VICTOR SERGE, Poesie – Versioni di Stefano Strazzabosco. Nota biografica di Claudio Albertani

La rivista Finnegans è lieta di ospitare alcune poesie di Victor Serge
(pseudonimo di
Viktor L’vovič Kibal’čič) tradotte per la prima volta in lingua
italiana da Stefano Strazzabosco, che ringraziamo, assieme a Claudio Albertani
autore del profilo biografico del  grande poeta russo.

 

Victor Serge
Poesie

 

FRONTIERA

Rive del fiume Ural,
il bosco s’inargenta un po’, il fiume si addormenta sulle sabbie,
il nibbio plana alto, –
per quanto meno alto dell’aereo da caccia
che inanella allegramente l’anello della morte sull’orlo delle frange d’oro di una nuvola bianca,
e, a tratti, completamente sull’orlo
di un abisso terrestre più profondo dell’abisso stellare.

Qui finisce l’Europa, frontiera di un mondo
il cui Atlantico è solo un mare interno, e Atlantide una reminiscenza.
Le sette, sono le venti nell’altra punta della più grande Europa,
a Frisco, San Francisco, sulla costa del Pacifico, sulla frontiera della prossima più grande guerra,
Frisco, dove vivono gli I. W. W.
Quali occhi rivolti verso l’Asia guardano l’Oceano, là,
tristi come i miei occhi mentre sondano questo tangibile nulla del principio e della fine dei continenti
per il silenzio dell’altro volto umano?

La steppa inizia con pianure innocenti,
con la purezza delle pianure, la fertilità, l’immensità delle pianure
e quel contatto della terra nuda offerta alle nuvole.
Libera attrazione delle sfere, spazio,
galoppo di puledri sauri verso la sorgente delle sorgenti.

Il frumento, vinto, finisce, aumentano le dune di sabbia,
un sole scarlatto lo consuma atrocemente,
oh sete, eternità, incendio, ossa,
vanità di vanità!

Il cammelliere kirghiso ha smesso di cantare, –
immobile follia fiammeggiante di sabbie,
miraggi, – quando verranno le stelle, ed esistono?
Ci sarà ancora la clemenza di una sola sera,
la freschezza di una notte,
l’incredibile bontà di un’acqua tracannata dalla gola del cammelliere,
dalla lingua ruvida del cane,
dalla bocca torturata del cammello?

Il silenzio riassorbe l’estensione.

L’argilla primordiale ha toni di corallo,
il sole vi pianta spaventosi chiodi rossi,
e lì è dove si è visto correre uno strano animale imporporato,
pungolato da tutta la sofferenza della terra.
I suoi fianchi smisurati muravano l’intero orizzonte.

(Lo sapete già, la terra soffre più dell’inferno,
l’inferno non è mai stato altro che uno specchio delirante
dei figli della terra).

Quando il cacciatore uzbeko, da bravo vendicatore di greggi,
cattura un lupo vivo, lo lega e, canticchiando,
lo scuoia dolcemente, e stando bene attento a non toccare le arterie;

lo scuoia e poi lo lascia libero nella steppa.
C’è chi assicura
che un lupo ben scuoiato può correre molto a lungo nel deserto, sanguinando,
correre, correre verso un ruscello prodigioso del Karakorum,
Via Lattea,
dove saziare la sua sete inimmaginabile.

Il miraggio ingigantisce la sua immagine eretta,
vacillante
sulle lave ancora fumanti del caos.
Occhi di gesso conservano per sempre quest’immagine nella leggenda,
questa leggenda io la innalzo sulla frontiera dell’Asia,
sulla frontiera dell’Europa, io che mi sento un uomo lacerato dell’Eurasia.

 

FRONTIÈRE

Bords de l’Oural,
Le bois s’argente un peu, le fleuve somnole sur les sables,
le milan plane haut, –
moins huat toutefois que l’avion de chasse
qui boucle allègrement la boucle de la mort au bord des franges d’or d’un nuage blanc,
et, par instants, tout au bord
d’un abîme terrestre plus profond que l’abîme stellaire.

Ici finit l’Europe, frontière d’un monde
dont l’Atlantique n’est pas qu’une mer intérieure et l’Atlantide une réminiscence.
Sept heures, il est vingt heures à l’autre bord de la plus grande Europe,
à Frisco, San Francisco, au bord du Pacifique, à la frontière de la prochaine plus grande guerre,
Frisco où vivent les I. W. W.
Quels yeux tendus vers l’Asie regardent là-bas l’Océan,
tristes comme mes yeux de sonder ce tangible néant du commencement et de la fin des continents
par le silence de l’autre visage humain?

La steppe commence par des plaines innocentes,
par la purité des plains, la fertilité, l’immensité des plaines
et ce contact de la terre nue offerte à la nue.
Libre attraction des sphères, espace,
galop des poulains roux vers la source des sources.

Les blés vaincus finissent, montent les dunes de sable,
un soleil écarlate les consume atrocement,
ô soif, eternité, incendie, ossements,
vanité des vanités!

Le chamelier kirghiz a cessé de chanter, –
immobile folie flamboyante des sables,
mirages, – quand viendront les étoiles, mais existent-elles?
Y aura-t-il encore la clémence d’un seul soir,
la fraîcheur d’une nuit,
l’incroyable bonté d’une eau croupie pour la gorge du chamelier,
pour la langue rêche du chien,
pour la bouche torturée du chameau?

Le silence résorbe l’étendue.

L’argile primordiale a des tons de corail,
le soleil y plante d’effrayants clous rouges,
et c’est là qu’on a vu courir une étrange bête empourprée,
aiguillonnée par toute la souffrance de la terre.
Ses flancs démesurés bouchaient tout l’horizon.

(Et vous savez, la terre souffre plus que l’enfer,
l’enfer ne fut jamais qu’un mirage délirant
des enfants de la terre).

Quand le chasseur ouzbek, bon vengeur des brebis,
capture un loup vivant, il le lie, et chantonnant,
l’écorche doucement, en prenant bien souci
d’epargner les artères;

l’écorche et puis le lance à travers la steppe.
On assure
qu’un loup bien écorché peut courir assez longtemps par le desert en sang,
courir, courir vers un ruisseau prodigieux du Kara-Koum,
Voie lactée,
où étancher sa soif inimaginable.

Le mirage amplifie son image dressée
chancelante
au-dessus des laves enfermant à jamais cette image dans la légende,
cette légende, je la dresse à la frontière d’Asie,
à la frontière d’Europe,
moi que me sens un homme déchiré d’Eurasie.

Victor Serge, il figlio Vlady, la moglie Ljuba (1927) – Fundación Andreu Nin


SENSAZIONE

Per L…
(- Don’t be sad…)

Dopo questa splendida Notre Dame invertita
in una Senna purificata dai rimorsi dei clochard,
dopo questo rosone tremante aperto nell’acqua nera
dove le stelle filavano i loro fili inconcepibili
attraverso i profili degli ippocampi e delle fronde, reali come miraggi

che cosa resta, spirito mio tanto follemente ragionevole?

Che cosa resta ancora d’inaccessibile al dormiente risvegliato
che segue, su questi moli neri, da una Comune all’altra,
il corteo pieno di speranza dei suoi fratelli fucilati?

Parigi, 1938

 

SENSATION

Pour L…
(-Don’t be sad…)

Après cette splendide Notre-Dame renversée
dans une Seine pure du remords des clochards,
après cette rosace tremblante ouverte dans l’eau noire
où les étoiles filaient leurs fils inconcevables
à travers des profils d’hippocampes et des feuillages aussi réels que les mirages,

qu’y a-t-il, ô mon esprit si follement raisonnable,

qu’y a-t-il encore d’inaccessible au dormeur éveillé
qui suit, sur ces quais noirs, d’une Commune à l’autre,
le cortège plein d’espoir de ses frères fusillés?

Paris, 1938.

 

 

MARSIGLIA

Pianeta senza visti, senza un soldo, senza bussola, grande cielo nudo senza comete,
Il Figlio dell’Uomo non ha più dove appoggiare la sua testa,
La sua testa bersaglio di cecchini meccanici
La sua remington portatile e la sua ultima valigia
che porta i nomi di quindici città prese

Mosca Vienna         Berlino
                                      Barcellona, Barcellona!

Parigi Parc Montsouris
Orléans, Beaugency, Notre-Dame-de-Cléry
                                      Vendôme, Vendôme!

Che fare se l’orizzonte sembra tanto una prigione?
Stasera tutti gli esili del mondo sono al Caffè del delatore greco
I suicidi indecisi passeggiano sul molo, guardano
Le lance Désir, Île de Beauté, Notre-Dame-de-la Garde,
Temono la retata perché i suicidi in giro non hanno mai le carte in regola.

Si dicono che bisogna scrivere al Comitato americano,
Leggono i giornali, ridono, fumano, sembrano quasi esseri vivi come si deve,
Lasciateci ridere, Madame, di questa folle impresa, lo sterminio universale degli Ebrei,
Non arriverete a niente, sono troppi, e inoltre i Ricchi si salveranno sempre, diranno: siamo Ariani,
Saranno creduti perché pagheranno,
E i poveri, Madame, Ebrei o Ariani, non sono niente.

Il Figlio dell’Uomo ascolta, beve una menta, si ricorda che non ha neanche un centesimo,
Ma se ne fotte,
Più urgente sarebbe scrivere stanotte la settima tesi sulla rivoluzione permanente.

Il suo taccuino è pieno di idee folgoranti pronte a scatenarsi in lampi,
Ma ha dovuto scriverle in termini convenzionali che nessuno comprenderà quando lui sarà sparito

Va verso il ponte di trasbordo guardando il cielo assurdamente in pace,
Si sente di colpo in pace come quel cielo, assurdamente,
È contento di vivere per via dei grandi gabbiani che sorvolano il porto,
E forse sarebbe contento anche se morisse in questo istante
Di una morte da militante, metallica e fulminante, quasi attesa,
Ma queste sono cose che si preferisce fingere di ignorare
E che si ammettono a metà, mentre le si disapprova.

Delle prostitute disoccupate, dietro le vetrine di un piccolo bar viscido,
Dicono: dev’essere un Russo, un Ebreo o un qualche anarchico spagnolo,
E ce n’è di questi stranieri senza soldi, al giorno d’oggi, fanno benissimo a mandarli in Africa!
Sotto un alone scuro, dei marinai deformi giocano con le loro carte stropicciate,
Briscola, passo, fiori,
il grasso magnaccia spiega il miglior modo di fare i vermicelli,
Giove e Saturno brillano nel cielo.

Marsiglia, 1941

 

MARSEILLE

Planète sans visas, sans argent, sans boussole, grand ciel nu sans comètes,
Le Fils de l’homme n’a plus où reposer sa tête,
Sa tête point de mire pour tireurs mécaniques,
Sa remington portable et sa dernière valise,
Qui porte les noms de quinze villes prizes…

Moscou          Vienne         Berlin
                                       Barcelone, Barcelone!

Paris Parc Montsouris
Orléans, Beaugency, Notre-Dame-de-Cléry,
                                        Vendôme, Vendôme!

Que faire si l’horizon ressemble tant à une prison?
Tous les exils du monde sont au café ce soir chez l’indicateur grec,
Les suicides indécis se promènent le long du quai, ils regardent
Les chaloupes Désir, Île de Beauté, Notre-Dame-de-la-Garde,
Ils craignent la rafle car les suicides en balade n’ont jamais des papiers en règle.

Ils se disent qu’il faut écrire au Comité américain,
Ils lisent les journaux, ils rient, ils fument, ils ressemblent presque à des vivants comme il faut,
– Laissez-nous rire, Madame, de cette folle entreprise, l’extermination universelle des Juifs,
Vous n’arriverez à rien, ils son trop, et puis les Riches se sauveront toujours, ils diront: nous sommes Aryens,
On les croira puisqu’ils paieront,
Et les pauvres, Madame, Juifs o Aryens, ne sont rien.

Le fils de l’Homme écoute, il boit une menthe, il se souvient qu’il est tout à fait sans le sou,
Mais il s’en fout,
Le principal ce serait d’écrire cette nuit la septième thèse sur la révolution permanente.

Son bloc-notes est plein d’idées fulgurantes prêtes à se déchaîner en éclairs,
Mais il a fallu les écrire en termes conventionells que personne ne comprendra quand il disparaîtra

Il s’en va vers le pont transbordeur en regardant le ciel absurdement pacifié,
Il se sent tout à coup pacifié comme ce ciel absurdement,
Il est content de vivre à cause des grandes mouettes qui volent sur le port
Et peut-être serait-il tout aussi content de mourir à cet instant
D’une mort de militant, métallique et foudroyante, presque attendue,
Mais ce sont des choses que l’on préfère feindre d’ignorer soi-même
Et que l’on ne s’avoue à demi qu’en se désapprouvant.

Des prostituées désoeuvrées, derrière les vitres d’un petit bar gluant,
Disent: Ce doit être un Russe, un Juif ou quelque anarchiste espagnol,
Y en a d’ces étrangers sans fric, aujourd’hui, vivement qu’on les envoie en Afrique!
Sous une sombre auréole, des mariniers difformes remuent des cartes molles,
Atout, je passe, tréfle,
Le gros Jules explique la fine combine du vermicelle,
Jupiter et Saturne brillent au milieau du ciel.

Marseille, 1941.

 

Da sinistra, Victor Serge, Benjamin Péret, Remedios Varo e André Breton, marzo 1941, France – Elisa Breton Collection (Photo by: Photo12/UIG via Getty Images). The New York Review Books

 

MANI

                             Terracotta di un artista italiano del XVI secolo,
                             attribuita talora a Michelangelo. Museo di Londra.

Che sorprendente contatto, vecchio, stabiliscono le tue mani con le nostre!
Come diventano vuoti i secoli di morte dinanzi alle tue mani!

L’anonimo artista le ha sorprese in un gesto frettoloso
che forse vibra ancora, o forse sta finendo di spegnersi.
Le vene palpitano, queste vecchie vene indurite dal canto del sangue,
ah, cosa cercano di afferrare le tue mani con quella loro forza ultima,
si aggrappano alla terra, si aggrappano alla carne,
per l’ultima o la penultima volta,
raccolgono il cristallo che contiene la purezza,
accarezzano l’ombra vivente che contiene la fecondità,
sono mani di pazienza,
sono mani di tenacia, di passione, di resistenza,
sono mani segretamente sfinite?
L’unica cosa certa è la loro fierezza.

Le vene delle tue mani, vecchio, esprimono la preghiera,
la preghiera del tuo sangue, vecchio, la penultima preghiera,
non la preghiera verbale, né la preghiera clericale
ma quella della passione che pensa
potente – impotente.
La loro presenza mette a confronto il mondo con sé stesso,
lo interroga come si interroga ciò che si ama,
definitivamente
senza che la risposta sia possibile.

Sono solo, io sordo, io così lontano da te,
io così staccato da me,
sono solo sapendo quanto sei solo,
solo in quest’istante e così teso verso te
attraverso i tempi?

O siamo soli insieme
in mezzo a quelli che sono, nel tempo, soli insieme a noi,
parti di uno stesso cuore che mormora nelle nostre vene comuni,
nelle nostre vene che cantano?

Volevo dirti, vecchio, qualcosa di commovente,
commosso,
fraterno,
trovare per te, a nome di tutti gli altri, una parola nuda
di aurora boreale,
di luccichio sui ghiacciai,
una parola semplice, intima e leale.

Tu, tu non sapevi
che le vene sulle tempie di chi è sottoposto a scariche elettriche
ribollono come nodi di sangue in rivolta
sotto la pelle madida di un sudore più atroce del sudore del Cristo in croce.
Qualcuno mi ha detto che vedendole pensava
a una mosca catturata da uno strano ragno
e la mosca era un’anima perdonata.

Ah, che posso fare, che posso fare per dare sollievo alle tue vene,
io che conosco i supplizi, tu che conosci i supplizi,
eppure bisognerebbe che potessimo l’uno per l’altro,
da un’estremità all’altra del tempo,
buttare sulle inesorabili bilance dell’universo
almeno la fragilità di un pensiero, di un segno, di un verso
che forse non ha sostanza né radianza ma che è,
reale come le vene imploranti delle tue mani,
come le vene mie, così poco diverse…

Che l’ultimo bagliore dell’ultima aurora,
che l’ultima stella intermittente,
che l’ultima angoscia dell’ultima attesa,
che l’ultimo sorriso della maschera rasserenata
siano sulle vene delle tue mani, vecchio ritrovato.

Una goccia di sangue cade da un cielo all’altro,
abbagliante.

Le nostre mani dicono l’incoscienza, la caparbietà, l’ascensione, la coscienza,
il canto piano, la sofferenza estatica,
conficcandosi negli arcobaleni.
Insieme, insieme, unite
hanno saputo catturare
l’insperato.

E noi non sapevamo
che insieme potessimo generare
questa luce abbagliante.

Una goccia di sangue
un solo tratto di luce cade da una mano all’altra,
abbagliante.

Città del Messico, 1947

 

MAINS

                          Terre cuite d’un artiste italien du XVIe siècle,
                          parfois attribuée à Michel-Ange – Musée de Londres.

Quel contact étonnant, vieil homme, établissent tes mains avec les nôtres!
Que les siècles de mort sont vains devant tes mains…

L’artiste sans nom comme toi les a surprises dans un mouvement de prise
dont on ne sait s’il vibre encore ou s’il vient de s’éteindre,
Les veines battent, ce sont des vieilles veines durcies par le chant du sang,
ah, que prennent-elles, tes mains de vigneur finissante,
s’agrippent-elles à la terre, s’agrippent-elles à la chair,
la dernière ou l’avant-dernière fois,
ramassent-elles le cristal qui contient la pureté,
caressent-elles l’ombre vivante qui contient la fécondité,
sont-elles de patience,
sont-elles d’acharnement, d’ardeur, de résistance,
sont-elles secrètement de défaillance?
Le certain, c’est leur fierté.

Les veines de tes mains, vieil homme, expriment la prière,
la prière de ton sang, vieil homme, l’avant-dernière prière,
non la prière verbale, non la prière cléricale,
mais celle de l’ardeur pensante,
puissante – impuissante.
Leur présence confronte le monde avec lui-même,
elle l’interroge comme on interroge ce qu’on aime
définitivement
sans que la réponse soit possible.

Suis-je seul, moi sourd, moi tellement séparé de toi,
moi tellement détaché de moi,
suis-je seul à savoir comme tu es seul,
moi seul à cet instant et si tendu vers toi
dans le temps?

Ou sommes-nous seuls ensemble
parmi tous ceux dans la durée qui sont seuls avec nous,
formant le coeur unique qui murmure dans nos veines communes,
nos veines chantantes?

J’ai pensé à te dire, vieil homme, une chose émouvante,
émue,
fraternelle,
à trouver pour toi, au nom de tous les autres, une parole nue
d’aurore boréale
de lueur sur les glaciers,
une parole simple, intime et loyale.

Toi, tu ne savais pas
que les veines des tempes des électrocutés
bouillonnent comme des noeuds de sang révolté
sous la peau ruisselante d’une sueur plus atroce que la sueur du Christ sur la croix.
Quelqu’un m’a dit qu’il pensa en voyant ça
à une mouche proie d’une étrange araignée
et la mouche était une âme pardonnée.

Ah, que pourrais-je, ah que pourrais-je pour soulager tes veines,
moi qui sais les supplices, toi qui sais les supplices,
il faut pourtant que nous puissions l’un pour l’autre,
d’un bout du temps à l’autre,
jeter dans les balances inexorables de l’univers
au moins la fragilité d’une pensée, d’un signe, d’un vers
qui n’a peut-être ni substance ni radiance mais qui est,
aussi réel que les veines implorantes de ta main,
que les veines des miennes si peu différentes…

Que la dernière lueur de la dernière aurore,
que la dernière étoile intermittente,
que la dernière détresse de la dernière attente,
que le dernier sourire du masque rasséréné,
soient sur les veines de ta main, veil homme rencontré.

Une goutte de sang tombe d’un ciel à l’autre,
éblouissante.

Nos mains sont d’inconscience, de dureté, d’ascension, de conscience,
de plain-chant, de souffrance ravie,
clouées aux arcs-en-ciel.
Ensemble, ensemble, unies,
voici qu’elles ont saisi
l’inespéré.

Et nous ne savions pas
que nous tenions ensemble
cet éblouissement.

Une goutte de sang –
un suel trait de lumière tombe d’une main à l’autre,
éblouissant.

Ciudad de México, 1947

 

NOTE

Le poesie che pubblichiamo sono tratte da Victor Serge, Pour un brasier dans le désert, Poèmes réunis, établis & annotés par Jean Rière, Plein Chant, Bassac 1998.

FRONTIERA: Nel 1933 Victor Serge, la moglie Liuba e il loro figlio Vlady furono deportati dal regime stalinista a Orenburg, sugli Urali, lungo la frontiera naturale che separa l’Europa dall’Asia.

La sigla I. W. W. indica gli Industrial Workers of the World, il sindacato rivoluzionario nato agli inizi del XIX secolo e dissoltosi negli anni Venti del XX per la forte repressione subita.

SENSAZIONE: L. è Laurette Séjourné (1911- 2003), l’ultima compagna di Victor Serge, da lui conosciuta nel 1937. Nel marzo 1941, in fuga dal nazismo, Serge si imbarcò sulla nave Capitaine Paul Lemerle insieme ai figli Vlady e Jeannette, e a lei. La nave era diretta in America, e i quattro sbarcarono in Messico.

MARSIGLIA: La poesia è stata scritta a Marsiglia nel 1941, mentre Serge e i suoi attendevano di potersi imbarcare per l’America.

MANI: è l’ultima poesia scritta da Serge. A proposito di questo testo, il figlio Vlady (San Pietroburgo, 1920 – Cuernavaca, 2005), che accompagnò il padre in molte delle sue peregrinazioni e che, dopo la sua morte (1947), divenne un eccellente pittore e rimase a vivere in Messico, ricorda: “Un giorno di novembre del 1947 mio padre portò a casa una poesia; non trovandomi in casa, uscì a passeggiare per il centro. Mi spedì la poesia dalle Poste Centrali. Poco dopo morì in un taxi. Quella notte venne un amico a darmi la notizia. Lo trovammo sul tavolo operatorio di un ufficio di polizia. Una lampadina giallastra illuminava in modo sinistro la stanza. La prima cosa che notai furono le suole delle sue scarpe: erano forate. Questo dettaglio mi colpì, perché mio padre era un uomo molto curato nel vestire, per quanto sempre a corto di denaro. Il giorno dopo non riuscii a disegnare il suo volto perché gli stavano prendendo il calco per la maschera mortuaria. Mi limitai a disegnare le sue mani. Pochi giorni dopo, ricevetti la poesia Mani”.

Vlady a Cuernavaca (Messico)

 

Victor Serge. Rivoluzionario, dissidente e… poeta

di Claudio Albertani

 

Scrittore francese di sangue e spirito russo, romanziere, storico, giornalista e traduttore, Victor-Napoleon Lvovich Kibalchich alias Victor Serge, Le Rétif (Il Refrattario) e vari altri pseudonimi – fu anche poeta. Nacque in esilio a Bruxelles il 31 dicembre 1890, e morì, sempre in esilio, a Città del Messico, il 17 novembre 1947. Visse il mondo ipocrita della Belle Époque, l’esaltazione comunista degli anni Venti e l’incubo totalitario della “mezzanotte del secolo”.

Passò per le correnti più importanti del movimento operaio: il socialismo riformista, il comunismo anarchico, l’individualismo, l’anarcosindacalismo, il bolscevismo e il trotzkismo, senza mai abbandonare una spiccata sensibilità libertaria. Trascorse una decina d’anni di prigionia in diversi paesi, partecipò a tre rivoluzioni la spagnola (1917), la russa (1919-20) e la tedesca (1923) e fu attivo anche in Belgio, Francia, Austria e Messico. Sopravvisse al GULAG e alla barbarie nazista, e fu tra i primi a qualificare l’URSS come un regime totalitario.

Victor Serge nel 1910

Autore di culto, sebbene poco conosciuto dal grande pubblico, Serge non sviluppò un sistema dottrinale né lasciò una scuola di pensiero. La sua attualità risiede nella riflessione traboccante, letteraria e poetica ancor più che teorica, sulla tragedia di una rivoluzione che divora sé stessa. Nelle centinaia di pagine che dedicò a questo tema, mantenne la freddezza dell’analista distaccato conservando, allo stesso tempo, la passione militante e la speranza di un avvenire migliore.

È impossibile avvicinarsi all’opera di Victor Serge senza evocare le sue vicende umane. Nato nel seno di una famiglia poverissima, ma estremamente colta, cominciò a guadagnarsi la vita a quindici anni. Fu, in ordine successivo, apprendista fotografo, fattorino, gasista, disegnatore tecnico, tipografo, traduttore, giornalista e correttore di bozze. Un lontano parente, il chimico Nicolái Kibalchich, fu l’esperto in esplosivi della Narodnaya Volia (Volontà del Popolo), la famosa organizzazione armata che uccise lo zar Alessandro II. In casa Kibalchich, la poesia sostituiva la preghiera e si narravano storie di attentati, processi e fughe dalla Siberia, in un’atmosfera analoga ai romanzi di Dostoevskij, Chernishevski e Turgenev.

Victor Serge e Rirette Maitrejean

Il padre Leonid, medico autodidatta, gli trasmise la cultura scientifica e materialista del suo tempo, mentre Vera, donna di grande sensibilità e raffinatezza, lo iniziò alla poesia e alla letteratura universale. Nei tanti alloggi di fortuna dove visse la famiglia, poteva mancare il pane, ma vi era sempre un samovar fumante, libri in varie lingue e ritratti di vittime della repressione. Da quei genitori atipici che lo colmarono di affetto, senza mandarlo a scuola, Victor ereditò il raro dono della coscienza sociale, un’insaziabile curiosità intellettuale e una grande indipendenza di spirito.

La passione di Serge per la poesia risale alla prima gioventù: “entrambi amavamo la poesia, i tramonti e la musica”, scrive Rirette Maitrejean, la sua compagna degli anni parigini. “La poesia sostituiva per noi la preghiera, per quanto ci esaltava, per quanto rispondeva in noi a un bisogno costante di elevazione”, aggiunge il nostro autore nelle Memorie. Dopo aver scontato cinque anni di carcere per complicità con la Banda Bonnot, visse alcuni mesi a Barcellona e quando si accese la scintilla lontana della Rivoluzione russa, sentì il bisogno di partire.

Manifestanti davanti al Palazzo d’Inverno a Pietrogrado (1917)

Giunse a Pietrogrado in gennaio del 1919 ed in piena guerra civile decise di unirsi al partito di Lenin e Trotskij in qualità di anarchico. Per vari anni servì lealmente il nuovo regime senza rinunciare alle proprie convinzioni, cercando piuttosto di conciliarle con la necessità di difendere la rivoluzione circondata da più nemici. Con il tempo, smise di essere anarchico ma, forse proprio grazie alle esperienze giovanili nel movimento libertario, seppe conservare sempre quella spiccata indipendenza di pensiero che è alla base delle sue critiche allo stalinismo.

Dal 1924 in poi, fu membro dell’opposizione di sinistra (trotskista), il che gli chiuse tutte le porte come attivista politico e intellettuale. Nel 1927, fu espulso dal partito e privato del lavoro di traduttore. A quel punto la sua vita cambiò. Difatti, sebbene avesse cominciato a scrivere fin dall’adolescenza, Serge prese la decisione di dedicarsi alla letteratura relativamente tardi, alla soglia dei quarant’anni, e non certo per amore dell’arte, bensì perché “bisogna dare una testimonianza su questi tempi; il testimone passa, ma la testimonianza resta e la vita continua”. Ed è così che nel 1928, mentre si stava riprendendo da una grave malattia, scoprì la scrittura come una nuova ragione di vivere.

Lev Trotskij

È a Leningrado – aggiunge nei Carnets – all’ospedale Marie, nel 1928, morente, che presi la decisione di scrivere e, se possibile, di argomenti duraturi, in ogni caso di argomenti che meritassero almeno una certa durata. La mia attività precedente mi parve di colpo futile e insufficiente. L’impulso che sentii allora – più esattamente che nacque in me – fu così forte che si è conservato fino ad oggi, nelle circostanze più avverse”. Scelse di scrivere in francese e non in russo, poiché sapeva bene che in Unione Sovietica non avrebbe potuto pubblicare una riga. Fu la sua salvezza. Arrestato una prima volta nel 1928, vene liberato grazie all’intervento da Panaït Istrati, il famoso scrittore romeno.

Sapeva comunque che la libertà non sarebbe durata a lungo. L’8 marzo 1933 venne di nuovo arrestato a Leningrado, rapidamente trasferito a Mosca e rinchiuso alla Lubianka, la sede della polizia segreta. Sottomesso a duri interrogatori, ammise di essere in profondo disaccordo con la politica del partito, ma non di cospirare contro lo stato sovietico. La condanna non fu troppo severa: tre anni di deportazione per “cospirazione controrivoluzionaria”.

Accompagnato dalla moglie Ljuba Rusakova (1898-1984) e dal figlio adolescente, il futuro pittore Vlady (1920-2005), Serge fu inviato a Orenburgo, una cittadina a sud degli Urali. “Si trattava di un settore di deportazione abbastanza tranquillo, senza persecuzioni”, puntualizza in un altro libro, Da Lenin a Stalin. “Parecchi compagni lavoravano. Io invece scrivevo, scrivevo; dovevo creare, lavorare per non diventare pazzo, svolgere il compito che mi ero prefisso, dovevo rendermi utile, e lasciare traccia delle mie emozioni e dei miei pensieri”.

Da sinistra, Victor Serge, Vlady, Esther (sorella di Ljuba) e Ljuba (moglie di Victor) – Pietrogrado, 1921

Alla fine, le chiassose proteste dei suoi amici anarcosindacalisti di Parigi e gli sforzi discreti di Romain Rolland (Premio Nobel della letteratura 1915) con Stalin raggiunsero la meta. Il 12 aprile 1936 – giusto pochi mesi prima dei processi di Mosca che sterminarono un’intera generazione di bolscevichi – Serge, Liuba, Vlady e la figlia appena nata, Jeannine (1935-2012), furono espulsi dall’URSS.

Da quel momento il nostro autore non ebbe che un’ossessione: dare forma letteraria, saggistica, giornalistica ed anche poetica alla sua esperienza di sopravvissuto. Il risultato non è poca cosa: una ventina di libri – in parte pubblicati postumi ed in parte ancora inediti – che comprendono romanzi, racconti, saggi storici, biografie, scritti vari e Resistence (1938) la raccolta di poesie che proponiamo. A ciò bisogna aggiungere centinaia, forse migliaia di articoli sparsi in riviste militanti di una dozzina di paesi, oggi molto difficili da reperire.

Gli restavano da vivere ancora poco più di dieci anni, senza dubbio i più produttivi della sua vita. Passò qualche mese in Belgio e poi si trasferì in Francia, dove rimase fino all’invasione nazista. Il 5 settembre 1941, dopo un viaggio interminabile con mille contrattempi, Serge e Vlady giunsero in Messico, l’ultimo rifugio dei perseguitati politici. Poco dopo arrivarono anche Jeannine e la nuova compagna dello scrittore, Laura Valentini, meglio conosciuta come Laurette Séjourné, che più tardi sarebbe divenuta una famosa archeologa. Liuba perse la ragione e non poté lasciare la Francia. Vi morì nel 1984, confinata in una clinica psichiatrica ad Aix-en-Provence.

Antonio Gramsci (al centro che sorride) con Victor Serge, il figlio Vlady in braccio e la moglie Ljuba (Vienna, 1923  – Freiheit Platz). Foto di Boris Souvarine – Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci

In Messico, Serge conobbe infine un po’ di pace. E produsse molto. Concluse, fra le altre opere, i suoi due libri più importanti, Il caso Toulaev, romanzo sui processi di Mosca, e le Memorie di un rivoluzionario (postumo) vero e proprio monumento letterario alle rivoluzioni sconfitte del ventesimo secolo. Continuò anche a lavorare ai Carnets (postumi) e scrisse altri due romanzi, Gli ultimi tempi sulla débâcle della Francia della Terza Repubblica (inedito in italiano, che io sappia), e Gli anni senza perdono (postumo), dove narra il dramma psicologico dei rivoluzionari della sua generazione. Riuscì anche a completare Vita e morte di Trotskij (in collaborazione con la vedova, Natalia Sedova), la prima biografia del fondatore dell’Armata Rossa, nonché articoli e saggi. E, naturalmente, continuò a scrivere poesie, in parte pubblicate su riviste latinoamericane come la cilena Babel e poi raccolte in edizione francese da Jean Rière.

È curioso il paradosso di un rivoluzionario che vide infrangersi il sogno di cambiare il mondo, chiese scusa per azzardarsi a diventare scrittore e finì per concepire un’opera ammirevole, oggi classica, che rompe i confini dei generi letterari. Un’opera che scrisse per le strade del mondo, in condizioni materiali estremamente difficili, braccato da poliziotti e dittatori e più volte spogliato di quel poco che possedeva.

Victor Serge morì a Città del Messico, il 17 novembre 1947 in un taxi. È sepolto al cimitero francese come cittadino spagnolo. Il referto medico dice infarto, ma molti pensano che fu avvelenato dagli stalinisti. Quella sera aveva appuntamento col figlio Vlady, ma non si trovarono. Pochi giorni dopo questi ricevette per posta la sua ultima poesia, Mani.

Foto di copertina
Una foto della polizia francese di Victor Kibalchich (in seguito Serge) risalente al suo arresto per il coinvolgimento nel gruppo anarchico francese della Banda Bonnot (1912). The New York Review Books.

 

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