La rappresentazione di Padova, nel 2026, prende ispirazione dagli affreschi del Trecento: una costellazione di immagini da Giusto de’ Menabuoi, Cappella del Beato Luca Belludi alla campagna di comunicazione per l’apertura della Torre degli Anziani, rotonda di Padova Nord.
Un compendio visuale della città. Una città che oggi, come allora, vive nelle sue strade, nei vicoli, nei mercati, nei palazzi, nell’Università. Non è un disegno realistico, è evocativo. Non è verosimile, è uno stereotipo. È l’immagine attraverso cui una città sceglie di riconoscersi. I toni del verde e dell’azzurro richiamano i Colli Euganei all’orizzonte. Padova-città-green. Un paesaggio pacificato, ordinato, leggibile. A mio avviso, non si tratta di una polaroid, come viene definito spesso l’affresco nel web1. Non è attraverso la fotografia che viene costruito questo compendio, perché la fotografia risponde ancora alla camera ottica, alla prospettiva, alla continuità del mondo visibile, e ci restituisce la realtà come presenza. La pittura no. La pittura immagina, si sottrae alla gravità, assume un punto di vista impossibile, non riproduce il paesaggio: ne cerca l’essenza. Un tempo volo d’uccello, oggi veduta di drone.
È una domenica mattina gelida. Il cielo terso. È il giorno stabilito per la mia visita alla Torre degli Anziani. Dopo oltre settant’anni viene restituita alla città. Promette uno sguardo a quarantaquattro metri di altezza. Penso a Lucca, alla Torre delle Ore, a Via Fillungo che dall’alto si trasforma in un asse, in una linea che corre verso l’orizzonte. Niente flussi, niente luoghi o strade, tutto si geometrizza dall’alto: «L’immensa testurologia che abbiamo sotto gli occhi è così diversa da una rappresentazione, da un artificio ottico?»2 osserva Michel De Certeau, l’autore da cui ha preso vita questa mia breve riflessione. Sono emozionata. Salendo lassù, penso, vedrò una Padova nuova, una Padova che non avevo mai incontrato. Penso alle persone che salirono questa altezza prima di noi, fino a poco prima della Seconda guerra mondiale, quando la torre venne consolidata per evitare il rischio di crollo negli anni Trenta. Un’altra dimensione temporale. Un altro modo di percepire l’arte e i monumenti storici. Un’altra tipologia di osservatore e di fruitore di questo monumento centrale nella storia di Padova.

Siamo poco meno di venti nella sala multimediale dedicata ad un’introduzione propedeutica alla visita e ad un’analisi approfondita del restauro. Assistiamo al video introduttivo: un breve documentario sulle fasi del lavoro, intervallato dalle immagini delle videocamere collocate sulla sommità del monumento. La Padova del ventunesimo secolo appare così appiattita, misurata, ricomposta. Vicoli, terrazzi, guglie, campanili. I resti delle mura tutt’intorno. Un grafismo perfetto. Una trama che ambisce a riprodurre gli affreschi antichi. Una città trasformata in immagine.
Pochi minuti dopo, in fila indiana, saliamo le strette scale, come trascinati in una spirale che attraversa una soglia spazio-temporale e ci restituisce la Padova del passato. Salendo, intessuti nella pietra, incontriamo i tiranti nuovi e quelli antichi, il metallo moderno, lucido, ancora intatto, e il legno, o ciò che ne resta, ruvido, segnato, consumato. Strati di epoche sovrapposte, materiali che raccontano il lavoro, la cura, la fatica.
Incontriamo la campana nella sua antica sede, silenziosa, sola. L’altra è custodita altrove. Sono reliquie, tracce di una civiltà che si manifesta gradino dopo gradino, nelle mani di uomini e donne che hanno reso possibile il restauro, la rinascita. Ogni passo è un frammento di tempo. La cima, infine, ci restituisce una Padova nuova, dallo stesso punto di vista di oltre otto secoli fa.
A distanza di giorni dalla mia visita, incontrando il direttore dei lavori della torre, l’architetto Fabio Fiocco, mi sentii dire: «I padovani scoprono oggi un’altra città, una città che non avevano mai visto né conosciuto prima». Una riflessione profonda, che rispecchia esattamente la mia sensazione e, al tempo stesso, il percorso analitico di questo lavoro. La ricerca che attraversa l’articolo non intende infatti limitarsi a una descrizione della torre, ma interrogare in modo trasversale il mutamento dell’immaginario collettivo padovano: il modo in cui oggi la città viene percepita, rielaborata e restituita dal visitatore all’ecosistema digitale delle immagini contemporanee.
Siamo seduti in un bar in Piazza delle Erbe, di fronte ad un’ampia vetrata che ci consente di osservare la torre. «Voglio sedermi qui per godermi la vista di questo monumento che trovo di una bellezza disarmante»3 sostiene il dott. Riccardo Martin, storico padovano la cui ricerca ha ispirato scientificamente il lungo lavoro di restauro. La chiave concettuale di questo viaggio nel tempo sta nel passaggio, nella soglia, nel processo di immersione graduale, passo dopo passo verso la cima. «Nel salire i gradini della torre, il turista compie un percorso immersivo, fuori dal tempo. È incredibile come tutti i padovani che salgono fin lassù cerchino la loro casa»4.

Accanto a me, sopra la torre, una donna scruta l’orizzonte verso nord. Anche lei è convinta di riuscire a vedere la sua casa: abita al quartiere Arcella. Da quassù tutto sembra vicino e lontano allo stesso tempo. La chiesa di Sant’Antonino emerge nel profilo cittadino, il campanile della chiesa di San Francesco con il suo rosone che appare come una macchia bruna sulla facciata che sovrasta l’antico ospedale, la cupola del Santo, Palazzo della Ragione con la sua volta a carena di nave dalla copertura a lastre di piombo, l’Orologio, il Duomo che si erge alle sue spalle. «Padova è una città di cupole, è incredibile quante. E un tempo, era anche una città riconosciuta per le sue torri, la Torre Bianca, la Torre Rossa subito al suo lato e più in là, la Torre del Bo, simbolo dell’Università»5. Alla luce di questa osservazione, è significativo ricordare come, nel coro della Cappella degli Scrovegni, compaia un affresco raffigurante San Daniele mentre reca in mano la città di Padova: una miniatura che restituisce l’immagine urbana così come era percepita tra XIV e XV secolo. Un fortino di mura da cui svettano imponenti la Torre Bianca, oggi Torre degli Anziani, e la Torre Rossa, scomparsa dopo il crollo del 1348. Questa rappresentazione mostra come le due torri fossero già allora riconosciute come nuclei simbolici dell’identità cittadina.
Dall’alto della torre, i tetti di Padova sono mille lustrini sotto i raggi del sole. Le antenne puntano dritte verso il cielo. Sotto di noi, dietro ogni finestra, si nascondono storie, amori, paure che da qui restano celate. Solo nel suo insieme, da quassù posso vedere la città, ma la vita che scorre nelle sue arterie non si lascia cogliere. I percorsi quotidiani, i passi ripetuti, le deviazioni minime, le soste improvvise, tutto ciò che compone il tessuto vivo dell’esperienza urbana si dissolve nella distanza. Di lei resta un quadro, «un simulacro ‘teorico’ (ossia visivo), …, che ha come condizione di possibilità un oblio e misconoscimento delle pratiche»6. Uno spazio ordinato, leggibile, ricondotto a superficie, in cui i corpi e i gesti perdono spessore. È una città che si offre allo sguardo, ma non al cammino. Una città che può essere osservata, ma non ancora attraversata. Da questa altezza, ciò che conta non è più il movimento, ma la forma. Non più l’azione, ma la figura. Come se il senso della vita urbana non si producesse nei percorsi, ma nell’immagine che li contiene.
È a partire da questa distanza percettiva che diventa possibile interrogare la funzione storica e simbolica della torre stessa, non più soltanto come luogo fisico, ma come dispositivo che organizza nel tempo il rapporto tra sguardo, potere e spazio urbano.
La Torre degli Anziani è il dispositivo della cultura visuale padovana. Nell’immaginario contemporaneo promosso dalla nuova campagna comunicativa, la torre nel suo più antico passato viene presentata come un’infrastruttura di coordinamento urbano. Uno sguardo drammaturgico che coordina la vita civile. Oggi, invece, sembra valorizzare soprattutto il profilo turistico della città, mettendo l’osservatore in prima persona. Con la sua restituzione al pubblico assistiamo a una traslazione di funzione: da strumento di direzione a medium della visione, da luogo che governa a luogo che mostra. Al fine di chiarire questo passaggio è utile procedere in modo strutturato.
La Torre degli Anziani, detta anche Torre Bianca, viene costruita attorno al XII secolo, accanto al palazzo dei Camposampiero, in un tempo in cui il potere episcopale cominciava a perdere centralità a favore di una progressiva secolarizzazione. Le campane installate nella torre definiscono il tempo civile e politico della città. Dopo la pace di Costanza, accordo stipulato il 25 giugno del 1183 tra l’imperatore Federico I “Barbarossa” e i rappresentanti delle città della Lega Lombarda, i comuni del Nord Italia acquisiscono il diritto di segnare il tempo senza l’autorizzazione imperiale. Padova, che ne fu parte, racconta la propria autonomia attraverso questa torre.
Nel 1215 diventa proprietà comunale. Attorno ad essa si costruiscono i luoghi del potere: come regia urbana proto-moderna, la torre dirige tempo e spazio della vita cittadina. La sua verticalità raggiunge altezze a cui l’occhio umano non era abituato vegliando per secoli sulla vita dei padovani.
«In realtà la Torre degli Anziani non fu propriamente una vedetta – mi spiega il dott. Martin – forse durante il Medioevo, quando i vari centri rurali si inviavano tra loro segnali visivi. Fino alla fine dell’800 tutta la liturgia civica veniva scandita dal suono delle campane della torre, pensiamo per esempio all’incendio del 1387, alle esecuzioni pubbliche, o in occasione dell’omicidio di Piazza dei Signori del 1723 in cui le campane suonarono da morto per tutto il giorno: dev’essere stato devastante. Fino alla prima guerra mondiale la torre veniva utilizzata come allarme e monito, quando qualcosa di grave o davvero importante occorreva a Padova. La prima cosa da fare era individuare una persona che fosse in grado di correre sopra le scale e che suonasse le campane per avvisare la cittadinanza del rischio imminente»7
Mai prima di oggi la torre era stata concepita come luogo destinato ad accogliere lo sguardo del turista: uno sguardo curioso e insieme programmato, che osserva la città come bene culturale da studiare, ammirare e tradurre in immagine per poi riproporla come trofeo simbolico nel proprio profilo social. «La torre un tempo era un non luogo»– mi spiega a sua volta l’Arch. Fiocco:«Nulla accadeva al suo interno, i padovani la davano per scontato. Era una torre muta8 perché nessuno vi poteva accedere»9.

Nel 1938 la torre rischia la demolizione. Le lesioni strutturali sono gravi. Viene salvata grazie all’intervento del soprintendente Ing. Arch. Ferdinando Forlati, ricordato oggi da una lapide commemorativa su Palazzo Moroni. Penso che nel dopoguerra pochi cittadini salissero quassù. La immagino stagliata nel cielo di una Padova ferita dai bombardamenti del 1943-44, poi testimone della ricostruzione industriale, delle nuove facoltà, dei nuovi ritmi urbani. Negli anni ‘50, infatti, la città cambia. Cambia lo sguardo. L’architettura diventa soprattutto spazio di lavoro. La visione si fa stradale, orizzontale, funzionale. Nel tempo della secolarizzazione industriale, l’osservatore deve essere concreto, radicato nella vita quotidiana: è lì che si produce valore, è lì che si costruisce senso.
Questa analisi trasversale fa emergere come la Torre degli Anziani rappresenti una soglia simbolica centrale nello spazio urbano e nella trasformazione dell’osservatore nel corso dei secoli. Abbiamo visto come la sua funzione originaria, legata al controllo, alla scansione del tempo civico e alla rappresentazione dell’autorità comunale, la rendeva un dispositivo orientato al governo dello spazio e delle pratiche sociali, più che alla loro contemplazione. In questa fase, la visualità non costituiva un valore autonomo, ma era subordinata a una logica funzionale, amministrativa e disciplinare. La torre non era pensata come un luogo da cui guardare la città per comprenderla, ma come un punto strategico da cui esercitare una forma di supervisione simbolica e materiale. Le campane, la vista a 360 gradi, la posizione dominante nel tessuto urbano contribuivano a costruire una scansione condivisa del tempo e una percezione ordinata dello spazio.
Con la riapertura e la rifunzionalizzazione culturale, la torre attraversa una mutazione del proprio regime simbolico. Essa non perde centralità, ma la rielabora. Progressivamente si configura come elemento esperienziale e come interfaccia dello sguardo, deputata alla produzione di una conoscenza estetica e riflessiva della città.
La soglia che la torre rappresenta riguarda il passaggio tra differenti regimi della visibilità: da una visione orientata al controllo a una visione interpretativa e sensibile. Non si tratta di una sostituzione netta, ma di uno slittamento graduale, in cui funzioni e significati si sovrappongono.
Nel contesto attuale, la funzione della torre si configura come dispositivo di produzione di immagini. Mette a disposizione un punto di vista istituzionalizzato, stabilisce un’inquadratura privilegiata, orienta lo sguardo e suggerisce ciò che merita di essere visto, fotografato, ricordato. In questa prospettiva, la torre continua a svolgere una funzione di regia dello spazio cittadino, oggi riconvertita in regia iconica ed estetica. Il suo compito non è più sincronizzare le pratiche sociali, ma favorire la circolazione delle immagini. Il passaggio può essere interpretato alla luce del visual turn dell’età moderna: vedere non significa più soltanto percepire, ma produrre, selezionare, condividere. La torre, inserita nel progetto Urbs picta10, diventa una piattaforma perfetta per questo processo.
Alla luce delle riflessioni di Jonathan Crary, teorico dei media e storico critico della percezione, l’esperienza della torre può essere letta come formazione di un nuovo soggetto visuale: «A nostro avviso, dunque, il soggetto osservatore si delineò come un prodotto e allo stesso tempo come un agente costitutivo della modernità»11. L’osservatore contemporaneo trasforma lo spazio in contenuto, racconto, valore. Le immagini entrano nei circuiti digitali, nello streaming di una dimensione virtuale condivisa, ovvero, nelle parole di Pierre Lévy: «Una memoria virtuale ha cominciato a crescere, secreta da miliardi di vivi e di morti, brulicante di lingue, musica e immagini»12.
Le fotografie contribuiscono alla costruzione del brand urbano, il fruitore diventa agente di valorizzazione simbolica e la sua esperienza personale viene inserita in una rete di mediazioni: in questa prospettiva, la funzione di controllo non scompare, ma si trasforma: dal governo del tempo e dello spazio si passa al governo della visibilità e dell’attenzione.
È in questa continuità trasformativa che si colloca la funzione contemporanea della torre: al crocevia tra esperienza estetica, costruzione identitaria e valorizzazione economica. La Torre degli Anziani non è soltanto un luogo da cui osservare Padova, essa oggi ci viene restituita come macchina culturale.

Sulla vetta della torre la signora accanto a me riconosce finalmente il suo palazzo. Gli occhi le si illuminano. Io cerco il Bo. Penso a una Padova senza Università: non era ancora il 1222. Mi domando dove arrivassero le mura, come nell’affresco di Giusto de’ Menabuoi, che attorno alla fine del 300 distende tutta Padova su un’unica superficie.
Non è forse come osservare un dipinto, vedere la città dall’alto?
Salire questi centonovanta gradini significa lasciare alle spalle le strade, i vicoli, le piazze brulicanti. Significa sospendere il camminare e, con esso, la scrittura quotidiana della città. Perché, come scrive De Certeau, camminare è un’enunciazione, è una forma di linguaggio. Chi resta a terra disegna percorsi, reinterpreta gli spazi, si riappropria creativamente delle architetture imposte dal potere.
Dall’alto, tutto questo si perde.
Nel vapore che sale dalle strade, l’osservatorio più a nord nell’orizzonte architettonico, appare come una rocca in rovina. Le sue pietre sembrano ossa. La sagoma è irregolare nel blu del giorno che cresce. Chi guarda dall’alto vede molto, ma comprende poco. Perché il senso della vita urbana non sta nella sua forma, ma nel suo attraversamento. E ciò che viene scritto camminando non potrà mai essere letto da chi osserva soltanto.
Tania Gallinaro, mediatrice di imprese culturali creative
Immagine di copertina: Veduta della città di Padova dalla Torre degli Anziani. Foto di Tania Gallinaro
Note
- Sito internet ufficiale, https://www.padovaurbspicta.org/home-page-2/una-polaroid-di-padova-nel-xiv-secolo/ ↩︎
- M. De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2012, p.145 ↩︎
- Intervista personale al dott. Riccardo Martin, studioso di storia e beni culturali, realizzata dall’autrice, Padova, 2 febbraio 2026 ↩︎
- Fiocco, intervista personale, 2 febbraio 2026 ↩︎
- Ibidem ↩︎
- M. De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2012, p.145 ↩︎
- Martin, intervista personale, 2 febbraio 2026 ↩︎
- O forse cieca? (Ndr) ↩︎
- Fiocco, intervista personale, 2 febbraio 2026 ↩︎
- Sito internet ufficiale, https://www.padovaurbspicta.org/home-page-2/ ↩︎
- J. Crary, Le tecniche dell’osservatore, Torino, Einaudi, 2013, p.13 ↩︎
- P. Lévy, Il Virtuale, Milano, Meltemi Editore, 2023, p. 19 ↩︎


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