Una famiglia omogenitoriale come tante.  Storia di una coppia trevigiana, di Valentina Pizzol

Il PE ha adottato una risoluzione che dichiara l’UE una ”Zona di libertà LGBTIQ”. © John Thys/AFP (europarl.europa.eu)

 

Con una risoluzione del 14.09.2021, denominata “Diritti delle persone LGBTIQ nell’UE”, il nostro Parlamento europeo ha espresso la sua profonda preoccupazione per la discriminazione che subiscono le famiglie arcobaleno e i loro figli nel territorio dell’UE per il fatto che essi siano privati dei loro diritti in ragione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere o delle caratteristiche sessuali dei genitori o dei partner.

Le famiglie arcobaleno a cui il Parlamento europeo fa riferimento sono le c.d. famiglie omogenitoriali, ossia due genitori dello stesso sesso con prole.

La risoluzione in questione è un atto non vincolante per gli Stati membri dell’UE, che tuttavia riveste un’enorme importanza nella misura in cui indica ai singoli paesi i problemi che emergono nel territorio europeo e li orienta verso una soluzione comune.

Il Parlamento europeo, con la risoluzione citata, ha quindi fatto emergere tale discriminazione, invitando la Commissione europea e gli Stati membri a superarla rimuovendo gli ostacoli che le persone LGBTIQ e i rispettivi figli incontrano.

Ma quali sono questi ostacoli?

Milano Pride 2020 (robadadonne.it)

Per farvi capire a quali difficoltà vanno abitualmente incontro le famiglie omogenitoriali voglio raccontarvi una storia: quella di Rosa e Maddalena, una coppia trevigiana.

Rosa e Maddalena si incontravano per la prima volta una sera del 2009 al Padova Pride Village: single convinta e amante della vita mondana Maddalena, molto più tranquilla Rosa, già madre di una bimba piccola avuta da una precedente relazione.

Nonostante le diversità di carattere le due donne si innamoravano perdutamente e dopo un paio di anni iniziavano a convivere .

A quel tempo le coppie omosessuali erano praticamente invisibili dal punto di vista giuridico, perché il nostro legislatore non aveva previsto per loro alcuna forma di riconoscimento.

Soltanto diversi anni dopo, quando nel 2016 veniva introdotto l’istituto delle unioni civili, con la legge Cirinnà, la coppia poteva formalizzare il proprio rapporto affettivo, diventando finalmente visibile agli occhi della società.

Monica Cirinnà in Senato, febbraio 2021 – (Facebook)

In un caldo giorno di ottobre del 2016 le due donne si univano civilmente nella sala affreschi del Comune di Treviso: abito bianco per entrambe, pranzo al ristorante La Colonna, bomboniere da Talmone e doppio bouquet da lanciare (ergo, doppia chance per le single invitate all’evento).

Successivamente, come avviene per tante coppie, Rosa e Maddalena decidevano di allargare la famiglia.

Due donne che vogliano mettere al mondo un figlio (a meno che non ricorrano a metodi c.d. “fai da te”) hanno una sola strada da percorrere: rivolgersi ad una clinica che pratica la fecondazione eterologa.

In Italia la procreazione medicalmente assistita c.d. eterologa (fatta cioè utilizzando materiale biologico che non proviene al 100% dalla coppia) era vietata fino a qualche anno fa. Nel 2014 tale divieto è caduto diventando lecita solo per coppie di sesso diverso e limitatamente ai casi di infertilità o di malattie geneticamente trasmissibili.

Nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, invece, tale pratica è accessibile anche ai single e alle coppie dello stesso sesso ed è il motivo per cui due donne italiane oggi riescono comunque a diventare madri: attraversano semplicemente il confine e fanno quello che qui da noi non si può fare.

Il divieto imposto dalla legge italiana, che permane quindi per le coppie dello stesso sesso, comporta una discriminazione rispetto alle coppie etero che possono accedere a tale tecnica rimanendo “in casa”. È sufficiente ragionare in termini di costi: effettuare l’inseminazione artificiale all’estero piuttosto che in Italia comporta delle spese di trasferta che nel secondo caso non ci sarebbero.

Nel 2019 questa discriminazione era stata evidenziata alla Corte costituzionale, ma questa aveva risposto che la legge sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) nasceva con una finalità terapeutica rispetto ad una coppia che almeno idealmente doveva essere considerata in grado di riprodursi: ipotesi che in astratto non sussisteva se la coppia era dello stesso sesso.

Non potendo accedere alla PMA in Italia, Rosa e Maddalena si rivolgevano ad una clinica in Danimarca, dove Maddalena si sottoponeva al trattamento di fertilità un giorno di fine gennaio mentre a Copenaghen nevicava.

Copenaghen vista dal castello Christianborg (Wikimedia Commons)

È così che è nato Leonardo ed è sempre in questo modo che qualche anno più tardi è nata sua sorella Adele.

I due bimbi sono stati fortemente voluti sia da Rosa che da Maddalena, come dimostrano i consensi informati che entrambe hanno sottoscritto nella clinica danese per dare corso alla procedura medica, e, una volta nati, sono sempre state Rosa e Maddalena a prendersene cura.

Tuttavia per lo stato italiano solo Maddalena, in quanto partoriente, è considerata madre di Leonardo e Adele.  

Rosa non viene riconosciuta come madre c.d. “d’intenzione” – nel senso di colei che ha espresso il consenso al trattamento di fertilità a cui si è sottoposta Maddalena – unicamente in ragione del suo orientamento sessuale.

Esistendo la PMA eterologa per le coppie eterosessuali, capita che nel nostro paese nascano dei bambini che vengono dichiarati da genitori che biologicamente non sono tali, ma per questi figli non esistono i problemi di riconoscimento che incontrano i bambini come Leonardo e Adele .

Vediamo se riesco ad essere più chiara.

Supponiamo che la coppia Mario e Maria non riesca ad avere figli perché Mario è sterile. Supponiamo che sempre Mario e Maria decidano allora di sottoporsi ad una procreazione medicalmente assistita ricorrendo al seme di un donatore anonimo che, in tal caso, verrà utilizzato per fecondare un ovulo di Maria.

Il figlio che nascerà da quella pratica sarà figlio biologico della coppia solamente al 50% (per il lato materno), eppure nessuno in Italia metterà mai in discussione che sia Mario il padre di quest’ultimo.

Se così vanno le cose per una coppia eterosessuale, perché il discorso dovrebbe essere diverso per una coppia di donne che ha effettuato la stessa identica procedura all’estero?

Ecco gli ostacoli all’uguaglianza che ci invita a rimuovere il Parlamento europeo con la sua bellissima risoluzione del 14.09.2021.

La sede della Commissione europea si illumina dei colori dell’arcobaleno – 17 maggio 2021 (euractiv.it)

Qualche Comune d’Italia, non volendo discriminare le coppie dello stesso sesso, accettava già nel 2017 di formare atti di nascita con l’indicazione delle due mamme e ciò ha spinto Maddalena e Rosa a sperare che il Comune di Treviso facesse altrettanto.

Alla nascita della piccola Adele, Rosa e Maddalena si presentavano davanti all’Ufficiale di Stato Civile di Treviso e chiedevano di essere inserite entrambe nell’atto di nascita della figlia.

L’Ufficiale interpellato, tuttavia, si rifiutava e provvedeva a formare l’atto indicando solo Maddalena, esattamente come se quest’ultima fosse una “ragazza madre”, ossia una donna abbandonata dall’uomo dopo un atto sessuale da cui era stata concepita una figlia.

Niente di più falso insomma.

Rosa e Maddalena non si arrendevano e promuovevano ben tre gradi di giudizio allo scopo di essere riconosciute madri della bambina, ma soprattutto, al fine di dare due genitori (o meglio due genitrici) alla piccola Adele.

A porre fine alla vicenda, interveniva negativamente la sentenza della Corte di Cassazione, la quale si richiamava ai principi già espressi dalla Corte costituzionale in tema di accesso alla procreazione medicalmente assistita eterologa da parte di due persone dello stesso sesso.

Nonostante le decisioni avverse dei giudici, la vita andava e va avanti: Adele e Leonardo continuano a crescere all’interno della loro felice famiglia omogenitoriale, composta da mamma Rosa e mamma Maddalena, e quando qualcuno chiede chi delle due sia la loro mamma, la risposta di questi bambini è sempre una: “entrambe!”.

Perché questa è la verità.

Oggi Rosa ha intrapreso una nuova azione: ha presentato domanda di adozione in casi particolari di Leonardo e Adele, invocando gli artt. artt. 44 e ss. della L. 184/83, che da qualche anno vengono applicati per consentire a persone come Rosa di formalizzare il legame affettivo con i figli delle rispettive compagne.

Famiglia omogenitoriale (osservatoriolgbt.eu)

Adottare in casi particolari, tuttavia, non è come essere riconosciute madri sin dalla nascita: sono due cose completamente diverse.

Solo a titolo esemplificativo va chiarito che l’adozione presuppone un lungo procedimento davanti a un Tribunale, che tra le varie cose deve valutare l’idoneità genitoriale dell’adottante, mentre il riconoscimento alla nascita non richiede alcuna istruttoria, né alcun provvedimento giurisdizionale.

Leonardo e Adele dovranno aspettare l’esito del procedimento di adozione prima che lo Stato italiano li riconosca figli anche di Rosa. Finché questo non avverrà, i due minori non avranno diritto al mantenimento da parte di mamma Rosa qualora questa si dovesse separare da Maddalena (anche le coppie omosessuali entrano in crisi e si separano al pari di quelle etero!), non saranno considerati eredi qualora mamma Rosa dovesse venire a mancare e tante altre cose saranno loro precluse in assenza di un provvedimento del Giudice.

Quello che vi dovrebbe rimanere dopo la lettura di un racconto simile è una sensazione di fatica e anche di ingiustizia: la fatica, per quello che queste donne hanno dovuto e devono tutt’ora affrontare; ingiustizia, per l’evidente disparità di trattamento rispetto ad una coppia etero che non riesce ad avere figli.

Questa è la storia di Rosa e Maddalena, una famiglia omogenitoriale come tante.

 

Immagine di copertina
Credit: TerryReintke/Twitter (da Notesfrompoland.com)

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Valentina Pizzol vive a Treviso, dove esercita la professione di avvocata. Da sempre sensibile rispetto alle questioni LGBTQ+, è socia di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBTI+, nonché Segretaria del Coordinamento LGBTE di Treviso; dal 2019 è altresì Commissaria designata per le pari opportunità presso il Comune di Treviso. Ha partecipato a numerosi convegni, anche universitari, in qualità di relatrice sui temi delle unioni civili, dell’omogenitorialità e del linguaggio discriminatorio.

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