SENZA UN GIORNO DI PACE. “Filippo IV. La malinconia di un impero”, di Aurelio Musi. Commento critico di Annarosa Maria Tonin

Diego Velázquez Ritratto di Filippo IV  da giovane. Olio su tela (201×102 cm), 1624 circa. Madrid – Museo del Prado

     “In questo libro si racconta la struttura bipolare di un’epoca malinconica riassunta nella biografia di Filippo IV”. Così scrive Aurelio Musi nell’introduzione a Filippo IV. La malinconia di un Impero (Salerno Editrice). Come un auriga attento ed esperto, l’autore dona nuova luce a una storia profondamente intima e personale, ma al tempo stesso pubblica e collettiva, destinata per secoli al giudizio e pre-giudizio e in “stretta relazione” con il trattato di Robert Burton, The anatomy of Melancholy, pubblicato nel 1621, lo stesso anno in cui Filippo IV d’Asburgo (1605-1665) sale al trono.

     Il suo lungo regno non avrà “nemmeno un giorno di pace”: la guerra dei trent’anni, rivolte e rivoluzioni, congiunture economiche opposte lo attraverseranno e l’auspicio di un rinnovato imperialismo attivo si rivelerà illusorio.

      “Nella condizione umana di Filippo IV si può leggere il disordine umorale che turbò il corpo sociale dell’impero asburgico e l’affezione saturnina dell’epoca barocca” – sottolinea Aurelio Musi – in cui “rovina e resurrezione, catastrofe e restaurazione, bipolarità, triste melanconia” abiteranno i palazzi del potere. Tuttavia, Madrid sarà anche il centro del siglo de oro nelle arti e nella cultura, l’apoteosi del Barocco, della società di Corte e del cerimoniale.

     Il ricchissimo volume ci presenta innanzitutto Filippo prima di diventare Filippo IV, el rey planeta, colui che avrebbe dovuto far uscire la Spagna “dalla condizione di disorientamento e disinganno” dell’epoca di Filippo III.

     La sua nascita era stata salutata “con straordinaria allegrezza e memorabili festeggiamenti” e i suoi nomi rappresentavano già un programma politico: Felipe, a indicare la continuità del principio politico-dinastico, Domingo, a confermare la fedeltà all’Inquisizione, Victor de la Cruz a perseguire la vittoria militare sotto il segno della Croce.

     Nel ricostruire l’educazione dell’erede al trono come principe cristiano, Aurelio Musi evidenzia i modelli di riferimento, gli strumenti, i metodi e gli obiettivi che i suoi precettori, mentori e consiglieri, ma soprattutto, Filippo stesso avevano privilegiato.

Juan Pantoja de la Cruz, Filippo IV bambino e sua sorella, l’Infanta Anna, 1607, olio su tela, Vienna, Kunsthistorisches Museum

     “Attraverso l’esercizio progressivo e una stoica disciplina” il futuro re aveva appreso in tre tempi l’arte di governare: assistendo dalle finestre ai lavori della struttura amministrativa, presenziando e, infine, imparando a leggere i documenti, che richiedeva originali, per poi intervenire.

     Duemila libri in volgare e cinquanta manoscritti divisi in quaranta materie sono la fonte principale riguardo l’educazione del principe; l’Indice dei libri della biblioteca della Torre Alta dell’Alcázar di Madrid, composto nel 1637, consente ad Aurelio Musi di sgombrare il campo dalla visione storiografica che descrive Filippo come un sovrano incolto ed eterodiretto.

     Egli riteneva la lettura per diletto o per studio lo strumento necessario per l’apprendistato. Inoltre, già re, fra il 1632 e il 1633 tradurrà in spagnolo i libri VIII e IX della Storia d’Italia di Guicciardini per apprendere la lingua italiana e migliorare la comprensione degli affari di una «parte principale, grande e stimata della mia Monarchia».

     Stimolato dalla voglia di conoscere, attraverso un percorso educativo, che aveva intrecciato diversi saperi, e una ferrea disciplina militare, Filippo da “principe maldestro e ignorante” si sarebbe trasformato in “esteta regale, simbolo di raffinatezza”, non senza una “ferma educazione cattolica”. Per la grandezza della Spagna, infatti, no se puede conservar el imperio sin la fe, scrivevano i Gesuiti.

Diego Velázquez, Ritratto di Filippo IV in nero, 1623, olio su tela, 198×101,5 cm, Madrid, Museo del Prado

     Nel 1621 Filippo era sposato da qualche anno con Elisabetta di Borbone (1602-1644), figlia di Enrico IV di Francia e Maria de’ Medici. Dotata di bellezza e personalità, saprà far convivere l’amore per il fasto, la devozione assai spinta e la pratica assistenziale. Sarà madre, provata dalle molte morti premature dei figli, moglie infelice, a causa delle numerose infedeltà del marito, mediatrice di una “diplomazia parallela”, grazie alla quale la sua fazione nominerà confessori, predicatori e altri funzionari di palazzo, governatrice-reggente.

     Il 1621 è anche l’anno in cui inizia il “regime Olivares”, un “blocco di potere capace di governare senza lasciare spazi alle infiltrazioni dell’opposizione”, che durerà fino al 1643. Aurelio Musi inserisce la vicenda personale e politica dell’Olivares in un completo, articolato, puntuale quadro comparativo del sistema politico spagnolo e degli schemi della lotta per il potere, dalla figura di Anton Pérez, segretario privato di Filippo II, al duca di Lerma, ministro privato o valido di Filippo III a Olivares, appunto.

     L’autore chiarisce che il rapporto tra Filippo e Olivares è prima di tutto un’amicizia, fondata su tratti comuni quali “la formazione intellettuale e le preoccupazioni riguardo la crisi monarchica”, ma anche sull’indiscutibile collusione di Olivares nella condotta dissoluta del sovrano nella prima parte del suo regno.

Diego Velázquez, Ritratto del conte-duca di Olivares a cavallo, 1634, olio su tela, 313×239 cm, Madrid, Museo del Prado

     Tuttavia, l’autore non ritiene convincente la tesi storiografica secondo cui sia stato un sovrano eterodiretto, poiché nella divisione del lavoro Olivares coinvolgerà costantemente Filippo nel governo e nel cerimoniale. Sarà il re stesso a desiderare “il servizio attivo al comando delle forze spagnole” con il proposito di riprendere l’idea imperiale di Carlo V.

     In questo contesto il pittore di corte Diego Velázquez ritrae Filippo IV a cavallo come Tiziano aveva ritratto Carlo V a Mühlberg. Le due opere erano collocate in due opposte pareti del Salon nuevo dell’Alcazar di Madrid.

     Oltre alle numerose residenze ereditate, Filippo IV farà erigere il Buen Retiro, inaugurato nel 1635, secondo i nuovi canoni dell’architettura italiana, con grandi gallerie e sale intercomunicanti, fra le quali il Salon de reinos, in cui collocare dodici grandi tele con imprese belliche, come La resa di Breda.

     In continuità con gli avi, il re non distinguerà fra mecenatismo e pratica politica; artista egli stesso – suonava la viola da gamba – sarà espressione di un “cattolicesimo edonista”, in cui lo spettacolo diventerà arte totale, inglobando “pittura, musica, danza, teatro drammatico”.

Diego Velázquez, Trionfo di Bacco, 1628-1629, olio su tela, 165×225 cm, Madrid, Museo del Prado

     Eppure, su Velázquez Filippo proietterà anche la sua flema, “il suo umore, quell’incertezza, quello stadio di sospensione dell’azione, di attesa indefinita dell’indefinibile, ricorrenti nel malinconico”.

     Nel 1621 Filippo IV, dunque, è salutato come “il medico di questo Stato” e nel 1622 acclamato come el rey planeta. Nel suo lungo regno lo sarà veramente? L’urto con la realtà e il naufragio della politica del conte-duca di Olivares condurranno al progressivo ridimensionamento della potenza spagnola, producendo una profonda trasformazione della personalità del re e del sistema politico, non tale, però, da assumere i caratteri della decadenza.

     Aurelio Musi, a questo proposito, sposa la tesi di Giuseppe Galasso, propenso a vedere solo nella pace dei Pirenei (1659) i primi segni del declino, non della decadenza, poiché, pur riducendosi il ruolo della Spagna in Europa e nella scena internazionale, i sottosistemi – Italia, Fiandre, Americhe – reggono. 

Diego Velázquez, Il principe Baltasar Carlos con un nano, 1631, olio su tela, 128×102 cm, Boston, Museum of Fine Arts

     Come già accennato, il re vivrà un profondo e tormentato mutamento psicologico.

     Baltasar Carlos, erede al trono, morirà a diciassette anni; tra il 1641 e il 1646 il re perderà il fratello Ferdinando, la moglie Isabella e il figlio amatissimo.

     «Ho offerto a Dio questo colpo che, confesso, mi tiene trapassato il cuore e in uno stato tale che non riesco a capire se quel che mi succede sia sogno o realtà» scriverà a suor Maria de Agreda.

     Le sfortunate vicende familiari e i travagli dell’impero caratterizzeranno la corrispondenza del re con la sua consigliera politica e spirituale, che durerà dal 1643 al 1665, “straordinario spaccato dell’intreccio fra pubblico e privato nella vita del sovrano, specchio riflettente della società del tempo”.

     Filippo accetterà le nuove morti premature dei figli, avuti dalla seconda moglie, Marianna d’Austria, come il “giusto e meritato castigo per la vita dissoluta condotta in gioventù”, in una continua “instabilità tra delirio e esperienza di colpa nei confronti della legge divina”.

Diego Velázquez, L’Infanta Margherita Teresa in azzurro, 1659, olio su tela, 127×107 cm., Vienna, Kunsthistorisches Museum

     Attingendo e citando le fonti primarie coeve e gli studi successivi, Aurelio Musi focalizza l’attenzione anche sui contributi novecenteschi, volti e superare l’antispagnolismo e ridare il giusto equilibrio all’uomo Filippo e al re. Lungo un excursus che va da Stradling a Elliott, da Galasso a Hugon, l’autore invita il lettore a “non lasciarsi sedurre” dai confronti con Filippo II, Olivares e Luigi XIV, che a Filippo IV hanno nuociuto. In lui “oscillano nobiltà e miseria, il siglo de oro e la dissoluzione biologica e morale degli Austrias”. La malinconia regge tutto ed è “cifra della sua vita”.

Diego Velázquez, Ritratto di Filippo IV, 1655, olio su tela, 69×56 cm, Madrid, Museo del Prado

     Gli occhi tristi e malinconici dell’ultimo ritratto rappresentano da un lato “il sentimento della colpa originaria, che non può essere interamente redenta dalla grazia, perché la corruzione è quasi trasmissione ereditaria”, dall’altro la convinzione anti-machiavellica che “la trasmigrazione degli imperi non dipende dalla fortuna, ma da Dio” e che “il carattere ciclico del tempo rende inevitabile la caduta di alcuni e la resurrezione di altri”.

     Ecco, dunque, che al lettore si renderà evidente quanto la malinconia di Filippo sia “metafora della malinconia dell’impero” ed “esito del vissuto conflittuale tra aspirazione di grandezza e oscura autocoscienza del declino”.

Autore: Aurelio Musi
Titolo: Filippo IV. La malinconia dell’impero
Editore: Salerno
Collana: Profili
Anno di pubblicazione: 2021
Pagine: 312 – 23,00 euro 

Foto di copertina: Diego Velázquez, La resa di Breda, 1634-35, olio su tela, 307×367 cm., Madrid, Museo del Prado

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Aurelio Musi ha insegnato Storia Moderna all’Università di Salerno. Membro della Real Academia de la Historia, è Condirettore di “Nuova Rivista Storica”. Ha svolto ricerche sulla storia delle istituzioni europee nell’età moderna, sul Mezzogiorno d’Italia, e sulla storia della storiografia. Ha pubblicato, tra gli altri, L’impero dei viceré (Il Mulino, 2013), Il regno di Napoli (Morcelliana, 2015), Storia della solitudine. Da Aristotele ai social network (Neri Pozza, 2021), Unità, disunità, malaunità. Miti, rappresentazioni, costruzioni storiografiche della storia d’Italia (Biblion Edizioni, 2021).

Annarosa Maria Tonin è nata a Vittorio Veneto nel 1969. Laureata in Lettere moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sugli inviati veneti alla corte di Rodolfo II d’Asburgo, è stata docente di Materie Letterarie e Storia dell’Arte nelle scuole medie e superiori. Curatrice di eventi culturali, collabora con la rivista trimestrale Digressioni e la libreria Tralerighe di Conegliano. Autrice di racconti, romanzi e saggi, ha pubblicato per Digressioni editore la raccolta di saggi “L’uomo nell’ombra. Storie d’arte, potere e società” (2019) e il romanzo “Anatolia” (2020).

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