Voci e paesaggi dello spirito: “IDENTITÀ E NICHILISMO – L’identità cοme elemento misterico, trascendentale”, di Melis Meletiadis

L’Erechtheion, un antico tempio presente sull’Acropoli. È dedicato a Poseidone ed Atena

 

L’uomo è un essere trascendentale, va al di là dell’effimero, della mera circostanzialità e del mondo materiale. E la storia ci ricorda in ogni suo passo che l’essere umano sente di avere, come dice Platone, i piedi fissi nella terra, ma coi capelli è appeso dal cielo. Cerca di coltivare tutte e due le dimensioni e mai in proprio, da idiota, ma collettivamente, in quanto tale era ed è l’anima, e conseguenti erano anche le sue identità nell’evolversi della storia.

Ricordiamole brevemente:

1ον. L’identificazione totemica: dove l’uomo, tramite riti iniziatici, si identifica con l’animale quale simbolo d’unione con la natura, con la sua potenza, la vitalità, il suo spirito; si riempie della certezza di una vita regolata da questa.

2ον. L’identità meta-fisica, alias l’identificazione con l’entità trascendente, un dio, e l’avvicinamento, l’iniziazione allo spirito della vita e della morte. Un esempio per tutti, il più potente e completo-complesso che la nostra storia abbia conosciuto: la partecipazione ai tiasi (compagnie sacre) del dio Dionyso, e l’iniziazione ai misteri eleusinii, con il loro dramma epocale e divino1. Che era anche iniziazione allo spirito della città, da quella immersa nella religiosità fino a quella protolaica emersa da Socrate, Platone e dalla seguente filosofia.

Socrate e Platone

Nell’era alessandrina, vale a dire nell’ora della babele planetaria – che andava dall’Indo fino alle colonne eraclee –, avvenne un amalgama, una fusione di divinità fra loro lontane con somiglianze approssimative, e conseguentemente anche identificazioni dei fedeli con le medesime. Quando poi nessuna di queste divinità e delle rispettive identificazioni riuscì a strutturare l’anima della polis ed insieme quella del singolo, sopravvenne una continua ricerca di iniziazioni a diversi dèi: ma si sa che molte credenze significano nessuna credenza. In quanto sono iniziazioni a dèi senza carne, senza corpo e radici nella città, pure ideazioni, invenzioni noetiche che l’unica cosa che ottengono è quella di ingigantire nei loro seguaci il fantasma della propria proiezione.

Certo, la nostra epoca non sta né scoprendo né inventando qualcosa; per nulla ci differenziamo dall’epoca alessandrina-romana. Forse le dimensioni sono più grandi, ma la confusione e il turbamento psichico sono sugli stessi livelli. Le nostre anime sono governate dallo stesso vuoto nichilistico di identificazioni spirituali nulle. Nel caos di allora, nel caos delle identificazioni e della penuria psichica e delle sovrainflazioni di identità, vale a dire della multiframmentazione dell’anima e del conseguente imbarazzo, disperazione e scoraggiamento dei credenti, proprio come sta accadendo ora, dopo l’urlo al 70 d.c, “il grande Pan è morto”,2 si udì l’annuncio ottimistico

Riempitevi di coraggio iniziati del dio salvatore
Perché è giunta la salvezza per noi dai dolori3

Il tempio di Apollo a Delfi 

Annuncio extra-urbano e fuori dall’ordine istituito. Non lo pronunciò nessun Apollo delfico, nessuno Zeus supremo, non fu udito nel raduno dell’agorà, nelle scuole dei sapienti e dei filosofi, ma venne da una terra estranea, sconosciuta, segnando un’era nuova. Non parlava solo di un certo rispristino in vita e post-mortem dell’ordine, ma delle armonie e delle relazioni umane. Parlava la più potente lingua, quella della giustizia. E proveniva dal tumulto della folla, dalle terre della più misera delle provincie degli imperi ellenico-romani. Dalla Galilea: “ma è possibile che venga qualcosa di buono da Galilea?” La domanda era spontanea e ragionevole, e la risposta era semplice; rendendo le controrepliche inutili e vuote di senso, in quanto tuonava parole di cuore e celesti:

Esiste anche un altro logos, un’altra Parola, come quella di Cristo nato, gli uni gioirono dicendo che è stata Afrodite a partorirlo; ma gli altri, dopo aver chiarito, piansero, in quanto non fu Afrodite a partorirlo, ma una certa Maria, sciogliendo il loro inganno.”4

Da allora, il logos di quella certa Maria, l’assoluto straniero ed errante, come vuole un certo inno della sacra settimana5, riplasmandosi perennemente sull’armonia del Partenone e fondato sulla certezza del corpo juris, infervora il nostro cuore, guida il nostro pensiero, e struttura la comune identità di noi, laici e clero, agnostici e credenti, ma tutti fedeli nel prossimo, rendendoci identici.

Acropoli con il Partenone (Atene)

Prologo: l’identità non riguarda soltanto l’ontologia; non si limita a dire chi, che cos’è l’ente, la sua essenza, la sua biografia, la sua storia personale-familiare, il come venne plasmato somaticamente, già come embrione, e le seguenti relazioni con il mondo, ma esprime anche il come agisce, cioè il suo comportamento, il suo ethos, alias la sua etica. È elemento connaturato alla presentazione all’altro, alla sua conferma-riconoscimento e alla sua accoglienza nella comunità come membro paritario e distinto.
Ma forse, a questo punto, è più esatto usare il termine personalità piuttosto che quello di “identità”; il primo termine, proprio della filosofia e della teologia, rivela un’entità nata, consolidata e funzionante in un plesso relazionale, mentre il secondo, più specificamente giuridico e proprio della psicoanalisi e della sociologia, è descrittivo di dati, cioè si riferisce ad elementi. Per questo, qui, utilizziamo l’identità, nel significato di personalità.
La personalità-identità ha dunque, nelle sue origini, due aspetti che si confondono e si influenzano reciprocamente: la storia propria (rapporti di intimità familiari) e i valori assimilati dalla società, soprattutto di lingua, patria e religione.
Dunque, accediamo ora a questi fondamenti sui e coi quali plasmiamo incessantemente il nostro psichismo e la nostra spiritualità.
Certo, il riferimento ai medesimi non è facile; necessita infatti di molti studi e conoscenze, “da far tremar le vene”; qui, osiamo solo accennarli fugacemente, consci della nostra limitatezza. E soprattutto perché il loro mondo complessivo non è uniforme, e la loro realtà è il risultato storico di un miscuglio fra mondo greco-romano e popoli dell’Europa centrale-nordica, fra popolazioni strutturate e regolate in città-civiltà, e società sregolate e indisciplinate, (barbare e disordinate βάρβαρων τε και ἀτάσθαλων,). A livello spirituale, fra cultura antropocentrica e superstizione.

L’imperatore Costantino (mosaico) – Basilica di Santa Sofia a Istanbul

Per brevità ed economia del nostro lavoro, consideriamo come nascita delle nostre realtà, come inizio dell’amalgamarsi della nostra cultura, l’imposizione sull’Europa da parte della civiltà greco-romana e del cristianesimo, emblematicamente con Costantino e da parte dalle istanze ecclesiastiche e imperiali di Roma e Costantinopoli, con la costruzione del corpus juris e la diffusione della lingua ellenica e latina.6 Ed è su queste origini/aspetti che ci soffermeremo, visto che ancor oggi queste vengono considerate l’ideale, il punto di riferimento e fondamento di quelli chi si definiscono occidentali, stando nella loro forma perfetta; così avremo un punto di riferimento con il quale misurarci in ogni momento – un momento che starà sempre al di sopra della nostra temporalità, impregnando in toto la nostra civiltà. Una civiltà, una cultura che incessantemente ci inondano e ci plasmano con le loro parole, la loro spiritualità, usi, costumi, morali ed etica.
Ma perché soffermarsi su questi aspetti culturali? Semplicemente in quanto la sofferenza dell’individuo è conseguenza, anzitutto, dei devastanti turbamenti del suo ambito culturale, per quanto questi ultimi investano anche le sue relazioni strettamente “personali”. Sì, perché nessun cittadino può essere sano quando la sua polis, la sua politeia è ammalata.

Sulla famiglia

Premessa: diamo per scontata l’importanza che ebbero sulla strutturazione della famiglia i processi economico-produttivi per come vennnero analizzati da Engels7 – studi che insistono sulla famiglia come conseguenza ed elemento costitutivo dei rapporti proprietari e di produzione dei beni.
A noi interessa la famiglia nella sua valenza psichica, a prescindere dalle evoluzioni economiche; cioè la famiglia come valore archetipicο. E ne parliamo in termini di prototipi, di perfezioni, in un’immagine sempre presente, voluta e desiderata collettivamente; tanto per comprendere meglio le distanze o vicinanze che ognuno mantiene con la medesima.

Importanza della famiglia

Sappiamo davvero cos’è la famiglia, della quale si occupò e si occupa la psicanalisi in misura persino inflazionata?
La consideriamo ancora l’intelaiatura in relazione a cui viene intessuta la personalità, cioè l’identità dei singoli? Credo che tutti siamo testimoni dell’eccesso di vitalità o, al contrario, dell’eccesso di distruttività che deriva dalle identificazioni e dalle profonde relazioni dei figli con le figure parentali, al punto da condannarli o proteggerli nel corso della vita; e di quanta forza derivi dalla benedizione dei genitori, e ugualmente di quanta paralisi mortifera sia connessa alla loro indifferenza o maledizione. Lo verifichiamo spessissimo; queste maledizioni e/o benedizioni diventano elementi intimi, potenze costitutive delle personalità, dell’identità dei singoli; una specie di eredità invisibile che si impossessa di loro. E, se nell’analisi non ci soffermiamo sullo stretto nucleo familiare, e proseguiamo sino alla storiografia ancestrale, constatiamo anche quanto sia valida, per noi e per gli altri, l’affermazione secondo cui il male provocato dai genitori giungerebbe sino alle successive quattro generazioni; e quanto siano giuste le parole di Jung là dove diceva che compito e dovere di ogni adulto è quello di spezzare la trasmissione del male.
D’altronde, lo insegna già la tragedia: nella leggenda micenea, i mali di Atreo ricadono su Agamennone, e condannano i figli; in quella di Tebe, cominciano da Labdaco, pesano su Laio, e si risolvono nella sciagura di Edipo e dei suoi figli.8 E per inverso sappiamo quanto è risorgente e risolutiva l’evocazione delle forze e/o la coltivazione dell’amore e delle benedizioni degli avi per superare i mali presenti.

Edipo e la Sfinge

Sulle origini

È credenza abbastanza comune che, nell’antichità, e finanche nel medioevo, la famiglia avesse una struttura meno densa, in linea con le strutture sociali, più allentate, ma compensate da un più forte senso sociale, fondato e ispirato all’elemento religioso/statale.
E inoltre non sempre era formata attorno alla figura paterna. In tempi prearcaici ci fu il matriarcato,9 e la corrispettiva organizzazione sociale era tale che le donne, soprattutto in quanto madri, contavano più dei padri sulle decisioni comuni. Nell’Ellade, il matriarcato10 dominò in tutte le civiltà egee, pelasgiche, sia cicladiche sia minoiche, e si ritirò con l’avvento degli Achei11 e la conseguente emersione ed imposizione della famiglia patriarcale, monogamica, conforme alla visione maschile.
Certo, il passaggio dal matriarcato al patriarcato fu a volte violento e brusco, a volte lento, generando quasi ovunque situazioni miste, ma l’entità della famiglia sarebbe rimasta la stessa; anche se lo spostamento interno, relativo ad una centralità sempre temporanea tanto del polo materno quanto di quello paterno, avrebbe finito per dinamizzare il nucleo familiare. Di questo scontro e passaggio abbiamo immagini stupende, in forma proiettiva, nella teogonia di Esiodo, nella teologia orfica, e nelle opere omeriche, e in maniera più “razionale”, diremmo in termini contemporanei, nelle narrazioni dei tragici. Che ci descrivono le guerre fra gli dei maschi-paterni e le precedenti divinità femminili-materne, l’imposizione dei primi a livello di coscienza e della sovrastruttura sociale, la persistenza delle seconde in forma latente; guerre che trovano un equilibrio a livello teologico nella spartizione dei troni olimpici, a livello cultuale nel Partenone, e logico nell’Antigone di Sofocle o nell’Orestea di Eschilo.
A noi, tremila anni dopo, provoca ancora orrore sia come spettatori delle rappresentazioni teatrali sia come lettori la rievocazione della crudele avversità tra maschile e femminile. Il femminile trova naturale l’uxoricidio (l’uccisione del marito, in questo caso) e il figlicidio: la moglie Kletemnestra, considera suo inalienabile diritto quello di uccidere il marito Agamenone, e le Erinni, truci esseri femminili, torturano la mente di suo figlio Oreste e pretendono la sua morte.

Esiodo

È indiscutibile, fino alla ovvietà, che la nascita del matrimonio-famiglia, già dalle sue più ancestrali origini, avesse a che fare con le necessità nutritive e di tutela della prole, nonché con la conservazione della fratria [φύτρας] – insomma, che rispondesse a profondissime necessità dell’esistenza umana, e dunque nascesse dal gamos. Quest’unione, armonizzandosi coi cicli della physis e messa sotto la protezione della divinità, si era ritualizzata dando vita ad un culto che trovò la sua forma perfetta nei misteri dionisiaci e nell’Hieros gamos12. Un intreccio reciproco, dove la forza universale della natura potenzia la valenza del culto divino, ma dove anche la comune condivisione dell’umano consacra ed abbellisce l’inesauribile pulsione dellα primα [φύσις].
Queste origini ci dicono che la famiglia si plasmò principalmente nell’anima dell’umano, e in seguito, in correlazione con le necessità-condizioni economiche e forme sociali, si impose e troneggiò al centro della società, della cultura e civiltà, ed i legislatori e governanti l’edificarono istituendo le sue relazioni intra ed extra, nel nostro corpo juris.
Su queste radici fisico-cultuali il giurista Erennio Modestinus13 rielaborava e definiva il matrimonio-famiglia come “unione  dell’uomo e della donna, comunione per tutta la vita secondo il diritto umano e divino”, («ἕνωσιν τοῦ ἀνδρὸς καὶ τῆς γυναικός, συγκλήρωσιν τοῦ βίου παντός, θείου καὶ ἀνθρωπίνου δικαίου κοινωνίας»). Una perfetta definizione di quello che venne chiamato Diritto naturale,14 e che sarebbe stato concettualizzato dalla filosofia e dai sofisti a partire dal 5° secolo A.C.

Accedendo ora allo spazio della nostra tradizione, per capire come nascesse e come fosse la famiglia già nei tempi storici che continuano a formarci nella e tramite la lingua e la cultura, vi invito a rileggere le scene e gli stupendi dialoghi, tanto umani da sembrare divini, di Ettore ed Andromaca, la rinunzia di Odisseo all’immortalità offerta da Calipso, la sua tenace insistenza per tornare al talamo nuziale insieme alla corrispettiva attesa di Penelope, ma anche l’agonizzante ricerca di Telemaco.
Sono narrazioni del prototipo del νυμφῶνος, della coppia-famiglia che, cantate dal divino cieco, continuano incessantemente ad ammaliarci, affascinarci ed orientarci, in quanto esempi di valenze che archetipicamernte continuano a vivere in noi e tra di noi.
Di questi riportiamo brevi versi per mettere in risalto l’ampiezza della potenza erotica in atto, la stessa che trascina tutti, al punto che è addirittura elementare riconoscere il suo costituirsi come vero e proprio fondamento amoroso del matrimonio.

Tu Ettore sei per me padre a madre adorata/ sei anche fratello, e il mio vigoroso amante15
Ἔκτωρ, ἀτὰρ σύ μοί ἐσσι πατὴρ καὶ πότνια μήτηρ/ἠδὲ κασίγνητος, σὺ δε μοι θαλερὸς παρακοίτης.»

dice la donna, Andromaca, portando la relazione col maschile/virile ad una tenerezza indicibile e ad una suprema pienezza erotica.

La risposta dell’uomo, però, non è da meno:

Conosco anch’io / che la saggia Penelope/ a vederla è inferiore a te per beltà e statura/… Ma anche così desidero e voglio ogni giorno/ giungere a casa e vedere il dì del ritorno16

οἶδα καὶ αὐτὸς/πάντα μάλ᾽, οὕν εκασεῖο περίφρων Πηνελόπεια/
εἶδος ἀκιδνοτέρη μέγεθός τ᾽εἰσάν ταἰδέσθαι·/…ἀλλὰ καὶ ὣς ἐθέλω καὶ ἐέλδομαι ἤματα πάντα/ οἴκαδέ τ᾽ἐλθέμεναι καὶ νόστιμον ἦμαρ ἰδέσθαι.17

confessa Odisseo a Calipso.

Odisseo e Calipso

Secoli dopo, il cristianesimo rafforza ulteriormente il fondamento amoroso del matrimonio, e il suo aspetto religioso-teologico, nel contesto più generale di una prassi volta a riformare le istituzioni sociali tutte, per “farne chiesa, επανεκκλησιασμό, (radunare tutto il mondo”), entro lo spirito dei suoi quadri ideologici e delle sue visioni del mondo.
In questo tentativo, il matrimonio-famiglia si ripresenta come continuità dell’hieros gamos: nella teleologia dell’umano v’è una chiara prevalenza dell’elemento esistenziale-spirituale erotico sulla regolarizzazione delle leggi – sopravvento dell’amore sull’astrazione e sull’arbitrarietà del nomos.
San Basilio rielabora la definizione di Modestinus secondo cui il matrimonio-famiglia è «συγκλήρωσις τοῦ βίου» “unione e coopartecipazione alla vita, reciproco completamento”18, e il legame naturale viene benedetto « τῆς φύσεως δεσμός (γίνεται) διά της εὐλογίας ζυγός»19, mentre Clemente l’alessandrino innalza ulteriormente il matrimonio-famiglia a livello divino, considerando gli umani cocreatori di Dio: “L’uomo diviene immagine di Dio in quanto coopera nella creazione dell’umano”, [«Εἰκὼν τοῦ Θεοῦ ἄνθρωπος γίνεται καθ΄ὅ εἰς γένεσιν ἀνθρώπου ἄνθρωπος συνεργεῖ»]; e gli “amanti sono portati in identità tramite l’omonoia, essendo la scienza dei beni comuni [ἄγονται εἰς ταυτότητα δι΄ὁμόνοιαν ἐπιστήμη οὗσα κοινῶν ἀγαθῶν20].
A sua volta San Paolo aveva già portato il matrimonio a piena e totale unità: «non è la donna la padrona del proprio corpo, ma l’uomo; similmente, anche l’uomo non è padrone del proprio corpo, ma la donna» [« γυνὴ τοῦ ἰδίου σώματος οὐκ ἐξουσιάζει ἀλλὰ ἀνήρ· ὁμοίως δὲ καὶ ἀνὴρ τοῦ ἰδίου σώματος οὐκ ἐξουσιάζει ἀλλὰ γυνή »21].

Valentin de Boulogne o Nicolas Tournier, San Paolo che scrive le sue lettere, XVI secolo circa, Blaffer Foundation Collection, Houston.

Problemi

Anche nel nostro periodo la famiglia vacilla fortemente – come sempre, d’altra parte – per le condizioni socio-economiche, e, in quanto regna l’atomismo. Quello per cui “i diritti dei singoli” vengono trasformati in divinità indiscutibili, che stanno al di sopra della famiglia, sia nella sua realtà sia nella sua ideazione e persino nella sua legislazione. Dove il legame amoroso non ha più l’ambizione-ideale di coltivare l’armonioso perfezionamento e la maturazione di ognuno; ma diventa una temporanea convivenza, in attesa di migliore offerta e/o possibilità; dove l’unità genitoriale viene sostituita da una coppia di genitori sciolti da ogni legame, e quasi “autisticamente” indipendenti. Piena regnanza della persona in quanto per sé unum, (nella versione per cui ognuno è chiuso a sé stesso, e dunque «autosufficiente») a scapito del prosopo, del viso che appare, dell’entità che si relaziona.

Dunque, viene spontaneo chiedersi: di che tipo sono oggi le identificazioni e la conseguente struttura della personalità dei figli? I cambiamenti del nucleo famigliare quanta sanità o sofferenza e disorientamento provocano in questi ultimi? Domanda ulteriore: in che termini parliamo di ‘famiglia’, oggi? Quanto l’idea che ci viene dalla storia del remoto o dell’immediato passato (come quello dei nostri nonni) è consona a noi e quanto invece ci è estranea? E inoltre, qual è la dimensione temporale della famiglia? Si ferma all’accudimento dei figli, sciogliendosi con la loro fuoruscita di casa, come viene spesso sostenuto – arbitrariamente, facendo delle proprie opinioni/desideri una regola sociale, proprio come accade nel regno animale –, oppure continua a perpetuarsi nei tempi e ad articolarsi di/in generazioni? È possibile una famiglia con due generazioni, genitori-figli, senza la continuità nella relazione nonni-nipoti, sì da relegare i primi in un secco dato anagrafico? Si può avere un padre senza un padre del padre? Alias, è possibile sentirsi certi con radici superficiali che non originano da profondità forti, misurate e convalidate dal tempo? È possibile delimitare le relazioni in spazi temporali, togliendo alle medesime la dimensione dell’eternità dei sentimenti, che ha bisogno di una vivificazione continua per non fossilizzarsi nelle sclerotizzazioni e fossilizzazioni della memoria, di per sé debole e soggetta ad influenze interpretative nel momento della rievocazione?

 

Note
1.  Alias, della morte e della rinascita dell’anima, in armonia con quella della natura
2.   Μέγας Πᾱν ἀπέθανε Plutarco, Sugli oracoli, §17. Quell’urlo è considerato la sentenza di morte dell’antica civiltà
3.
Θαρρεῖτε μύσται τοῦ θεοῦ σεσωσμένου /ἔσται γὰρ ἡμῖν ἐκ πόνων σωτηρία. Juli Firmici Materni, De Profanarum Religionum 22,1
4.
Ἔστι δὲ καὶ άλλος λόγος -ὡς Χριστοῦ γεννηθέντος, οἱ μὲν ἔχαιρον, τὴν Ἀφροδίτην τεκεῖν  λέγοντες∙ οἱ δὲ διασαφήσαντες ἔκλαιον, ὡς οὺκ Ἀφροδίτην τέτοκεν, ἀλλὰ τις Μαρία, τὸν τὴν αὐτῶν διολλύοντα πλάνην.” Cosmas il Gerosolimita, Patrologia Graeca, Migne, tom. 38, pag. 464
5.
ὥσπερ ξένος καὶ ἀλήτης
6.  Vedi le opere di S Gregorio di Tour, e l’importanza della cristianizzazione/civilizzazione dell’Europa Centro Occidentale nel periodo della seconda Roma, soprattutto da parte dei Santi Benedetto, Metodio e Cirillo
7.
L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, Friedrich Engels
8.
Sulla prima vedi le opere di Sofocle, sulla seconda quelle di Euripide
9.
Che dimora ancora, nella nostra società in forma alterata, oppure isolata in vari popoli.

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10. matriarcato: forma di organizzazione sociale con l’epicentro nella ginecokrazia ed il parallelo culto della Grande Madre / Dea della fecondità
11.
Su questo tema, sono fondamentali le opere di Panagis Lekatsas, scritte in modo raffinato, forbito, senza nulla perdere in rigore scientifico. Partendo delle opere di Bachofen sul matriarcato, approfondiscono in maniera eccezionale l’evoluzione dei culti egeo-ellenici ed il loro passaggio nel cristianesimo, ricorrendo a riferimenti letterari, antropologici, a reperti archeologici, etc.
12.
dove la germogliazione umana fa parte di quella della natura
13.
3° sec. DC, di origine ellenica, era consigliere dell’imperatore Marco Aurelio; tante delle sue definizioni fanno parte della pandaikti (Digesta, elementi di diritto famigliare) di Giustiniano
14.
Il Diritto naturale oppure Diritto della natura, è eterno e invariato nel tempo e nello spazio; a livello giuridico riflette la natura umana ed anche la volontà divina. Si contrappone (o li completa) tanto al diritto statale quanto alla legge in toto, nella sua arbitrarietà; nella parziale intenzionalità degli individui, delle minoranze, maggioranze etc, specie quando è carica di prevaricazione. Le sue sorgenti si riscontrano in modo spermatico già nel 5° secolo PC, ed il suo spirito fondamentale è dato dalla distinzione tra natura in quanto concetto della giustizia chiaro ed eterno, e legge in quanto concetto arbitrario o fondato su una convenzione temporale. Scrive, relativamente alla legge, Solone nel 6° secolo:

ἔστη ν δ᾿ἀμφιβαλὼν κρατερὸν σάκος
ἀμφοτέροισι,
νικᾶν δ᾿οὐκ εἴασ᾿οὐδετέρους ἀδίκως.
mi misi, opponendo scudo potente
fra di loro
e non permisi a nessuno di prevalere ingiustamente.

15.  Iliade Rapsodia Ζ 430
16.
Odissea, Rapsodia Ε, 209-220
17.  Tutto il dialogo:
-«ἀθάνατός τ᾽ ἐἴης, ἱμειρόμενός περ ἰδέσθαι / σὴν ἄλοχον, τῆς τ᾽ αἰὲν ἐέλδεαι ἤματα πάντα.
οὐ μέν θην κείνης γε χερείων εὔχομαι εἶναι, / οὐ δέμας οὐδὲ φυήν, ἐπεὶ οὔ πως οὐδὲ ἔοικεν
θνητὰς ἀθανάτῃσι δέμας καὶ εἶδος ἐρίζειν.” / τὴν δ᾽ ἀπαμειβόμενος προσέφη πολύμητις Ὀδυσσεύς·
πότνα θεά, μή μοι τόδε χώεο· οἶδα καὶ αὐτὸς / πάντα μάλ᾽, οὕνεκα σεῖο περίφρων Πηνελόπεια
εἶδος ἀκιδνοτέρη μέγεθός τ᾽ εἰσάντα ἰδέσθαι· / ἡ μὲν γὰρ βροτός ἐστι, σὺ δ᾽ ἀθάνατος καὶ ἀγήρως.
ἀλλὰ καὶ ὣς ἐθέλω καὶ ἐέλδομαι ἤματα πάντα / οἴκαδέ τ᾽ ἐλθέμεναι καὶ νόστιμον ἦμαρ ἰδέσθαι»

“e saresti immortale, benché voglioso di veder / tua moglie, che tu ogni giorno desideri./
Eppure mi vanto di non essere inferiore a lei / per aspetto o figura, perché non è giusto /
che le mortali gareggino con le immortali per aspetto e beltà”. /
Rispondendo le disse l’astuto Odisseo: / “Dea possente, non ti adirare per questo con me; lo so bene anche io, che la saggia Penelope / a vederla è inferiore a te per beltà e statura: lei infatti è mortale, e tu immortale e senza vecchiaia. / Ma anche cosi desidero e voglio ogni giorno giungere a casa e vedere il dì del ritorno”.
Traduzione G.A Privitera, Mondadori.

18.   Omelia alla martire Giulita
19.
Omelia al exaimeron
20.
Pedagogo A, B
21.
S. Paolo, A` Corinzi. 7,2 

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Foto di copertina: I resti del tempio di Atena (fine del V sec. a.C.) nel sacro Recinto di Delfi, dove si trovava anche l’oracolo di Apollo, la Pizia

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Melis Meletiadis è nato a Thessaloniki, si è laureato in medicina nel 1979 e specializzato in psichiatria nel 1984 a Milano. La sua formazione psicanalitica è avvenuta a Milano (è anche stato in analisi con Luigi Zoja) e quella psicoterapeutica presso “Il Ruolo Terapeutico”. Ha lavorato sin dall’inizio presso istituzioni pubbliche (dal 2008 è stato coordinatore primario di servizi psichiatrici nell’area metropolitana di Thessaloniki). Nel 1990 ha fondato il Centro Ellenico di Psicanalisi e la rivista ‘L’incontro’, (I sinantissi).
Ha collaborato a lungo (partecipando a numerosi convegni in Italia e in Grecia) con enti accademici e religiosi europei impegnati nell’approfondimento di problematiche sociali.
Si è impegnato molto anche per promuovere il dialogo fra filosofia, psicanalisi e teologia, (fra altro è stato coordinatore e relatore nella ricerca internazionale – A European Research Network on SCIENCE-RELIGION INTERACTION IN THE 21st CENTURY).
Autore e/o traduttore di numerose opere di contenuto psicoanalitico-filosofico-teologico dall’italiano al greco (Umberto Galimberti, Pierangelo Sequeri, Lugi Zoja ect), e viceversa. Ha partecipato alla traduzione dell’Opera Omnia di Gregorio Palamas, diretta da Ettore Perrella, (ed. Bombiani), di contenuto teologico-dogmatico e teologico-filosofico.

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