“L’uomo non caccia la bestia, ma da bestia qual è
caccia il suo simile, gli tende insidia e agguato,
lo carcera, lo gasa, lo tortura, lo bombarda
e tutto questo scempio e macello e rovina
lo chiama: Storia”.
Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è pace

Se la pace fosse un’illusione? Se, come il principe Sigismondo, ci accorgessimo che questa pausa tra una guerra e l’altra fosse solo un breve sogno? Se scoprissimo, infine, che ogni altro tempo fuori da questa temporanea sospensione è guerra? Dubbi, domande, inquietudini che sorgono al termine della lettura dell’ultimo romanzo di Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è pace (Nutrimenti, 2026, pagg. 384, 20,00 euro). Il libro, come una pala di un ipotetico quanto improbabile altare, costituisce una sorta di dittico con il precedente romanzo, L’orizzonte degli eventi (Mondadori, 2024): non manca neppure un cameo dello zingaro dagli occhi azzurri che ne era il coprotagonista. Ma se ne L’orizzonte degli eventi la voce narrante proveniva da un tempo pandemico, in Ogni altro tempo è pace ci troviamo catapultati nel “dopobomba”, un 2032 di sapore orwelliano, in cui il secolo-che-non-passa, il ‘900, si sovrappone e confonde col ‘600: in fondo, come cantava Jimi Hendrix (per molti versi, ideale colonna sonora del libro), il 9 non è che un 6 rovesciato: “Yes, now if 6 turned out to be 9 / I don’t mind, I don’t mind”. Per l’autore, il grande rivolgimento storico politico della Guerra dei Trent’anni è un buon paradigma, in quanto ha determinato non solo l’equilibrio europeo e mondiale, ma anche la forma stato e il nostro rapporto con il potere. E dunque, eccoci di nuovo qui, dentro la guerra. Dentro un’altra guerra, una nuova Guerra dei Trent’anni e insieme la vecchia Guerra dei Trent’anni. Oggi, ieri, domani sono parole vane:
“Il tempo non esiste, il tempo è un cono d’ombra, un buco nero e la vita – se di vita si tratta – è COMPRESENZA, e i vivi sono morti e i morti vivi”.
Come in uno specchio rotto, in cui il volto riflesso si moltiplica, all’interno del romanzo è la voce narrante a frantumarsi in molteplici schegge che si riverberano attraverso i secoli in una vertiginosa mise en abyme in cui il lettore è invitato a perdersi, una Totentanz che si sviluppa in forma di affascinante spettacolo e monito tremendo.
“Non sono pazzo, io. Non sento voci. Io, io sono voci. E io, sono sempre io, allora e adesso. State in ascolto…”: è l’invito suadente a inizio libro. E di voci se ne incrociano parecchie, in questo romanzo che potrebbe apparire distopico ma che è invece realistico, come potrebbe essere Balzac o Manzoni (d’altronde, lo diceva già un altro scrittore, l’inferno non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno è quello che è già qui etc. etc.)
Dicevamo delle voci che si intrecciano: innanzitutto, quella di un narratore che vive in un condominio di Roma, nel 2032, in un tempo flagellato da nuovi morbi generati da spillover grotteschi (ma non irrealistici). Sorta di Caronte che ci accompagna lungo la brulicante vita di Togliattenstrasse – il quartiere romano in cui si sono organizzati i sopravvissuti – riflette sembianze e incertezze dell’autore:
“Un uomo solo, in maniche di camicia, pochi capelli in testa, un uomo con tutto il suo fardello di pensieri, crucci, titubanze, stucchevoli nostalgie, voglie da poco, un’anima diciamo in pena, meglio: perplessa. […] L’ultima libertà che ci è restata, l’ultima chance: vivere smarriti nei propri incubi o vivere negli incubi degli altri: non c’è alternativa.”

Il GRANDE INCIDENTE viene chiamata la catastrofe che ha distrutto buona parte dell’Urbe, frutto di ordigni ipersonici e bombe nucleari tattiche. Anche i colli dei Castelli Romani hanno ripreso l’attività vulcanica: un paesaggio “pompeizzato”, dice la voce narrante. Ma c’è stato di peggio: maree che hanno cancellato intere città (Venezia e Ferrara kaputt) e coste. “Il nostro clamoroso suicidio collettivo: l’exploit quasi terminale dell’Antropocene”. Tra gli interlocutori privilegiati del narratore romano (chiamiamolo così), Sergei Block, tagico, commerciante d’armi, suo amico e sodale, che sembra uscito da un film di Alberto Sordi, e di Sordi conserva il disincanto (o cinismo); e ancora, Cometa, ex hippy “sciroccata” che si aggira come una Cassandra in sedia a rotelle nel quartiere di sopravvissuti, accompagnata da un nugolo di canzoni (Jefferson Airplane, Bob Dylan, Woody Guthrie, Phil Ochs, a cui potremmo aggiungere Jimi Hendrix), attraversata da visioni inquietanti. Dal 1600 arrivano, riverberate da lettere e diari, le voci di due incisori, il francese Jacques Callot (1592 – 1635) e l’amico e allievo Matthaus Merian (1593 – 1650), disegnatore svizzero naturalizzato tedesco. C’è stato un periodo in cui Vittorio Giacopini aveva messo da parte la scrittura per dedicarsi al disegno (sua è infatti la copertina): anche di qui l’attenzione ai due incisori secenteschi, Callot e Merian, che con le loro incisioni e acqueforti, hanno illustrato gli orrori guerra, secoli prima di Goya, di Picasso, anni di conflitto e di orrore, di sofferenza:
“La guerra da sfarzo principesco […] si era mutata in carneficina ordinaria, zuffa meschina tra soldati e contadini, tra poveri, cenciosi militari e burini esasperati, gente allo stremo”.
Nei loro disegni assistiamo alla grande anti-epica della Guerra dei Trent’anni, un manifesto più esasperato che pacifista, una condanna senza i conforti di alcuna religione, senza speranza. E sempre dal tumulto della guerra dei Trent’anni, proviene la voce di un soldato di ventura originario di Pescantina, Iacopo Iacopi, e le voci di personaggi storici (tra i quali Cartesio) o inventati, come una banda di imbalsamatori che sembra uscita da un film di Terry Gilliam, il cui compito è sottrarre al tempo attimi di vita che vita non sono più, impagliando e conservando nel Museo Clandestino i diversi personaggi della storia; e poi le parole di Lucie Moran, religiosa del monastero di Saint Louis de Louviers, accusata e riconosciuta colpevole di crimini di magia nera che ritroviamo nei verbali di un processo per stregoneria nel ‘600 e di cui la hippy Cometa è la controfigura (o reincarnazione?). Le cose tornano, infatti: come sussurri del passato, rantoli di memorie o, semplicemente, come immagini di repertorio che passano alla televisione – sempre che non ci siano blackout.
Già: il tempo. “Il tempo non esiste, è un cono d’ombra – è Sergei a parlare, ma potrebbe essere qualsiasi altra voce – Niente si ripete: tutto è sempre qui e nulla scompare, e ogni cosa è compresenza, tutto è eterno”: i meccanismi della Storia, la Politica, la vita in comune tra gli uomini, “che è sempre guerra”. La Storia simile a un’orgia sodomitica in cui armi e guerra funzionano da lubrificante.
“Salti di specie e spillover, morbi mai visti, intermittenti, regolari, pandemie, e intermittenti, e ugualmente regolari, guerre ibride più o meno a bassa intensità, più o meno atroci, guerre combattute con barbara ferocia sul terreno, tra le genti e contro le genti, nelle città, o eteree, altrettanti letali aggressioni digitali, nel cyberspazio, e questa nostra vita-non-vita – fatta di bit – e il vasto sciame del virtuale, e l’aria guasta e i mari che si alzano, e intere coste e lingue di terra e pianure e città sommerse e il clima torrido che genera eventi ‘estremi’, e fame ovunque e siccità e carestie e lutti.”

Ma le voci non sono solo quelle evocate, blateranti, straparlanti, confuse, sentenziose, malinconiche dei diversi personaggi. Le voci che parlano attraverso il narratore-autore, sono un vero e proprio repertorio novecentesco: echi di Simone Weil, Walter Benjamin, Elsa Morante, George Orwell, Kurt Vonnegut, James Ballard. E poi riferimenti a Thomas Hobbes, a Friedrich von Schiller, citazioni in francese, in latino, in inglese, un rutilante pastiche che rende questo romanzo un’avvincente sfida al lettore (e, se vogliamo, anche a una letteratura italiana contemporanea piuttosto asfittica). Nella pagina di Giacopini si percepisce una sorta di horror vacui, frasi che si accumulano come macerie, una scrittura fitta, costipata, quasi l’autore volesse verificare la tenuta delle parole: la pagina si ispessisce in diluvi di elenchi, vortici di nomi, acronimi, lapidari, titoli di film, di libri, di quadri, stralci di verbali, proverbi, citazioni, parole in tedesco, in romanesco, in latino, in francese, in veneto, in inglese, in corsivo, in maiuscoletto, in grassetto: zeppe a rincalzare una torre di Babele instabile pronta a precipitare da un momento all’altro a piè di pagina, una costruzione verbale perennemente in bilico che sembra mimare la posizione dell’autore (e del lector in fabula). Ma come in un miracolo pentecostale, le voci, le voci tutte, dialogano, si rendono comprensibili, avvolgono il lettore e lo trascinano lungo le circonvoluzioni del tempo.
Al panorama di morte, si oppone comunque una vita sotterranea e marginale, acremente ilare, affidata a freaks improbabili, hacker imprendibili: ed è la musica gitana che accompagna come una scintilla le ultime scene di un libro luttuoso, sì, ma a suo modo vitale, perfino allegro:
“Suoni che avresti detto di ottoni scalcagnati, violini e tristi viole, di tamburelli, lontani ma in crescendo […] Nell’aria greve, a intersecarsi per un qualche maleficio o prodigio d’acustica e di tonalità e di ritmo, le note di un blues cupo e molto triste contrappuntavano l’incompatibile andamento di un valzer prima lieve-esitante, poi scatenato.”
Una sorta di mix tra il Requiem di Tristano per Charlie Parker e il Valzer Underground di Goran Bregović. Strana, confusa, irrisolta, fatta di molte linee e diverse sequenze la melodia: proprio come il romanzo di Giacopini, che sembra obbedire ai consigli di Cechov: senza trama né finale. Questo “non-romanzo” è forse l’unica risposta sensata al caos odierno: l’intreccio di vicende ci conduce dentro un labirinto in cui le storie sono cocci impossibili da far combaciare, uno specchio infranto in cui riflettersi con disgusto e paura, riconoscendo l’assurdo del nostro tempo. Diciamocelo: il rischio, oggi, per un romanzo distopico, è quello di essere superato dagli eventi: criminali grotteschi che si appellano a divinità a loro immagine e somiglianza e conducono il mondo al disastro, popoli e nazioni umiliati o in adorazione dei loro mostruosi leader.

Parlando della morte di Wallenstein, protagonista assoluto della Guerra dei trent’anni, assassinato nel suo castello, leggiamo in una lettera dell’incisore Matthaus Merian spedita al suo maestro e mentore Jacques Callot:
“Insomma, l’ipotesi sconvolgente, l’ipotesi inaccettabile col metro di oggi, è che Wallenstein volesse la PACE, cercasse la PACE e alla PACE anelasse, non più alla GUERRA. E forse, Maestro, è per questo che l’hanno straziato a colpi di partigiana nel suo castello di Eger, e forse è per questo che chi cospirando l’ha ucciso è stato premiato. Perché chi pronuncia la parola “Pace” qui, dentro questo tempo qui, in questa stagione, perché chi dice o evoca PACE commette sacrilegio e dice l’inaudito, insomma Bestemmia.”
Nicola De Cilia, scrittore, critico letterario e docente
Immagine di copertina
Unsplash.com/it


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.