Andrea Emo e il concetto di “contaminazione”, testo di Massimo Donà

Andrea Emo a Battaglia Terme (Padova)

       Se c’è un tempo in cui si è abusato del concetto di ‘contaminazione’, questo è il nostro. Un tempo che continua a produrre superficialissime apologie di tale categoria – forse conseguentemente ad un dominio della forma mentis post-moderna che tanto ha fatto esultare il nichilismo più superficiale ed ingenuo. Che non siano più possibili valori assoluti, verità incontrovertibili è quanto viene ossessivamente ripetuto a mo’ di ritornello esausto e svuotato ormai di ogni significato. Il lucido grido filosofico emesso da Nietzsche è diventato per lo più uno sterile ritornello utile solo a legittimare qualsivoglia forma di proposta; che, nel farsi avanti alla luce di una consapevole e spesso sbandierata convinzione della propria infondatezza, utilizza in modo toto caelo arbitrario gli elementi più disparati, e li con-fonde in un unicum non sempre ‘geniale’ e ancor meno sorprendente.

       Il sentirsi finalmente liberi da vincoli assoluti, da norme implacabili, produce in questo senso una strana vertigine della ‘differenza’, in virtù della quale ci si sente inspiegabilmente attratti dagli accostamenti più inusitati, dalle com-posizioni più improbabili. L’unità dello stile sembra aver fatto il suo tempo, e il più lontano viene accostato al più vicino; il dominio dell’identità è vissuto come passato assolutamente inutilizzabile, ed anzi pernicioso – là dove si volesse ripristinarlo, si cadrebbe nel ridicolo più eclatante.

       Eppure, alla base di un tale ‘sentire’ c’è spesso una sorprendente ingenuità; radicata peraltro in una convinzione totalmente infondata, secondo cui l’identità e la differenza sarebbero due categorie ‘astrattamente’ contrapposte. Quasi che, essendosi liberati dell’identità, ci si potesse muovere finalmente ‘liberi’ nell’universo delle differenze, e produrre unità sempre perfettamente prive di identità. O meglio, differenze la cui unità sarebbe semplicemente ‘occasionale’ ed ‘effettuale’ (valevole cioè come semplice effetto di questa o quella combinazione).

Annalisa Alessandrini, Carteggio con Andrea Emo

       Già gli antichi, comunque, sapevano molto bene che identità e differenza stanno in ben altra relazione; sapevano bene, cioè, che contaminato è in verità ogni reale inteso per quel che esso veramente è. E per un motivo, innanzitutto: perché ogni esistente è l’immediato risultato di una originaria contaminazione: quella tra essere e nulla. Per questo ogni sua determinazione è l’espressione di tale ‘impossibile’ complexio.

       Una consapevolezza, questa, che ritornerà a farsi viva, comunque, in modo davvero ‘inattuale’, nella straordinaria scrittura di un ‘grande’ pensatore: Andrea Emo, filosofo veneto che avrebbe attraversato, con la sua instancabile e solitaria scrittura, quasi tutto il ‘900 – dalle cui pagine manoscritte sono tratti appunto tutti i frammenti inediti qui di seguito riportati.

       Pagine che dimostrano con nettezza almeno questo: che in ogni positivo, ad esistere è in primis la sua originaria negazione, e che dunque l’alterità non è per l’esistente una meta da raggiungere, ma il luogo a partire da cui, solamente, è possibile il vero instaurarsi della sua vera identità.

(Pubblicato con il titolo “Contaminazioni” in “Anfione Zeto”, il Prato, Padova 2003)

 

Anselm Kiefer-Für Andrea Emo, Sonnenfinsternis, 1994-2017, Olio, emulsione, acrilico, gommalacca, piombo e metallo su tela su legno, 400 kg, 190 x 380 x 30 cm, © Anselm Kiefer, Foto: Georges Poncet, Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac-London / Parigi / Salisburgo

 

Andrea Emo
PRISCA CONTAMINATIO

       “Ma come si può trattare la negazione alla stregua di un predicato qualsiasi? Se io dico che ogni individualità è una negazione, chiederò: negazione di che cosa? Nega ciò che non è individuo, o meglio nega il predicato come estraneo all’individuo. Quindi se io dico che A non è B, nego B come estraneo all’individuo. Se io dico che A non è rosso, nego la non-individualità del rosso. Ora, affermando la non individualità del rosso si afferma l’individualità di A.
      Da che cosa si origina la negazione in sé? Che cosa è la negazione in sé? Perché si nega?” (1927, Q. 5)

       “Se fossimo (se tutto fosse) soltanto essere senza mistura di non essere, come potremmo essere coscienza, e, in questo caso, come potremmo ancora essere?
       L’attualità è insieme essere e non essere” (1965, Q. 280)

       “Il nostro mondo è il mondo dell’identità, il mondo della affermazione. (Ma) esso non potrebbe vivere se non fosse anche l’altro mondo, il mondo della differenza assoluta. L’attualità è insieme assoluta identità e assoluta differenza. Il mondo della identità e della affermazione, il mondo positivo, è il mondo della morte. Il germe della negazione è nell’affermazione. La negazione che redime l’affermazione, che la salva” (1965, Q. 280)

       “L’individuo si dissolve o si risolve nell’assoluto; ma l’assoluto, a sua volta, è sempre individuo. Questo è il mistero di ogni fede, di ogni arte, ecc.
      L’individuo è l’assoluto sono egualmente creati dal loro negarsi, sono egualmente consapevoli del loro negarsi” (1965, Q. 280)

       “La luce è il supremo mistero; la luce, vetta delle sensazioni, è, per la razionalità, la massima oscurità, tanto più oscura quanto più lucida” (1965, Q. 280)

Ritratto di Andrea Emo, opera della moglie Giuseppina Pignatelli

       “La meravigliosa luce che illumina il mondo, alla cui perfezione nessun inno di lode potrà elevarsi, immagine e traduzione per così dire luminosa dell’attualità; questa meravigliosa luce è l’invenzione suprema del nostro sistema nervoso, il culmine della sua gloria. Il nostro sistema nervoso traduce in luce (in ogni sensazione vi è qualcosa di luminoso) oscure e cieche forze dell’universo, nascoste per sempre alla nostra comprensione, nascoste appunto dalla luce. Ma questa luce trionfale, inconfutabile e divina, non è forse con la sua sublime affermazione (una luce che diviene oscurissima per l’intelletto che vuole capirla), non è forse la smentita alle teorie del nulla, alle teorie secondo le quali soltanto riducendo tutto alla oscurità, tutto alle tenebre, possiamo ritrovare noi stessi, la nostra pace, la nostra attualità, la nostra luce interiore?
       O forse questa luce è la più alta esplosione della negazione di sé o dell’essere negati (negazione di sé dell’assoluto della vita)? Questa esplosione è l’attualità della luce – infatti, la luce è pura soggettività inobiettivabile” (1965, Q. 280)        

        “Come un metallo nobile ha bisogno di legarsi con un altro metallo per consistere, così una buona dose di volgarità è necessaria alla vita di un’opera d’arte. L’opera e l’arte che, come noi, sono un organismo” (1965, Q. 280)

         “Tutto ciò che è umano è complesso, contraddittorio, difficile, tortuoso, celeste e insieme infernale, ecc.
        Invece l’universale è semplice, univoco. L’uomo è plurale; l’universale, come dice la parola, è uno.
        Ora, l’uomo moderno non ammette di obbedire (di abbassarsi, come egli dice) sotto alcun potere che abbia carattere individuale, cioè umano (nemmeno il potere del padre). Egli intende obbedire soltanto all’universale (all’inesistente – l’universale non ha esistenza obbiettiva).
        Ma la tirannia dell’universale, appunto perché è la tirannia (o dominazione che dir si voglia) dell’universale sull’uomo, cioè del semplice sul complesso, dell’uno sul plurimo, è la più terribile e spietata, appunto perché l’universale che immaginiamo come comprensivo di tutto in realtà non può comprendere (capire) il particolare che gli è eterogeneo. Il particolare, cioè l’individuale.
        Le tirannie moderne (e forse anche le antiche) debbono la loro inumanità all’essere tirannico dell’universale sul singolo (il quale individuo moderno ammette e desidera soltanto questa tirannia, che è assoluta). Ed essendo, per di più, una tirannia del semplice sul complesso, è una tirannia umiliante, che abolisce ciò che vi è di meglio (il complesso, il difficile, il plurale) nell’uomo, che abolisce ciò che vi è di esistente nell’uomo in favore dell’inesistente” (1965, Q. 280)

        “Sembra che al di fuori del sistema non vi sia che del libertinaggio dello spirito. Ma appunto nel libertinaggio, cioè nell’inconsapevolezza dell’unità, si cela l’azione ignota della Provvidenza – la Provvidenza è rovinata dagli uomini consapevoli, dagli uomini programmatici e sistematici, che vogliono sostituirsi ad essa” (1962, Q. 250)

        “L’altro significa la realtà e la positività della nostra negazione, la possibilità dell’esperienza della negazione e la possibilità della sua positività; ciò che noi creiamo con la nostra e la sua negazione” (1962, Q. 250)

         “La doppia verità; presenza e negazione. Togliersi e divenire. La verità è sempre doppia e ambigua. Nulla è meno sincero, semplice, univoco, identico ed evidente della verità. La verità non potrebbe vivere, cioè essere, se non fosse ambigua, se fosse solo identità ed evidenza.
       Ogni parola degna di essere Verbo ha sempre due significati” (1962, Q. 250)

Alberto Savinio, Ritratto di Andrea Emo (1941)

        “Il diavolo (forse la necessità resa autonoma e definitiva?) è l’altro aspetto della divinità. Ognuno di noi ha in se stesso il suo principale nemico. Un nemico necessario. Mefistofele, stranamente, offre di ringiovanire Faust. Il ringiovanimento è una forma di immortalità – una immortalità direttamente, immediatamente ottenuta senza sacrificio. Senza il sacrificio attuale, senza il sacrificio dell’attualità. L’attualità del sacrificio viene rinviata a un indeterminato futuro; l’immemoriale futuro in cui dovrebbe morire l’immortalità. Forse il diavolo è la tentazione di Dio; giustamente il diavolo è stato definito il tentatore; la scena evangelica della tentazione di Cristo è appunto la scena della tentazione di Dio – cioè l’onnipotenza immediata, l’onnipotenza senza sacrificio, l’eternità senza tempo. Ognuno di noi porta in sé questa tentazione. E le cede continuamente” (1972, Q. 352)

        “Oggi nel mondo politico, nel mondo intellettuale, ideologico, etc., si avvera il fatto che ciascuno è il contrario di ciò che crede di essere. Spesso gli avversari non sanno di essere identici; o forse lo sanno senza saperlo, e perciò si odiano con tanto livore” (1972, Q. 352)

         “Le linee di una grande architettura esprimono l’infinito disegnando il limite” (1974, Q. 364)

         “La torre di Babele è possibile soltanto nell’assoluto; il mitico oggetto, la parte obiettiva di un soggetto assoluto può essere un’astratta identità. Noi esseri assoluti perché soggettivi siamo una ambulante torre di Babele, costruita da operai di cui non sappiamo nulla. Noi siamo una torre di Babele perché in noi, nella nostra costituzione si parlano numerose e diverse lingue irriducibili l’una all’altra, intraducibili l’una nell’altra; la lingua che parlano gli occhi non è quella del tatto, e la lingua del tatto o dell’odorato non è quella del suono. Forse nel nostro organismo si parlano tanti linguaggi e tante differenze, perché esse sono tutte le attualità della negatività, della legge, della necessità, della meccanica; l’attualità della negatività dell’Uno analitico, dell’identità analitica è diversa – diversità creata dall’identificarsi, all’annullarsi. E la diversità è molte diversità” (1974, Q. 363)

Anselm Kiefer legge un quaderno di Andrea Emo insieme a Massimo Donà nella biblioteca di Villa EMO, vicino a Monselice (Padova)

         “Anche per le cose e i luoghi esiste un doppio, un essere mitologico che si sostituisce ad esse; i ricordi poi sono soltanto mitologia; ad essi non corrisponde nulla di reale.
        Molti luoghi hanno avuto per noi un significato mitologico, una mitologia che mentre la vivevamo era la vita stessa, reale ed attuale. Solo nel ricordo ci rendiamo conto di aver vissuto un mito, di aver vissuto in un’aura mitologica; e ciò anche perché il ricordo è mitologico.
        Il carattere della sfera mitologica è di essere unita, identica e diversissima dalla immediatezza; una diversità che si rivela col tempo.
        Forse nel momento della morte tutta la nostra vita si rivelerà a noi come un mito” (1961, Q. 233)

(Selezione di frammenti inediti a cura di Massimo Donà)

 

 

Anselm Kiefer

 

L’arte di Kiefer incontra Emo, filosofo del nulla

di Nicolò Menniti-Ippolito

Nel 2018 Parigi ha reso omaggio ad Andrea Emo Capodilista: il filosofo nascosto, il filosofo del nulla, un “imperdonabile”, secondo la definizione della scrittrice e amica Cristina Campo, voce fondamentale della letteratura italiana, a sua volta riscoperta dopo la morte. A portare in primo piano il filosofo, erede della nobile famiglia veneziana e padovana, è stato uno dei grandi nomi dell’arte contemporanea, il tedesco Anselm Kiefer, che ha dedicato al filosofo il suo nuovo ciclo artistico, “Für Andrea Emo”, composto da venti tra quadri e sculture, che sono in mostra a Parigi fino alla fine di maggio.

Installation view: Anselm Kiefer Für Andrea Emo, courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, photography by Charles Duprat © Anselm Kiefer

Le opere di Kiefer, ospitate in tutte le principali collezioni di arte contemporanea, dal Guggenheim alla Tate, dall’Albertina al Metropolitan, da sempre riflettono sulle grandi questioni storiche e culturali del presente e del passato, partendo da ispirazioni filosofico-letterarie. In passato si è trattato di Celan, di Heidegger, di Genet e Ingeborg Bachman, ora è toccato ad Andrea Emo Capodilista, che lui ha scoperto in traduzione tedesca nel 2015, riscontrando una immediata sintonia tra il nichilismo del filosofo padovano e la sua tensione verso un’arte iconoclasta: «Io so» dice l’artista «che tutto ciò che affronto contiene contemporaneamente la sua negazione». Il che corrisponde alla convinzione di Andrea Emo che «il nulla dell’arte moderna è Orfeo che si mette a guardare Euridice».

Anselm Kiefer legge un quaderno manoscritto di Andrea Emo

Quella che ha letto Anselm Kiefer è la prima raccolta, pubblicata in Italia nel 1989, dei quaderni di Emo Capodilista, “Il dio negativo”, che rivelò, grazie a Massimo Cacciari che la volle pubblicare, l’esistenza di un filosofo di cui pochissimi avevano sentito parlare, e che nessuno aveva potuto leggere. Perché il nobiluomo padovano, nella sua meravigliosa Villa Rivella, ai piedi dei Colli Euganei conservava, alla sua morte nel 1983, centinaia di quaderni, riempiti di minuta calligrafia, interamente dedicati ad una analisi filosofica lunga 38 mila pagine. Trecentoventidue quaderni scritti tra il 1925 e il 1981 sono quelli che sono stati analizzati e in parte pubblicati, ma non finché lui fu in vita. La sua era una scrittura totalmente privata, che non cercava o voleva lettori: un dialogo con se stesso, una ossessione di chiarezza cercata, che trovava solo ogni tanto, per breve tratto di strada, qualche compagno, come lo scrittore e pittore Alberto Savinio, come il filosofo Ugo Spirito, come Cristiana Campo. Per il resto nulla, un filosofo nascosto che però ogni giorno, dal 1918 (quando aveva solo 17 anni) al 1983 (poche settimane prima di morire) ha compilato pagine di filosofie, dedicate all’essere e al nulla, al Dio che si nega, perché “nel negarsi, l’essere e il nulla coincidono, l’essere e il nulla sono entrambi negarsi”.

Cristina Campo

In 65 anni di scrittura, solo per 5 mesi Andrea Emo non ha scritto sui suoi quaderni, costretto dalla guerra. Per il resto, grande lettore, sempre in lingua originale: fosse inglese o arabo, greco antico o tedesco. Alberto Arbasino, che lo conobbe e lo frequentò racconta che «le sue biblioteche erano strabilianti: a Monselice, simile a un grande istituto di filosofia teoretica; e a Roma, con molti storici, molta Pléiade, molti Scrittori d’Italia, e anche tanti piccoli classici del Novecento italiano acquistati nelle prime edizioni». E quanto alla sua opera dice: «Si sapeva dei quaderni, naturalmente; ma non se ne parlava, né si vedevano. Erano segreti».Da aristocratico della vita come del pensiero, neppure si laureò, anche se fu allievo di Gentile. Il titolo era superfluo, quello che contava era capire, scrivere. Amava la perfezione e la bellezza; per questo per Cristina Campo rientrava nella ristrettissima cerchia degli imperdonabili.

Villa Emo-Rivella, Monselice (Padova)

La bellezza della sua villa, soprattutto, non per nulla, misteriosamente, l’ultima parola che scrive nei suoi diari è semplicemente “Scamozzi”, lo straordinario architetto di Villa Emo. La bellezza è “icona del vero”, ma nella concezione tragica della vita che ha Emo, essa è anche immagine della sua negazione. Ed è questo, quello a cui Kiefer e Parigi rendono omaggio.
«Quando ho letto “Il dio negativo”» dice Kiefer «mi è parso chiaro che la filosofia di Emo fosse quasi la sovrastruttura intellettuale e spirituale del mio modo di fare. Per me il vero artista è sempre stato un iconoclasta impegnato a mettere in scena un ordine prossimo a naufragare nel nulla».

Foto di copertina
Anselm Kiefer, Für Andrea Emo. Photo: George Poncet. Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac, Pantin (Paris) © Anselm Kiefer

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Massimo Donà, filosofo e musicista jazz, è nato a Venezia il 29 ottobre 1957. Si è laureato a Venezia con Emanuele Severino nel 1981. Ora è docente ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove insegna Ontologia dell’arte e Metafisica. Tra le sue ultime pubblicazioni, ricordiamo Filosofia dell’errore. Le forme dell’inciampo (Bompiani 2012), EROTICAmente. Per una filosofia della sessualità (il prato 2013), Misterio grande. Filosofia di Giacomo Leopardi (Bompiani, 2013), Parole sonanti. Filosofia e forme dell’immaginazione (Morettti & Vitali, 2014), Teomorfica. Sistema di estetica (Bompiani, 2015), Senso e origine della domanda filosofica (Mimesis, 2015), Supremazia del bene. Dalla fiducia alla fede, tra misura e dismisura (Orthotes, 2015) e La filosofia di Miles Davis (Mimesis, 2015), Dire l’anima. Sulla natura della conoscenza (Rosenberg & Sellier,Torino 2016), Tutto per nulla. La filosofia di William Shakespeare (Bompiani, 2016), Pensieri bacchici. Vino tra filosofia, letteratura, arte e politica (Saletta dell’Uva, 2016), In principio. “philosophia sive theologia”: meditazioni teologiche e trinitarie (Mimesis 2017).
Da poco è uscito in Francia: Habiter le seuil. Cinéma et philosophie (Editions Mimésis).
Ha al suo attivo anche sette cd come leader di un proprio gruppo jazz.

 

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