Primule selvatiche in un bosco, richiamo alla natura e al mondo rurale raccontato nei libri di Lucio Carraro.

Il tempo di una geografia mentale. La scrittura di Lucio Carraro. Testo di Pierfranco Uliana

Lucio Carraro, maestro in quiescenza dalla riconosciuta tempra di educatore, è copywriter e scrittore animato da curiosità per la vita di provincia e da una risoluta quanto solida vocazione letteraria. Della costante attenzione alla dimensione geografica e sociale del contraddittorio mondo veneto, soprattutto ad un certo mondo rurale e della ristorazione, sono prova le varie pubblicazioni. Nel 2015 esce Agosto (Arcari Editore), sedici racconti che descrivono in un’ottica ambientalista il modo di concepire, di vivere e di salvaguardare la montagna in un serrato colloquio con la moglie Betty. Ma è nel 2016, grazie all’incontro con Carlo Petrini e Gino Bortoletto di Slow Food, che, con Il senso della lumaca e altre storie (Slow Food Editore), Carraro dà prova, attraverso una scrittura piana e asciutta, di saper cogliere gli aspetti più innovativi di certi produttori delle terre venete e a dare luce alle motivazioni delle loro scelte di restare sul e per il territorio: ed ecco dunque descritti l’agnello dell’Alpago, il formaggio Morlech, il burro della Valle del Primiero, il salame del Veronese, il recupero delle mele e delle pere autoctone, la cucina di territorio… Seguono Cuoche, le radici della cucina (Antiga Edizioni), diciannove racconti, di cui diciassette ambientati in Veneto, che indagano il mondo femminile delle cucine, sia di casa che di osteria, e Convivio (Antiga Edizioni), altri venti racconti che riportano le proposte di sala da parte degli osti. L’ultimo, Vinaioli, rimane allo stato di abbozzo.

Copertina del libro Il senso della lumaca e altre storie di Lucio Carraro, edito da Slow Food Editore con prefazione di Carlo Petrini.

Nel 2017 cura Volare (S.i.p.), la biografia del pistard moglianese Franco Testa, olimpionico, medaglia d’argento a Tokio, campione italiano, legato a Coppi da profonda amicizia. Dà alle stampe anche dei libri per ragazzi, tra cui La verde collina (Petrini Editore 1990) e Il mistero del coniglietto scomparso (Solferino Libri 2026), la cui prosa odora di Rodari e del giovane Calvino.

Copertina del libro per ragazzi Il mistero del coniglietto scomparso di Lucio Carraro, illustrata con animali di fattoria in stile grafico.

Nel 2020 pubblica L’odore del tempo (Antiga Edizioni). Carraro volge lo sguardo ai passaggi epocali che hanno caratterizzato la sua generazione e che, a suo avviso, non hanno mai registrato in quelle che lo hanno preceduto, cambiamenti culturali ed esistenziali di una così profonda radicalità: un’adolescenza immersa nel mondo rurale dalle radici plurisecolari, la giovinezza e maturità che ne vede il declino a causa del rapido quanto sconvolgente avvento dell’era industriale ed infine l’epoca del digitale e del mercato globale che soppianta e dilapida delle due precedenti abitudini e culture, modi di pensare e lingua. Non è un breve arco di vita, dunque, quello vissuto dalla generazione novecentesca nata nei primi anni Cinquanta, bensì un’età che condensa in sé un intero millennio, dal tempo lento e ciclico del mondo contadino a quello sociale e rettilineo della rivoluzione industriale a quello attuale in cui la rete informatica funziona da acceleratore in direzione d’un presente diffuso e schiacciato.

Copertina del libro L'odore del tempo di Lucio Carraro pubblicato da Antiga Edizioni

Dove però Carraro mette in luce una singolare capacità d’indagine psichica incardinata in una lingua dagli esiti poetici, sono le ultime due pubblicazioni, complementari per quanto formalmente diverse, Body copy al profumo di caffè. Microcosmi di provincia (De Bastiani Editore, 2022), brevi prose con figure di stile e ritmi musicali propri della poesia, e Calendarietto (con quattordici disegni di Angelo Zennaro, Arcari 2025), autentico poemetto in versi lunghi che ricorda una certa poesia del secondo Novecento.

Tra le due pubblicazioni, però, bisogna almeno ricordare che nel 2023 dà alle stampe un’elegante plaquette fuori commercio, La casa di Betty, una personale quanto toccante raccolta di pensieri dedicati alla moglie, dove la dulcedo della prosa memoriale tende a spezzarsi ora in versi lunghi

Betty, farfalla dai battiti armoniosi. 
La sua meccanica sprigionava movenze naturali,
raggianti nelle serate danzanti.
Lei e la musica erano tutt’uno.
Sorridevano nell’ombra della stessa luna. (Farfalla)

ora in brevi intense sequenze sintattiche alleggerite da un lessico sorvegliatissimo le cui radici affondano in una corrispondenza d’affetti che risale alla prima adolescenza

Conobbi Betty una mattina di mezza estate vicino ad una fontana circondata da ortensie blu e dai nostri giovani sguardi.
Spendemmo i mesi successivi ad annusarci.
Avevamo entrambi quindici anni. (Fontana blu).

In Carraro c’è sempre un angulus, o un paesaggio, che fa da innesco al ricordo più intimo cui la parola dà poi lo status di permanenza e di durata. Per lui la scrittura è una rete gettata nel lago dell’inconscio a portare in superficie il volto non solo di lei, ma anche del suo vissuto interiore.

È però nelle quattordici sezioni, ognuna delle quali suddivisa in quattro poème en prose, di Body copy al profumo di caffè. Microcosmi di provincia, che Carraro, ricorrendo al modulo compositivo che sarà proprio anche de La casa di Betty di cui sopra abbiamo citato alcuni passi, dispiega tutto il suo acume penetrando negli interstizi della vita quotidiana di provincia portando alla luce personaggi – colti in minimi paesaggi urbani o rurali apparentemente anonimi ma facilmente riconoscibili come veneti – che nel loro precario apparire assurgono a valore emblematico se non universale di una certa condizione psichica: indagare il dettaglio per rintracciarvi la condizione esistenziale dell’everyman poundiano, che potrebbe essere letta anche secondo la lezione eliotiana e montaliana del correlativo oggettivo.

Una signora d’altri tempi con chignon e collana di perle Tiffany (un vecchio regalo del marito) nella quiete del crepuscolo emise uno strillo di antica meraviglia. Stazionava alla finestra fin dal primo pomeriggio, ricordando la luna saturnina della sera prima. La neve cominciò a scendere a piccoli fiocchi (o bioccoli, come li chiamava lei) illuminata dalla luce dei lampioni. Erano anni che attendeva un giorno così e per molte ore, fino a notte fonda, continuò ad osservarla con gli occhi incantati di una storia svanita». (Bioccoli)

Il tessuto narrativo solo ad una lettura affrettata potrebbe apparire frammentato, in realtà i brevi testi si corrispondono l’un l’altro come tessere d’un mosaico cangiante, sia nel ritmo prosodico che nel registro linguistico. La varietà di temi e situazioni alla fine si ricompongono in un quadro unitario: ecco, ad esempio, che «la signora d’altri tempi» di Bioccoli la ritroviamo nell’ultima sezione mutata nella donna che «nella bella stagione comincia il suo giro con un innaffiatoio in mano lungo i muri perimetrali della casa» (Gerani). Le lega lo stesso sentimento del tempo, lo stesso sguardo attonito sulla natura, per quanto l’una sia contemplativa e operosa l’altra. È così che procede Carraro, accostando con discrezione ritagli di quotidianità, opachi spaccati di vita minima per illuminarne sfondi e pulsioni emotive e coglierne i risvolti più intimi e le intenzioni più riposte da farne poesia in prosa poiché preminenti sono il controllo del mezzo espressivo e del frammento variamente lirico.

«Se la ricordava dai tempi di scuola questa storia che inizia così: Gallo cristallo, gallina cristallina, oca contessa, anatra badessa, uccellino cardellino venite alle nozze di Pollicino […] Nel tempo era diventato un uomo felice ma con un’ombra dentro […] Quando quel giorno sentì un cardellino salmodiare nel folto del suo melograno, gli parve di riconoscerlo e fu preso da un’infantile euforia…» (Spazio)

Non è questa una senile regressione all’infanzia, bensì l’autentico originario theumàzein, cioè lo stupore che, per quanti siano gli anni vissuti, dà senso ad un’intera vita! Anche un animo impoetico non può non riconoscere il quel cardellino e in quel melograno la pregnanza simbolica che scuote le radici del cuore! Non sentire la forza rigenerativa del passato! Nulla può l’idea della morte se a sera il cardellino che si ostina a cantare la gloria ferace del melograno, è quello stesso dell’infanzia! L’ordito del vissuto s’intreccia dunque con la trama dei luoghi, ogni evento, per quanto sia minimo e intimo, è trattenuto sull’orlo dell’oblio grazie alla scrittura, ed essa è tale, in Carraro, solo se dà senso e significanza a stati d’animo inclusi in una coralità tutta sociale per quanto sottaciuta.

Copertina del libro Calendarietto di Lucio Carraro con illustrazioni di Angelo Zennaro edito da Arcari

«Il tempo? Il tempo non è che un riflesso dello spazio, niente di più […] è il sole […] è il tramonto […] è il vento…».

È il filosofo del secondo testo della sezione Tempo che ci conduce all’ultimo libro di Carraro, Calendarietto (Arcari editore 2025), autentica meridiana, non affacciata sullo scorrere del tempo naturale e cronologico, bensì tutta ripiegata a misurare l’ombra memoriale del tempo psichico. Carraro che si definisce «scrittore periferico alla poesia», mostra invece non solo di padroneggiare il verso (si veda qui sotto la combinazione metrica di Maggio) e le figure retoriche (basti, in proposito, citare la musicalità dell’assonanza ossa fossili, o l’originalissimo ossimoro mammelle d’ortiche), ma di sapere scavare, senza mai scadere nel patetico, nel proprio io, cioè in quella piccola parte del campo di coscienza che grazie al corpo prima percepisce e interpreta poi la realtà.

Poche cose – ricordi? | la rosa agreste, le piccole more, | i sassi del fiume celeste. | Altro non serve alla parola amore.

Quartina in cui Carraro è tutto poeta, poiché senso e suono si compenetrano in un’esitazione prolungata: la regolarità del metro, l’allitterazione cose: rosa, la rima al mezzo agreste: celeste (di ascendenza leopardiana), la rima more: amore (di lezione sabiana), la metafora fiume celeste aggregano i frammenti del ricordo e lo trattengono sulla soglia della coscienza, conferiscono coesione al lessico della quotidianità, superano la controspinta centrifuga dell’asindeto e della sintassi ellittica. Quel ricordi? poi evoca sì l’elegia, ma è pur vero che la clausola finale ne spegne ogni risvolto malinconico, vi si riconosce semmai un sincero sentimento assolutamente non contaminato da sentimentalismo. Quante interrogazioni affiorano lungo i dodici mesi di Calendarietto! A cui Carraro risponde evocando un tu colloquiale sì da ricostruire un rapporto anche con chi non c’è più, con lei, che vada oltre l’io e ne condivida almeno le inquietudini, i turbamenti, sì da trattenere nella memoria il volto amato e gli istanti di gioia, che non siano solo un barlume, un’illusione che si spegne, rifluendo nella profondità dell’inconscio.

Ma ciò che inoltre sorprende di Calendarietto è che ad esso è sottesa una vigorosa riflessione filosofica sul tempo che gli conferisce un andamento quasi poematico (secondo il collaudato modulo a tessere di mosaico di cui si diceva sopra). Un tempo tutto interiore, incentrato sulla dialettica fra memoria e coscienza, sulla contraddittoria o sfasata combinazione dei campi temporali in cui l’io s’imbatte e si dibatte e a cui cerca di dare senso e direzione, subendone però spesso lo scacco. Non è casuale dunque la citazione di Agostino d’Ippona in bandella («ove risuona una voce non travolta dal tempo»), il richiamo alla seity (che è un «campo cosciente dotato di libero arbitrio e volontà di conoscersi») del fisico Federico Faggin a riproporci un nuovo averroismo basato sulla fisica quantistica, i fugaci accenni al pensiero greco antico, il rinvio al teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, al cui sole Carraro si «abbandona» nel mese di Aprile pur «di serbarlo fra la pelle e il cuore». È grazie a loro se la coscienza, ritirandosi da un’esperienza, scopre dantescamente un livello più alto dell’essere:

«Vado verso una vita vasta, | nel caos che mi attende e si rinnova.

Ma sempre dominante ritorna in pieno Agosto il pensiero di lei nella casa dell’io:

La lingua in sogno si arrotola lungo i sentieri d’agosto. | […] | quante gite nel ventre del bosco! | Ma quel giorno, all’ombra del tuo passo cavo, | t’invocavo di nascosto. | Invano. | Fu quando dicesti “lo senti? Non c’è più senso… ascolta!” | Era il sentiero dell’ultima volta.

Quasi avesse percorso il sentiero della legna, da Odore del tempo a Calendarietto, un Carraro smarrito nella selva (materna e matrigna) della vita, ritorna da noi e con noi col suo carico di legna da ardere sugli alari degli anni quando il gelo di più stringe la seity inquieta di Gennaio per affidarsi virgilianamente al sogno di Dicembre «dove il nous giace | e di quale amore è ancora capace».

Pier Franco Uliana, poeta

Immagine di copertina
© Paolo Steffan

Autori