Un alfabeto ecologico per il Delta / Recensione a «Scrittori e mito nel Delta del Po», di Diego Crivellari, a cura di Giovanna Frene

«Scrittori e mito nel Delta del Po», di Diego Crivellari

di Giovanna Frene

 

Giovanni Battista Aleotti, Polesine d’Ariano col Taglio e le alluvioni, 1611 (particolare). Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea.

 

          Ormai da vari decenni in ambiente anglosassone (e solo più recentemente in ambito italiano) si è sviluppato, parallelo alla produzione letteraria, un filone di critica letteraria ecologica, che, ben prima dell’evidenza del climate changing, intende problematizzare concetti come “ambiente”, “naturale/innaturale”, “ecologia”, “paesaggio”. In un suo recente saggio, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (Carocci 2017), Niccolò Scaffai suggerisce che mentre per il “paesaggio” si parte da uno sguardo egocentrato, e l'”ambiente” è lo spazio di relazione tra soggetto e territorio (entro il quale si inquadra la “natura” come componente non antropica), il balzo interpretativo viene dato dal concetto di “ecologia”, intesa «come prospettiva che colloca l’io in un ambiente e ne fa non solo soggetto ma anche oggetto di osservazione», in modo che in questo «rispecchiamento» che è insieme «capacità di straniamento» vengono chiamate in causa sia la letteratura, intesa nella sua peculiare capacità di rappresentazione attraverso i «dispositivi retorici», sia la storia, come modo di orientare la rappresentazione.

          Se è vero che «la valle del Po è un luogo che produce immaginari e dunque racconti» e che «la bellezza di questa terra è che non smette mai di narrare miti, di riscrivere quelli antichi e d’inventarne dei nuovi attraverso la letteratura, la fotografia, i cinema, la narrazione orale» (dalla Prefazione di Guido Conti), l’importanza di questo saggio di Diego Crivellari, Scrittori e mito nel Delta del Po, risiede proprio nella sua capacità ecologica di leggere un ambiente affascinante come quello del Delta trapungendolo come una spoletta, per portare in luce relazioni anche inedite e sorprendenti, alla luce di una contraddizione solo apparente, quella che vede essere il Delta luogo inondato di cinema e letteratura, ed insieme irriducibilmente anarchico, «luogo di confine, luogo di frontiera (…), luogo franco, spazio libero (…), territorio anfibio destinato a incontrare e riprodurre ad ogni generazione miti, narrazioni, storie, secondo nuove combinazioni e nuove contaminazioni» (dall’Introduzione dell’autore). E lo snodarsi del saggio come dizionario tematico di termini (che vanno da ‘A – Aironi’ a ‘F – Fanti’, da ‘H – Horror’ a ‘N – Nebbia’, da ‘P – Palude’ a ‘ T – Tragedia’, fino a ‘Z – Zanzare’, passando per ‘C – Città (visibile e invisibili)’, ‘I – Inferno’, ‘O – Orti’, ‘S – Storia’, ‘V – Valli’) è un dispositivo efficace per questa nuova narrazione del Delta perché crea una griglia di volta in volta sovrapponibile ad altre griglie, cosicché il risultato è un tessuto poroso di significati, un rifrangersi e un movimento continuo di tessere colorate nell’acqua del fiume che lega attorno a sé molti immaginari.

Torre Abate nel Bosco della Mesola

          I luoghi del Delta sono intrecci di geostoria e di rappresentazioni. La Mesola e il suo Bosco, a cui Torquato Tasso dedicò alcuni madrigali, e che fanno da sfondo nel delta ferrarese alle vicende metaforiche di Limentani ne L’airone (1968) di Giorgio Bassani – poiché il Delta si rivela da sempre essere ricchissimo di flora e fauna, specialmente alata, tanto da essere oggi luogo di birdwatching –, ne sono un esempio emblematico. Mesola è assieme ad Adria e Spina, esse però poli remoti di una storia che risale ai Greci, una città invisibile, emblematico sogno infranto di Alfonso II d’Este, il quale nell’ultima parte del Cinquecento cercò di sviluppare una città che fosse in grado di competere sul mare con Venezia, ma a renderla capitale, mancata, degli estensi fu proprio il Taglio di Porto Viro (1600-1604) operato dai Veneziani, taglio che di fatto non solo la seppellì progressivamente rispetto al mare, ma rappresentò un primo importante tentativo di porre ordine in un paesaggio problematico, fatto di terre in continua metamorfosi. Tanto Mesola fu un luogo storicamente irrealizzato, quanto Pomposa, con la sua abbazia benedettina, fu nel medioevo centro di sviluppo ambientale del territorio e insieme centro culturale di prim’ordine, a partire dal ciclo pittorico nell’abbazia.

Abbazia di Pomposa (Codigoro)

          Luogo concreto, ma anche ideale, di acquisizioni e modificazioni territoriali, il Delta, dunque, se è vero che in tempi recenti lo slavista Luigi Salvini (1911-1957), giungendovi nel 1946, e precisamente sull’Isola di Panerella, vi fonderà l’utopica Repubblica di Bosgattia, attiva fino al 1956, «un eden pre-tecnologico, l’avvio di un esperimento libertario che da giugno a settembre raccoglieva amici e sodali all’insegna di una vita interamente naturale (…) e costituì una sorta di micronazione, capace di dotarsi di propria moneta e di francobolli regolarmente stampati e colorati a mano».
Il Delta è da intendersi come un luogo intermedio, insomma, luogo specchio di altri luoghi e di altre vicende, realizzate o solo sognate: una vera e propria eterotopia, una zona liminare, uno spazio anarchico, per eccellenza finis terrae.

          E infatti il Delta è stato anche il luogo antropologico per eccellenza della fatica e della povertà, ma anche della lotta, se è vero che per il Piovene del Viaggio in Italia (1957), ancora negli anni Cinquanta, con un lapsus temporale, nelle comunità chiuse delle valli e delle bonifiche, in mezzo alle comunità dei piccoli proprietari agricoli e dei pescatori, prevalgono ancora i braccianti, gli stessi che pochi anni prima avevano condotto la Resistenza come lotta di classe, ispirando romanzi-simbolo sulla Resistenza sul Delta come L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò; fatica e povertà che trascolorano nel boom post-bellico e nelle vicende inquiete nel dopoguerra di un partigiano, nel recente romanzo di Guido Barbujani (Dopoguerra, 2002), già specchio di quel disagio del Nord-Est provinciale fissato così bene in Livello di guardia (2007) di Natalino Balasso. E quelle del Delta sono le stesse «plebi affamate» di cui parlava Riccardo Bacchelli nel più classico dei romanzi sul fiume, Il mulino del Po (1938-1940).

Il Mulino sul Po a Ro Ferrarese

          Antropologicamente, il Delta è anche il luogo del mistero e della liminarità: un po’ per la tradizione mitica greca che vuole Adria come sede della porta infera, e infatti secondo Plinio nel territorio di Adria scorreva il fiume infernale Tartaro – per cui Lorenzo Braccesi ipotizza che l’idronimo Tartarus sia riconducibile agli Eubei e alla loro localizzazione dell’Ade nel territorio nebbioso di Adria, assieme alla «prima localizzazione padana del mito di Fetonte»; un po’ perché, nella contemporaneità, scrittori e cineasti si sono cimentati nella traduzione di questa componente oscura, ctonia, saturnina, melanconica, malsana, avvolta nella nebbia come in un sudario, sprofondata in paludi visibili e invisibili (quello che Permunian chiama «paludismo psichico»). Per il cinema, su tutti valga l’esempio dell’horror d’autore che è il film La casa dalle finestre che ridono (1976), di Pupi Avati, non a caso già aiuto sceneggiatore di Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) – motivo che Crivellari, sulla scorta di un recente studio dello storico Mimmo Franzinelli, associa alla memoria storica ambientale delle torture perpetrate dai nazi-fascisti nella zona del Delta. Per la narrativa, su tutti valga l’esempio di Francesco Permunian, che in un romanzo come La polvere dell’infanzia (2015) racconta in forma gotica la storia recente del fascismo e i racconti orrifici sui morti. Tutte opere, queste, che dimostrano come il «piatto, monotono paesaggio padano apparentemente accogliente si fa lugubre, inospitale, perturbante».

Da “La casa dalle finestre che ridono”, film di Pupi Avati

          Tornando al fragile equilibrio ecologico che da sempre ha caratterizzato il Polesine e il Delta nel corso dei secoli, il viaggio in Italia di Goethe serve a Crivellari per ricordare che fino a metà Ottocento «la navigazione fluviale mantiene una certa importanza nell’ambito della pianura padano-veneta, nonostante le difficoltà legate all’assetto geopolitico del territorio e allo sviluppo di nuove infrastrutture come la ferrovia», ma anche per sottolineare come questo equilibrio sia stato fortemente messo alla prova durante tutto il Novecento, sia per opera della natura, con la grande alluvione del 1951 (magistralmente narrata da Gian Antonio Cibotto in Cronache dell’alluvione, recensito molto favorevolmente da Montale nel 1954), ma anche per opera dell’uomo, con la costruzione della gigantesca centrale elettrica a Polesine Camerini (ora inattiva); a fallimenti amministrativi come la mancata costituzione di un Parco unico del Delta del Po tra Veneto ed Emilia-Romagna, si è aggiunta negli ultimi decenni, specialmente in Veneto, una cementificazione delle coste delimitate da «siderali distese di asfalto» (Celati), che insieme hanno portato a quello smarrimento d’identità che caratterizza per esempio un romanzo come Dopo l’amore (2002) di Giancarlo Marinelli. La contemporaneità comporta, dunque, una sfida ecologica non indifferente per le zone fortemente antropizzate del Delta, una sfida che dovrà essere in grado di valorizzare un sostenibilità nuova, per esempio introducendo un tipo di turismo culturale lento, in modo da offrire prospettive economiche a basso impatto ambientale.

Alluvione nel Polesine del 13 novembre 1951 ( Il Gazzettino)

          Il libro ha il grande pregio di costruirsi, senza sforzo, proprio come un deposito del fiume, su una messe notevole di citazioni e su una ricchissima bibliografica, inerenti a scrittori, poeti, studiosi, cineasti, ma senza mai appesantire la piacevolezza della lettura. Accanto ai già citati Bassani, Bacchelli, Viganò, Piovene, si affiancano i più vicini Corrado Govoni (Uomini del Delta, 1960), Gian Antonio Cibotto, con un’opera troppo presto dimenticata, Scano boa (1961), Mario Soldati, con I racconti del maresciallo, 1967, «libro di atmosfere culinarie», Cesare Zavattini (Viaggetto sul Po, 1967), Guido Ceronetti (Viaggio in Italia, 1983) ed Ermanno Rea, con il suo notevole affresco Il Po si racconta (1996), ritratto di un luogo che per lo scrittore è un compromesso tra natura ed artificio. Alle prose dello scrittore-etnologo Gianni Celati (Verso la foce, 2002; i racconti de Narratori delle pianure, 1985), si possono affratellare l’opera ctonia del già citato Francesco Permunian (anche con Dalla stiva della nave blasfema, 2009) e di Eraldo Baldini (Mal’aria, 1998); a Guido Conti con la sua summa di storie, aneddoti, curiosità che è Il grande fiume Po (2012) si può accostare Morimondo (2013), dell’instancabile viaggiatore Paolo Rumiz. Per finire, aneddoto nell’aneddoto, è l’opera in tedesco di un autore altoatesino, Das Delta (Il Delta, 2015) di Kurt Lanthaler, che forse racchiude il segreto di queste zone: «Fagocita tutto e tutti, questa nebbia del delta». Perché, si sa, il Delta del Po affascina da sempre gli stranieri e li cattura, un po’ come fece nell’Ottocento con Lord Byron, donandogli nella cornice di Ca’ Zen l’ultimo amore della sua vita avventurosa.

Diego Crivellari, Scrittori e mito nel Delta del Po. Un dizionario letterario e sentimentale, prefazione di Guido Conti, Apogeo Editore, Adria (RO) 2019, pp. 196, euro 15,00.

 

Giovanna Frene, foto di Dino Ignani

Giovanna Frene (Asolo, dicembre 1968), poeta e studiosa, scoperta da Andrea Zanzotto, vive a Crespano di Pieve del Grappa (TV). Laureata in Lettere all’Università di Padova con una tesi sulla poesia del giovane Zanzotto, si è addottorata ivi con Pier Vincenzo Mengaldo, studiando l’epistolario di Metastasio. Attualmente svolge un Dottorato in Storia della lingua a Losanna (CH), sotto la guida di Lorenzo Tomasin. È insegnante in ruolo nella Scuola Secondaria di Primo grado.

Tra gli ultimi libri di poesia: Sara Laughs, D’If 2007; Il noto, il nuovo, Transeuropa 2011; Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda, Arcipelago Itaca 2015; Datità, riedizione del libro edito da Manni 2001, postfazione di A. Zanzotto, Arcipelago Itaca 2018. È inclusa in varie antologie, tra cui: Grand Tour. Reisen durch die junge Lyrik Europas, Hanser 2019; Nuovi Poeti italiani 6, Einaudi 2012; Poeti degli Anni Zero, Ponte Sisto 2011; New Italian Writing, “Chicago Review”, 56:1, Spring 2011; Parola Plurale, Sossella 2005. Ha vinto il “Premio Montano” per il libro edito (2002), il “Premio Mazzacurati-Russo” per il libro inedito (2006) e il “Premio Anna Osti” per la silloge inedita (2019).

Come critica militante, ha collaborato con “Alfabeta2”, e collabora con “La Balena Bianca” e “Poetarum Silva” e altri litblog. Come saggista, ha pubblicato saggi e recensioni sul Settecento e sul Novecento in volumi e riviste accademici. Per info: www.italianpoetry.org


Foto di copertina:
Parco del Delta del Po

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