Voci e paesaggi dello spirito: «Sourtout, pas de journalistes», di Enrico Cerasi

Sourtout, pas de journalistes
di Enrico Cerasi

Sourtout, pas de journalistes. Con quest’ingiunzione Jacques Derrida ha voluto che ci avvicinassimo all’episodio del sacrificio (o della legatura, se preferiamo una titolatura rabbinica) di Isacco. Niente giornalisti, dunque. Già Søren Kierkegaard, in Timore e tremore, aveva sottolineato il silenzio di Abramo, a suo avviso dovuto all’impossibilità di dire, nella normale forma predicativa, il paradosso della fede. Il padre Abramo è chiamato dall’Altissimo a sacrificare Isacco, il figlio amato, colui che più ha di caro al mondo, l’erede che Dio gli ha donato in estremo, ma senza rinunciare alla fiducia che Isacco (chissà come, chissà dove?) gli sarà restituito. Impossibile comunicare questo paradosso. Non resta che il silenzio. In effetti sembrerebbe plausibile; eppure una forma espressiva fu concessa al padre della fede: “Figlio mio – rispose il padre alla domanda, probabilmente allarmata, del ragazzo che chiedeva dove fosse l’animale sacrificale – Dio si provvederà l’agnello”. Riposta ironica, commenta Kierkegaard. Non perché abbia suscitato alcuna ilarità. Ma l’ironia è quella particolare figura retorica che consiste nel dire non dicendo – nell’affermare negando – nel porre revocando ogni posizione.

Marc Chagall, Abramo e i tre angeli, olio su tela, Nizza, Musée National Marc Chagall

In effetti Abramo non poteva dire in verità, né che si era procurato l’agnello per l’olocausto, che manifestamente mancava, né che la vittima sacrificale sarebbe stata suo figlio Isacco. Per il filosofo danese, entrambe le affermazioni sarebbero state unilaterali, e quindi false. Avrebbero tradito il paradosso della fede. Abramo poteva soltanto dire – profeticamente, o forse in un estremo azzardo – che Dio si sarebbe procurato l’agnello. Dal punto di vista umano, nessun’altro enunciato sarebbe stato possibile. Nessun’affermazione unilaterale sarebbe stata veritiera. Forte del suo studio accademico dedicato al concetto d’ironia in riferimento a Socrate, il giovane Kierkegaard, commentando Genesi 22, ritrova in Abramo questa stessa figura retorica. Assieme al silenzio, prevalente nell’episodio biblico, l’ironia sembra dunque l’unica figura in grado dir esprimere, dal punto di vista umano, il paradosso della fede.

Søren Aabye Kierkegaard

Col senno di poi, il filosofo danese si è forse dimostrato più profetico di quanto egli stesso supponesse. Non alludo all’ironia ma all’avvento della società di massa, che egli tanto temeva come la spietata negazione del paradosso di Abramo. Non potendo dire se la tragica fede kierkegaardiana sia morta o se sia diffusa nella cristianità, sembra certo che la massa ha nel frattempo occupato ogni spazio disponibile e azzerato qualsivoglia valore fino ad allora invalso. Benché mal disposto nei confronti di Kierkegaard, il fenomeno della massificazione della società fu colto, tra gli altri, dallo spagnolo Ortega y Gasset, che in uno dei suoi libri più noti denunciò la ribellione iper-democratica delle masse. Ad avviso del filosofo spagnolo la nostra epoca non dovrebbe esser descritta nei termini del trionfo della democrazia, di per sé positiva, ma come azzeramento di ogni differenza di valore nel nome (ingannevole) del mero dominio del numero.
Immagino che la diagnosi di Ortega rimanga controversa. Il canto delle sirene iper-democratiche sembra tuttora irresistibile. Eppure, così come il fugace ricordo della nostra abitazione ancor spoglia, priva di ogni arredamento, ci squaderna di fronte agli occhi gli inconvenienti del nostro ancestrale horror vacui, la quarantena a cui il Governo ci ha nei mesi trascorsi docilmente invitato, come il negativo di un’immagine fotografica, mostrandoci le nostre città finalmente libere da tonnellate di bipedi implumi e schiamazzanti ci ha impietosamente mostrato la smisurata potenza delle masse. L’immagine delle nostre città finalmente deserte, tornate a risplendere della loro antica bellezza, ha reso ancor più minaccioso lo spettro della società di massa, che prima o poi tornerà a invadere le nostre esistenze, con o senza la pudica profilassi delle mascherine.

José Ortega y Gasset (1883-1955)

Che dire, dunque? Silenzio e ironia, se diamo retta a Kierkegaard, sembrano gli unici argini (biblicamente) concessi all’inondazione di messaggi, di notizie, di consigli per gli acquisti, d’immagini o contatti umani che quotidianamente – almeno in epoche precedenti al distanziamento sociale – dobbiamo ingurgitare. Da qualunque luogo ci volgiamo, siamo accerchiati. Come difenderci? Come notavo, silenzio o ironia – o più probabilmente un irrisolto ondeggiare tra l’una e l’altro – sembrano oggi come allora i soli argini. O almeno gli unici biblicamente giustificati.
La spiritualità, e non solo quella nata dalla posterità di Abramo, ha indubbiamente sviluppato una lunga consuetudine col primo rimedio – nel quale variamente si è cercato l’incontro con Dio, o con qualcuno dei Suoi Nomi. Penso alla spiritualità mistica di Isacco di Ninive, cantata da Franco Battiato e filologicamente esposta da Paolo Bettiolo. Oppure al movimento esicasta, studiato tra gli altri da Antonio Rigo, senza il quale sarebbe difficile comprendere la spiritualità ortodossa degli ultimi secoli. L’elenco potrebbe continuare allargando lo sguardo al buddhismo e ad altre forme di spiritualità orientale.
Ma senza toglier nulla all’importanza religiosa del silenzio, temo che non si sia ancora adeguatamente valorizzata la dimensione spirituale dell’ironia, benché Karl Barth – certamente il maggior teologo protestante del XX secolo – ipotizzasse che anche per essa vi sia un posto in cielo. Lascio al teologo calvinista la responsabilità di quest’affermazione. Da parte mia, nonostante la mia incondizionata stima nei suoi confronti, non credo di poter dire quale sia la topografia del Cielo: immagino che, oltre all’Altissimo, siano in pochi a conoscerne i contorni. Ma senz’azzardare improbabili profezie, sarei incline a suggerire che una spiritualità ironica potrebbe aprire qualche percorso, se non verso il Cielo, almeno per un dialogo con la cultura profana; o se non altro con quella che l’iper-democrazia di cui parlava Ortega non ha del tutto sopraffatto.

Karl Barth (1886-1968)

Si tratta di una proposta indubbiamente più modesta del memento mori cui ci esorta – a dire il vero, non proprio per la prima volta nella storia della spiritualità – Lucetta Scaraffia dalle pagine di un settimanale del “Corriere della sera”. A suo avviso, la tragedia del coronavirus dovrebbe riportare la spiritualità religiosa (naturalmente cattolica) a una maggiore sensibilità per la morte e per il silenzio. L’autrice dell’articolo è un’insegnante di storia contemporanea. Ma la cosa non sorprende. Ultimamente anche la cultura almeno sedicente laica sembra sempre più incline a teologizzare. Come qualche lettore forse ricorderà, in passato abbiamo assistito alla curiosa figura degli “atei devoti” i quali, pur dichiarandosi non credenti, a disprezzo di ogni logica si ergevano a baluardi del cattolicesimo più reazionario, condannando – tra le altre cose invise – ogni tentativo di continuità col Concilio Vaticano II. È probabile che il mondo degli atei devoti si componesse di figure discutibili; ciò nonostante sembra proprio che di spiritualità oramai se ne intendano in molti; non solo tra i maestri di yoga o di pilates, ma anche tra quei laici cattolici che pure non avrebbero dubbi nel condannare ancora, dopo 500 anni, il sacerdozio universale dei credenti a suo tempo affermato da Martin Lutero. L’amore della quiete, proclamato da Isacco di Ninive e dal movimento esicasta, sembra insomma conciliabile con una propaganda politica assai loquace, per non dire rumorosa. Non sorprende se in passato abbiamo visto comparire la spirituale e quasi esicasta figura di Enzo Bianchi si può dire in ogni programma televisivo di prima serata.

Abramo e Sara in un’icona

Non mi si fraintenda: al netto dei molteplici abusi, la spiritualità del silenzio conserva ancor oggi le sue ottime ragioni. Personalmente non avrei nulla da obiettare a un rinnovamento dell’esicasmo, soprattutto se potessi escludere di sentirlo nuovamente cantato dalle note di una canzone di successo. Eppure sembra forse più adatta al mondo contemporaneo una ripresa della spiritualità ironica. Ad essa non è estranea una certa attitudine ebraica e protestante, forse anche in riferimento all’etimologia del nome del figlio amato di Abramo proposta dal testo sacro. Come sappiamo, all’annuncio dell’Angelo, secondo il racconto genesiaco, Sara rise – e da quel riso, pio e profano ad un tempo, nacque la progenie dell’alleanza, che in ultimo avrebbe generato il Messia di Israele e il Salvatore del mondo. Sia lode dunque all’ironia di Abramo (e di Sara). Anche se non vorrei, con queste note, incoraggiare un midrash certamente poco ortodosso sul finale di Genesi 22. Come già Kierkegaard, nemmeno io riesco a immaginare un giocoso ritorno a casa di padre e figlio dopo l’esperienza della legatura. Ammesso che qualche parola sia stata proferita, non so proprio che cosa i due si siano detti; in ogni caso non risulta che ai piedi del monte Moria ci fossero osterie nelle quali intrattenersi allegramente con gli amici. Suppongo insomma che il “finale di partita” sia stato un po’ più severo di quanto potrebbero suggerire queste modeste osservazioni. Ma, come ho detto, se pure non ha un posto in cielo, l’ironia ha senza dubbio una forte presa tra gli uomini. E da questa varrebbe la pena di ricominciare.

Foto di copertina: Abramo e il sacrificio di Isacco, mosaico (Cappella Palatina di Palermo), di Jean Pierre Dalbéra

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Enrico Cerasi, docente di Filosofia della religione presso l’Università Vita-Salute san Raffaele di Milano, ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale per la seconda fascia in Filosofia teoretica e in Storia della Filosofia. Con Stefania Salvadori ha curato per Bompiani gli Scritti teologici e politici di Erasmo da Rotterdam. Si è occupato della teologia di Karl Barth, della questione della demitizzazione, del linguaggio religioso e della filosofia di Pirandello, sulla quale ha pubblicato due monografie (Quasi niente, una pietra. Per una nuova interpretazione della filosofia pirandelliana, Prefazione di E. Severino, Padova, 1999, e La vita nuda. L’anarchismo filosofico di Luigi Pirandello, Milano, 2016) e alcuni articoli in rivista e sul web. Sulla filosofia di Pirandello ha discusso anche in un programma condotto dal regista Fabrizio Falco e ideato da Felice Cappa, trasmesso il 28 giugno 2017 da Rai cinque cultura.

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