Pubblichiamo la recensione di Vittorio Giacopini, scrittore e critico letterario, al libro di Francesco Permunian, Anime farfuglianti nella notte, uscito nei primi giorni di maggio per Palingenia. A questa recensione seguirà a breve un’intervista da parte di Romano Fiocchi (giornalista, collabora col blog Nazione indiana), in cui verranno approfonditi i temi che Permunian, autore schivo e appartato, affronta ossessivamente da anni nei suoi romanzi.
I giorni della “collera” e dell’”annientamento” sono andati e forse anche “l’amor crudele” col suo “sillabario” inflessibile è acqua passata. Francesco Permunian invecchia senza livore e – almeno all’apparenza – si diverte (anche se quando ride, ride amaro). L’ultimo libro di questo notevole scrittore è una “mezza centuria di microstorie sul fallimento come opera d’arte” che solo in parte coincide con un “repertorio” di casi umani. Anche se il termine ‘centuria’ – spiega – non rimanda a Manganelli ma alla botanica, Permunian registra da entomologo il “brusio di sottofondo” di una “maldicente fauna umana”. Sono “anime farfuglianti nella notte”, “un iracondo corteo di falliti” che contro ogni logica sperano ancora di “uscire dal cono d’ombra” in cui, aspirando a una gloria da niente, sono precipitati. “Morti di fama”, “gente che dorme… col topicida a portata di mano”.

Intendiamoci, Permunian non si limita a registrare; mira a un bersaglio. La “fama” – e il fallimento – che racconta sono soprattutto la farsa o la patetica impostura della letteratura. Ma Anime farfuglianti non è solo la satira dei rari splendori e delle “deplorevoli miserie del nostro circo editoriale”. Il libro va letto anche come un mazzo di tarocchi, singolarissimo, e la misteriosa casa editrice Bellas Letras che accomuna le sorti di queste anime farfuglianti e smarrite è proprio un Castello di destini che si incrociano, ma male.

J’accuse a parte, è questa sciarada di personaggi di tarocchi (editoriali) a affascinare. C’è un po’ di tutto e ce n’è per tutti. La grigia e zelante segretaria Ernestina Durango sogna di assomigliare a una rinomata autrice sudamericana, e Mariana Quintero Hoffman, che invece sudamericana lo è davvero, intrattiene un’equivoca relazione col patron della Maison, Leonides Del Castro, per quanto il vecchio sia notoriamente un “sodomita”. La “mecenate e filantropa” Helenia Herrera si atteggia a “Madre Calcutta del Parnaso”; Emerenziano Furegòn – il “cannibale” – è una star dell’editoria e un virtuoso del plagio più smaccato; il poligrafo Fortunelli oscilla tra Artaud e le radiocronache sportive e anche il “canto nella notte” della voce che a tratti dice (o balbetta) “Io” è, si, una requisitoria, ma complice e ammiccante, sgangherata. Permunian non denuncia (grazie a Dio): sorride a mezza bocca, e sfoglia i Tarocchi.
Vittorio Giacopini, giornalista, saggista e conduttore radiofonico
Immagine di copertina
Osip Mandel’štam”, olio su lino cm 30×40 (2022) – © Luca Del Baldo


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