Voci e paesaggi dello spirito – «Ramadan in tempi di pandemia», di Yahya Pallavicini

Il Ramadan in tempi di pandemia
di Yahya Pallavicini

 

La sera di giovedì 23 aprile è iniziato Ramadan, il mese del digiuno per i musulmani. L’inizio serale del mese di Ramadan ci aiuta a chiarire che i mesi del calendario islamico sono composti da 12 mesi lunari, vale a dire da 12 mesi che sono caratterizzati dal ciclo di una fase completa della visione lunare, da quando la luce del sole ne illumina una prima parte fino a quando la luce del sole ha completato il suo ciclo di illuminazione, passando dal plenilunio, fino alla fase della luna priva di luce riflessa che scompare alla vista dell’uomo.


Da questa breve descrizione del rapporto tra sera e giorno, tra l’illuminazione graduale della luna e la luce vera del sole, tra la ricerca di visione del credente musulmano e il tempo della Rivelazione, ci sono molti elementi per comprendere anche il rapporto tra il digiuno e l’adorazione divina nell’Islam.
Il precetto del digiuno per il credente musulmano è un’astensione diurna da alimenti e bevande e rapporti coniugali intimi, dalle prime luci dell’alba al tramonto, per circa 30 giorni consecutivi, vale a dire, per tutta la durata del mese lunare che si chiama Ramadan. Ogni mese lunare ha una durata variabile di circa 29 o 30 giorni e ciò comporta che la durata dell’anno islamico è più breve di quella del consueto calendario usato in Occidente. Di conseguenza, il periodo di Ramadan cambia ogni anno e arriva in anticipo di circa 10 giorni rispetto all’anno precedente permettendo al musulmano di vivere lo spostamento del digiuno del mese di Ramadan sempre in una stagione man mano differente, dall’inverno all’autunno, all’estate e alla primavera. Quest’anno il mese di Ramadan è iniziato il 23 aprile e la luna del mese successivo dovrebbe apparire domenica 24 maggio, in-sha’Allah, Dio volente.

Si tratta di un digiuno abbastanza lungo, dalle 3:30 del mattino alle 21 di sera circa, secondo gli orari dell’alba e del tramonto a Milano, e questa durata varia da una latitudine e una longitudine diversa da un’altra, da una regione del mondo ad un’altra, nel rispetto del rapporto tra il sole e quella parte specifica della terra.
Può sembrare complicato ricollegare il sistema dell’universo alla comprensione di un precetto come quello del digiuno nella religione islamica, ma ci si dimentica che, ad esempio, anche la liturgia delle ore nel Cristianesimo antico rappresentava proprio un ricollegamento della preghiera del credente nel contesto di un movimento tra terra e cieli che ha ispirato la scienza della cosmologia nel medio evo. Si tratta del legame simbolico tra microcosmo e macrocosmo, tra l’uomo e l’universo, passando dal rapporto tra spazio e tempo. Ogni liturgia è diversa dalle altre e ogni tempo e spazio di una liturgia cambia proprio come i riti cambiano il cuore e l’anima del credente sincero che, preghiera dopo preghiera, digiuno dopo digiuno, riscopre e ritrova la sua corrispondenza naturale e originaria nell’articolazione della vita e della sua funzione nella creazione divina. Proprio a questo miracolo servono i riti.

Musulmani in preghiera per il Ramadan nella Moschea di Baitul Mukarram a Dhaka, Bangladesh (Epa/Monirul Alam)

La centralità del digiuno del mese di Ramadan è il richiamo alla discesa della Rivelazione. La dottrina islamica ricorda ai musulmani che proprio in una notte misteriosa di questo mese sacro Dio ha fatto scendere nel cuore del profeta Muhammad la sintesi della Sua Rivelazione, il rinnovamento integrale del Suo messaggio di Verità, rivolto alle genti che credono e che si sottomettono alla Sua Volontà nella ricerca della pienezza della Pace.
Il digiuno dei musulmani è dunque un’astensione da se stessi per meglio “sentire” la Parola della Rivelazione di Dio che risuona nelle corde del cuore.
Da questo ascolto, accompagnato dal silenzio del nutrimento esteriore, il musulmano accede ad una maggiore sensibilità dello Spirito e ad una facoltà più acuta di discernere tra vero e falso, bene e male, prioritario e secondario, essenziale e accessorio. La sua dipendenza da Dio e la sua intelligenza sono ispirati da una maggiore trasparenza verso la presenza della grazia che, in questo mese e nelle sue notti, è ulteriormente sostenuta da momenti di convivialità familiare, nei pasti serali, al momento della rottura del digiuno e dalle preghiere comunitarie notturne che accompagnano i fedeli in veglie di recitazione e invocazioni al soccorso divino.

Certo non si mangia di giorno e si prega di notte perdendo l’abitudine al pasto e al sonno, ma il vero miracolo è una condizione di alchimia interiore che sembra purificare l’anima da ogni associazione con l’ego. Lo spirito è alto, l’anima è leggera, lo stomaco vuoto, eppure le giornate di studio e di lavoro riescono a corrispondere al dovere di adempiere alle responsabilità quotidiane pur digiunando, ma con una nuova concentrazione che non è quella psicologica su noi stessi e sui nostri bisogni. Da queste abitudini e concezioni sembra che il digiuno rituale agevoli un’astensione armoniosa e orienti la ricerca di soddisfazione verso orizzonti più autentici, più elevati e profondi.
Da un punto di visto pratico, i maestri insegnano che ogni digiuno prevede uno sforzo di fede e di disciplina da parte del credente, ma occorre evitare interpretazioni eroiche o autolesioniste dove il digiuno viene esasperato oltre misura come una punizione o una dieta. Ci sono dispense esplicite per viaggiatori e malati, donne in gravidanza e bambini in fase di crescita ma, soprattutto, c’è un versetto nel quale si attesta che Dio desidera per i Suoi credenti la facilità, non desidera la difficoltà. La chiave di lettura di questo ammonimento è di particolare rilevanza, lo stesso imam al-Ghazali richiama i digiunatori a non trarre dalla loro obbedienza solo la sensazione della fame e della sete, e neppure il vittimismo della difficoltà, ma di praticare questa astensione cercando la facilità del desiderio di Dio.

Abū Ḥāmid Muḥammad Ibn Muḥammad Aṭ-ṭūsī al-Ghazālī

Quest’anno a rendere più “difficile” il digiuno contribuisce la pandemia e l’isolamento. Da una lato, l’emergenza di un virus che con il suo aggressivo contagio colpisce la vita e la salute di popoli di tutto il mondo. Da un altro lato, le misure di prevenzione sociale che hanno costretto tutti a rinunciare alla comunicazione fraterna e comunitaria, sia nella preghiera che nella convivialità.
Una tradizione islamica narra l’insegnamento del messaggero dell’Islam che dice: “Prendetevi cura di voi stessi, servitori di Dio! Dio non ha creato la malattia senza che abbia creato il suo rimedio”1.
I maestri musulmani traggono da questo richiamo il dovere di una ricerca che dia priorità in ogni situazione alla presenza del Bene. Occorre accettare le occasioni di conoscenza anche quando queste si manifestano come una privazione o un travaglio o uno sforzo, con il dovere di una disposizione costruttiva e non fatalistica o tantomeno con rassegnazione.

Ramadan 2020. Distanziamento sociale in moschea a Beirut.

I maestri insistono sul superamento della paura dell’ignoranza con la ricerca della Conoscenza. Le circostanze anche drammatiche come la pandemia possono essere tragiche e così impreviste e violente da suscitare la consapevolezza della propria impreparazione e quindi la paura di perdere tutto o di non saper gestire uno scenario che non è abitudinario e che rompe gli schemi della quotidianità. Come escludere che in tutto questo ci sia una ragione più alta, un’occasione di conoscenza più utile, un’opportunità di cambiamento di mentalità, di priorità, di conversione, di naturalezza, di comunicazione, di collaborazione familiare e comunitaria?
L’errore non consiste nella paura e neppure nella pandemia, semmai l’errore è quello di illudersi che questo segno sia diverso dalla sua evidenza autentica o che la pazienza consista solamente nell’aspettare che tutto torni come prima o, al contrario, nella vana speculazione di analizzare filosoficamente i dati della malattia invece di cercare la guarigione e la cura, la salvezza e la elevazione spirituale tramite la serietà, la semplicità e la profondità intellettuale e rituale.
La ricerca del bene si accompagna, dunque, nella reazione al male e alla sua suggestione invasiva. Occorre curarsi dal male di questo virus che mette in evidenza anche i mali dell’anima che già erano ben presenti prima e indipendentemente dall’apparizione di questo contagio. Dunque, la riscoperta di una provvidenziale reazione e cura ad un male maggiore potrebbe generare altri rimedi per mali nascosti da tempo negli artifici e nelle sovrastrutture della personalità individuale.

 Musulmani in preghiera per il Ramadan in Pakistan (Ansa)

Allo stesso tempo, è sbagliato interpretare “l’isolamento” come una prova solitaria per affrontare eroicamente i mali minori a discapito del male dell’istante. Si tratta di una reazione infantile nella quale ci si illude di dare la preferenza ad una scelta di lavoro pur di non cogliere l’attimo e il richiamo del momento ed essere finalmente presenti al superamento della prova attuale. “L’isolamento” diventa il velo di un mondo parallelo, un alibi per non affrontare la realtà e giudicarla secondo l’illusione della propria torre d’avorio.
Se poi, a questo isolamento, si accompagna anche la virtualità sia professionale che persino confessionale, rischiamo forse di dover curare, dopo la pandemia, ben altre e gravi crisi d’identità e comunicazione sul senso della vita e della famiglia, della fede e del movimento, del lavoro e dell’economia, della scienza e della politica. Le persone superficiali e pragmatiche cercheranno di adeguarsi alle novità del sistema, mentre i credenti dovranno imparare ad affrontare un’occasione più complessa di rinnovamento interiore ed esteriore, tra vocazione spirituale e forme di responsabilità in questo mondo transitorio.

La cura sarà un vaccino o sarà un sistema di metodologia olistica o sarà il ricordo di una prospettiva metafisica? E se fossero più di uno tra questi fattori, in quale ordine gerarchico e di priorità vanno seguiti e a chi spetta la decisione?
Ogni crisi rappresenta, dunque, anche il richiamo ad una fine che non ha tempo per la disperazione o per un pensiero inutile, ma che concede sempre tempo per un’invocazione, una preghiera nella quale si riscopre la propria incapacità in rapporto al mistero dell’Onnipotenza divina e si scopre la partecipazione alla Sua protezione, cura e salvezza.
Questo riferimento di fede potrebbe dare adito all’errata interpretazione che il ruolo dei religiosi in tempi di pandemia sia solo quello di ricentrare la propria dipendenza spirituale, ma non è così. La ricerca di Conoscenza e di Cura parte da una relazione interiore e superiore, ma deve necessariamente essere seguita da un’attività di servizio esteriore che si rinnova con il concorso della saggezza e dell’intelligenza: “L’amore, la misericordia e l’empatia che c’è tra i credenti sono il riflesso dell’immagine di un corpo unico. Quando un organo soffre, tutto il corpo lo accompagna con l’insonnia e la febbre”2.

Musulmani, ebrei e cristiani  uniti nella preghiera comune contro il coronavirus. Hanno partecipato i due rabbini capo d’Israele, il sefardita Yitzhak Yosef e l’askenazita David Lau, il Patriarca latino arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, il Patriarca ortodosso di Gerusalemme Theophilos III, l’Imam Sheikh Gamal el Ubra, l’Imam Sheikh Agel Al-Atrash e il leader spirituale druso Sheikh Mowafaq Tarif (AdnKronos)

Ciò che si realizza nel momento in cui un religioso affronta una crisi come quella della pandemia che colpisce in tempi e modi differenti i popoli di tutte le regioni è la nuova coscienza di essere parte di un corpo unico e unito anche se colpito dalla malattia. Secondo la cosmologia islamica, questo corpo unico è l’universo intero come riflesso dell’ordine della creazione e immagine della manifestazione divina. Ma è anche il singolo corpo umano, sia inteso come tutta l’umanità nella storia che come identità della singola creatura e credente.
In altre parole, secondo alcuni sapienti musulmani, la malattia ha come concausa l’ignoranza e il disordine e la sua cura è la reintegrazione della conoscenza naturale e dell’ordine primordiale. Affinché tale cura sia effettivamente efficace occorre che le comunità e le autorità religiose sappiano centrare lo sforzo di guarigione sia rispetto al Principio dell’ordine cosmologico, che richiede sempre un aggiornamento intellettuale, e sia rispetto alla forma della crisi dell’epoca, in questo caso questa specifica pandemia. Diversamente, ci si concentra sulla febbre o sull’insonnia ma non sullo squilibrio che sarà guarito veramente solo quando l’unità ritrova la sua armonia su tutti i piani e in tutti gli organi, se Dio vuole, in-sha’Allah.
Il digiuno e l’astensione di Ramadan possono essere un ulteriore supporto a questo cambiamento interiore e a questo rinnovamento intellettuale nella preghiera di protezione e di cura dalla pandemia. Dio è più Sapiente.

Note
1  Abu Daoud, at-Tirmidhi, Ibn Majah
2  Muslim.

 

Yahya Pallavicini nasce nel 1965 a Losanna in Svizzera da madre giapponese e padre italiano, entrambi con radici aristocratiche. Suo padre, shaykh Abd al-Wahid Pallavicini (1926-2017), si era convertito all’Islam a Losanna grazie alla mediazione di sidi Ibrahim Titus Burckhardt (1908-1984) e all’interno della confraternita dello shaykh Ahmad al-‘Alawi (1869-1934), prima guida religiosa della grande moschea di Parigi nel 1926.
Il suo percorso di studi accademici è iniziato all’Università “La Sapienza” di Roma presso il Dipartimento di Studi Orientali della Facoltà di Lingue e Letterature straniere con insegnamenti di studi islamici del professor Alessandro Bausani e presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi ed Islamici con padre Maurice Borrmans come docente sul Sacro Corano. Ha poi seguito corsi di maestri come shaykh Ramadan al-Bouti (Parigi), mufti Ahmad Kuftaro (Roma), mufti ‘Ali Jumu’a (Il Cairo), shaykh Naquib al-Attas (Kuala Lumpur). Successivamente, incontra il prof. O’Fahey all’Università di Bergen, il prof. Radtke all’Università di Utrecht e la prof.ssa Zounat all’Università di Rabat che lo guidano tutti in una ricerca sullo shaykh Ahmad ibn Idris al-Hasani al-Fasi (1760-1837).
È
ufficiale di complemento in congedo dell’esercito italiano.
Nel 1998 ha occasione di svolgere il santo pellegrinaggio a Makkah, su invito della Lega Musulmana Mondiale e, nel 2016, come ospite del Custode delle due sacre moschee.
Nel corso di questi venti anni assiste e sostiene gli insegnamenti spirituali di shaykh Abd al-Wahid Pallavicini, suo padre e maestro, che accompagna in vari viaggi, visite e incontri tradizionali a Istanbul, Gerusalemme, Tunisi, Mostaghanem, Il Cairo, Tripoli, Rabat. Negli Emirati Arabi Uniti con il conforto dello shaykh Ahmad ibn Idris dal Sudan richiede e ottiene l’iniziazione all’ordine della Tariqat Ahmadiyyah Idrisiyyah Shadhuliyyah e un mese dopo conosce a Singapore lo shaykh Hajj Abd al-Rashid Linggi figlio del mufti malese shaykh Muhammad Sa’id.

Abd al-Wahid Pallavicini

Dal 2006 partecipa ad una serie di riunioni di lavoro con il mufti Ceric (Bosnia), il consigliere Abbadi (Marocco), il ministro Cherif (Algeria), il teologo Nayed (Libia), il giurista Kamali (Malesia), l’ayatollah sciita Taskiri (Iran), il presidente Shamsuddin (Indonesia), con i quali condivide la testimonianza di una reazione internazionale dell’ortodossia islamica tradizionale contro la decadenza e l’ignoranza e a favore del dialogo interreligioso.
Nel 2009 viene invitato tra i rappresentanti degli ordini contemplativi islamici dal Ministero per gli Affari Religiosi del Regno del Marocco all’assemblea di Sidi Chiker.
Yahya Pallavicini rappresenta in Italia la testimonianza di una corrente dell’Islam che interpreta la Sunna Muhammadiyyah, il rinnovamento della saggezza profetica, alla luce dell’insegnamento religioso di maestri spirituali quali l’imam Abu Hamid al-Ghazali (1058-1111) e i nobili eredi della scuola dello shaykh Abu al-Hassan al-Shadhili (1196-1258).

 

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Yahya Sergio Yahe PALLAVICINI è un cittadino europeo musulmano, residente a Roma, coniugato e padre di Muhammad Umberto.

Funzioni di rappresentanza istituzionale

  • Presidente e imam della COREIS Comunità Religiosa Islamica Italiana, una delle principali organizzazioni di rappresentanza istituzionale del culto islamico in Italia con vocazione alla formazione teologica, all’ecumenismo e all’educazione interculturale (www.coreis.it). Nel 2000 viene nominato membro dell’assemblea dei soci della Grande Moschea di Roma, Centro Islamico Culturale d’Italia.

  • Dal 2004 viene invitato alla riunione annuale tra i leader religiosi europei a Bruxelles dai Presidenti della Commissione Europea Prodi e Barroso e dai Presidenti del Parlamento Europeo Pottering e Tajani. Su invito del Consiglio d’Europa partecipa, nel 2005, al lancio del White Paper for Intercultural Dialogue e alla sua successiva edizione in lingua araba curata dall’ISESCO e, nel 2008, presiede in Azerbaijan una sessione interministeriale di avvio del Baku Process. Dal 2010 è membro del ECRL, European Council of Religious Leaders (www.ecrl.eu).

  • Dal 2005 al 2018 è consigliere del Ministro dell’Interno come membro della Consulta per l’Islam Italiano del Governo Italiano. Dal 2010 promuove una serie di iniziative di scambi culturali e di sviluppo economico con il Ministero degli Affari Esteri e il mondo islamico.

  • Insieme al direttore prof. Abd al-Haqq Ismail Guiderdoni e ad altri cittadini musulmani francesi gestisce l’IHEI, Institut des Hautes Etudes Islamiques, un’associazione di ricerca e approfondimento intellettuale che prende ispirazione dall’opera del metafisico francese René Guénon per l’orientamento dell’Islam di Francia (www.ihei-asso.org).

  • Dal 1997 collabora attivamente con l’ISESCO, Organizzazione Islamica per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, la più prestigiosa Istituzione di 54 Stati Islamici con sede a Rabat nel Regno del Marocco. Nel 2014 viene nominato Ambasciatore ISESCO per il Dialogo tra le Civiltà (www.isesco.org.ma).

  • Dal 2004 al 2011 partecipa alla Conferenza Islamica Internazionale del Cairo su invito del Ministero degli Affari Religiosi della Repubblica Araba d’Egitto e dello shaykh al-Azhar.

  • Nel 2006 incontra ad Istanbul SAR il Principe Ghazi bin Muhammad bin Talal della casa reale Hashemita di Giordania, aderisce al Messaggio di Amman e partecipa tra i 138 sapienti musulmani internazionali all’iniziativa A Common Word (www.acommonword.com), un documento storico di dialogo tra cristiani e musulmani. Partecipa nel 2008 e nel 2014 al Forum Cattolico-Musulmano in Vaticano. Dal 2009 è inserito tra i 500 musulmani più influenti nel mondo, nella categoria dei rappresentanti istituzionali.

  • Dalla sua costituzione a Vienna nel 2012 collabora con il KAICIID, il Centro Internazionale del Re Abd al-Aziz per il Dialogo Interreligioso e Interculturale (www.kaiciid.org). Dal 2015 in cooperazione con le Nazioni Unite e il KAICIID partecipa alla definizione del piano di azione per leader religiosi nella prevenzione alla violenza in seminari organizzati a Fes, Treviso, New York e Vienna. Dal 2018 è vice presidente di MJLC, Muslim Jewish Leaders Council (www.mjlc-europe.org) e coordinatore di EULEMA, European Muslim Leaders Majlis.

  • Partecipa regolarmente al Forum per la Pace nelle società musulmane istituito nella capitale degli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi nel 2014 e promosso da shaykh AbdAllah Bin Bayyah. Nel 2018 viene nominato membro esecutivo del Consiglio Mondiale delle Comunità Musulmane con delega per il dialogo interreligioso. Nel 2019 viene invitato dal Council of Elders presieduto dal grande imam shaykh al-Azhar Ahmad al-Tayyeb alla cerimonia con Papa Francesco di presentazione della Dichiarazione sulla Fratellanza umana.

  • Nel 2018 il presidente della Repubblica dell’Indonesia lo invita tra i 50 sapienti musulmani internazionali a partecipare al primo congresso sulla Wasatiyyah, la dottrina della moderazione islamica.

    New York, incontro alle Nazioni Unite con il segretario generale Antonio Guterres, il segretario generale del KAICIID Faisal bin Muammar e lo shaykh AbdAllah Bin Bayyah per la presentazione del piano di azione dei leader religiosi nella prevenzione all’incitamento all’odio e alla violenza.

Docenze Accademiche

Relatore sull’Islam presso il College della NATO a Roma. Docente sul Corano e i commentari nel Master sulle Religioni di Abramo dell’Università Cattolica di Milano, sulla Introduzione all’Islam nel Master in scienza, filosofia e teologia delle religioni presso la Facoltà di Teologia dell’Università della Svizzera Italiana di Lugano e sul Dialogo Interreligioso nella prevenzione del radicalismo nel Master in Sicurezza economica, geopolitica e intelligence del SIOI, Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale di Roma.

Pubblicazioni

Nel 2004 esce per le edizioni Il Saggiatore il libro L’Islam in Europa. Riflessioni di un imam italiano con le prefazioni del Ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione e del Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia Amos Luzzatto. Il Presidente della Repubblica della Tunisia conferisce all’edizione in lingua francese del libro il premio del Concorso Internazionale per gli Studi Islamici.

Nel 2007 la BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) pubblica il libro Dentro la Moschea che raccoglie le esperienze e i sermoni della prima generazione di musulmani italiani.

Nel 2009 una casa editrice curata da Frati Francescani, Messaggero di Padova, pubblica il saggio Il Misericordioso. Allah e i Suoi Profeti.

Nel 2010 le edizioni Morcelliana pubblicano La Sura di Maria. Traduzione e commento del capitolo XIX del Corano.

Nel 2019 la casa editrice cristiana Paoline richiede all’imam Yahya Pallavicini di curare la redazione dell’ultimo libro della collana Islam su I cinque pilastri. Fondamenti del culto islamico.

 

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