Steven Wilson – Retrospettiva: un musicista alla riscoperta di nuove stagioni, di Antonio D’Este

 

C’era una volta il (cosiddetto) Progressive. Poi, sul finire dei ‘70, se ne andò.
Erano tempi belli, sembra. Musicisti piuttosto colti e preparati che, sull’onda lunga della tradizione “classica” e del desiderio di rivitalizzare il repertorio “tradizionale” dei secoli andati, contestualizzavano il loro linguaggio in un ambiente rock, più adatto ad un pubblico giovane.
Poi il vento del tempo mosse le sue lancette dirigendole verso altre direzioni. Si dovette aspettare qualche lustro prima di vedere riemergere qualche gruppo o musicista disposti a ripercorrere quelle strade ed in modo anche spesso coraggioso.
Tra questi, un giovane di Hemel Hempstead, nelle vicinanze di Londra, nato nel 1967.

Steven Wilson fece capolino, timidamente, con un album (autoprodotto, inizialmente: “On The Sunday Of Life”, del 1991) che mostrava in realtà ben poco del tentativo di dire la propria in tema “progressive”. Le influenze erano molteplici: “psichedelia” dei tardi ‘60 e sperimentazione su tutte. Un paio d’anni dopo, grazie all’interesse suscitato, Wilson ci riprova e continua. Esce “Up The Downstair” e il quadro si aggiusta un po’. In alcune parti viene chiamato a collaborare Richard Barbieri, valente tastierista britannico distintosi per essere stato parte dei Japan, cruciale gruppo della cosiddetta New Wave, poi scioltosi a metà anni ‘80. Il suono richiama più vividamente atmosfere rock-sperimentali ed elementi di novità soniche. Così le visioni del giovane di Hemel Hempstead si fanno più nitide e palpabili.

Ancora un paio d’anni ed il nome che Wilson ha voluto dare al proprio progetto, “Porcupine Tree”, non rappresenta più solo sé stesso, ma un gruppo di musicisti (Colin Edwin al basso, Chris Maitland / batteria, Richard Barbieri/Tastiere). Il Gruppo così formato dà alle stampe il primo “vero” lavoro del “Porcospino”, che verrà intitolato “The Sky Moves Sideways” e pubblicato nel 1995.
Qui, le influenze che emergono, si delineano in modo ancora più chiaro e l’impronta del gruppo di Roger Waters & David Gilmour si fa più evidente. È un doppio lavoro interessante, compatto, suonato con fede, impegno, indubbia bravura ed anche competenza “tecnica”. L’impronta Progressive, qui, emerge in modo più chiaro.  È tuttavia nel 1996, con “Signify”, che il gruppo, a mio giudizio, fa un salto di qualità notevole, e gli elementi Progressive, per così dire, qui si stabilizzano. Le influenze sino a quel momento mostrate si fondono in un interessante mix di direzioni ed il lavoro mostra episodi di ispirazione piuttosto alti e convincenti.

Porcupine Tree – Da sinistra Richard Barbieri, Colin Edwin, Steve Wilson, Gavin Harrison

Il crescente interesse mostrato (pare soprattutto nella nostra penisola) dirige il gruppo al passo successivo, il live “Coma Divine”, che vede la luce nell’ottobre 1997. Il lavoro infatti viene registrato a Roma, nel club “Frontiera” ed è un po’ una relativa summa delle tendenze evidenziate in questo primo periodo e cristallizzate qui mirabilmente.Stupid Dream” del 1999 conclude il XX secolo con una prova transitoria, destinata probabilmente all’esplorazione di nuove direzioni. E con un ottimo hit (“Even Less”) che apre splendidamente il disco.
Quelle stesse direzioni ed esplorazioni porteranno il gruppo al concepimento, un anno dopo, del riuscito “Lightbulb Sun”, in cui spiccano su tutte la riuscita Titletrack e sicuramente “Russia On Ice”. A questo punto il gruppo si è già scavato una interessante e sostanziosa nicchia nel panorama di quello che viene definito il “Neoprog(ressive)”, e l’originalità del gruppo si stacca in modo piuttosto netto rispetto ad altri gruppi apparentemente affini. La relativa celebrità della band di Wilson e la sua personalità si manifestano con maggior evidenza, convinzione ed incisività. E con apprezzabili risultati, anche in termini di classifiche.
Nel 2002, infatti, con “In Absentia” si tenta di sondare il pubblico americano. L’album è accompagnato da un buon tour negli States nonostante il suono sembri più “freddo” e si comincino a notare elementi “metal” che “progressivamente” si inseriranno via via nel suono del “Porcospino”. È del 2005 la pubblicazione di “Deadwing” che, grazie anche alle “ospitate” di Adrian Belew e Mikael Akerfeldt, mostra un irrobustimento degli elementi metal (ma anche di “pop song”, vedasi “Lazarus”) in un contesto sempre molto solido e ancora convincente.
Il 2007 è l’anno di “Fear of a Blank Planet”. È già da qualche anno che Chris Maitland, il batterista dei primi lavori, se n’è andato, e qui più che mai l’apporto di Gavin Harrison risulta cruciale per la spinta ritmica che il gruppo mostra in modo sempre più pronunciato. Il lavoro risulta come uno dei loro migliori per freschezza, idee e realizzazione.

Porcupine Tree performing live at Kraków, Poland on 7 July 2007

Se si escludono pubblicazioni magari meno significative, (il pur bello “We Lost The Skyline” del 2008 e il postumo “Octane Twisted” del 2012, lavori comunque essenzialmente live), l’esperienza Porcupine Tree si concluderà – per il momento, sembra – nel 2009, con la pubblicazione del doppio “The Incident”. Questo lavoro sembra mostrare segni di “ammorbidimento” e “commercializzazione” in più punti, sebbene l’immagine globale del suono risulti ancora buona.

Steven Wilson, tuttavia, si muoveva anche in direzioni più o meno parallele. La più curiosa è stata quella degli I.E.M., un progetto elettronico-dark-sperimentale che, iniziato nel 1996, ha generato interessanti “rivisitazioni” degli ambienti elettronici (legati alla passione di Wilson per il cosiddetto “Krautrock” anni ‘70) per un periodo di circa 10 anni. A questo progetto va senz’altro affiancato l’analogo progetto “Bass Communion” che si è mosso su sentieri analoghi, arrivando tuttavia fino al 2011 e con modalità ancora più dark, se possibile. La complessiva produzione del progetto arriverà a ben 9 pubblicazioni e ad un cofanetto antologico.
Come se ciò non fosse sufficiente, parallelamente ai Porcupine Tree, Wilson nel 2004 ha dato vita, insieme ad Aviv Geffen, al progetto Blackfield. Il gruppo è interessante (l’area è quella di un pop-rock colto ed “elegante” ). Il progetto (ancora attivo, ha appena pubblicato – 2017 – il suo quinto lavoro “V” ), ha mostrato forse diversi, troppi cedimenti laddove la presenza effettiva di Wilson si è rarefatta dopo il secondo lavoro, rientrando realmente solo in quest’ultima fase dell’attività del gruppo stesso.

Blackfield European Tour 2014 – Steven Wilson e Aviv Geffen

Per una corretta visione d’insieme non va trascurato nemmeno il progetto “No-Man” con Tim Bowness, che vide la luce nel 1993 e che ha generato interessanti episodi, anche in termini di collaborazioni esterne (soprattutto “Flowermouth”, 1994 – “Returning Jesus”, 2001 – “Together We’re Stranger”, 2003 e “Schoolyard Ghosts”, 2008). Per dovere di completezza e cronaca va citato anche un esperimento di umori psichedelici, peraltro riuscito, che Wilson – a nome Porcupine Tree – pubblica a più riprese, a partire dal 1992, articolato su più “trip” o “Phase” e denominato “Voyage 34”.
Un corpo di lavoro davvero sostanzioso negli anni. Ma non finisce qui.

Steven Wilson, nel 2008, giusto un anno prima dello scioglimento del nucleo del “Porcospino”, dà alle stampe il suo primo, attesissimo lavoro solista a cui darà il titolo di “Insurgentes”. Supportato dalla grafica visionaria e metaforica del fido Lasse Hoile, “Insurgentes” mostra ancora una volta il lato più visionario del Rock obliquo e trasversale dell’artista inglese. Il lavoro si snoda attraverso paesaggi sonori a più riprese apocalittici e anche talora chiassosi, ma pervaso da ottime idee e animato da sonorità interessanti, originali e molto personali. All’uscita del CD (e anche in LP) seguirà anche la pubblicazione di un interessante DVD dallo stesso titolo, in cui lo stesso Wilson spiegherà il relativo percorso umano ed artistico alla base del concept. Nell’album, tra gli altri, spiccano i nomi di Gavin Harrison (già nei Porcupine Tree, come detto, ed in seguito nei nuovi King Crimson), il solidissimo Tony Levin, Jordan Rudess (sorta di moderno Rock-hero delle tastiere, da anni nel gruppo neoprogressive Dream Theater), e Theo Travis, valente fiatista più volte con i Gong di Daevid Allen e saltuariamente a fianco di Robert Fripp.

Seguono un paio d’anni in cui Wilson si mostra all’altezza anche di lavori tecnologicamente interessanti dietro ai mixers. A più riprese e con risultati indubbiamente apprezzabili, rielabora, crea e remixa, producendo nuove versioni in 5.1 di alcune delle opere più significative del “Progressive” dei ‘70, incoraggiato (e commissionato) dagli autori stessi di quelle opere. Escono quindi nuove edizioni, rispolverate ed aggiornate, di interessanti e spesso essenziali documenti sonori degli Yes, King Crimson, Jethro Tull, per citare i principali. Si avvicina poi “progressivamente” al gruppo svedese di metal “Opeth” e alla figura del loro leader, Mikael Åkerfeldt (presente in un assolo nel già citato “Deadwing” del 2005). Come parziale conseguenza e risultanza ne verrà fuori un interessante lavoro (“ Storm Corrosion”, 2012) ed un “progressivo” avvicinamento del gruppo svedese su posizioni neoprog e… meno metal.

“Storm Corrosion” (2012) – Steven Wilson e Mikael Åkerfeldt

Il 26 Settembre 2011, la K-Scope pubblica “Grace for Drowning”, il nuovo, doppio lavoro di Wilson. Nell’edizione “Deluxe” comparirà anche un terzo disco. Nella band che lo accompagnerà nelle quasi trionfali date dei tours promozionali, (in buona parte dei continenti europei ed americani), si aggiungono, sebbene solo in studio, Trey Gunn, (vecchia conoscenza nei KC dei ‘90), Markus Reuter e Steve Hackett in alcuni pezzi, e la direzione musicale delle parti orchestrali presenti viene affidata a Dave Stewart. (“Wilson ha dichiarato di avere preso spunto anche dallo stile di Ennio Morricone per le parti orchestrate, per cui si è servito della London Session Orchestra.” – Fonte : Wikipedia).

Ancora una splendida copertina di Lasse Hoile e indubbiamente un altro centro, per me. Continuano le visioni Wilsoniane, a volte depressive, e le idee e le intuizioni non mancano. Il suono globale è ancora convincente, robusto, e l’originalità del progetto è garantita ancora una volta. Spiccano soprattutto “Remainder of The Black Dog”, “Deform To Form A Star” e la lunga “Raider II”. Wilson si sta definitivamente avviando a diventare (semmai non lo fosse già diventato) il nuovo Rock-idolo delle platee “Prog” e/o “NeoProg” mondiali.

Prodotto dallo stesso Wilson in collaborazione con Alan Parsons, esce agli inizi del 2013 “The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)”. Entrano e si aggiungono in formazione il bassista Nick Beggs (ex Kajagoogoo) ed il nuovo, tecnicissimo “Guitar Hero” inglese Guthrie Govan. Alle tastiere un notevole e preparatissimo tastierista americano, Adam Holzman, (vecchia conoscenza e già alla corte di Miles Davis negli ‘80 ), un potente batterista, Marco Minneman, ed in un paio di pezzi il chitarrista inglese Jakko Jakszyk.


Il suono sembra risultare in più di qualche punto lievemente sbilanciato verso sonorità jazz/rock, e la cosa sembra imputabile proprio alla presenza di Holzman. Appare meno incisivo dei precedenti, più frammentato e incerto nelle direzioni globali, nonostante il solito, ottimo apporto tecnico dei musicisti coinvolti ed il solito mix lussureggiante di diverse influenze. Aspetti questi che risultano ancora indiscutibili. L’uscita del lavoro è accompagnata anche da una bella videofavola ed alcuni pezzi appaiono particolarmente riusciti (l’iniziale “Luminol”, “Drive Home” e la Titletrack).

Il percorso personale dell’artista di Hemel Hempstead al momento si ferma a “Hand. Cannot. Erase”, sebbene Wilson abbia pubblicato anche un convincente EP denominato “4 1/2” nel 2016. La “Mano che non può cancellare” esce a Febbraio 2015 ed in buona sostanza con i medesimi musicisti della precedente release. La sensazione, o l’impressione globale, è che la parabola e l’ispirazione più profonda del musicista inglese, nonostante le apparenze, si possa essere frenata o quantomeno diluita. La varietà dei temi esposti e la ricchezza degli arrangiamenti (oltre al pur buono concept incentrato sul tema della solitudine nelle metropoli), sembra nascondano tuttavia la mancanza di autentica freschezza e della originalità delle sue precedenti cose. Esteticamente perfetto, contenutisticamente ed in profondità forse limitato.
Da più parti si diffonde il sospetto che Wilson tenda ad essere eccessivamente coinvolto nella molteplicità delle sue attività, a svantaggio di una maggiore rarefazione e concentrazione a favore dei suoi stessi progetti personali e personalmente tenderei ad avallare questa considerazione/ipotesi.

Spesso la creatività non si manifesta in eterno e una certa lungimiranza forse non guasterebbe in previsione di una futura attività che gli auguro ancora lunga e proficua. Certo va dato atto a Wilson di aver saputo convogliare le migliori energie, indirizzi e risorse del rock e delle sue contaminazioni contemporanee sempre in modo oculato e spesso convincente, con coraggio ed originalità in una serie di progetti molto personali e spesso riusciti, potendosi avvalere di buone idee, buoni musicisti ed esecuzioni impeccabili. Forse, tuttavia, elementi non sufficienti a garantirgli indefinitamente la nitida bontà delle sue prime prove.

Antonio D’Este

© riproduzione riservata