Arkansas. Storia di mia figlia, di Chiara Tagliaferri. Commento critico di Francesca Zanette

Nel 2024, per la sua mostra Monte di Pietà, Christoph Büchel riempie le sale della Fondazione Prada di Venezia con un’accumulazione pantagruelica e informe. Sono oggetti di ogni tipo, preziosi e senza valore: vestiti, elettronica, protesi ortopediche, utensili d’uso quotidiano, gioielli, quadri, giornali, ciarpame, e tutto, tutto, la Boîte-en-valise di Duchamp in mezzo ai poster del calcio, stranezze di plastica, armi, giocattoli, una finta Sindone, il busto di Marx; insomma, Büchel mette in scena un enorme banco dei pegni materiale e concettuale per dire che tutto è verofalso, TUTTO È MERCE. Al visitatore viene la nausea, manca solo un corpo umano in una teca per completare il catalogo dell’orrore; non fa in tempo a pensarlo e si vede nello schermo di un finto sistema di sorveglianza. A quel punto capisce di essere merce lui stesso e quindi sì: oggi non c’è più limite alla reificazione, persino i cartelli di protesta contro gli effetti del neoliberismo sono esposti in mostra, quale miglior cortocircuito?

Il neoliberismo oggi è un virus con centinaia di mutazioni, immaginiamolo così. E spesso i fenomeni che in campo progressista dichiarano di contrastarlo (come i movimenti identitari e le battaglie per i diritti), finiscono invece per essere corpo ospite di una delle sue variazioni, divenendo essi stessi brand, mercato, performance (vedi Mimmo Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo, Nottetempo, Milano 2024). Chi è stato alla mostra di Büchel potrà confermare che una volta fuori serviva uno spritz per calmare il disgusto.

Monte di Pietà, un progetto di Christoph Büchel, Fondazione Prada, Venezia
Photo: Marco Cappelletti. Courtesy: Fondazione Prada

Arkansas. Storia di mia figlia di Chiara Tagliaferri inizia proprio con una situazione altrettanto asfissiante: una coppia, marito moglie, in visita turistica a Graceland, casa-mausoleo di Elvis Presley. Luogo assurdo, regno del troppo: il bagno rosa, gli schermi a cui il cantante sparava quando qualcosa non era di suo gradimento, i pavoni sulle vetrate. Davanti alle scimmie di ceramica lei si sente soffocare, deve uscire, e noi insieme a lei capiamo il perché: la merce puzza di morte. 

La nota dell’editore dichiara che si tratta di un memoir letterario. I personaggi del libro, Chiara e Nicola, sarebbero in effetti l’autrice stessa e il marito Nicola Lagioia. Può darsi che sia così, che siano proprio loro. Tuttavia, anche il protagonista dei romanzi di Walter Siti si chiama Walter Siti (come tutti del resto). La questione, perciò, non è stabilire se Chiara sia davvero Tagliaferri – la risposta è irrilevante sul piano estetico. È capire cosa accade quando un’opera sceglie deliberatamente di abitare la zona grigia tra realtà e letterarietà nell’ ecosistema mediatico odierno. Arkansas si allinea a una tendenza in atto già da quarant’anni, la “letteratura come sistema passante”, ovvero la capacità di certi libri di ricevere energia da altre narrazioni (cronaca, biografia, rete) e di riversare a loro volta energia in altre narrazioni (cinema e serie, ad esempio), perdendo ogni pretesa di autonomia estetica (vedi Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna 2018). E allora ecco il caso: Arkansas riceve slancio dalla fascetta “storia vera” e dall’annesso alone di scandalo – gossip, cerchia, relazioni –, a sua volta alimenta il flusso nella civiltà dello spettacolo: i social media, i festival, le comparsate TV, il servizio su Vogue. Così, autrice e opera si scoprono alleati inconsapevoli del consumo. Criticabile o no, non c’è niente da fare. Noi che alimentiamo Meta coi nostri commenti e con questa stessa recensione, siamo parte del sistema.

Il libro racconta le vicende di una coppia e il loro tentativo di diventare genitori. Una via crucis lunga sette anni, stazione dopo stazione, fino all’esito felice: la nascita di Lula. Prima i cicli falliti di PMA; poi la fecondazione eterologa, infine la gestazione per altri (GPA) praticata negli Stati Uniti appena otto mesi prima che il Parlamento italiano dichiarasse questa pratica un reato universale; dunque, perseguibile nel nostro Paese anche se attuata in uno Stato in cui è lecita. Un tema complesso, divisivo, la cui posta in gioco è alta.

Qualsiasi posizione si prenda rispetto alla GPA, Arkansas è un libro interessante proprio perché disturba il lettore. In un tempo in cui l’editoria si muove per lo più tra La portalettere e La governante, tra storie consolatorie o riparatrici, rimuovendo l’idea che il male c’è ed è insondabile e che ciascuno di noi è ambivalente, nel pieno insomma di un’epidemia di perbenismo letterario, questo romanzo rappresenta finalmente un’anomalia: nelle parti più riuscite, possiede infatti la crudezza delle cose come stanno, senza nascondimenti né sconti, ma soprattutto senza lasciare indietro il lato oscuro della faccenda: cioè che maman è insieme una creatura amorevole e tirannica, disposta al massimo sacrificio e capace del peggiore egoismo. 

“Ci ho messo sette anni, non me la faccio portare via nemmeno dalla morte”. Chiara vuole una figlia. La esige. Sa che sarà bionda perché lei si tinge i capelli di biondo e il suo attore preferito in La famiglia Bradford è biondo. Sarà bionda perché compra le conchiglie solo da bambini biondi, perché una coppia di amici ha avuto con la GPA una bambina bionda da fiaba e infine, perché la donatrice di ovuli si può scegliere da un’app: foto, breve bio e cuoricino da pigiare per salvare tra i preferiti.

Joy Division, c. 1979. Left to right: Stephen Morris, Ian Curtis, Bernard Sumner, Peter Hook (Wikimedia Commons)

Chiara. La futura madre è un’eterna figlia; il poster dei Joy Division ancora attaccato in camera e la maglietta corta di Fiorucci con gli angioletti di Raffaello. Vive alla giornata, non ha mai risparmiato in vita sua. Una libellula. Campanellino. Leggera, creativa, pronta allo slancio. Mezzo figlia dei fiori mezzo protagonista di I love shopping. Dimostra una certa irresponsabilità. Poca vocazione ai cattivi odori e al sacrificio di sé che la futura maternità richiederanno. Nell’arco di due ore crede tanto nella scienza quanto ai biscotti della fortuna. Ma il suo amore è autentico, così come il dolore. In altre parole, la Chiara del libro sintetizza una convinzione e il suo opposto senza mai sentirsi in contraddizione e il suo spensierato cinismo è così reale, così comune a tutti noi. Questo romanzo parla della contemporaneità e di più, spiega indirettamente ciò che l’ha originata perché la sua protagonista è una figlia surrogata (quindi erede inconsapevole) del berlusconismo.

“Finiti i buchi, vado con Nicola a fare l’impianto. Mi fanno scegliere la canzone che voglio ascoltare (Ceremony dei New Order), proiettano anche delle blastocisti psichedeliche e fumettose su un maxischermo. Hanno gambine sottili e piccole braccia con cui mi salutano, sembrano uscite da Monsters & Co.” Un eterno cartone animato di Canale 5. La vita accade sotto i suoi occhi pieni di stupore adolescenziale, occhi grandi: “Ho scoperto che esistono ancora le pance finte e chi le indossa”, “Digito il suo nome [del medico] su Google, è il dottore che potrei trovare in una puntata di Grey’s Anatomy”.

Utero-cavità-partorire: l’inconscio lavora anche nei giorni festivi e allora, saltando tra libere associazioni, capiamo perché Chiara rovista nei cassonetti dell’isolato, perché no, potrebbe succedere di trovarci dentro un bambino. “Faccio un rapido calcolo. Quanti ne vengono buttati ogni anno? Abbastanza. Valuto la possibilità di procurarmi un bastone per la mia caccia quotidiana, per rimestare più a fondo.” 

Oppure, altro significante (googlare: “Bimbolo nel cavolo, effe”): il ricordo di un bambolotto che “ti arrivava dentro un cavolo di plastica luccicante e molto verde”. La pubblicità diceva: riceverai l’attestato di mamma, il tuo Bimbolo avrà una casa e una mammina premurosa. […] Eccomi qui, sono pronta per aprire un nuovo cavolo luccicante.” 

Nel 1997 gli Aqua cantano I’m a Barbie girl in a barbie world / life in plastic it’s fantastic […] / imagination life is your creation e infatti, è così: la linea di basso del romanzo è il dettato neoliberista all’edonismo, la convinzione di poter avere tutto, in fretta, basta allungare la mano, a patto di contrattualizzare la sessualità, l’amore, il corpo, ovvero gli ambiti umani dove regna l’irrazionalità e perciò inafferrabili. Voglio dunque posso. “Quello che cerchiamo di fare adesso, progettando di andare negli Stati Uniti, non mi fa paura. Non mi vergogno di niente, anche se molte delle femministe che mi considerano “un’alleata” mi punterebbero il dito contro: sono io il dottor Frankenstein.”

Cosa sa ancora scalfire la nostra coscienza? Pare questa la domanda drammaturgica del libro, nonché la traduzione più onesta di un sentimento contemporaneo, anche nostro, tutti coinvolti senza eccezioni: esiste ancora una soglia che la nostra coscienza non supera?

Looking down Main Street in Pine Bluff, Arkansas, USA with the Jefferson County Courthouse in the background. Image credit: Roland Klose via Wikimedia Commons.

Servono i soldi. Tanti. “Il totale supera di poco i 100.000 euro, esclusi imprevisti”. Chiara e Nicola usano i risparmi, li chiedono alla famiglia. Non bastano. Allora alzare il tiro. Fare causa alla Rai per ottenere un risarcimento e riuscirci. Sapere che è un privilegio di classe. Non sentirne il rimorso. 

Come ha notato Guia Soncini, Arkansas “è un libro reso interessante dal suo parlare di soldi, di egoismo, di vanità”. Certo, anche la vanità; ma in un senso più ampio di quanto evidenziato dall’editorialista de Linkiesta. Chiara fa ginnastica in salotto con l’applicazione di Jill Cooper. Deve dimagrire, vuole dimagrire. Deve restare tonica, muscoli tesi. “Se smetto di ipotizzarmi come madre – una vecchia con le mani nodose (la vera età di una persona è raccontata dalle sue mani, e dal collo), inadatte a cullare una neonata – ecco che torno giovane.” Ancora una volta, la spudoratezza della protagonista è uno schiaffo, ben venga! Sono questioni antiche e complesse, spesso sepolte sotto il politicamente corretto: il conflitto interno alla donna tra la femmina e la madre, la tensione tra due identità che coesistono nello stesso corpo e nella stessa psiche: quella del desiderio – erotico, personale, libero – e quella della cura, che richiede dedizione e annullamento di sé. Chiara, come tutti noi oggi, vuole tutto; vuole una figlia e non la vuole, i due sentimenti convivono perfettamente; “non è ancora il tempo delle rinunce, delle notti insonni, dei biberon: esisto solo io. Lo penso con sollievo mentre mi specchio, scelgo cosa indossare carezzando soddisfatta il mio ventre piattissimo.”

Chiara e Nicola, sempre insieme. Eppure, sin dalla prima pagina, il progetto sembra appartenere più a lei che a lui; “faccio finta di essere allegra, spero di contagiare Nicola che nemmeno voleva venire”: qui Chiara di riferisce alla casa-mausoleo di Elvis, ma al lettore suona come un lapsus freudiano. In ogni caso, Nicola dimostra grande dedizione alla causa. Agisce da personaggio-spalla: è l’elemento equilibratore, l’argine silenzioso. Tiene dritta la barra del raziocinio, tiene d’occhio il conto corrente, cerca rifugio nelle statistiche. C’è; è responsabile di metà del patrimonio genetico di Lula. Ma resta percepito come attore secondario. A tal punto che in un’intervista a Vanity Fair per il lancio del libro Chiara non lo cita tra i componenti della band: “C’è voluta un’alleanza di tre donne per dare la vita a mia figlia. Lula è nata grazie agli ovuli di una donatrice, al grembo di una gestante e al mio amore”.

Graceland, Casa di Elvis A. Presley

Non si tratta né di cattiveria, né di dimenticanza. Rimanda a qualcosa di più profondo, qualcosa che a più riprese emerge nel romanzo e che riguarda l’assenza di figure maschili nell’infanzia di Chiara, il dolore e lo smarrimento che ne sono derivati. Il padre morto di tumore, un fratello nato e morto dopo poco; esiste un legame psicoanalitico tra un tale vissuto e la spinta alla maternità, lei stessa se ne rende conto: “Poi ho capito che mio padre non sarebbe tornato perché non c’erano bambini da noi. Sono loro, secondo i celti, i vettori con le forze ultraterrene: venuti alla vita da poco, sono più vicini alle anime dei defunti”. Perciò, Lula “mi porterà mio padre. I morti dentro ai vivi, i vivi dentro ai morti.”

Chi scrive lo sa: conta solo l’opera. E Tagliaferri voleva anche l’opera. Per questo tra i possibili modi di raccontare una vicenda privata, lei sceglie di farlo attraverso una voce autoriale. Tutt’altro che un memoir: Arkansas è a tutti gli effetti un romanzo. Genere? Lo si potrebbe definire un fantasy della società neoliberale, in cui il mondo è governato da forze oscure e sistemi che sfuggono al controllo dell’eroe. Una rete di forze talvolta alleate, talvolta antagoniste: la clinica, le agenzie di surrogacy, la gestante, gli avvocati e le assicurazioni, la pianificazione burocratica dei costi sanitari prima, durante e dopo il parto – ciascuna con le proprie regole, i propri linguaggi, i propri rituali d’accesso. La coppia attraversa una serie di peripezie – fallimenti, speranze ricorrenti e regressioni più o meno gravi–, compresa l’epidemia di Covid che irrompe come forza antagonista esterna e minaccia di mettere fine al progetto. Il sistema neoliberale è il terreno di gioco labirintico, indifferente, attraversabile solo a patto di possedere degli aiutanti (Clara e Luca nel romanzo), le risorse giuste e una buona dose di fortuna. 

Arkansas avrebbe potuto essere un romanzo davvero potente, se la scrittura fosse stata all’altezza del compito. Invece, non tiene. Alcune parti cedono, lì dove Tagliaferri allenta la spietatezza da scrittrice e sente su di sé lo sguardo del mondo. Allora si leggono cliché e similitudini consunte (“È come quando da piccola lanciavo un sasso nell’acqua e una serie di onde si irradiava dal punto in cui la pietra veniva inghiottita.”), incursioni poetiche artefatte (“La strada per Graceland è fatta di pioggia”) o certi virgolettati lunghi venti righe con cui l’autrice mette in bocca a lui/lei intere conferenze. O ancora, certe forzature su normativa, Roccella, Musk, Meloni, Murgia di cui avremmo fatto a meno.

Alcuni lo hanno definito un libro politico. Piuttosto, direi un libro politicamente scorretto e da questo punto di vista, apprezzabile. Quel che resta, arrivati in fondo, è che anche il sentimento più puro, più elevato, più trascendentale, cioè il desiderio di avere un figlio per amore della propria discendenza, oggi è gettato dentro la performatività e sporcato dalle leggi dell’economia, della lotta di classe, dell’ingiustizia che piaga la nostra epoca. Succede come per la mostra di Büchel; si finisce con un senso di disgusto, insieme a molte domande su cosa siamo diventati. I libri devono pungere e mordere, sì, ma devono anche essere scritti bene. Per questo la decisione di rendere pubblica una vicenda tanto delicata e riferita a persone in carne e ossa avrebbe forse meritato più consapevolezza: scrivere un romanzo memorabile avrebbe giustificato la scelta e sì, anche risarcito l’eventuale dolore di chi è coinvolto. Purtroppo così non è.

Francesca Zanette, scrittrice e fotografa

Immagine di copertina
Arkansas Grand Canyon, Jametlene Reskp

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