Durante il lungo e sofferto periodo di isolamento sociale provocato dalla pandemia di Covid-19, ho attraversato un’esperienza di solitudine profonda e di separazione fisica dal corpo sociale, trascorrendo intere giornate in osservazione e meditazione di fronte al mare. L’isolamento forzato e l’assenza di contatti umani favorivano la percezione di un tempo sospeso, in cui l’orizzonte del mare si faceva smisurato e arcano, mentre il paesaggio si rivelava un teatro di apparizioni inaspettate, popolato da improbabili organismi, alcuni mai osservati prima, portati dal mare e depositati sulla sabbia.
Questi corpi, dall’aspetto mutante ed enigmatico, apparivano come ibridi tra il regno animale e quello vegetale, fatti di solo tegumento, superfici tese e vuote, pure apparenze, ma capaci di evocare mondi sconosciuti e vite nascoste. Le loro forme spuntavano dalla sabbia come ambigui relitti biologici, sospesi tra vita e morte, creature di un atlante immaginario in cui la natura si ricombina in forme inedite e perturbanti.
La loro consistenza visiva si manifestava attraverso una molteplicità di texture e cromatismi, pelli tese e lucide come membrane sottili, oppure increspature rugose, simili a nervature vegetali, conchiglie svuotate, lembi di carne fluttuante, ostentando colori saturi e innaturali, dal rosso corallo al violetto, con screziature dorate e brune.
Organismi sfuggenti, trasfigurati dalla luce del mattino, tra mucchi di alghe raggrumate e intrecciate, rarefatte tracce umane e tutto intorno meduse confuse tra i resti marini.

Ne ho conservato il ricordo con alcuni scatti del cellulare che sono stati lasciati sedimentare nel tempo, affidati alla memoria, per essere rivisti e reinterpretati qualche anno dopo, secondo una modalità abituale del mio lavoro.
In questo caso però mi sono avvalso per la prima volta dell’intelligenza artificiale per scavare nelle immagini originarie senza volermi allontanare dalla loro verità, attribuendo loro tuttavia insoliti significati e una nuova dimensione estetica. L’A.I. ha reso possibile una sorta di esplorazione microcosmica della materia visiva, enfatizzandone le strutture nascoste e i dettagli minimi, accentuandone le variazioni cromatiche e le morfologie ibride, trasformando ogni singola immagine in una mappa organica di mutazioni in divenire e permettendo di rivelare livelli di complessità latenti, attraverso la dilatazione delle trame superficiali, creando inoltre effetti di interazione tra piani di realtà e immaginazione creativa.
Mediante l’elaborazione algoritmica, è stato possibile in un certo senso scomporre e ricostruire le forme, generando nuove visioni oscillanti tra il visibile e l’invisibile. Ne è conseguita un’immagine stratificata, in cui il confine tra naturale e artificiale si dissolve totalmente, restituendo una visione in bilico tra verità e inganno, sospesa in uno spazio-tempo indefinito.
L’AI ha dimostrato di poter essere non solo uno strumento di potenziamento estetico, ma un autentico dispositivo di conoscenza che esplora le possibilità della materia e ne rivela la dimensione metamorfica, prospettando una riflessione sul suo divenire, sul ciclo di vita e morte che attraversa ogni corpo e sulla possibilità di una rigenerazione inattesa, come quella di alcune specie di meduse capaci di invertire il processo di invecchiamento e rigenerarsi all’infinito in prossimità della morte.

Le opere rinviano a una poetica dell’incertezza e della trasformazione, dove la bellezza si manifesta nella fragilità e nella precarietà della vita. La pelle tesa e vuota di questi organismi diventa infatti una metafora della condizione umana, sospesa tra presenza e assenza, memoria e oblio, in un tempo che sembra oscillare tra fine e nuovo inizio.
Esse sono parti di un’archeologia emergente, un canto visivo capace di restituire alla materia la propria voce muta e di trasformare la solitudine in un dialogo segreto con il paesaggio e le sue metamorfosi. Il mare, protagonista silenzioso, appare come un ventre primordiale che restituisce alla riva forme ambigue: pelli svuotate, membrane tese, lembi vegetali e carnosi che somigliano a tessuti animali, meduse immortali che diventano metafore di un tempo ciclico e non lineare. Presenze liminali che si offrono come presagi di un mondo post-umano, in cui la distinzione tra specie, regni e identità biologiche si dissolve in un continuum fluido e iridescente.
Così, ciò che nasce da un tempo di isolamento diventa un archivio di metamorfosi future: un esercizio di visione capace di trasformare il disorientamento in un nuovo orientamento, il silenzio in ascolto, l’estraneità in una possibile origine. In questi lavori credo di aver compiuto un gesto poetico e al tempo stesso politico: osservare ciò che è scartato, ignorato, calpestato, e restituirgli un posto nella trama del sensibile.
Le opere raccontano la possibilità di una rinascita che non avviene per rimozione della fragilità, ma attraverso il suo riconoscimento. È un invito a ripensare la relazione tra vivente e ambiente, a concepire l’immagine come spazio di risonanza emotiva e conoscitiva, e a immaginare forme di coesistenza che accolgano l’inatteso, il perturbante, il fragile.

Attraversamenti e corrispondenze ebraiche
1. Etica visiva, tecnologia, coscienza globale e responsabilità (Tikkun Olam)
Il principio del Tikkun Olam implica prendersi cura del mondo e delle sue creature, intervenendo per riparare ciò che è ferito o trascurato. Nei miei lavori, questo si manifesta nella cura dedicata a organismi marini fragili e marginali, trasformati in immagini di forte valore estetico e simbolico. La riparazione visiva diventa una forma di attenzione etica: non solo verso il mondo naturale, ma anche verso le relazioni tra esseri viventi, ecosistemi e umanità.
L’uso dell’AI infatti amplifica dettagli nascosti e strutture invisibili, rendendo visibile ciò che di solito sfugge e ciò può essere interpretato come un invito a una maggiore consapevolezza: riconoscere la sofferenza, la distruzione e l’abbandono, e intervenire attraverso azioni concrete o simboliche. L’arte diventa così un esercizio di Tikkun Olam globale: sensibilizzare il fruitore dell’opera alla fragilità del pianeta e alla necessità di responsabilità condivisa.
2. Fragilità e vulnerabilità del vivente
Le forme ibride dei miei organismi, sospese tra vita e decomposizione, sono metafore della vulnerabilità universale. Possono rappresentare la fragilità delle vite umane colpite da guerre e crisi, dei corpi feriti, degli ecosistemi devastati. L’arte diventa così un atto di testimonianza: osservare, valorizzare e dare voce a ciò che è vulnerabile, ignorato o danneggiato.
3. Guerra, conflitto e ciclicità
La mia pratica artistica, ponendo al centro la trasformazione e la rigenerazione, invita a riflettere sulla possibilità di ricostruzione anche in contesti di distruzione. Le guerre e i conflitti mostrano la capacità dell’uomo di infliggere danno, ma le opere rivelano una resilienza naturale e simbolica: la vita, sotto forme ibride o marginali, trova modalità di sopravvivenza e rigenerazione, suggerendo un parallelo con la speranza e l’impegno di riparazione e pace implicito nel tema dell’attesa come presentato nelle Scritture (Mashiach).

4. Misticismo ebraico e risonanze cabalistiche
Le mie opere dunque possono essere interpretate attraverso il filtro del misticismo ebraico, in particolare delle tradizioni cabalistiche che esplorano i legami tra materia, luce, energia e spiritualità.
Gli organismi marini ibridi e mutanti, sospesi tra vita e decomposizione, ricordano la Shevirat HaKelim (la frantumazione dei vasi), in cui la rottura dei contenitori cosmici genera la possibilità di ricostruzione e rigenerazione. La trasformazione visiva degli organismi fragili diventa una metafora della ricomposizione spirituale e della continua rigenerazione della vita.
L’uso dell’IA in post-produzione può essere correlato anche alla ricerca di armonia e luce. Proprio come la Kabbalah identifica la scintilla divina nascosta nella materia frantumata, l’IA rivela dettagli e strutture invisibili, ripristinando una nuova energia visiva e simbolica. Texture, colori e forme assumono un valore quasi sacro, suggerendo una dimensione di meditazione estetica e spirituale.

Corrispondenze tra simbolismo cabalistico e linguaggio visivo
a. Materia frantumata e organismi vuoti – Shevirat HaKelim
Le forme svuotate, le pelli tese e i resti biologici delle mie opere possono essere lette come metafore della rottura dei vasi. Non rappresentano solo la decomposizione naturale, ma l’impossibilità della materia di contenere un’eccedenza di senso o energia: proprio ciò che accade nella frantumazione lurianica.
b. Post-produzione AI – Tecnologia come agente di Tikkun
Gli algoritmi che amplificano texture, colori e microstrutture agiscono come strumenti di raccolta e ricomposizione delle “scintille” visive presenti nelle immagini originarie. L’intelligenza artificiale diventa ciò che i cabalisti chiamerebbero una taqanah: un dispositivo di riparazione che permette alla forma di emergere più chiaramente.
c. Mutazioni cromatiche e luminose. Dinamiche della luce secondo Bahir e Zohar
Nei miei lavori la luce non è un semplice valore tecnico: è una forza che genera metamorfosi. Le variazioni di colore ricalcano fedelmente la dialettica luce/ombra descritta nei testi mistici, secondo cui ogni forma è il risultato temporaneo di una tensione luminosa.

d. Organismi in transito– Gilgul
Molti organismi sembrano sospesi in uno stato di trasformazione continua: residui forse in decomposizione, forse in formazione. Questa ambiguità riflette il principio del gilgul, la metamorfosi perpetua delle forme, fisiche e spirituali.
e. Figure liminali e archetipi – Adam Kadmon
Le creature ibride che fotografo non sono meri resti biologici: appaiono come prototipi, forme preliminari, radici non ancora stabilizzate. Questa qualità liminale le avvicina alla figura dell’Adam Kadmon, che contiene in potenza tutte le forme prima della loro differenziazione.
f. Estetica dell’ambiguità – Rivelazione e occultamento
Come nella mistica ebraica, dove la verità non è mai pienamente rivelata, anche le mie opere abitano zone liminari: mostrano e nascondono, emergono e si ritirano, invitando lo spettatore a un atto interpretativo attivo. La mia estetica non descrive: allude.
g. Solitudine e hitbodedut
La condizione di isolamento che ha accompagnato la creazione di questi scatti richiama la pratica cabalistica del hitbodedut, la solitudine meditativa. Il mare vuoto diventa uno spazio teofanico, un orizzonte aperto in cui la materia parla attraverso tracce, resti, mutazioni.

Sviluppando ulteriormente:
1.Tehom (תהום) – L’abisso primordiale. Cosmogonia e mare primordiale come sfondo mistico
Riferimento principale: Bereshit 1:2.
Nel Bereshit la parola Tehom indica il caos acquoso primordiale: un orizzonte oscuro da cui la creazione prende forma. Il mare come luogo dell’indifferenziato, dell’origine e del caos è richiamato nei miei lavori e assume per certi aspetti una funzione simile: non è solo paesaggio, ma principio generativo e distruttivo, contenitore di misteri e di scintille divine. Le creature emerse dalle onde possono essere lette come frammenti di quel caos originario, residui della rottura e potenziali semi di ricostruzione. Il mio lavoro dunque, ambientato sulla soglia tra mare e terra, si iscrive nella tradizione interpretativa che legge il Tehom come spazio liminale di potenzialità non ancora formata.

2. Shevirat HaKelim (שבירת הכלים) – La frantumazione dei vasi e la forma dei reperti
Riferimento principale: Rabbi Isaac Luria (1534–1572), Etz Chaim.
Secondo l’Etz Chaim di Rabbi Itzhaq Luria, la creazione avviene attraverso un processo di emanazione (atzilut) della luce divina originaria (Ohr Ein Sof) contenuta in vasi, che culmina in una loro rottura radicale non riuscendo a sostenerne l’intensità: “e i vasi non poterono contenere la luce, e si spezzarono” (Etz Chaim, Heichal A”K, Shaar 2). Questo passaggio è interpretato come un momento in cui la struttura della realtà non è in grado di sostenere l’eccesso di energia divina, causando una dispersione delle scintille di luce (nitzotzot) nel mondo. Le mie immagini di organismi frammentati, di corpi lacerati e svuotati, pelli tese, membrane aperte e resti organici che si disgregano, rivelando tracce luminose, si trovano in risonanza con questa idea: entità che hanno perduto la propria luce interna, resti di forme che non sono più contenitori, ma tracce di una luce passata e possono essere lette come una materializzazione visiva di questa dottrina rispecchiandola plasticamente: frammenti e relitti che contengono scintille (nitzotzot) di significato. La postproduzione AI, nel rivelare texture nascoste e trame luminose opera come un dispositivo di rivelazione, fungendo quasi da opera di raccolta delle scintille: un gesto di riaccensione, che tenta di riconnettere e riordinare il mondo spezzato.
Nota 1: La teoria della frantumazione introduce una cosmologia del trauma e della riparazione, centrale nelle letture contemporanee della Cabala (Scholem, 1941).
Nota 2: Nella terminologia lurianica, “shevirah” non indica distruzione definitiva, ma un ciclo di caduta e futura riparazione che dà senso alla condizione imperfetta del mondo.

3.Tikkun Olam (תיקון עולם) – Riparazione del mondo
Fonti talmudiche: Mishnah Gittin 4:2.
Letteralmente “riparazione” o “restaurazione”. Nella tradizione mistica lurianica indica l’inizio del processo di riordino, raccolta e rianimazione delle scintille disperse nel mondo, che diviene un processo cosmologico: le azioni umane contribuiscono in tal modo alla ricomposizione del mondo spezzato Nello Zohar si legge: “Vi sono scintille di santità sparse nel mondo, e l’uomo è chiamato a elevarle” (Zohar III, 122b). Nella mia pratica artistica — che raccoglie simbolicamente resti marini, forme sospese tra vita e morte, e li traduce in immagini attraverso la tecnologia —e nell’uso dell’AI compare ciò che Idel chiamerebbe tikkun creativo: l’artista come agente che re-immagina la forma, trasformando materiali organici degradati in immagini meditative, sicchè la sua opera può essere interpretata appunto come un atto di Tikkun visivo: un riordino simbolico della materia ferita ed essere intesa come partecipazione a questo compito di elevazione. i frammenti recuperati dalla spiaggia vengono sottoposti a cura estetica e intellettuale, trasformati in oggetti di attenzione morale. Questo non è solo un rimodellamento formale ma un atto etico: la valorizzazione del marginale come pratica di riparazione.
Nota 1: Nella Cabala, ogni atto di attenzione, cura o restituzione simbolica ha valore riparatore. L’arte intesa come pratica estetica responsabile diventa così un gesto rituale, un lavoro che contribuisce alla raccolta e al reintegro delle scintille divine nel tessuto del mondo
Nota 2: Il Tikkun non è solo processo spirituale, ma anche un modello interpretativo per ogni gesto che restituisce senso all’informe, al frammentato o al marginale.

4.Ohr (אור) – La luce divina, la percezione estetica, le strategie cromatiche
Riferimento: Zohar, I, 15a–15b.
Nella cabala lurianica Ohr rappresenta la luce divina che permea la creazione di cui è il medium; esistono vari livelli di luce, tra cui Ohr Ein Sof (luce dell’infinito). Lo Zohar insiste sul fatto che la luce non è solo una metafora spirituale, ma una sostanza che modella le forme: “La luce è la radice di ogni forma e la forma è l’impronta della luce” (Zohar I, 15a).
Le cromie luminescenti delle mie immagini — rossi intensi, viola luminescenti, trasparenze gelatinose — richiamano ciò che Wolfson definisce “visione immaginativa”, in cui la luce non illumina ma genera forme e possono essere lette come esplorazioni dei modi in cui la luce genera e trasforma la percezione del reale, come una ricerca di luce intrinseca nelle cose spezzate, come manifestazioni visive di Ohr che permea anche ciò che appare degradato o marginale.
L’intelligenza artificiale, accentuando o modulando luminosità e cromie, diventa un’estensione dell’antica idea cabalistica della luce come forza organizzativa della realtà, svolgendo una funzione simile alla meditazione sul testo sacro per rivelarne i livelli interni (Sod), l’Ohr nascosto nelle superfici più banali o deturpate, suggerendo che ogni frammento contiene una qualità luminosa che aspetta di essere scoperta.

5. Sefirot (ספירות) – Struttura dell’universo e armonia delle forze. Polarità ed equilibrio
Riferimento: Zohar, III, 159a–159b.
Letteralmente “emanazioni”, dal verbo safar, contare/raccontare. Scholem evidenzia come siano insieme numeri, narrazioni e qualità divine. La mia opera richiama soprattutto Tiferet (armonia) e Yesod (connessione), specie nelle morfologie ibride che unificano elementi naturali e sintetici.
La dinamica tra opposti — luce e ombra, pieno e vuoto, oro e argento, luna e sole — rispecchia proprio la struttura delle Sefirot, dove forze contrastanti e apparentemente antagoniste cooperano per generare equilibrio e armonia cosmica (es. Chesed e Gevurah).
Le opere mostrano tensioni tra pienezza e vuoto, luce e ombra, materiale e spirituale: tensioni che nella cabala si risolvono nella danza dinamica delle Sefirot. Pensare la serie degli ultimi lavori in termini di emanazioni significa leggere le opere come punti di mediazione tra l’ineffabile e il manifestato.

6. Gilgul (גלגול הנשמות) – Ciclo, ritorno e metamorfosi
Riferimento: Sefer HaGilgulim (attribuito a Chaim Vital).
Nella mistica ebraica rappresenta la rotazione o ricircolo delle anime. La trasformazione delle forme non riguarda solo le anime ma anche gli aspetti della materia. Il Sefer HaGilgulim, attribuito alla scuola lurianica, afferma: “Ogni cosa ritorna, prende altre forme, si riveste di nuove manifestazioni” (cap. 5). Le mie forme algali e medusoidi evocano questo ciclo continuo. Le immagini di organismi mutanti che cambiano colore, apparenza, consistenza nel corso del giorno si collocano direttamente in questa linea di pensiero, suggerendo una materia che non è mai conclusa, ma sempre in transito.
Oscillanti tra decomposizione e rinascita, non solo evocano la dottrina della trasmigrazione, secondo cui nulla muore definitivamente, ma si trasformano al punto che anche ciò che appare come rifiuto può essere nuovo inizio. Le meduse “immortali” e le alghe che tornano stagionalmente possono essere interpretate come simboli naturali di gilgul, reincarnazione e circolarità. Archetipi di processi che si susseguono, cicli di morte e rinascita che non corrispondono a finalità lineari ma a trasformazioni continue.
Nota: La fotografia, specie quella rielaborata con intelligenza artificiale, può essere vista come una tecnologia di metamorfosi che permette alla forma di reincarnarsi in nuove versioni di sé.

7. Devekut (דבקות) – Adesione e contemplazione estetica
Riferimento: Zohar, II, 216b.
“Aderenza” o unione con il divino. La contemplazione prolungata delle immagini, che richiede uno sguardo lento e meditativo, di attenzione concentrata e sospensione, ricorda la pratica della devekut, l’adesione alla presenza divina attraverso il concentrarsi su un segno del mondo e facilita una forma estetica di devozione laica: uno sguardo che permane sulle cose, che “sta con” il frammento e lo ascolta. Le texture organiche diventano mappe meditative.
8. Olam, Shana, Nefesh (עולם שנה נפש)
Schema tripartito tempo-spazio-anima usato nella cabala pratica. Le mie opere sulla nascita delle isole o sugli organismi marini che cambiano colore riflettono la categoria di Olam come mondo in metamorfosi.
9.Linguaggio, Nome (HaShem), Parola: potenza evocativa del titolo
Riferimento: Sefer Yetzirah (Libro della Creazione).
Secondo il Bahir, il Nome divino è struttura generativa dell’universo. L’AI, nella sua logica combinatoria, ricorda la grammatica creativa del Nome.
La potenza creatrice delle lettere e dei nomi si riflette nel ruolo dei titoli delle opere che funzionano come attivatori performativi. Essi non sono semplici etichette descrittive, ma costrutti teorici che orientano la lettura delle immagini.
I titoli di opere come Organismi marini che cambiano colore, Il tempo delle meduse immortali e Ritorno delle alghe immortali evocano temi di ciclicità, eternità e continua trasformazione della materia. Luce e colore possono essere letti come simboli dell’Ohr, la luce divina che permea la creazione e si manifesta anche nei più piccoli frammenti della natura.

La serie diventa così un ponte tra la visione estetica e la riflessione mistica, in cui i processi di frammentazione e ricomposizione collegano la cura naturale alla rigenerazione spirituale.
Organismi marini che cambiano colore: la variabilità cromatica diventa un indicatore visivo della precarietà ecologica e della plasticità del vivente, rimandando a un universo cangiante in cui la materia muta continuamente, rendendo fragile ogni tentativo di definizione e rappresentando la metamorfosi costante degli organismi, la cui la percezione visiva è condizionata dalla luce, dal tempo e dall’instabilità dell’ambiente naturale. Organismi che sembrano appartenere a un ciclo perpetuo di trasformazione, evocando la vulnerabilità della vita in equilibrio tra disfacimento e rinascita.
Organismi marini che cambiano colore adombrano il concetto di Ohr
MiTzimtzum (luce contratta). Le forme cangianti e instabili di questi organismi evocano la dinamica della tzimtzum, la contrazione della luce divina che permette alla realtà di emergere come spazio di alterità e trasformazione. Così come la luce si ritrae per lasciare apparire il mondo, le creature che mutano colore sembrano testimoniare una presenza che si manifesta proprio attraverso la metamorfosi. La loro mutevolezza cromatica richiama la pluralità delle Sefirot, ciascuna delle quali «colora» il mondo secondo una qualità spirituale differente.

Il tempo delle meduse immortali: la nota caratteristica biologica di alcune meduse (la possibilità di invertire il proprio ciclo vitale) funge da metafora per un’idea di temporalità ciclica, non lineare che tocca il nodo filosofico della finitezza umana di fronte a organismi che sfidano la morte riproducendosi all’infinito e si addentra nella riflessione sul tempo biologico, suggerendo un’idea di eternità capovolta, dove la decomposizione è solo una fase della rigenerazione. Le meduse diventano simboli di una sopravvivenza oltre il limite biologico, creature enigmatiche che sfidano la finitezza umana.
Le meduse, con la loro capacità biologica di rigenerarsi, risuonano con la cosmologia luriana della rottura dei vasi (Shevirat HaKelim): un universo che si spezza e si ricompone incessantemente. La trasparenza gelatinosa delle meduse appare come un residuo di quella luce originaria che, infrangendosi nei vasi, produce sia frammentazione che possibilità di riparazione. In questa lettura, le meduse diventano metafore di scintille (nitzotzot) che sopravvivono alla frattura e cercano di ritornare alla loro fonte attraverso cicli eterni di rifioritura.

Luna e sole – animus anima – oro e argento: i titoli attivano una riflessione sulle polarità archetipiche e sulla loro fusione in un sistema simbolico in cui non vi è opposizione, ma integrazione. Essi evocano un cosmogramma simbolico in cui gli opposti si incontrano e si rigenerano, esprimendo il dialogo tra principi opposti e complementari: maschile e femminile, giorno e notte, spirito e materia. La luce lunare e quella solare si intrecciano in un’alternanza di presenze, suggerendo un’armonia cosmica che attraversa le forme ibride.
Le opere ricompongono in particolare la polarità tra maschile e femminile secondo la logica cabalistica delle Sefirot: Chokhmah (sapienza, principio maschile, solare) e Binah (intelligenza, principio femminile, lunare). L’oro e l’argento proseguono questa simbologia, essendo associati rispettivamente all’espansione e alla forma. L’immagine visiva delle due luminosità che si intrecciano richiama il flusso continuo tra queste due Sefirot, che nel loro dialogo generano ogni forma possibile.

Nascita di un’isola: l’immagine diventa metafora geologica e biologica della generazione di nuove forme a partire da materiali residuali e allude al potenziale, nascosto nella distruzione, di una genesi lenta e silenziosa.
La formazione di un’isola da residui e sedimentazioni biologiche rispecchia la logica di Yesh me-Ayin, la creazione dell’essere dal nulla: ogni nuova forma è il risultato di un emergere sorprendente, inatteso, che rimodella il caos in ordine provvisorio. Nell’immaginario cabalistico, la creazione non è un fatto puntuale ma un atto che continua, un flusso incessante di generazione. L’isola, dunque, diventa simbolo del continuo divenire del mondo, generato e rigenerato attraverso processi lenti e invisibili.

Ritorno delle alghe immortali: la ciclicità delle alghe incarna la persistenza della vita, anche laddove l’occhio umano vede solo rovina, celebrando la ciclicità naturale, dove la vegetazione marina rifiorisce incessantemente, testimone di un tempo cosmico che oltrepassa la durata umana. Le alghe, come tracce di una vita persistente, riaffiorano a ogni stagione, raccontando la resilienza della natura nella sua incessante trasformazione.
Le alghe, che ritornano e si rigenerano, richiamano la ristrutturazione dei Partzufim nella Cabala luriana: le Sefirot, dopo la frattura, si riorganizzano in «volti», strutture viventi che ricompongono l’unità divina. Il ritorno delle alghe diventa così un gesto cosmico: la natura stessa partecipa alla ricostruzione di ciò che è stato spezzato, mostrando come la vita sia un processo continuo di ri-configurazione.
Ogni serie e il rispettivo titolo suggeriscono dunque una dimensione simbolica e visionaria, intrecciando la percezione del reale con un immaginario in continua evoluzione e i possibili significati cabalistici, invitando chi guarda a partecipare a un viaggio tra dissoluzione e rinascita, memoria e metamorfosi.
Una densità simbolica che genera anche forti rinvii a specifici significati sociali e politici, pur senza doverli dichiarare in forma esplicita.
Nominare le opere e gli organismi al centro della visione artistica equivale a inserirli in un campo semantico sacro, dando forma a ciò che era informe e significa avvicinarli al linguaggio umano, restituendo loro identità e significato. Analogamente alla cabala infatti, pronunciare nomi e formule è parte della pratica di riordino cosmico, cosicché i titoli agiscono come strumenti che orientano la lettura e contribuiscono alla pratica di Tikkun.
10. Adam Kadmon (אָדָם קַדְמוֹן): l’archetipo della forma.
L’Adam Kadmon, nella cosmologia lurianica, è la “figura originaria” da cui scaturiscono tutte le forme. È descritto come “corpo di pura luce che contiene in potenza tutte le forme del mondo” (Etz Chaim, Shaar Adam Kadmon). I miei organismi, nell’apparire come forme liminali, non ancora fissate, sembrano partecipare a questa dimensione originaria, come se fossero residui o anticipazioni di prototipi non ancora definiti.
Nota: Ciò conferisce alle mie immagini una dimensione pre-ontologica: esse non rappresentano la realtà, ma le sue condizioni di possibilità.
11.Tecnologia come strumento rituale e problematico.
Interpretare l’AI alla luce della mistica ebraica implica ambivalenza: la tecnologia può essere vista come strumento che aiuta a raccogliere scintille, ma anche come potenziale fonte di ulteriore frantumazione se usata senza responsabilità. La riflessione mistica invita a considerare il ruolo dell’intenzione (kavanah): l’atto che guida l’uso degli strumenti tecnologici è decisivo. L’AI, se orientata da un’etica di cura, può essere alleata nel processo di riparazione.
12. Etica, memoria e lutto (avelut).
Le opere, che spesso mostrano segni di calpestio e tracce di passaggio umano, toccano anche la dimensione del lutto collettivo: la memoria delle perdite (umane e ambientali) e la pratica del pianto e del ricordo sono aspetti centrali in molte pratiche ebraiche. Le immagini possono funzionare come luoghi di commemorazione visiva, spazi in cui il dolore viene riconosciuto e trasformato in impegno etico.
L‘insieme delle mie opere come unico percorso di Tikkun
L’intero corpus delle opere può essere letto come una meditazione visiva sul Tikkun, la riparazione del mondo. Ogni immagine suggerisce una possibilità di reintegrazione: organismi mutanti che cercano nuove identità, meduse immortali che sfidano la linearità del tempo, isole che emergono dalla distruzione, alghe che ritornano come memoria vivente. Attraverso la postproduzione con intelligenza artificiale, queste forme diventano simboli di un universo in costante ricostruzione, proprio come il cosmo cabalistico che aspira al ritorno all’unità.
Luigi Viola, artista multimediale e già professore di Pittura alle Accademie di Belle Arti di Macerata, Brera (Milano) e Venezia
Immagine di Copertina: Luigi Viola, Fluorescent sea bloom, fine art print, 60×100 cm, 2025


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