RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

CHANUKKAH: LUCI DELL’IDENTITA’ EBRAICA

[Tempo di Lettura: 12 minuti]

In Israele chi non crede nei miracoli non è realista (Ben Gurion)

di Luigi Viola

Il 25 del mese ebraico di Kislev ricorre Chanukkà, chiamata anche Chag Urim, festa delle luci, un momento di grande gioia per il popolo ebraico. Da questo punto di vista, anche in considerazione della prossimità al solstizio d’inverno (sol stat = il sole si ferma), essa sembra alludere alla grande narrazione mitologica della vittoria della luce sul buio e alla conseguente rinascita della vita, che ha numerose varianti nelle culture antiche, dal culto zoroastriano di Mitra in parte conservato nella tradizionale Yalda iraniana, alla festa di Diwali in India, tramandata fino ad oggi, al culto egizio di Horos, ai Saturnali e alla festa antico-romana del Sol indiges in epoca repubblicana, poi divenuto Sol invictus dal II-III E.v., fino alla tradizione germanica  di Yule. L’albero di Yule è diventato l’attuale albero di Natale, il sempreverde simbolo della persistenza della vita, a dispetto del gelo e del buio dell’inverno, che i cristiani hanno fatto proprio. 

Luigi Viola, Mystic centre, cibachrome, 1980

Nel caso di Chanukkà tuttavia – al di là di un generico e sempre possibile riferimento al mito – i significati autentici vanno cercati e inquadrati, come frequentemente nella liturgia ebraica, in un preciso momento della storia di Am Israel (il Popolo d’Israele), intesa di volta in volta come un cammino di liberazione dalla schiavitù (Pesach), di superamento di una condizione di grave pericolo per l’esistenza fisica (Purim) o spirituale (Chanukkà), di cui vengono ricordati sia i contesti storico-politici, sia la dimensione religiosa ed etica in cui si rivela la costante presenza e l’aiuto della Trascendenza, affinché i fatti del passato possano parlare al presente e farci intendere il senso attuale del racconto, anzitutto l’insegnamento che riguarda la libertà, la difesa dell’identità, l’indipendenza e l’autodeterminazione del Popolo Ebraico, valori basilari nella costruzione permanente di una sensibilità ebraica volta al futuro, nella consapevolezza del compito di Luce tra le NazioniOr Ammim, che è stato affidato ad Israele, nonostante il suo evidente essere minoranza tra i popoli, pochi tra i molti, come pochi furono tra i molti i resistenti che si opposero al re seleucide Antioco IV permettendo ai deboli, con l’aiuto divino, di battere i forti e come poco fu l’olio per la riconsacrazione del Tempio, ma indispensabile e bastevole per otto giorni, per il tempo necessario. 

Luigi Viola, Fire in the Lagoon, acryl on canvas, Collezione Galleria Arte Moderna Ca’
Pesaro, Venezia, 1980

Schematizzo una vicenda al contrario estremamente complessa e ricca di sfaccettature. Mattatià, Cohen (sacerdote) di un  piccolo villaggio periferico e figlio del Cohen Gadol (Sommo Sacerdote) Yochanàn, assieme ai suoi cinque figli – Yochanàn, Shim‘òn, Yehudah, Eliezer e Yonathàn – si mette a capo del movimento di rivolta contro Antioco IV, autore di provvedimenti volti ad assimilare gli ebrei ai modelli di una società ellenizzante assai in voga anche presso le classi ebraiche più elevate, sia socialmente che culturalmente, raccogliendo il malessere specie dei gruppi ebraici più conservatori, legati al rispetto delle tradizioni e presenti soprattutto nelle campagne. Avendo ucciso un altro ebreo di orientamento ellenista e un messo del re, egli è costretto a riparare sui monti, dove inizia la guerriglia che alla sua morte sarà proseguita dai figli, chiamati Maccabei dall’appellativo di battaglia assunto da uno di loro: Giuda Maccabeo. Essi (175 -164 a.e.v.) riusciranno a unire combattenti ebraici di tutte le fazioni e condurranno una lotta che porterà alla sconfitta del re seleucide, alla riconquista e solenne re-inaugurazione (Chanukkà = inaugurazione) del Tempio nel 165 a.e.v., nonché alla istituzione del Regno di Giudea governato dalla dinastia degli Asmonei, da cui essi derivavano. Una dinastia che si contraddistinguerà nel corso del tempo per l’affermazione di un potere teocratico e per la grave corruzione della vita politica. Nell’ambito della re-inaugurazione del Tempio si colloca il miracolo dell’olio. Fu trovata infatti una sola ampolla di olio consacrato con il sigillo del Tempio ancora intatto, bastevole ad alimentare la Menorah (candelabro a sette bracci) per un solo giorno, che invece durò per tutti gli otto giorni necessari a produrne dell’altro.

Luigi Viola, Archetype of the night (oil), cibachrome, 1980

Chanukkà dunque commemora l’unico evento militare – la guerra dei Maccabei, una lotta di resilienza contro l’imperialismo culturale ellenistico che pretendeva di omologare ed assimilare ogni diversità in una visione universalistica dei propri valori – che abbia trovato posto nel calendario ebraico – ma non nel Tanakh – celebrando quella che possiamo definire una guerra per la difesa della Torah. Tuttavia non è l’episodio bellico in sé – pur importante e decisivo per la salvaguardia dei principi dell’ebraismo – a trovare rilievo (e vedremo perché), quanto piuttosto la dimensione religiosa, spirituale e simbolica che scaturisce dal miracolo dell’olio, sul quale ultimo maggiormente si soffermano il Talmud, il Midrash e la letteratura rabbinica.

L‘olio infatti è metafora, come ci dice un midrash, del Popolo Ebraico stesso. Esso non si mescola con l’acqua ed altre sostanze da cui rimane sempre distinto, per quanto possa venire energicamente agitato. In compenso impregna tutto ciò con cui entra in contatto. Rav Giuseppe Laras Z”L sottolinea che “l’olio non è più importante dell’acqua; non è più necessario dell’acqua; non è nemmeno “migliore” dell’acqua. L’olio, infine, a differenza dell’eccesso di sale o di un veleno, non cambia la potabilità dell’acqua. Semplicemente esso non è acqua, e l’olio ha un suo modo d’essere e un suo compito specifico, nell’economia della nostra fede e della nostra visione del mondo, che – questo sì – sono diversi da quelli dell’acqua.”.1

Luigi Viola, Ein Nichts (luce oceanica), still video, 2010

Un altro interessante collegamento etimologico proposto dai nostri Maestri è tra Chanukkà a Chinnùkh, che significa educazione e formazione. Come dire che la lezione di Chanukkà possiede un valore formativo che attraversa il tempo dall’antichità ad oggi come una costante, trovando riscontro nell’etica dell’ebraismo, specie in corrispondenza con uno dei principali tratti distintivi di una tradizione da sempre protesa a tramandare i propri modelli educativi, religiosi, culturali ledor vador, di generazione in generazione, a garanzia di continuità e proiezione verso il futuro. Un segnale di orientamento che riguarda non solo l’interno della comunità ebraica ma tutta la società, in una proiezione universale e pubblica dei valori ebraici. Per questa ragione la chanukkià, il candelabro a nove bracci dove bruciano, illuminando il cielo scuro, le candele della festa, viene esposta ben visibile davanti a una finestra, per essere vista da tutti, testimoniando come quella di Chanukkà sia un’esperienza che indirizza ancora il nostro messaggio di luce al mondo, rendendo vivo ed effettivo “ba-z’màn ha-zé” in questo periodo, nei nostri giorni, ciò che accadde “ba-yamìm ha-hem” in quei giorni lontani, costruendo un tassello della nostra storia, del nostro modo di pensare e di essere tra di noi e in mezzo ai popoli.

Luigi Viola, Night Garden (small flames), laserprint, 2014

Ma ancora ci manca di esplicitare i motivi per cui i Maestri della tradizione farisaica hanno preferito amplificare i significati del miracolo, del nes gadol che ha consentito la “dedicazione” (Chanukkà) del Tempio, oscurando le gesta dei combattenti Maccabei ed evitando di esaltare, come ci si aspetterebbe in simile circostanza, il primato degli atti di eroismo, che hanno accompagnato la lotta antiellenistica, tra l’altro l’ultima vinta dal popolo ebraico prima della ricostituzione nel 1948 dello Stato di Israele. Al punto che nemmeno i libri che raccontano la cronaca della loro resistenza (scritti in greco, tranne 1 Maccabei il cui originale ebraico è però perduto) sono entrati nel canone ebraico, mentre il Talmud ne parla nel trattato di Shabbat (21b), ma solo incidentalmente in mezzo a discussioni rituali sul numero di luci da accendere e sulla loro sistemazione. 

Luigi Viola, Energheia (riflessi di menorah), laserprint, 2014

Perché non ha trovato adeguata accoglienza nella narrazione rabbinica il sacrificio di sé, il mesirut nefesh (autosacrificio) degli Ebrei, che condusse al martirio i sette fratelli detti Maccabei dal libro che ne racconta l’episodio e la loro madre, suicida per non trasgredire il divieto di idolatria, ma anche altre gloriose figure, come quella del vecchio maestro Eleazar cui venne promessa salva la vita – Eleazar però rifiutò e venne ucciso – purché compiesse anche solo il gesto di mangiare carne di maiale per dare una dimostrazione al popolo?

La figura combattiva della madre in particolare rappresenta un prototipo che, come osserva acutamente Giorgio Berruto, avrà grande risalto anche nel nostro tempo: “la figura della madre-coraggio e dei sette figli uccisi avrà lunga fortuna e nel Novecento una incidenza particolare presso la cultura comunista, basti pensare al dramma di Brecht, alla “Madre” di Gor’kij o al mito resistenziale dei sette fratelli Cervi”.2

Luigi Viola, Ebenböckhaus (Luci di Shabbat), 2017

Altrettanto potente è la storia di Giuditta che mozza la testa a Oloferne, raccontata nel libro di Giuditta, non presente nel canone biblico ebraico (accettato invece da quello cattolico), e ripresa e rielaborata in tardi midrashim: “spostando il racconto di qualche secolo, Oloferne, da generale assiro babilonese diventa un anonimo generale greco, e Giuditta, come la biblica Yael, gli dà del latte per calmarlo; nei midrashim i motivi della rivolta femminile sono il rifiuto di sottoporsi all’onta di essere possedute dal tafsàr, il capo dei greci invasori; la donna coraggiosa è la sorella di Giuda Maccabeo o Yehudit la figlia di Yochannàn il gran sacerdote. Nelle fonti tradizionali ebraiche c’è una certa confusione tra nomi e fatti, ma la costante indiscussa è l’eroismo femminile e il ruolo di primo piano nel promuovere il processo di liberazione.” (Riccardo Di Segni).

Luigi Viola, Faust erster Teil (Erscheinungen), still video , 2017

Le risposte alla nostra domanda sono più d’una, a volte contraddittorie o perfino conflittuali tra loro. Chanukkà del resto, proprio per essere il luogo di tanti paradossi e contraddizioni, è per questo ancora più vicina alla nostra sensibilità moderna.

Certamente pesa il giudizio negativo dei Farisei e dunque della tradizione rabbinica sugli Asmonei, che da custodi delle tradizioni ebraiche in quella prima generazione guidata da Mattatià e da suo figlio Giuda Maccabeo (maccaba = martello era il suo nome di battaglia) divennero poi rapidamente empi e nemici della religione, in specie dei Farisei stessi, contravvenendo anzitutto al divieto di proclamarsi re non appartenendo alla discendenza di David e mescolando il potere religioso con quello politico e militare contrariamente all’obbligo di tenerli separati. Infatti, solo 13 anni dopo la vittoria, nel 152 a.e.v. il nuovo re seleucide, Demetrio I, avendo bisogno di combattenti, si rivolse a uno dei fratelli Maccabei, Yonathàn, per reclutare nuove truppe. In cambio Yonathàn ottenne, essendo Cohén, il ruolo di Sommo Sacerdote. Fu così che i due fratelli Shimòn e Yonathàn si spartirono, sovrapponendoli, poteri religiosi e politici in un processo di forte assimilazione con la cultura ellenizzante. Gli Asmonei iniziarono anche una politica di alleanze con Roma gravida di conseguenze tanto che solo un secolo dopo, nel 63 a.e.v. i romani imposero la loro potenza in circostanze del tutto analoghe: assimilazione, lotta fra due fratelli per il potere, popolo diviso in fazioni. Di nuovo vi fu una conquista di Gerusalemme e una sconsacrazione del Tempio.

Luigi Viola, Faust erster Teil (Hexenlichter), still video, 2017

Ma un ulteriore motivo per non esaltare quegli avvenimenti storici fu il fatto che più che di una guerra contro Antioco – ovvero un conflitto di liberazione nazionale dall’oppressore straniero – si trattò soprattutto di una guerra civile tra ebrei di diversi orientamenti, in un contesto di profonda assimilazione alla cultura dominante che caratterizzava non solo la linea politica, culturale e di governo dei re Seleucidi, imperniata sui valori della cultura grecizzante, ma anche l’atteggiamento prevalente delle élites culturali ed economiche ebraiche, che vivevano a Gerusalemme e nelle grandi città praticando le mode greche, ispirate ad una pretesa universalistica che non poteva certo escludere neppur gli Ebrei da un processo di più vasta omologazione, con la conseguente accettazione di modelli estranei alla tradizione e civiltà ebraica. 

Così i Ginnasi e la tradizione classica, basata sulla narrazione mitologica politeista nonché sui canoni estetici e concettuali elaborati dalla tradizione filosofica e artistica greca dovevano sostituire, in un processo di vera e propria koinè culturale, lo studio esclusivo della Torah, l’avodà (i servizi) del Tempio in cui non c’era spazio per alcuna divinità pagana, l’osservanza dello Shabbat, delle regole alimentari (kasherut), l’adorazione di un Dio unico e non rappresentabile e tutte quelle pratiche giudicate barbariche, come il brit milah (circoncisione rituale), che sono invece principi irrinunciabili e fondanti dell’ebraismo.   

Luigi Viola, Der Himmel über dem Ghetto (der Schatten und das Licht), still video, 2016

A fronte di questa tendenza imperante nella società antiochea la realtà ebraica si presentava composita, minoritaria e molto divisa.

La rivolta dei Maccabei rappresenta in sé una posizione marginale, provinciale in quanto sostanzialmente estranea  alla cultura della città e ai suoi circoli culturali, “conservatrice”, “particolaristica” e antimperialistica: in difesa della religione dei padri, dell’osservanza dei riti e degli stili di vita tradizionali, delle leggi e dei costumi ebraici, espressione anch’essa di quell’insieme di minoranze assai frastagliate e a volte conflittuali tra loro, la più consistente delle quali era forse quella degli assimilati, e tuttavia proprio da tale divisione scaturì paradossalmente la prima scintilla della rivolta.

L’atto generatore della rivolta è infatti l’assassinio da parte di Mattatià, l’anziano sacerdote del villaggio di Modi’in, oggi Modi’in-Maccabim-Re’ut a circa 35 chilometri a sud-est di Tel Aviv e a 30 chilometri a ovest di Gerusalemme, di un altro ebreo appartenente alla corrente ellenistica del giudaismo. Ciò avviene nel quadro di una situazione politica che da qualche tempo stava degenerando, avendo cominciato Antioco IV a saccheggiare i Templi – anche quello ebraico – per rastrellare i fondi destinati al pagamento dei debiti di guerra nei confronti dei Romani dopo la Pace di Apamea. Alla raccolta di beni e denaro avevano contribuito con ragguardevoli donazioni anche esponenti dell’ambiente ebraico assimilato in cambio di importanti favori come ottenere la carica di Sommo Sacerdote (Cohen Gadol). Si ebbero così, in omaggio alla moda, Sommi Sacerdoti dal roboante ed improbabile nome greco, come Giasone o Menelao, suo successore, che tentarono di trasformare Gerusalemme sul modello della polis greca.

Luigi Viola, Faust erster Teil (Hexenlichter), still video, 2017

Sempre alla moda era dovuta la pratica, alquanto dolorosa, di tentare di rimediare alla circoncisione, ricoprendo nuovamente il glande. È chiaro che le pressioni dell’ambiente esterno dovevano essere davvero forti e seducenti per arrivare a tanto.

Gruppi di ebrei tradizionalisti o conservatori scatenarono proteste e sommosse, giudicando intollerabile l’essersi allontanati a tal punto dalle radici, spingendo Antioco a perseguire una politica ancor più dura e repressiva, culminata con la profanazione del Tempio nel quale furono introdotti culti a divinità idolatriche, sacrifici di maiali, prostituzione sacra e infine una statua di Zeus, al quale il Tempio fu riconsacrato, con conseguente totale proibizione del culto ebraico. 

Mattatià inizia la rivolta commettendo un omicidio fratricida. Se le cose si fossero fermate qui nulla di importante sarebbe accaduto. Avremmo assistito probabilmente a una serie infinita di piccoli scontri tra fazioni ebraiche destinati a sortire solo effetti autodistruttivi. 

Ed invece dall’azione di Mattatià, per quanto grave e gravida di pesanti conseguenze future riguardo alla nascita della dinastia asmonea e alla svolta teocratica che ne conseguirà, scaturì in quel momento l’indispensabile flusso di energia spirituale che spinse un gran numero di ebrei ellenizzati o ellenizzanti, ormai quasi estranei alle proprie radici, ad una profonda teshuvà, ad una domanda rivolta a se stessi e a un pentimento che illumina la coscienza sul rischio mortale e perenne che il popolo ebraico perdendo la propria kedushà, la propria distinzione, possa perdere se stesso.

Luigi Viola, Faust erster Teil (Es war ein König), still video, 2017

Ecco dunque la vera vittoria dei Maccabei, di natura etica e conseguita su altri ebrei. Una vittoria su se stessi. Vinse la consapevolezza di quanto fosse urgente una risposta concreta al degrado della vita ebraica, con l’effetto di suscitare – vero miracolo politico – la reazione solidale di una parte consistente di altri ebrei, fino a quel momento indifferenti quando non ostili alla tradizione nella loro accecante fascinazione “modernista”, che si unirono nella stessa lotta ai conservatori e perfino ai haredim (ultrapraticanti) per essere insieme custodi e difensori della Torah, scendendo in campo non per una battaglia a sostegno di interessi di parte o semplicemente nazionalistici ma in una guerra per la Torah (milkhemeth mitzvah), l’unica prescritta. Una grande coalizione vincente che ci offre un insegnamento sempre attuale riguardo alla necessità di superare le divisioni interne, nel quale inoltre è racchiuso un segreto: le scelte che facciamo come ebrei devono andare sempre, per essere efficaci, contro il conformismo cui spesso siamo indotti da scelte di comodo, all’apparenza più favorevoli o attraenti ma alla lunga snaturanti e non deve mancare il coraggio, come singoli e come collettività, di attraversare il fiume, ricordando che essere ivrì (ebreo=colui che attraversa, oltrepassa), significa prendere atto prima di tutto che esiste un fiume, molti fiumi da attraversare tra una sponda e l’altra della nostra vita. Ma egualmente ci ammonisce – guardando ai risultati finali della dinastia asmonea, nata da quello scontro – a sorvegliare le nostre azioni perchè, come scriveva Rav Soloveitchik: “se la religione si corrompe con l’immoralità, essa volta faccia e diviene una forza negativa e distruttrice”.4

Luigi Viola, Faust erster Teil (das Leben vergeht), still video, 2017

I valori etici e identitari messi in gioco dalla vittoria maccabea continuano ad echeggiare nel presente. 

Anche a noi infatti è richiesto un analogo impegno di fronte alle pressioni e alle seduzioni di una società globalizzata che tende inevitabilmente a uniformare tutto, nell’economia, nella politica, nella cultura, nella morale a standard generali che comprimono ogni diversità e cancellano le differenze. La globalizzazione – come osserva rav Scialom Bahbout – “ha assunto nomi diversi nel corso della storia: tentativi di globalizzazione sono stati l’Ellenismo, il Cristianesimo, l’Islamismo, il colonialismo occidentale.”5 Basterebbe ricordare, per quanto ci riguarda come europei, i periodici tentativi, anche recenti, di omologazione e proibizione di pratiche fondamentali della tradizione ebraica come la circoncisione (brit milà) o la macellazione rituale (schechità) ecc. considerate – non molto diversamente da quello che pensavano i seleucidi – alla stregua di abitudini barbariche. Oppure le frequenti reprimende verso lo Stato di Israele in quanto Stato Ebraico, riflesso di una specificità che non viene accettata, nonostante l’evidente democraticità delle sue Istituzioni e della vita del Paese anche in presenza di governi e scelte politiche non gradite. Mentre ci si guarda bene dal porre analoghe questioni per Paesi in cui notoriamente la democrazia è carente, a rischio o mancante e suona a vero paradosso che il Paese degli ayatollah abbia assunto la presidenza del Forum sociale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.

Luigi Viola, Faust erster Teil, still video (Aufwärts der Schein des ewgen Lämpchens flämmert – In alto arde la luce della lampada eterna), still video, 2017

Di fronte all’escalation della violenza antisemita di Hamas e Jihad verso nuovi livelli di ferocia, quali abbiamo visto il 7 ottobre 2023, che costituiscono un unicum senza possibili confronti nel passato e che hanno scatenato una guerra di difesa obbligata e necessaria – ma sempre tragicamente nemica dei nostri principi di convivenza – possano le luci delle chanukkiot accese in tutto il mondo illuminare ogni giorno di più la nostra vita, proteggere chi difende Israele al prezzo della propria, rischiarare le nostre menti e l’intera umanità, espandendo all’infinito (come è simboleggiato dal numero otto) i propri riverberi, segnali che le fiamme delle candele inviano a chiunque voglia accettarli. Segnali di speranza che invitano alla vittoria sopra ogni forma di hybris, di tracotante violenza (“Chi è il saggio? Chi impara da qualsiasi uomo. Chi è veramente forte? Chi domina le proprie passioniPirkè Avot 4,1), affinché gli sforzi dei singoli e delle collettività siano indirizzati verso la strada della pace, che non può prescindere però dalla giustizia, dalla libertà e dalla ricerca della verità, sempre più corrotte e negate, che della pace sono la linfa e la garanzia.

Luigi Viola, Deutsche Nacht mit Mondreflexen, laserprint, 2019

Immagine di copertina: Luigi Viola, Secondo giorno di Chanukkà 5784, “Credit: Luigi Viola, Venezia”

NOTE

  1. Giuseppe Laras, Channukkà giorno 4. L’olio come simbolo del Popolo ebraico, in: Bet Magazine Mosaico, 27/12/2016
  2. Giorgio Berruto, Davvero i Maccabei sono gli eroi di Chanukkah?, in: Joimag, 21/12/20223
  3. Riccardo Di Segni, Chanukkah, le donne e il 25 Aprile, in: Moked, 14/12/2020
  4. Joseph B. Soloveitchik, Riflessioni sull’ebraismo, a cura di Abraham R. Besdin, Giuntina, 1998. Cit. in: Alberto Moshe Somekh, Tra sacro e profano, la sfida di rav Soloveitchik, Bet Magazine Mosaico, 30/09/2014
  5. Scialom Bahbout, Chanukkà. L’importanza delle piccole quantità, in: Morashà 18/12/2022
  • Luigi Viola

    Artista multimediale e docente delle Accademie di Brera – Milano e Venezia. Ha insegnato alla Scuola di Specializzazione per l’insegnamento di Ca’ Foscari. Pioniere negli anni ‘70 della videoarte italiana delle origini, ha progressivamente posto la dimensione spirituale e culturale ebraica al centro del proprio lavoro negli ultimi vent’anni. Nato a Feltre nel 1949, l’artista lavora a Venezia. Ha una formazione classica e una laurea magistralis in Lettere conseguita all’Università di Padova. È stato co-fondatore ed editore di numerose riviste d’arte: “Informazione Arti Visive” e “Qnst” di Venezia, “Creativa” di Genova e “Artivisive” di Roma. Esordisce all’inizio degli anni 70 nell’ambito delle avanguardie concettuali, con lavori di scrittura visuale, performance, video, fotografia, che affrontano in particolar modo la questione dell’identità. Intorno al 1976 approda a un linguaggio più lirico, neo-romantico, che lo riavvicina alla pittura e ai temi legati all’immaginario mitico-simbolico. Negli anni successivi, mantenendo sempre un approccio duttile verso l’utilizzo dei vari media, prosegue la sua ricerca analizzando temi connessi alla memoria, alla tradizione, alla morte, sempre attento alle caratteristiche intrinseche a ciascun mezzo d’espressione. Sue opere fanno parte degli archivi di Lux (Londra), Galleria del Cavallino (Venezia), M.o.M.A. (New York), Art Metropole (Toronto), A.S.A.C. (Venezia). Invitato alla Quadriennale di Roma nel 1975. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1993 (Insulae & Insulae).