LA FABBRICA DI PROMETEO (Aesch. PV436-506), di Alberto Camerotto

I. PROMETEO E IL POTERE

Aesch. PV 10 ὡς ἂν διδαχθῇ τὴν Διὸς τυραννίδα

Ad Atene, non abbiamo certezze dell’autore, né dell’anno. Pensiamo a Eschilo, ma è un dubbio. Il testo greco, le questioni, le idee dicono che è l’età dei Sofisti, il V sec. a.C. È anche il tempo delle sperimentazioni della democrazia, delle scienze, del mercato. Sulla scena vediamo Prometeo, incatenato al Caucaso, scenario spettacolare davanti al pubblico di Atene, così come può avvenire ancora oggi davanti alle gradinate affollate di Siracusa. L’episodio è fatto di due rheseis di Prometeo sull’evoluzione del genere umano (Aesch. PV 436-506), divise da un breve intervento del Coro (472-475). Poi in una sticomitia si valuta il potere di Zeus nell’universo, con i problemi connessi alla permanenza o meno di questo potere (507-525). Ma la scena presenta Prometeo come il benefattore dell’umanità. Ha salvato gli uomini dall’estinzione che era nelle volontà di Zeus (PV 231-236). Soprattutto il dono del fuoco ha cambiato i destini e le potenzialità della stirpe dei mortali. È vero quello che poi dirà il mito di Protagora.

La voce che sentiamo è il tormento di Prometeo. Nella solitudine del Caucaso, lontano dai mortali, ma lo scenario è parte della spietata punizione. Si sente l’effetto del potere aberrante, del potere assoluto della forza: la giustizia, la parola dike così importante, si associa a Kratos e a Bia, gli scherani di Zeus (PV 12 Κράτος Βία τε). È la dike di uno Zeus che ha il volto e il potere di un tyrannos. In più entra in gioco anche Hermes, è il sistema della comunicazione che serve a moltiplicare gli effetti, a rendere onnipresente l’orrore. A legittimare i sistemi della violenza, per farli diventare normali.

II. IL NUOVO REGIME

Aesch. PV 439 θεοῖσι τοῖς νέοις τούτοις γέρα

Prometeo è sconfortato. Certo, ha uno sguardo che vede lontano, più lontano di tutti gli altri, degli dèi e dei mortali. Soprattutto più dello stesso Zeus, che si è impadronito del potere. Prometeo intuisce il futuro, una virtù formidabile, sta nel suo nome. Ma, intanto, può guardare al passato, e quello che vede è l’ingratitudine per tutto quello che ha fatto. Certo, è un grande Titano, proprio con il valore della parola. È lo slancio, la tensione verso qualcosa che nessuno comprende. Appartiene a un’altra dimensione, impossibile capire, per gli dèi olimpi e per i mortali. Ci vorranno secoli, forse millenni. Per questo non vorrebbe dire proprio nulla. Di fronte all’ingiustizia le parole non hanno più senso, succede sempre così, troppo facile interpretarle altrimenti, stravolgerle con gli orecchi e i pensieri di una ostilità che è ormai di tutti. Sempre pronti a salire sul carro del più forte. Una specie di opinione collettiva universale, con le deformazioni del potere e della massa. Si può scegliere. Prometeo ne è consapevole, potrebbe anche essere questa l’amarezza più grande. Il suo silenzio potrebbe perfino sembrare l’insolenza della superbia e dell’ostentazione (PV 436), una arroganza sprezzante che non può trovare ascolto (αὐθαδίᾳ). Ma tacere, rinchiudersi nel dolore e nell’umiliazione non può funzionare, perlomeno non è nell’indole di Prometeo, un dio della metis, un dio delle idee, della parola e del popolo. Anche quando sbaglia. Di qualunque sorta di popolo, tra gli immortali e i mortali. È un dio primordiale, più antico, che si cura di tutti, anche degli animali, degli alberi, delle rocce di una rupe. Per questo la sofferenza è insopportabile, il pensiero gli divora il cuore a vedere il suo castigo. Un controsenso. Al nuovo mondo ha creduto, è la capacità di sentire il tempo, il mondo che cambia, ha dato fiducia alle nuove divinità olimpiche che hanno preso il potere, ha messo a disposizione le sue straordinarie risorse, con la sua sapienza, il senso dell’invenzione, della scoperta, del progetto che cambia il mondo. È Prometeo che ha perfino dato senso al nuovo ordine (PV 440 διώρισεν), che ha definito e diviso i privilegi, gli attributi, le funzioni (PV 439 θεοῖσι τοῖς νέοις τούτοις γέρα). Solo così il nuovo regime può diventare un kosmos, solo il pensiero può porre fine al chaos indistinto da cui tutto nasce: Prometeo è pensiero, razionalità, fiducia, generosità.

III. LA STORIA DELL’UMANITÀ

Aesch. PV 442-443 τἀν βροτοῖς δὲ πήματα / ἀκούσαθ’.

Ma l’orgoglio, la consapevolezza di Prometeo è un’altra. I privilegi, il potere gli interessano poco. È la rivoluzione dell’umanità che gli interessa, la storia che cambia e che prende vie differenti, che forse scardinano il senso dell’immobilità assoluta degli immortali. I mortali, proprio per la loro natura effimera, sono la storia. A Prometeo è la storia che interessa. Dolore, imperfezione, limiti, e poi trasformazione, movimento, la meraviglia che ritorna ogni volta nell’incertezza tra la sofferenza e la felicità di un attimo. Certo non è facile, quella di Prometeo sicuramente è una passione scomoda, assurda. I mortali, non hanno virtù, non hanno meriti. Tutti gli dèi si chiedono perché. È già prima del tempo un Cristo sulla croce, un dio impazzito. L’irrisione arriva immediata: se è davvero un dio, potrebbe anche salvare sé stesso.

E invece Prometeo parla, pronuncia il suo discorso della metis, della prometheia, la sua unica fede. Parole di difesa, un j’accuse lucido, semplice, nella successione catalogica delle idee, delle invenzioni che hanno fatto il mondo. Perché è questo ciò che conta, è la storia degli uomini. Ascoltare, ripensare il cammino dell’umanità ci permette di capire il presente e di immaginare il futuro. È il racconto che dà senso alla storia, sono i mortali i protagonisti, è per loro che tutto cambia: PV 442-443 τἀν βροτοῖς δὲ πήματα / ἀκούσαθ’.

IV. LA RIVOLUZIONE COGNITIVA

Aesch. PV 443 νηπίους ὄντας τὸ πρίν

In principio, prima del dono del fuoco e delle technai, i mortali sono come dei bambini che non capiscono nemmeno di esistere: PV 443 νηπίους ὄντας τὸ πρίν. Il problema è evidente, i mortali per natura non hanno grandi facoltà cognitive, in principio non ne hanno proprio nessuna. È Prometeo che dà agli uomini l’uso della ragione, il cervello comincia a funzionare secondo categorie nuove, è questa la scintilla che cambia tutto (PV 444 ἔννους ἔθηκα), si tratta concretamente di avere il dominio dei pensieri (καὶ ϕρενῶν ἐπηβόλους), con la mente si costruiscono le idee. Ma non sono solo pensieri in libertà, immagini, impressioni a caso, non sono solo questo, c’è qualcosa di nuovo. Nasce esperienza dopo esperienza la capacità di organizzare il pensiero, un fattore attivo, non una ricezione passiva e basta: guardare, ripensare all’indietro, rimettere insieme i segni, progettare al futuro ciò che non esiste. Il fuoco è tempo, trasformazione, il fuoco è intelligenza e resistenza. Capire il tempo solo i mortali, che sono nel tempo, lo possono fare, ma solo col fuoco di Prometeo possono cominciare.

C’è qualche problema, Prometeo dichiara di non aver nessun rimprovero da fare ai mortali, le sue parole non sono un lamento o una recriminazione. Sicuramente in questa umanità c’è qualche problema, qualche pericolo, Prometeo lo sa, ha certo la lucidità di vedere i limiti dei mortali. Ma tutto quello che ha messo in opera, senza nessun interesse o ambizione personale, è stato fatto per generosità, per benevolenza. Sappiamo che philanthropos per gli dèi è un insulto, è quasi sicuramente il segno di un tradimento, c’è dentro qualcosa di ambiguo se lo si riferisce a un dio, un immortale che sta dalla parte dei mortali, sono il nemico.

Ma Prometeo vuole spiegare l’ethos della sua azione: è semplicemente εὔνοια, un istinto di benevolenza, una euforia positiva, una fiducia nel mondo, potrebbe essere eccessiva, pensando ai risultati. Prometeo è per natura fuori dalle logiche del potere, è come una ONLUS, salvare i mortali che annegano è il suo istinto, non c’è altra motivazione. Non ha nulla da guadagnarci. Potrebbe essere anche un errore, ma bisogna provare. Come un maestro, come un professore, Prometeo vuole spiegare tutto, serve per capire ciò che è successo. All’inizio dei tempi, gli uomini hanno gli occhi, guardano e non sanno vedere (PV 447 βλέποντες ἔβλεπον μάτην), sentono e non sanno capire i suoni che ascoltano (448 κλύοντες οὐκ ἤκουον).

V. IL FUOCO E LE TECHNAI, OVVERO LA POTENZA DEL LAVORO

(PV 452-453 ὥστ’ ἀήσυροι / μύρμηκες ἄντρων ἐν μυχοῖς ἀνηλίοις)

Sono impressionanti le valutazioni di Prometeo. Agli uomini manca la coscienza, la memoria, l’esperienza. Sono simili alle parvenze dei sogni, inconsistenti, impotenti, incapaci di toccare la realtà, di incidere e di trasformare il tempo, lo spazio, gli eventi. Tutta la vita dei mortali si consuma a caso, non c’è nessun significato, nessuna percezione di causa ed effetto, nessuna memoria, nessun cambiamento. Non c’è quello che si potrebbe chiamare progresso, la condizione umana non ha possibilità di sviluppo, come per tutti gli animali e le piante.

Ma a un certo punto c’è uno scarto. Enorme, senza ritorno, con conseguenze indicibili. Il dono di Prometeo cambia tutto, il fuoco e le technai rendono possibile ciò che gli uomini non avevano, o meglio gli uomini possono creare ciò che prima non esisteva. Creazione, trasformazione, costruzione, sono le parole chiave. Inizia la civiltà, il lavoro, la vita insieme. Se prima vivevano negli antri bui delle caverne, come sottoterra stanno le leggere formiche (PV 452-453 ὥστ’ ἀήσυροι / μύρμηκες ἄντρων ἐν μυχοῖς ἀνηλίοις), dal fuoco gli uomini imparano a trasformare la materia. La similitudine delle formiche non è male, c’è già la percezione di una società, ma le formiche rimangono sempre uguali a sé stesse, non mutano i loro comportamenti, la loro capacità di trasformare la materia e l’ambiente.

Gli uomini, invece, inventano le technai, inventano la tecnologia, ossia ideazione al futuro, progettazione: nulla è più immutabile, i mortali violano per la prima volta le regole della natura, intervengono sull’ambiente, ostile o meno non importa, provano a lavorare i materiali che hanno a disposizione, con la creta fanno i mattoni, col legno le assi, i pali, gli strumenti di lavoro, le armi, perfino i giocattoli: ogni cosa prende forma e diventa possibile. È il lavoro, come nella parola e nell’immagine delle πλινθυϕεῖς / δόμους (PV 450-451), che ci mettono davanti agli occhi un tessuto di mattoni, è l’arte di edificare le case e le città. Sono gli erga con tutte le loro applicazioni, come nella nascita della ξυλουργίαν (451), la carpenteria, che vuol dire lavorare il legno, cambiarne le forme, adattarlo a ogni utilità. Da questo momento tutto si può inventare. È uno schema logico che non si ferma più, uno script che agisce dentro le menti di tutti gli uomini da sempre.

Da qui comincia il catalogo delle arti che Prometeo ha insegnato ai mortali. Il suo racconto è una questione di orgoglio e di bellezza, la consapevolezza di aver inventato qualcosa, tra il coraggio e la percezione del rischio, del pericolo, l’azzardo di inventare un’epoca nuova. Per la vita degli altri. Gli altri siamo noi, la responsabilità del dono è nostra, di noi mortali che guardiamo ciò che avviene sulla scena.

Alberto Camerotto, filosofo e grecista

Foto di Arcangelo Piai – WORKS/METALMONT

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