Truth uncompromisingly told will always have its ragged edges.
Herman Melville, Billy Budd, sailor
Con Departures (tradotto in italiano con Partenze, Einaudi 2026) Julian Barnes si congeda dal mondo della letteratura. Lo fa con un testo non finzionale, episodicamente narrativo, più incline alla riflessione, all’autobiografia, al memoir. Il libro non aggiunge molto dal punto di vista dei temi e dei risultati letterari alla carriera dello scrittore britannico, fulgida e consacrata carriera; quello che fa, e che determina perciò il suo significato e il suo valore, è riproporre quei temi dalla soglia, non più dall’agone. Con un piede già fuori, e la testa mezzo volta altrove, a snasare quello che l’inverno promette ancora.
Come altrove, Barnes ritorna con forza ad affermare che la finzione ha una sua importante funzione etica: che certo non conduce alla salvezza, che certo non si agghinda di promesse salvifiche o eternanti, ma che nell’onestà, propria della posizione che un autore degno di questo nome dovrebbe sempre voler tenere, trova il suo fine. È da questo che discende anche la retorica di Barnes, il suo stile, il suo passo argomentativo.
Ho suonato tutte le mie melodie.
e
Non ho grandi ultime parole da offrire
Non c’è insomma alcuna chiusura a effetto, o gioco di prestigio verbale o sintattico, né fumose e vanagloriose oratorie. La parola cercata è la parola adatta: al contesto, al tema, alla storia. Al tempo.

Per capire l’opera di Barnes, si dovrebbe contestualizzarla all’interno di quel sottogenere contemporaneo che è il libro-testamento. Se ne contano di importanti: Testamento, di Witold Gombrowicz; Estinzione, di Thomas Bernhard; Il primo uomo, di Albert Camus; I sommersi e i salvati, di Primo Levi; e anche in forma negativa, se pensiamo a Finale di partita, di Beckett, dove invece l’affermazione è diretta alla negazione di una qualsiasi possibilità di congedo.
Fa parte di questa forma narrativa, ad esempio, lo sguardo retrospettivo; oppure l’adesione a una voce narrante spoglia, poco dimostrativa, magari anzi più dubitativa e interrogativa; oppure l’individuazione del proprio lettore ideale in una sorta di erede a cui fornire più che verità, testimonianze di un conflitto interpretativo. La tragedia dell’esistenza, insomma, non è più dispiegata nell’ottica di una catarsi, ma sorpresa nel suo postludio che, se non necessariamente disilluso, è definitivamente antieroico.
Ne Il senso di una fine, il romanzo che vale a Barnes il Man Booker Prize nel 2011, e che è forse l’esempio più eclatante – sia nella bibliografia dell’autore, sia tra altri romanzi affini per tematica – di romanzo sulla memoria e su come essa contribuisca a creare il carattere e l’identità, Barnes esplicitava senza mezzi termini che ciascuno è l’insieme dei propri ricordi, ma ne è al contempo la vittima; che ciascuno è formato dall’insieme di ciò che ricorda (e dimentica) e al contempo è il destinatario coatto di un tradimento operato dalla stessa facoltà e dai suoi ritrovati, ossia ciò che, venendo dal passato, sembra indubitabilmente vivido nella nostra mente.
Quando nuovi fatti emergono, quando le precedenti certezze vacillano e altrettanto fa la solida percezione di sé (guidata, nel suo farsi, proprio dai ricordi di come sono andate le cose), Tony si rende conto dell’irrisolvibilità del puzzle che è l’esistenza nel suo farsi, e del fatto che la vita più probabilmente consegna dubbi, rimpianti, che non verità e soluzioni.

In ogni caso, se l’obiettivo di quel fortunato romanzo era ancora votato a un’indagine di senso, ermeneutica e conoscitiva, con Partenze (che non riesce a mantenere la polisemia dell’originale Departures, che allude sia a ciò che devia dall’abituale, sia alla morte) ci troviamo di fronte a un esercizio del congedo. Probabilmente potremmo individuare in questa fase liminale una dichiarazione di impotenza della pratica finzionale: non si scrive, non più, per guarire dagli effetti della reminiscenza, ma per non falsificare la trama del reale. Barnes sa bene che tra le principali cause di questa falsificazione sta il sentimentalismo, da cui Partenze è pressoché esente.
In una delle sue Bustine di Minerva, Umberto Eco scriveva una frase poi diventata quasi proverbiale:
Oggi i libri sono i nostri vecchi. Non ce ne rendiamo conto, ma la nostra ricchezza rispetto all’analfabeta (o di chi, alfabeta, non legge) è che lui sta vivendo e vivrà solo la sua vita e noi ne abbiamo vissuto moltissime.
Anche per Barnes lo scrittore ottiene, tra i risultati delle sue fatiche, quello di far vivere ai propri lettori vite che non sono la propria. È su questo ruolo del narratore che Barnes ci spinge a riflettere attraverso l’exemplum della storia di Stephen e Jean, due amici conosciuti in gioventù a Oxford. Il fatto curioso, che è l’innesco narrativo di questo secondo filone del libro, è che lo stesso Barnes li ha fatti mettere assieme due volte, a distanza di trent’anni, vestendo, non proprio con premeditazione, i panni del pronubo. È l’aspetto mercuriale, ossia il potere di favorire un incontro, a suggerire a Barnes una riflessione narrativa profonda su di sé, sulla sua vita di scrittore. Cosa fa, infatti, un narratore se non mettere in contatto una storia e una lingua con i lettori, molteplici ma di volta in volta singoli? La propria natura di scrittore-mezzano interessa Barnes, consapevole che la semplice volontà di congiungere non basta e che sempre le cose della vita si mettono di traverso e portano le relazioni a naufragare, tanto quanto i libri a non essere capiti.

La riflessione si sposta al rapporto tra memoria e scrittura, a quanto la seconda possa aiutare a testimoniare ciò che è accaduto e che emerge grazie alla prima; ma per quanto viene detto nelle sezioni dedicate più specificamente al ricordo e alla Involuntary Autobiographical Memory (IAM), si tratta pur sempre di un atto di riscrittura, di redazione continua, di modifica e riformattazione. Il passato è definitivamente andato e ne rimane un fantasma cangiante.
Beato dunque il cane Jimmy, che non ricorda, non progetta, non ha alcuna avvertenza della morte incombente, lì in fondo, alla fine del cammino. Per lo scrittore e l’uomo Barnes, Jimmy diventa una sorta di controfigura che fa entrare in scena l’amara verità: a niente serve l’attitudine mentale quando il dolore e il male entrano nel corpo. Il corpo segue le sue ragioni e ciò che possiamo fare è gestire il tempo che abbiamo per evitare almeno che l’uscita di scena sia inaspettata e muta.
Per questo la scrittura. Per questo il congedo.

Alberto Trentin, poeta e critico letterario


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