pistoletto per aiutarlo in sua performance, sono stata fermata e tenuta in questura per ore… anche quella è un’anomalia, e come tale ti causa sempre un po’ di inquietudine. D’altra parte, però, fa anche ridere: nel verbale della polizia sono elencati tutti i pennarelli che avevo in tasca, specificando il colore di ciascuno… è un verbale bellissimo. Alla fine mi hanno dato un DASPO per due anni, un provvedimento che non comminano nemmeno agli stupratori. Per quale reato? Fanno fatica a parlare di imbrattamento… ma quando vogliono sanno come colpirti. Il mio amico e collega Evyrein si è trovato la Digos in casa, dopo aver attaccato sui muri l’immagine della Meloni che stringe la mano a Bonafede.

Collaborazione artistica tra Freak of Nature ed Evyrein a Treviso.
Intervento di Freak of Nature ed Evyrein, Treviso

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Forse quello di cui parlavamo prima: l’abbandono umano urbano in questa città. Una notte di sfitti equivale a toccare con mano tutte le sezioni di un giornale, dalla Cronaca alla Salute alla Politica. Di notte si incontrano tantissime realtà. A Milano mi ha impressionato la tendopoli notturna che viene smantellata ogni mattina alle 5: di giorno non si vede, ma di notte c’è. Sotto un portico in centro abbiamo contato fino a 30 tende. Ma prima voglio partire da qui, da casa mia. Non è che mi interessi far vedere le persone che dormono per strada; mi interessa far capire che una società che si permette questo non si può dire “per bene”. Circolano idee troppo comode, e sbagliate, che distorcono le cose. Sto riflettendo su come reagire a tutto questo, artisticamente, senza rischiare di essere manipolata.

Dimmi tre parole che per te sono importanti.

La prima è abbandono. La seconda è fatica. La terza è tenacia.

Ritratto dell'artista Freak of Nature davanti a un suo albero.
Freak of Nature davanti a un suo albero.

Stefano Strazzabosco, poeta e traduttore

Immagine di copertina:
Intervento sul Ponte di Bassano

Note:

  1. Si tratta di un complesso di edifici direzionali, commerciali e residenziali costruiti nell’area compresa tra i fiumi Retrone e Bacchiglione, dove una volta si trovava il cotonificio Rossi. Il complesso, nel quale si trova anche il nuovo Tribunale, ha suscitato critiche, proteste e indagini. ↩︎

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