“Bisogna ricostituire il diritto internazionale, affinché non si ripetano mai più genocidi nella nostra storia”. Ad affermarlo è la nota storica Anna Foa, invitata il 13 maggio scorso a Venezia in vista di un incontro a Ca’ Dolfin organizzato dalla Professoressa Ines Giunta, a cui hanno partecipato i docenti Giorgio Cesarale e Isabella Adinolfi, assieme alla stessa Giunta. Intervistata poco prima della conferenza, Anna Foa ha parlato del suo nuovo libro “Mai più”, con una particolare focalizzazione sull’antisemitismo contemporaneo, un fenomeno di cui la storica riconosce la rilevanza, collegandolo ad altre discriminazioni contro altre minoranze in Europa e nel mondo. Anna Foa ha poi analizzato il periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ai giorni odierni, un arco cronologico in cui si sono consumati massacri e crimini contro l’umanità in diverse parti del mondo, avvenimenti che suscitano riflessioni simili a quelle sulla Shoah. Nonostante l’evoluzione delle società civili mondiali, caratterizzata dalla nascita dell’ONU e di altre organizzazioni internazionali, negli ultimi quarant’anni sono emersi numerosi casi di razzismo e di intolleranza etnica, sia da parte di singoli individui, sia da parte di vari governi nazionali che hanno implementato una direzione sempre più intollerante e, in casi estremi, genocidiaria nei confronti delle minoranze, come in Ruanda o nell’ex Jugoslavia. Di fronte ai nuovi scenari bellici contemporanei, per Anna Foa è necessario rifondare il diritto internazionale affinché casi come quelli descritti non si verifichino mai più.

Perché dopo la Shoah, nonostante gli studi, la sensibilizzazione e il ricordo dell’avvenimento tramite la giornata della memoria, l’antisemitismo ha continuato a sopravvivere in Europa?
L’antisemitismo, pur non essendo eterno, è sicuramente una costante legata agli eventi storici relativi alla presenza degli ebrei come unica minoranza nell’Europa Cristiana per tanti secoli; dal medioevo all’età moderna non ci furono altre minoranze presenti collettivamente in Europa come quella ebraica. Dopo l’emancipazione ebraica nel diciannovesimo secolo l’antisemitismo cambiò i propri connotati, dato che gli ebrei, un tempo chiusi nei ghetti, potevano finalmente vivere come gli altri cittadini e fare carriera. I nuovi stereotipi antisemiti erano inoltre inseriti in una cultura della razza che prima non era presente e che metteva la credenza religiosa in secondo piano. A causa di queste vicende storiche credo che sia difficile che la storia ebraica in Europa possa stemperarsi in un’uguaglianza di fatto, specialmente di fronte ad un’innegabile crescita dell’antisemitismo, che rimane comunque in linea con le vicende di altre minoranze. Può essere rischioso oggi per un ebreo portare la Kippah, esattamente come può comportare un rischio per un bambino di colore entrare in un’aula di bambini che non hanno mai visto uno come lui. La minoranza è sempre più a rischio della maggioranza.
Molti studiosi hanno affermato che la Shoah aveva rappresentato una crisi del diritto e delle istituzioni tradizionali. Si può invece vedere la Shoah come una diretta conseguenza di quelle stesse istituzioni giuridiche, che hanno consentito al nazismo di prendere il potere in Germania?
In parte sì, in parte no. Certamente non c’è un filo diretto che parta da quelle istituzioni e forme giuridiche che arrivi alla Shoah, ma ci furono scelte fatte dai politici tedeschi in economia, che hanno creato le condizioni dell’ascesa di Hitler. Ci fu anche un ruolo da parte dell’ideologia del primo dopoguerra, che aveva diffuso il fantasma del tradimento alle spalle come causa della disfatta tedesca. Dopo la Shoah venne messo al centro delle istituzioni il diritto internazionale come nuovo modo di pensare la politica, che ha portato alle discussioni sui genocidi, alla formazione dell’Unione Europea e al discredito del nazionalismo. Ora questo modello è stato demolito sistematicamente, in parte anche dagli ultimi eventi in Medio Oriente. Ci sono chiaramente delle novità rappresentate dai tribunali internazionali, che, pur avendo avuto un esito a partire dalla fine degli anni Novanta, hanno creato una reazione di panico da parte di potenze come gli Stati Uniti, i cui capi di Stato sentono il rischio di essere incriminati. Io credo che si debba usare il diritto internazionale anche nei confronti dei singoli individui, come nel caso degli assassini della bambina Hind Rajab. Un ufficiale dell’esercito non ordinerebbe mai di sparare ad un bambino se sapesse di poter essere fotografato, riconosciuto o identificato da dei testimoni.

durante la conferenza
Con la presenza di potenze che non riconoscono la Corte Penale Internazionale, come gli Stati Uniti e la Russia, non crede che questa battaglia per il diritto internazionale possa essere ostacolata?
Diventa sicuramente molto più complicata, ma se un perpetratore di uno sterminio andasse in vacanza in un paese d’Europa che riconosce la Corte e venisse individuato e arrestato, ci sarebbe un effetto dirompente sulla morale che impedirebbe che si verificassero dei casi estremi come quelli di oggi. Questa battaglia ricostituirebbe il diritto internazionale nel concreto.
L’avvento delle piattaforme social ha indubbiamente contribuito ad una diffusione ancora più rapida di pregiudizi antisemiti nel mondo contemporaneo. Come può la storiografia in futuro analizzare questo fenomeno apparentemente molto caotico?
È un fenomeno duplice, che difficilmente potrà essere giudicato, se non nell’insieme delle funzioni dei social. Non credo ci sia un modo specifico di individuare il ruolo del social sull’antisemitismo o su tutte le altre discriminazioni, specialmente perché i social dipendono anche da chi li recepisce, dai contatti o dai gruppi. Per analizzare i social nella loro generalità bisogna vedere coloro che scrivono sotto i post dei giornali, che contengono commenti illeggibili, anche perché non è selezionato il bacino di utenza. Da un lato questa osservazione ti dà un’idea di quello che sono i social oggi, ma dall’altro ti fa venire voglia di non leggere altri commenti.
Riguardo al suo libro e alla scelta del titolo, come può, secondo lei, oggi il “Mai più” tornare a essere un impegno per il presente e una responsabilità universale di fronte ad altre forme di discriminazione, oltre a quella antisemita?
Se il “mai più” non è rivolto solo agli ebrei, è rivolto a tutte le discriminazioni e genocidi, come in Ruanda, in Cambogia e a Gaza. Credo che il “mai più” si divarichi fin da subito, sia in Israele, quando si dice “mai più” contro gli ebrei, sia nel mondo quando si costruisce la memoria, almeno in una parte del mondo per essere “mai più” per nessuno. Questi due filoni si sono mantenuti, ma adesso ha prevalso in qualche modo il primo in una parte delle comunità ebraiche, sia israeliane, sia della diaspora, una tendenza che figure come Elio Toaff non avrebbero condiviso. L’esperienza dei campi di sterminio non ha reso migliori gli esseri umani, in particolar modo coloro i quali utilizzano i lager per attaccare gli altri e giustificare l’uccisione di altre persone. Credo che invece si debba insistere che il “mai più” possa essere per tutti, chiunque sia il perpetratore o la vittima.
Michelangelo Suma, studente del corso di Filosofia e Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia
Immagine di copertina
Da sinistra, Ines Giunta, Giorgio Cesarale, Anna Foa e Isabella Adinolfi durante la conferenza


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