Scatto della fotografa Tita Lorenza Fain che documenta la vita e il paesaggio del Cansiglio.

Il Cansiglio, relitto linguistico e reliquia arborea. Testo di Pier Franco Uliana

Non è un caso che la selva1 oscura sia stata assunta da Dante come allegoria del peccato. Nell’immaginario occidentale, fin dalle origini, il bosco (la hyle-sylva2 greco-latina) equivale all’indifferenziato, al caos primordiale, all’ambivalenza che fa coincidere i contrari; è la natura stessa che dispiega nella metamorfosi la sua possanza, dove sono assenti la luce del lógos e il rigore morale. Il bosco è al contempo nonluogo e luogo (della materia, nell’accezione etimologica): nonluogo in quanto l’uomo non lo riconosce come dimora3, non lo abita per coniugarvi l’identità e la relazione, è sradicato, senza orizzonte, non agisce simbolicamente, nessun segno lo lega al passato, o fa presagire il futuro; luogo pur tuttavia, perché il bosco non è spazio geometrico, ma luogo appunto dell’origine (da non intendersi in senso solo cronologico): da esso l’uomo proviene (nella Bibbia ad Adamo è assegnata la dimora edenica, l’evoluzionismo sostiene che l’homo sapiens sapiens discende dalla scimmia arboricola) e con esso è costretto a relazionarsi, seppur secondo una logica oppositiva4 (o come liberazione dallo stato di natura o come perdita).

Immagine di Tita Lorenza Fain che ritrae un momento di vita nella zona del Cansiglio.
Foto ©Tita Lorenza Fain (Tambre)

Al bosco5 viene contrapposta la radura che, in quanto spazio della deforestazione6 e della luce, si configura in luogo eminentemente antropologico, cioè in città (nel senso di civitas7). Pur tuttavia la città8 riproduce l’assetto labirintico9 del bosco e come il bosco costringe l’uomo ad un destino d’erranza. Non solo, il bosco respinto ai margini della coscienza, se non rimosso, costituisce paradossalmente il suo più prezioso giacimento simbolico (per Baudelaire, il poeta che per primo intuì la frattura esistenziale causata dalla metropoli moderna e il nonsenso della folla, l’uomo “passa attraverso foreste di simboli”10). La via d’uscita per l’uomo medievale non è che un sentiero sotterraneo, radicale quanto l’interiorità della fede, per ascendere all’altra parte, a quell’Altrove che è radura di luce, altrimenti detta la Città celeste11. Per l’uomo contemporaneo, completamente laicizzato, dominato dalla tecnica e globalizzato dal mercato, non c’è più alcun sentiero da aprire nell’incoerente disciplina lignea, bensì un progressivo e sistematico allargamento, hic et nunc, in senso orizzontale e in ogni direzione: è la deforestazione totale, il cui scopo è l’istituzione di una radura12 mondiale degli scambi dove il centro è ovunque e infinitamente distante dal limitare, la cui ombra è orizzonte di senso. La radura13 ha senso, infatti, se è nel e per il bosco; la città se si confronta con la natura; il linguaggio se trova un limite nell’indicibilità delle cose. Qualora tutto diventasse radura, città14 e linguaggio, è perché stiamo già varcando il confine del deserto: che non è la fine della natura, bensì, nella migliore delle ipotesi, della civiltà dell’uomo in senso vichiano15, nella peggiore, della specie umana stessa. Fino a prima dell’avvento della globalizzazione, e della rete informatica che funziona da acceleratore temporale in direzione del presente diffuso e schiacciato, laddove si deforestava si impiantava per lo meno l’albero genealogico le cui radici erano la tradizione, il costituirsi di gruppi, ceti e classi, quantunque in competizione e in contrasto, e la memoria (attraverso i monumenti, i palazzi, le piazze ecc.) se non altro dei luoghi di valenza sociale e di comune appartenenza.16

Franco Dei Tos, uno dei personaggi storici del Cansiglio raccontati nel libro di Uliana.
Foto ©Franco Dei Tos (Fregona)

Oggi la deforestazione, nel contempo reale e simbolica, non è altro che uno dei risvolti, forse il più radicale, di quel complesso processo epocale di deterritorializzazione17 (non è un caso che sia vocabolo impoetico, calcato sul più bieco gergo di certa burocrazia sociologica), che significa soprattutto desocializzazione e derealizzazione (de- è prefisso latino per indicare separazione, privazione, allontanamento; -zione è suffisso per formare sostantivi generalmente astratti): i luoghi vengono sempre più ridotti, marginalizzati, sottratti e infine perduti, mentre si dilatano in maniera pervasiva i nonluoghi: ipermercati, club vacanze, stazioni, discoteche, autogrill, selfservice ecc. Il paesaggio, rurale e urbano, che permetteva una lettura storica del luogo18, subisce un processo irreversibile di deprivazione e di spogliazione estetico-culturale e di rapida omologazione: un nonluogo (che, si badi bene, è l’opposto speculare del nonluogo primordiale), finalmente serializzato19, è quanto di più funzionale al mercato, al culto edonistico del feticcio-merce, all’incontro di individui simili ma soli20; esso è un crocevia di itinerari individuali, di consumatori che mordono e fuggono (anche da se stessi). Una siffatta radura senza bosco è il nonluogo per eccellenza d’oggi e in quanto atopìa essa è il contrario dell’utopia21: semplicemente esiste senza accogliere alcuna società organica in uno spazio eminentemente antropologico. Infatti, c’è una relazione inscindibile tra luogo ed esperienza culturale. Se quest’ultima è decontestualizzata dal luogo diventa un’ombra di sé stessa. Di qui lo spaesamento e lo smarrimento di identità che sono povertà e solitudine, e che si manifestano soprattutto nello sradicamento di specificità culturali e linguistiche. Di qui il ripetersi del destino di erranza, ma su scala planetaria: sempre più si morirà soli e in luoghi diversi (“esotici”22) da quelli dove si è nati o si è vissuta l’infanzia. Il cimitero che era il luogo dove attecchiva l’albero genealogico, sarà la discarica dell’oblio. È quanto sta avvenendo in nuce in Florida: le segreterie degli ospizi dorati di Miami comunicano la morte dei padri via e-mail ai figli dispersi per il mondo, e questi, uomini d’affari che sanno che il tempo è denaro, danno compunte disposizioni sul funerale via e-mail e partecipano alla sepoltura virtualmente23.

Veduta della località Cornesega nel Cansiglio, foto di Tita Lorenza Fain.
Cansiglio, località Cornesega, foto ©Tita Lorenza Fain (Tambre)

La complementarità bosco-radura nel Cansiglio, relitto e reliquia24 della grande selva illirica, almeno fino a qualche decennio, fa aveva trovato, grazie anche ad una serie di fortuite coincidenze storiche25, un equilibrio tale che poteva essere assunto a modello di luogo (dove avere esperienza concreta, quasi unica in Italia, dell’interrelazione fra bosco e radura) proprio perché contemperava territorio, ambiente, habitat e spazi con storia, memoria, lingua, cultura e colture (un siffatto tessuto permetteva una solida resilienza territoriale). Una tradizione statuale da secoli addomesticava il bosco salvaguardandone la specificità (il demanio era nel contempo risorsa e riserva); una millenaria stratificazione mitologica, che affonda le sue radici perfino nel venetico e nel celtico e di cui il dialetto garantiva la trasmissione alle nuove generazioni, vivificava l’immaginario collettivo e alimentava la sorgente simbolica della memoria (le varie figure mitologiche quali il Mazharól26, Tafarièli27, anguàne28 sono da intendersi più come genii loci29 che come retaggio pagano di paure ancestrali); la Piana-radura era il fulcro di un sistema di relazione fra le genti limitrofe e i cimbri30, fra malgari e forestali, fra comuni e Stato31, che coinvolgeva la pianura sottostante (oggi mutata in una grande conurbazione) e la stessa città di Venezia; infine, un corretto rapporto uomo-natura, ormai collaudato e consolidato (malghe, insediamenti turistici a basso impatto ambientale, oculato imboschimento e altrettanto oculato disboscamento) ne garantiva tenuta e durata. Oggi invece, svuotato quel mondo silvo-pastorale, assistiamo ad una rapida quanto pericolosa erosione del luogo, nei due sensi. Il bosco ha perso la sua relazione con i luoghi circostanti. Quest’ultimi, le cosiddette “terre alte”, sono addirittura caduti in uno stato di completo abbandono, postòchi32 (in dialetto questo era vocabolo che un tempo indicava quei prati lasciati incolti, non per rifiuto ma per costrizione, la quale poteva essere dovuta a controversie ereditarie o ad eventi bellici ecc.), di fatto inselvatichiti, degradati a boscaglia e a viluppo di rovi, ricaduti e decaduti, e perché no?, scaduti, a nonluogo primordiale, dunque inospitale (una damnatio memoriae che addirittura cancella non solo ogni traccia antropica, ma pure la stessa toponomastica).

Ritratto di Franco Dei Tos a Fregona, figura legata alla storia del Cansiglio
Foto ©Franco Dei Tos (Fregona)

Del bosco si ripropone una lettura magica e fiabesca, una mistica dell’incanto e dell’arcano originario, il cui scopo in realtà è l’adescamento pubblicitario, o è tutt’al più una patetica letteratura tardo romantica per telespettatori che vogliono credere nelle fictions. Così il mazharól diventa lo gnomo disneyano o un puffo televisivo; Tafarièli viene ridotto a personificazione di certi demonî di moda cinematografica; le anguàne rivestite da fate o streghe, a seconda dei casi. Non mancano poi i cultori dell’idillio e del locus amœnus33, mentre si sa che il bosco per sua natura è tragico. Per non dire del localismo, è forse il più pericoloso perché anacronistico e intriso di nostalgia vernacola, attributo quest’ultimo che non è affatto sinonimo di dialettale, bensì di retrivo. Ma è la Piana-radura quella più a rischio, sta subendo una mutazione a nonluogo nel senso postmoderno, o della globalizzazione: quasi un deserto in certi giorni feriali, affollata all’inverosimile in certe domeniche (come fosse un ipermercato, solo che i tempi di apertura e chiusura vengono scanditi dalle condizioni meteorologiche). Questo è il Cansiglio oggi: la fascia pedemontana che lo separa dalla conurbazione veneta, ormai in uno stato di disperante abbandono (con tutte le conseguenze ambientali del caso); il bosco sfruttato in una logica quotidiana di breve respiro economico e deprivato di ogni risvolto simbolico; la radura trasformata in un territorio da consumare; i pascoli recintati34. La legge bronzea del consumo impone innanzi tutto, qui come in tutti i luoghi esposti alla massificazione turistica, di deterritorializzare, di recidere, cioè, ogni vincolo con la storia e di cancellare anche gli ultimi segni della memoria, sì che il luogo da familiare diventi anonimo ed estraneo per chi lo abita, e quindi venga rifiutato per un nonluogo qualunque della globalizzazione, che è almeno all’apparenza neutrale ideologicamente ed emozionalmente freddo.

Fauna selvatica del Cansiglio, un cervo fotografato da Tita Lorenza Fain.
Foto ©Tita Lorenza Fain (Tambre)

E, per converso, (ad es., un Cansiglio senza più tratti differenziali) sia a sua volta un non-luogo per i forestieri. Incapaci di relazione, e dunque di integrazione, ovunque saremo stranieri in patria: come immigrati che s’incontrano in quegli squallidi nonluoghi che sono le stazioni ferroviarie o certi giardini pubblici ecc., se non altro, per loro, sono nonluoghi che non fanno ricordare la condizione di estranei, per quanto tutto ciò sia illusorio: non si dimentichi che il potere suadente del nonluogo consiste nello spacciare la sua serialità per ubiquità (il qui può essere l’altrove). Un’ultima considerazione, per quanto amara e sarcastica, sulla paretimologia del toponimo Cansiglio (Campus silens)35: da campo del silenzio feriale a can-can domenicale, e viceversa. Un Cansiglio da sconsigliare, se non fosse che sono ormai sempre più i singoli, i gruppi culturali e le forze politiche, finanche realtà istituzionali ed economiche, seppur ancora minoritari, che, ponendosi responsabilmente la domanda di quale luogo-Cansiglio consegnare alle future generazioni, già si muovono e si mobilitano alla ricerca di proposte di uno sviluppo ecocompatibile e nel senso della riterritorializzazione (che in questa temperie politico-culturale non può costituirsi istituzionalmente che come parco interregionale, cioè un ritorno alla grande vizza36, al contempo riserva di varietà arboree e faunistiche e risorsa ecologica). È tempo, dunque, di rimappare le categorie mentali interpretative del Cansiglio in senso glocale37, altrimenti si rischia di non comprendere i radicali mutamenti che lo stanno coinvolgendo e sconvolgendo. Occorre perciò risalire al Cansiglio, a piedi, come lo risalirono il Mazzotti, il Caccianiga, il Marinelli, i malgari, i forestali, le genti dell’Alpago, del Vittoriese e del Friuli…: se ci saremo a camminarlo e a scambiarci il buongiorno senza chiedere misericordia per la solitudine, sarà ancora un luogo che ci educa al bosco38 e dà senso all’abitare39 la radura. Ma anche e soprattutto con la mente: il Cansiglio sia filosoficamente il campo del silenzio che sovrasta il verbum omnipotens40 della città41, poeticamente il correlativo oggettivo dell’ingens sylva42 che sta dentro di noi.

Pier Franco Uliana, poeta

Immagine di copertina
Foto ©Tita Lorenza Fain (Tambre)

Ultima pubblicazione del 2026

Copertina del libro di Pier Franco Uliana "Dentro a la selva antica", dedicato al Cansiglio.

Note

  1. Il latino sĭlva rimanda ad uno spazio primordiale intricato e amorfo che gli alberi e il folto sottobosco rendono inaccessibile e indistinto; il germanico bŭsk/ bŏsk rinvia invece a ‘legname’ (da buwisc, da cui il verbo bauen ‘costruire’), cioè ad una sua ben specifica peculiarità. ↩︎
  2. Nel commento all’Eneide, Servio Danielino (fine IV sec.) definisce la sylva come una multitudo arborum diffusa et inculta. Essa si differenzia sia dal lucus, che è invece un insieme di alberi cum religione (la cui essenza è sacra), sia dal nemus, che è una composita multitudo arborum (un insieme d’alberi ordinato). Lucus (la cui etimologia è da lux ‘luce’) significa poi ‘radura naturale’, un’apertura di luce nell’oscurità boschiva, un disboscamento che è un rito la cui finalità è solo sacra perché al suo centro viene costruito il santuario. Nemus (dal culto di Diana nemorensis, si credeva infatti che la dea dimorasse nei pressi del lago di Nemi), che è legato da complementarità con lucus, è sì bosco ma anche la radura nata per disboscamento: pascolo e campo e luogo da cui prelevare legname e legna. ↩︎
  3. La voce deriva dal lat. demorāri (cfr. Dizionario etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli, 1999, sub voce) che significa ‘indugiare’, ‘trattenersi’, ‘stare sull’apertura’ in senso durativo. È la dimora che assolve al duplice compito di separare lo spazio domestico per distinguerlo dal contesto naturale e al contempo integrarlo con ciò che sta intorno senza mai rinnegarlo del tutto. Ed è essa che produce identità e appartenenza, orienta lingua e linguaggi per essere tramite di senso: è in definitiva il nucleo centrale del luogo. ↩︎
  4. In realtà, tra il ‘civile’ e il ‘selvaggio’ non ricorre una contrapposizione, bensì una relazione storica e tecnica, di cui l’uomo è il medium. ↩︎
  5. Nella lingua greca ricorrono due vocaboli per designare il bosco: hýle e álsos. Il primo indica tanto una ‘regione montuosa’ quanto una ‘foresta selvatica’ (cfr. Alcamane: «dormono le cime dei monti e le gole,/ le balze e i dirupi,/ i boschi (hýla) e gli animali…») e, per metonimia, il ‘legname’, nel lessico filosofico, la ‘materia’ a cui dare l’êidos ‘forma’ (cfr. Platone e Aristotele); il secondo invece designa un ‘bosco sacro’ recintato, talvolta un ‘boschetto di piante da frutto od ornamentali’ (cfr. Saffo che invita Afrodite di mostrarsi in «un grazioso álsos di meli»). Hýle si connota dunque come natura selvaggia ostile all’uomo, álsos invece come bosco armonizzato con la dimensione culturale della pólis. Nel dialetto locale a hýle corrisponderebbe semanticamente vìzha, ad álsos invece bròlo (< gallico brŏgĭlos) ‘frutteto recintato’ in prossimità della casa. ↩︎
  6. Il vocabolo ‘foresta’ deriva dal lat. fōris ‘fuori’, cioè spazio non antropizzato, che sta fuori della porta (in lat. fŏris) della città. Ne deriva il vocabolo ‘forestiero’ che designa non solo lo straniero, ma anche colui che vive isolato, fuori della comunità umana. ↩︎
  7. Il termine cīvĭtas indica l’insieme dei cittadini e si distingue dall’ŭrbs che è invece il complesso di edificî, strade, piazze e mura. Nell’accezione latina di ŭrbs e cīvĭtas presuppone la presenza sia di mura, sia di uomini che vi risiedono dentro (Isidoro di Siviglia, Etymologiae, a cura di A. Valastro Canale, Utet, Torino 2006, XV, 2). ↩︎
  8. La topografia dell’ŭrbs/ásty,col suo intrico di vieed edifici, non rimanda forse alla foresta? E lo spazio del fŏrum/agorà, in quanto aperto, non richiama forse la radura? L’assetto urbano, benché non sia secondo natura, non è forse una seconda natura in cui sembra riproporsi la relazione oppositiva foresta/città? ↩︎
  9. Si pensi al palazzo di Cnosso quale prototipo di città antica, al suo viluppo di cunicoli al cui centro si apre uno spazio vuoto. In esso dimora il Minotauro, unità non separata di uomo e natura selvatica. ↩︎
  10. “Corrispondenze”, v. 3, ne I Fiori del male. ↩︎
  11. Agostino d’Ippona, La città di Dio; Giacomino da Verona, De Jerusalem celesti; Dante Alighieri, Paradiso (e molte altre opere, soprattutto di epoca medievale). ↩︎
  12. Nel senso di piano cartesiano. ↩︎
  13. Si tenga ben presente come il francese clairière, il tedesco Lichtung, lo spagnolo claro, l’inglese clearing, il veneto ciarèla richiamino la luce, mentre l’italiano radura il taglio. Quest’ultimo è innanzitutto l’atto liturgico originario per eccellenza, esso sancisce, da un lato, la definitiva separazione fra natura e umano, dall’altro, apre uno spazio ‘tecnologico’ attraverso cui l’uomo interagisce con la natura. ↩︎
  14. Intesa come la Trude de Le Città invisibili di Calvino, cioè uno spazio omologante e cartesianamente disorientante, cioè una ‘res extensa anestetica’ che deterritorializza i dintorni trasformandoli in un’anonima e desolata quanto indefinibile periferia, fatta di sobborghi, circonvallazioni e ingorghi. ↩︎
  15. «L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve […] finalmente l’Accademie» (B. Vico, Scienza nova, Libro I, Degnità LXV). ↩︎
  16. Nel mondo pagano, i luoghi erano abitati da ninfe, dèmoni, dèi minori…: divinità tutelari del territorio; nel mondo cristiano, la sacralità dei luoghi era invece garantita dal proliferare di templi votivi, sacelli, cappelle campestri e di pratiche religiose di carattere propiziatorio (rogazioni, fioretti…). ↩︎
  17. Da intendersi come divaricazione tra l’uomo e l’ambiente, tra gli scambi e le esperienze culturali. In definitiva essa disarticola le tradizionali coordinate spazio-temporali ed intacca il senso del risiedere. ↩︎
  18. Il luogo è tale perché è antropologico, non uno spazio meramente geometrico (misurabile, isomorfo, uniforme) e perché insiste in un territorio che viene ‘abitato con cura’ (nell’accezione latina, cioè di abitare con un atteggiamento di premura e preoccupazione). Esso riesce a coniugare dinamicamente identità e relazione, affonda le radici in un passato condiviso, media tra bisogni materiali ed istanze spirituali e si dispiega in paesaggio. ↩︎
  19. Si guardi al modulo della catena dei ristoranti McDonald’s Corporation, o dei cinema multisala alla Warner Village. ↩︎
  20. Tale è la caratteristica dell’individuo contemporaneo ‘situato nella folla’. ↩︎
  21. Atopia è da intendersi in senso genericamente topologico, poiché indica la non appartenenza affettivo-culturale ad alcun luogo; essa induce a concepire il luogo (qualsiasi luogo, vicino o lontano che sia) come uno spazio geometrico dove qualsiasi intervento di scavo e di riempimento, o di demolizione e di costruzione, è possibile. Utopia invece ha un senso tutto etico-politico, designa cioè un ideale che non trova realizzazione, pur agendo sia come critica teorica che come stimolo pratico. ↩︎
  22. Nel senso di luoghi che presentano caratteristiche alquanto estranee e molto diverse da quelle autoctone, quindi ‘lontani’, non solo e non tanto in senso geografico. Non è un caso che le agenzie di viaggi pubblicizzino i luoghi di vacanza come ‘paradisi naturali’. ↩︎
  23. Qualora venisse meno il culto dei morti, anche il senso di appartenenza ad un luogo ne risulterebbe indebolito. ↩︎
  24. Relitto, perché il Cansiglio è ormai ridotto a ca. 7.300 ha; reliquia, perché conserva un patrimonio boschivo e faunistico di grande rilevanza scientifica. I due vocaboli sono legati linguisticamente anche dalla stessa etimologia (dal lat. relinquĕre ‘lasciare’). ↩︎
  25. Non ultima, l’essere stato, durante la Guerra Fredda, una base missilistica. ↩︎
  26. Mazharól: ‘omo selvatico, vestito di rosso, d’indole bizzarra e dispettosa’; la voce deriva da mazzare (da mazza < lat. *măttĕa), verbo adatto per indicare il senso di oppressione provocato dall’incubo; è piuttosto probabile, però, che la denominazione alluda ad una simbologia sessuale. È una figura tipica del folclore che ricorre, seppur sotto vari nomi, in molti luoghi non solo dell’arco alpino; i troi del Mazharól sono, ad es., i sentieri di bosco che non conducono in alcun luogo, oppure che s’interrompono improvvisamente; metaforicamente sono i sentieri dell’inquietudine esistenziale, semanticamente rimandano al vocabolo tedesco Holzwege letteralmente ‘sentieri della legna’ (M. Heidegger, Sentieri interrotti: «Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa “trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”»; A. Zanzotto, Ipersonetto: «per Holzwege sbiadenti in mille serie»). ↩︎
  27. Voce che è diffusa unicamente presso i malgari cansigliesi: indica il‘diavolo’;deriverebbe dal cognome Taffarèl, incrociato con la voce veneto-giuliana tàifel, dal tedesco Teufel. ↩︎
  28. Fatastrega delle acque (anguiforme dalla cintola in giù), capace d’incantare i bambini che si affacciano sui bacini d’acqua e quindi di trascinarli al fondo; la voce deriva dal lat. parlato *aquāna, da ăqua, ‘ondina’, con epentesi di n indotto dalla presenza della nasale postonica; forse si è sovrapposto alle celtiche Adganae. È assimilabile alla naiade della mitologia greco-romana. ↩︎
  29. Il genius loci ‘addomestica’ il luogo, interroga la sua anima e dialoga con la sua storia, in continua competizione con Pan, il dio dell’ora meridiana (Omero) e di cattivo augurio, che invece tende a perturbarlo, generando angoscia e follia, panico appunto. Il genius loci va, dunque, trattato con cura e comprensione perché ricompensa con piacere, sollecita l’abitare consapevole, rianima i sensi, mette in relazione comunicativa ed emozionale, e, attraverso il luogo, stimola l’immaginazione. ↩︎
  30. Sono boscaioli che sono giunti in Cansiglio dall’Altipiano di Asiago agli inizi del 1800; è voce che deriva dal dialetto bavaro-tirolese zimberer ‘boscaiolo’, ‘carpentiere’. ↩︎
  31. Il Cansiglio, prima di essere suddiviso fra la Regione Veneto e la Regione Friuli-Venezia Giulia, era un demanio, cioè un bene gestito direttamente dello Stato. La sua suddivisione ha comportato la fine della millenaria unità amministrativa che ne aveva garantito l’oculata gestione. Si fa presente che il bosco, nell’antico diritto romano, era res nullius in opposizione alla res publica (che era in origine la radura, cioè lo spazio civile sottratto al selvaggio); in età arcaica era detto lucus neminis ‘bosco (sacro)di nessuno’; nemus ‘bosco’, forse perché secondo alcuni consuona con nemo ‘nessuno’, secondo altri dalla radice *nem- che rimanda al ‘pascolare’. Il termine latino corretto per ‘foresta’ è, secondo John Manwood (guardacaccia di Waltham Forest sotto Elisabetta I d’Inghilterra), «sylva sacrosancta», cioè ‘selva inviolabile’. ↩︎
  32. La voce deriva dallo sloveno postota, con cambio del suffisso da -òta a -òca. Significa ‘incolto’, ‘podere abbandonato’ (la voce risale alla devastazione degli Àvari e degli Ungari nell’Alto Medioevo). ↩︎
  33. Sia l’idillio (quadretto georgico o pastorale) che il locus amœnus (cioè, un luogo ombroso in prossimità di una sorgente in qualche modo simile all’Eden) altro non sono che un’idealizzazione della vita campestre e della natura, concepite solo nel loro aspetto materno e rasserenante, o come mondo di pace in contrapposizione alla realtà. ↩︎
  34. Quasi una ripetizione, su scala minore, delle enclosures inglesi del XVI sec. e ss., che comportarono una rapida privatizzazione delle terre comuni che finirono per essere concentrate nelle mani dell’aristocrazia e della borghesia. In Cansiglio, ricordiamo, non c’è mai stata la proprietà privata (fin dal diploma di Berengario I e ufficialmente dal 1548, anno della sua conterminazione da parte della Serenissima). ↩︎
  35. L’etimologia più accreditata fa derivare il toponimo da concĭlium nel significato medievale di ‘unità consortile dipendente dalla comunità di più paesi’, con presumibile intrusione di cămpus. nel significato altomedievale di ‘spazio chiuso e delimitato’. ↩︎
  36. La voce viene dal longobardo wiffa ‘ciuffo di paglia come segno di possesso’, operazione rituale del diritto germanico a indicazione di un ‘bosco dove è interdetto il taglio’; è ancora diffuso come toponimo. In una carta del XIX, il Cansiglio è denominato Il Regio Bosco detto Vizza. ↩︎
  37. Neologismo, nato per sincrasi, formato cioè dalla fusione di globale con locale nel significato di saper coniugare interazioni a lunga distanza, anche internazionali, con la fitta rete dei rapporti locali. ↩︎
  38. Nel senso di ‘provare’ l’esperienza del bosco non come natura altra e minacciosa a cui contrapporsi, bensì attraverso il contatto sensoriale e la relazione culturale. Se ci si lascia contaminare dal bosco, esso non genera più insicurezza e paura, bensì incertezza, cioè il bisogno di una scelta cognitiva. ↩︎
  39. Nel significato latino di habitāre (frequentativo di habēre ‘avere’) ‘possedere’ (con cura e con cognizione storico-culturale il luogo). Abitare significa inoltre possedere un paesaggio che indugia tra apertura e chiusura, vivere simbolicamente sul limitare tra radura e bosco. ↩︎
  40. Da intendersi come organizzazione che tende ad instaurare un rapporto di sfruttamento e di dominio nei confronti di tutte le altre specie. ↩︎
  41. La città è uno spazio altro, dove tutti gli altri esseri sono possibilmente confinati in uno spazio esterno, per quanto le moderne periferie tendano alla contaminazione. ↩︎
  42. L’espressione latina è da intendersi nel senso psicanalitico d’inconscio. ↩︎

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