Massimo Donà: «Iperboliche distanze» (Le parole di Andrea Emo), commento critico di Claudio Donà

MASSIMO DONA’ «Iperboliche distanze»
(Le parole di Andrea Emo) Caligola 2270

di Claudio Donà

 

Andrea Emo

 

A quattro anni da «Il Santo che vola», il filosofo e trombettista Massimo Donà torna a far parlare di sé con un disco che appare forse la sua opera musicale sin qui più articolata e completa ed in cui, come nel lavoro precedente, risulta molto importante il rapporto fra parole e musica. Lì i testi erano di San Giuseppe da Copertino (il “Santo che vola” appunto, ma anche, in un brano, di Carmelo Bene) ed era sua la voce recitante; qui invece le parole, tratte dai quaderni del filosofo veneto Andrea Emo – che Donà ha il merito di aver portato all’attenzione del mondo filosofico ed a cui ha dedicato un gran numero di pubblicazioni – vengono lette con efficacia da David Riondino, voce recitante suadente ed efficace. Tanto scarna ed essenziale era la formazione di quell’album, quanto nutrito è il numero di musicisti presenti in questa registrazione.

David Riondino e Massimo Donà


Siamo in presenza di un lavoro avvincente che è soprattutto – come scrive Donà nelle sue brevi note al disco – un “viaggio stellare, un’esperienza singolare”, cui hanno dato un importante contributo i talentuosi amici–musicisti invitati, ospiti d’eccezione ma anche nomi meno noti, coinvolti dal leader in un progetto che sino al missaggio ed all’editing finale era difficile soltanto immaginare. È proprio questa una delle caratteristiche peculiari di un album costruito completamente in studio di registrazione, a differenza di quanto avviene abitualmente nel mondo del jazz.

Da sinistra, Davide Ragazzoni, Michele Polga e Massimo Donà

«Iperboliche distanze» vede il trio stabile di Donà, completato dai sassofoni di Michele Polga e dalla batteria di Davide Ragazzoni – che si è esibito spesso dal vivo in questi ultimi anni – acquisire un maggiore respiro con gli indovinati innesti di Stefano Olivato, Marco Ponchiroli, qui al Fender Rhodes, Maurizio Trionfo e Bebo Baldan.

Da sinistra, Maurizio Trionfo, Pasquale Mirra e Marco Ponchiroli
Da sinistra, Claudio Fasoli, Paolo Damiani e Michele Calgaro

Ma il progetto si è ulteriormente arricchito con i preziosi interventi di ospiti del calibro di Claudio Fasoli, Michele Calgaro, Pasquale Mirra, Paolo Damiani e, in Dabadada, di Enrico Rava.

Enrico Rava ritratto da Massimo Donà

Ogni brano dell’album svela un aspetto della variegata gamma espressiva di cui dispone il trombettista veneziano, ma conserva allo stesso tempo, pur nella diversità delle atmosfere e soluzioni proposte, una cantabilità lucida quanto suggestiva. Supportato da riff efficaci e sempre pertinenti, il leader non perde mai, anche nei momenti più aperti e liberi, il senso dello swing, tanto meno il controllo del multiforme materiale musicale utilizzato. «Iperboliche distanze» è un disco che ha molto da rivelarci, anche dopo ripetuti ascolti, ricco com’è di contenuti; va quindi assaporato con attenzione, senza fretta, ancor meglio se leggendo le parole sempre illuminanti di Andrea Emo, cui è dedicato, ma che allo stesso tempo sembra in ogni momento ispirarlo. Un vero e proprio “concept album” insomma, anche nell’elegante e riuscita grafica che lo riveste, che è opera di Raffaella Toffolo.

 

MASSIMO DONA’ «Iperboliche distanze»
(Le parole di Andrea Emo) Caligola 2270

Massimo Donà (trumpet, guitar, feet), Michele Polga (tenor and soprano sax), Bebo Baldan (synth), Maurizio Trionfo (guitars), Marco Ponchiroli (Fender Rhodes), Stefano Olivato (electric bass), Davide Ragazzoni (drums), David Riondino (voice).

Special guests: Paolo Damiani (cello) on 1/2/3/8, Claudio Fasoli (tenor and soprano sax) on 3/6/7/8, Michele Calgaro (electric guitar) on 3/7/9, Pasquale Mirra (vibes) on 1/2/8,

Lello Gnesutta (electric bass) on 5, Enrico Rava (flugelhorn) on 2.

1) Come il diamante  2) Dabadada  3) Pensiero imperfetto  4) Ai sciops  5) Never Mind
6) Sfere (C.Fasoli)  7) Bonum  8) Trista luce  9) Le scorribande di Ben  10) Come il diamante. The end.

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Profilo storico e artistico di Massimo Donà

 

 

Passato come molti ragazzi degli anni ’70 dal rock al jazz attraverso Soft Machine, Nucleus e Miles Davis, quello elettrico naturalmente, e soprattutto dalla chitarra ad uno strumento per nulla facile come la tromba – ma assoluto protagonista nel jazz come lo era la chitarra elettrica nel rock – Massimo Donà (Venezia, 29 ottobre 1957) frequenta nel 1976 i seminari tenuti a Venezia da Giorgio Gaslini, e due anni dopo i corsi sperimentali di jazz che lo stesso tiene al Conservatorio Verdi di Milano. Il celebre pianista e compositore lo invita quindi ad entrare, insieme all’amico Maurizio Caldura, indimenticato sassofonista, nell’appena costituita Solar Big Band, che nel 1982 porterà in giro per l’Italia un importante spettacolo di teatro–musica dedicato a Shakespeare ed Ellington, allestito da Gaslini con Giorgio Albertazzi. È quello per lui un anno davvero importante, se è vero che a fine agosto si troverà a suonare al festival jazz di Roccella Jonica in un ensemble diretto da Enrico Rava – che aveva conosciuto nel 1979 frequentando un seminario tenuto dal trombettista con Roswell Rudd a Mestre – a fianco di jazzisti del calibro di Gianluigi Trovesi, Franco D’Andrea, Massimo Urbani e Paolo Damiani.

Massimo Donà (a sinistra) e Maurizio Caldura (fine anni Settanta)
Vincenzo Mingiardi, a sinistra, e Massimo Donà al Club Magazine, storico locale che il Circolo Caligola ha gestito tra il 1982 e il 1983

Donà aveva nel frattempo costituito con gli amici Caldura e Davide Ragazzoni, batterista, un quintetto di impronta neo–boppistica, Jazz Forms, che rimane in vita dal 1977 al 1982. L’anno successivo Caldura entra nel gruppo stabile di Giorgio Gaslini ed il trombettista veneziano, folgorato dal ritorno sulle scene di Miles Davis e dal suo concerto romano del 1982, vira progressivamente verso il jazz elettrico, guidando formazioni più numerose (fino al settetto) ed inserendo sempre più composizioni originali nel suo repertorio. Passano in questi gruppi, fra gli altri, i chitarristi Vincenzo Mingiardi ed Alberto Negroni, i percussionisti Eddy De Fanti e Sbibu Sguazzabia, i bassisti Roberto Cecchetti ed Andrea Braido, il tastierista Daniele Cimitan. Alla batteria siede ancora l’amico Ragazzoni.

Jazz Forms, da sinistra: Bruno Cesselli, Giko Pavan,  Maurizio Caldura, Davide Ragazzoni e Massimo Donà

Massimo, che intanto si era laureato nel 1981 in filosofia a Venezia con Emanuele Severino, comincia a diradare progressivamente i suoi impegni musicali, fino a decidere di ritirarsi dalla scena jazzistica per dedicarsi totalmente agli studi filosofici. Nella seconda metà degli anni ’90 riprende in mano la tromba e torna timidamente ad esibirsi in concerto, collaborando prima con il gruppo africano Tam Tam Sene, quindi con il polistrumentista Bebo Baldan ed il suo gruppo Tantra, con cui anche registra. È però soltanto con l’inizio del nuovo millennio che ritorna a tutti gli effetti sulla scena musicale da protagonista. Nel 2001 incontra in un concerto organizzato per il decennale della morte di Miles Davis il giovane sassofonista Francesco Bearzatti, che andrà a completare un quintetto elettrico con cui Donà registra finalmente il suo primo disco da leader, «New Rhapsody in Blue», realizzato in ricordo delle vittime della strage dell’11 settembre. Il gruppo, completato da Lele Rodighiero, tastiere, Nicola Sorato, basso elettrico, e dal fedelissimo Davide Ragazzoni pubblicherà altri tre album, rimanendo unito sino al 2006. Se «For Miles and Miles», del 2003, si avvale della partecipazione di amici–ospiti come Marcello Tonolo e Tiziana Ghiglioni, «Spritz», dell’anno successivo, vede la presenza di Cheryl Porter e soprattutto di Andrea Braido, questa volta utilizzato come chitarrista.

Da sinistra, Belbo Baldan, Massimo Donà, Davide Ragazzoni e Michele Polga

Il quarto disco, «Cose dell’altro mondo» (2006), registra un primo passaggio di consegne, con la chitarra di Giorgio Mantovan che prende il posto delle tastiere di Rodighiero e l’aggiunta in qualche brano del giovane sassofonista vicentino Michele Polga, che sempre più spesso sostituisce in concerto Bearzatti, trasferitosi ormai definitivamente a Parigi. Tutti e quattro gli album citati sono stati pubblicati dall’etichetta veneziana Caligola Records.

Con i successivi due lavori Massimo Donà cerca di unire la sua attività di musicista all’ormai consolidata fama di filosofo, pubblicando due cofanetti per Bompiani che presentano un libro abbinato ad un disco. Nel 2007 tocca all’«L’anima del vino», con all’interno l’album «Ahmbé» che, pur comprendendo soprattutto materiale concertistico, getta le basi per un’ulteriore e radicale svolta musicale. Tastiere e basso elettrico vengono infatti eliminati e sostituiti da un unico musicista, il poliedrico multistrumentista Bebo Baldan, già noto come percussionista e bassista, ma soprattutto come vero e proprio “manipolatore” di suoni elettronici. Il nuovo quartetto, completato da Polga, Ragazzoni e Baldan, è protagonista nel 2009 di «Big Bum», disco che viene abbinato al libro «I ritmi della creazione» in un cofanetto con cui Bompiani ripete la fortunata operazione del 2007. Anche in questo caso la registrazione si arricchisce della presenza di alcuni ospiti, fra cui la cantante Luisa Longo ed il violoncellista Paolo Damiani.

Da sinistra, Bebo Baldan, Michele Polga e Massimo Donà

Nel 2011 Donà partecipa al festival Jazz & Wine di Cormons e lavora con il suo nuovo quartetto ad un progetto dedicato al filosofo Andrea Emo, le cui parole trovano un perfetto interprete nell’attore David Riondino. Si tratta quindi di uno spettacolo di parole e musica, che viene presentato con successo nei festival Popsophia di Civitanova Marche e Rumori Mediterranei di Roccella Jonica. Con la successiva uscita dal gruppo di Baldan il gruppo diventa quindi un trio, formazione essenziale ma più agile e compatta, tornando a registrare nel 2016 un nuovo lavoro, «Il Santo che vola», ispirato alla figura di San Giuseppe da Copertino e ad un film mai realizzato che al santo avrebbe voluto dedicare Carmelo Bene. In questo caso Massimo oltre che trombettista, leader ed autore di tutte le musiche, assolve egregiamente anche al ruolo di voce recitante.

Roccella Ionica Jazz Festival, da sinistra: Michele Polga, Francesco Bearzatti, Massimo Donà e David Riondino

Il trio con l’aggiunta, in qualità di ospite, di Francesco Bearzatti, viene quindi reinvitato nel 2017 al festival jazz di Roccella Jonica. Ma è ancora il rapporto fra note e parole – quelle, in questo caso a lungo studiate, di Andrea Emo – al centro dell’ultimo lavoro discografico del trombettista–filosofo, «Iperboliche distanze», uscito all’inizio dell’anno ancora per Caligola. Per questa nuova importante tappa del suo percorso musicale, Donà si avvale della collaborazione, oltre che di Riondino e del suo ormai collaudatissimo trio, di molti amici–ospiti, taluni, come Enrico Rava e Claudio Fasoli, davvero prestigiosi.

 

Le foto di Massimo Donà sono di Raffaella Toffolo
Foto di copertina: Davide Ragazzoni, Michele Polga e Massimo Donà

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Claudio Donà, nato a Venezia, dopo aver conseguito nel 1973 la maturità presso il Liceo Scientifico Giordano Bruno di Mestre, dove ancora risiede, si laurea a Padova in Scienze Politiche, ad indirizzo Economico, nel giugno 1978.
Comincia ad interessarsi di jazz nel 1973, partecipando all’organizzazione di concerti nell’ambito studentesco. Nel 1977, dopo aver collaborato con alcune radio private e con pubblicazioni periodiche locali, inizia a scrivere per il quotidiano Il Diario. Dal 1978 collabora con il mensile Musica Jazz, la più prestigiosa rivista italiana del settore. Per la stessa, fino al 2004, scriverà molte recensioni, interviste e saggi. Nel 1980 diventa giornalista pubblicista e lascia Il Diario per diventare critico musicale del Gazzettino, per cui ha scritto di jazz, ma non solo, sino al 2010. Fra il 1996 ed il 1999 è stato direttore responsabile del bollettino dell’A.M.J. (Associazione Nazionale dei Musicisti di Jazz).
Nel 1985 un suo saggio viene pubblicato all’interno del volume “Cinema & Jazz”, scritto a più mani per il Comune di Venezia. Scrive inoltre numerosi programmi di sala per il Teatro La Fenice di Venezia e per Teatri Spa di Treviso. Nel 2000 pubblica, per la collana Jazz People (Stampa Alternativa), “John Scofield”, un profilo dell’omonimo chitarrista. Nel 2018 collabora alla stesura di “Raccontando Marco”, di Antonello Del Sordo, biografia critica del trombettista Marco Tamburini pubblicata dal Conservatorio di Rovigo.
Ha tenuto numerose conferenze nell’area triveneta, ma anche delle lezioni per il Corso di Civiltà Musicale Afroamericana dell’Università di Padova e per il Corso di Economia dello Spettacolo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha collaborato ad alcuni programmi culturali di Rai Radio Tre. Dal 2007 insegna Storia del Jazz (Triennio) e Storia ed Estetica della Musica Afroamericana (Biennio) presso il Dipartimento Jazz del Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo.
Oltre che di didattica e di pubblicistica, si occupa dell’organizzazione di concerti e rassegne di jazz. Ha curato l’ufficio stampa delle stagioni promosse negli anni ’80 a Bassano del Grappa da Lilian Terry, e nel corso degli anni ’90 è stato consulente artistico dei festival di Udine e Gorizia. Promuove concerti dal 1982, soprattutto nell’area veneziana, con l’associazione culturale Caligola. Dal 1994 cura in prima persona le produzioni artistiche dell’etichetta discografica Caligola Records, che opera soprattutto nel campo del jazz ed ha in catalogo ad oggi oltre 270 titoli.

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