Patrizia Laquidara. La CantaStoria del Mondo, di Elisa Padoan

 

All’Osservatorio del Re, in quel di Crocetta del Montello (Treviso), luogo storico e privato, dal quale Re Vittorio Emanuele III osservò l’inizio della Battaglia di Vittorio Veneto nell’ottobre del 1918, faceva decisamente freddo ed una grande luna abbracciava le presenze, imprimendo su di esse la sua duplice natura di luce ed ombra. E in questo surreale e sperduto trono di terra proiettato sulla valle sottostante, “Se si insegnasse la bellezza” – programma dell’8ª edizione di CombinAzioni Festival – ha fatto la sua tappa con una data intima, riservata alla voce di Patrizia Laquidara.
Lei si aggirava cauta, di lato, fino ad arrivare al palco ad armonizzare il silenzio con un soffio vocale che sembrava arrivare dal vento.
“Non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale, é così stanca e malata, potrebbe far male, forse é una grave imprudenza, é lasciarli in balia di una falsa coscienza. Non elogiate il pensiero che é sempre più raro, non indicate per loro una via conosciuta, ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita…”.
Patrizia Laquidara, cantautrice, scrittrice ed attrice catanese, trasferitasi nel nostro territorio veneto da giovanissima, ha all’attivo cinque album, numerosi singoli, molteplici partecipazioni ad importanti festival tra cui il Festival della nuova canzone siciliana, il Festival di San Remo del 2003 con la canzone Lividi e fiori, che vince il premio Mia Martini della critica, tour in tutto il mondo, una targa Tenco del 2011 per il Canto dell’Anguana.
Noite E Luar, brano in portoghese, contribuisce alla colonna sonora di Manuale d’amore di Giovanni Veronesi.
E sempre restando nella cinematografia, Patrizia prende parte al film Ritual – Una storia psicomagica, del 2013, diretto da Giulia Brazzale e Luca Immensi, inspirato al libro di Alejandro Jodorowsky La danza della realtà (nel quale l’artista cileno appare anche in un cammeo) e alla pellicola Le guerre horrende del 2017, sempre di Brazzale-Immensi, tratta dall’omonima opera di Pino Costalunga.

La potenza evocativa del suo intero essere é prepotente come un’armata di echi. C’è tutta la poesia della Terra che invoca attenzione, tutta la promessa del racconto del percorso, il petricore dopo una tempesta perfetta.
La sua musica attraversa il fado portoghese, la bossa nova, la narrazione musicale, il teatro, le campionature, la musica elettronica, quella balcanica, il realismo magico, il sincretismo sudamericano, la poesia, lo ska, la world music, il pop, la saudade, il folk, il paganesimo celtico, la mitologia germanico-scandinava, la metanarrazione e la storia del cantato autoriale e popolare del nostro Paese, chiamato Mondo.
Patrizia Laquidara é un personaggio complesso, dentro al quale abitano mille occhi volti in ogni direzione del tangibile e dell’intangibile.
Su di lei si potrebbero sciorinare centinaia di aggettivi senza mai riuscire a descriverla correttamente, perché la sua energia é in evoluzione continua seguendo le dinamiche della Vita.
Passa attraverso le memorie, regalando racconti per non dimenticare le origini, senza fermarsi in nessun luogo.
È un’anima antica che appartiene solo ai cantori dell’Universo.

 

 

In questo concerto Reading, la parola si è fatta musica, una narrazione  accompagnata dal bravissimo Davide Pezzin, bassista che si é prestato egregiamente al ruolo di chitarrista e, nel brano Tuyo di Rodrigo Amarante, anche a quello di cantante, evidenziando un’inaspettata voce roca e suadente in perfetto accordo con la malia sonora di Patrizia.
Ed ha  cominciato a srotolarsi la Storia, della quale si sono percepite le assenze di margini, perché un buon narratore adegua il suo dire al contesto, partendo da un Nord adottivo attraversando l’Italia a bordo di un ricordo pieno di bagagli, verso un Sud Universale, caratterizzato da dovizie descrittive paragonabili al flusso di coscienza joyciano, quando il suo spirito vola attraverso il mercato, la Piazza della Pescheria, tra i vicoli, sopra i tetti di Catania.
E rivela, quasi scostando un lembo di un vestito immaginario, l’epifania della sua passione per il canto come vibrazione del terreno, quella che lei chiama la sua “venuta al mondo”, trovata dentro ad una voce intrisa di sangue che usciva da una gola di un uomo dalle spalle enormi che, da dietro al bancone di un negozio, intonava “
Ciuri d’arancio, Ciuri a lu sbucciari, amaro all’omo ca fimmina cridi…” e che Patrizia ha trasformato sul palco in un’invocazione quasi sciamanica, accordando in maniera stupefacente i suoi movimenti alle frequenze della sua voce, rallentando il tempo come nella sospensione dell’incredulità filmica e facendo del suo intero corpo un unico strumento.

A fine concerto, ho l’onore di conoscerla. E mi appare fragile e splendente quanto una dea che passeggia in carni umane vestita del freddo di tutti.
Con la sua coscienza che abbraccia, mi concede il suo tempo per qualche domanda.

 

 

La tua voce é la natura che si manifesta col suo mistero. E il mistero resta in molti dei tuoi componimenti, come se applicassi la regola della giusta distanza insegnata dalle Anguane. Mi chiedo e ti chiedo se questa tua giusta distanza sia apotropaica o difensiva. Cioè, se il non detto” sia per te un messaggio in bottiglia destinato solo ai più meritevoli, ossia a coloro i quali abbiano la costanza, la determinazione, la curiosità e la passione, che connotano un vero interesse che preclude le cattive intenzioni”…

Nel lavoro svolto sulle anguane (Il Canto dell’Anguana, vincitore Premio Tenco quale miglior disco musica popolare 2011) la giusta distanza, inteso come quello spazio tra noi e l’altro, tra noi e l’opera, tra noi e un territorio, è il luogo misterioso dell’inaccessibile, in cui si può far nascere, coltivare e tenere in vita il desiderio. Non credo sia una distanza “difensiva” ma necessaria per far spazio allo stupore, che è contemplazione, visione del sacro, di quel qualcosa che sempre sfugge ma che allo stesso tempo ci chiama a sé.
Sono molto attratta dall’irraggiungibile, e anche da quel tempo sospeso e dell’attesa dove una cosa ancora non è manifesta, ma lascia intendere il suo profumo.
Amo anche il non detto, il suggerito, che è il contrario del pornografico in fondo. Invece di mostrare tutto, alludo, non mi piacciono le cose gettate in faccia, per questo desidero trattare il mio pubblico come un essere pensante a cui do fiducia: io faccio un passo verso di te, tu lo fai verso di me, è un percorso condiviso dove ci si ritrova nel mezzo. Non ho mai pensato di rivolgere un messaggio solo ai più meritevoli, è un pensiero che non mi ha mai nemmeno sfiorato.

Con te mi trovo in difficoltà ad elencare collaborazioni e citazioni, perché mi dai l’impressione di essere,  più che un frutto di contaminazioni ed ispirazioni, una vera viaggiatrice tra le anime e questa é una condizione molto più complessa del semplice, se così si può dire, interpretare. Io in te, vedo e sento, sempre, e non solo in questo spettacolo, la Storia, quella con la S maiuscola, la ricerca e tutta la difficoltà della ricostruzione dopo la decostruzione del sé precedente…

Hai ragione. In questo spettacolo c’è sicuramente ciò che chiami decostruzione e ricostruzione, che poi alla fine altro non è che trasformazione.
In Storie leggo dei racconti estrapolati dal mio libro, che sarà in uscita a breve con Neri Pozza. In questi racconti autobiografici compare nello sfondo e tra le trame dell’opera, non tanto una storia, ma la storia. La storia di un’Italia antica che va perdendosi, così come di un’infanzia che sprofonda in un luogo sempre più lontano. Compaiono le storie di persone che ho incontrato o di cui ho sentito raccontare. Persone che sono dentro di me perché fanno parte del mio albero genealogico e quelle incontrate nel quartiere vecchio di Catania quando ero bambina, oppure nel cortile dei giochi quando io e la mia famiglia d’origine ci siamo trasferiti al nord.
E poi c’è la mia storia che si intreccia con le altre e che sempre parla di mutamento. Niente di ciò che scrivo è inventato, molto è però trasformato.

 

Patrizia Laquidara in concerto a Roma con il chitarrista degli Arancia Sonora Tony Canto (dicembre 2005), ph Marco Medaglia – Wikimedia Commons

Ti conobbi con Dormi putin e mi innamorai della tua voce, della sua potenza evocativa, ma devo ammettere che con Mielato mi hai definitivamente conquistato. Sembra un brano che racconti una condizione prettamente femminile, la forza dell’arrendevolezza conciliatoria, la pazienza del gatto” per citare Anne Sexton, e tutto l’inferno dell’essere alle prese con il lutto del non essere amati nello stesso modo in cui si ama. Ho letto male dentro alle parole e mi puoi dire di più?

È un brano nato da un tradimento in realtà. Qualcosa di difficilmente gestibile allora che non sapevo bene come affrontare, una canzone nata da un dolore che facevo fatica ad arginare. Mi sono seduta al tavolo e ho scritto il testo sulla musica di Toni Canto. Mi ha guarita.

Le Rose spazza ogni aspettativa al fatto che la Bellezza venga trattata con gentilezza, al punto tale che si preferisce gettarla piuttosto che venga corrotta dalla sporcizia del desiderio di possesso. Com’è nato questo brano che hai compiuto in collaborazione con Fausto Mesolella degli Avion Travel?        

In realtà questo brano è un dono, un dono che Fausto mi ha fatto. Il testo non è mio, ma di un’altra donna, Silvia Lapi. Io l’ho solo suggerito, o forse è stata la mia voce a farlo…

E in merito ad altre collaborazioni, mi dici comé nata quella con Ian Anderson? Ricordo la bellissima L’acqua fioria

Ian Anderson ascoltò il mio disco Il canto dell’anguana  e se ne innamorò. Mi chiamò per chiedermi se potevo essere sua ospite durante i tre concerti italiani. Fu un onore per me stargli vicino, condividere il palco, la mia musica. Restò molto affascinato, mi disse, da una voce “giovane” che cantava cose in dialetto, dal carattere del disco che aveva il chiaro intento di mescolare tradizione e modernità, culture e popoli partendo da un luogo che è il microcosmo di Malo.

 

 

Mi racconti qualcosa in merito alla tua partecipazione al film Ritual e alla conoscenza con Alejandro Jodorowsky?

Ancora Il canto dell’Anguana. I registi Luca Immesi e Giulia Brazzale mi chiesero una canzone dell’album, Dormi putin, da inserire nel film come colonna sonora finale. Ci incontrammo e quando mi videro mi chiesero di fare una parte nel film. In verità all’inizio mi chiesero di recitare nella parte della protagonista. Non accettai, non mi sentivo pronta per quel ruolo. Ma per quello dell’anguana sì. E questo mi ritrovai a fare nel film. Avevo letto tutti i libri di Jodorowsky, partecipato a qualche sua conferenza dove l’avevo sentito parlare di psicomagia, tarocchi e albero genealogico. Quando lo incontrai sul set era davvero come aver visto il maestro. Per questo ne ebbi timore, un timore rispettoso, lo osservavo a distanza. Una sera a cena mi fece i tarocchi e parlammo a lungo. Fu un’esperienza molto intensa. Gliene sono ancora grata. Mi rivelò cose di me che ancora oggi mi sono preziose. Pensavo “Lui non fa i tarocchi, lui è il tarocco”.

Tu hai sempre cantato l’eterno femminino, l’ewigweibliche, fatto di accoglienza, accettazione, perdono e creazione… a quando il canto dell’altra faccia della Luna, quella di Temi, Ecate, Artemide e Medea, dee e maghe, che rappresentano il femminile offeso e vendicativo?

Non ho mai pensato al femminino e al suo potere come un elemento celestiale, mi verrebbe da dire mariano. Trovo che nel femminino in sé esistano la luce e il buio, sono elementi inscindibili. Nel lavoro chiamato Sirene L’ultimo incanto, un progetto teatrale dove collaboro con Anna Zago e Stefania Carlesso e che riproporremo a ottobre al teatro Astra di Schio, interpreto insieme alle mie compagne, il ruolo di Sirena. Essere spaventoso e incantatorio allo stesso tempo. Sono più attratta dal bello che dal buono, questo in tutte le cose che faccio e il bello è sempre pericoloso. Sto provando a scrivere una cosa su Circe, altro ruolo che avrò prossimamente in questo spettacolo. Circe è proprio questo, la furia, l’offesa, il maleficio che si mescola con l’amore e l’accoglienza dell’altro.

Mi piacerebbe conoscere qual è il brano, se c’è, che credi ti rappresenti di più, che sia tuo o d’altri.

Devo dire la verità? L’avvelenata di Guccini, e in questo momento più di sempre.

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Sorrido, come ogni volta che si incontra del sé nell’Altro e penso che tu abbia ragione Patrizia, come avrebbe detto il buon vecchio Francesco, hai “tante cose ancora da raccontare, per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!”.

Per i prossimi appuntamenti rimando al sito ufficiale:

https://www.patrizialaquidara.it/official/agenda/

* Un ringraziamento a tutto lo staff di CombinAzioni Festival ed in particolare ad Ermes Pozzobon per la collaborazione.

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Elisa Padoan (Italy, 1968) artista, scenografa, restauratrice e decoratrice. Ha esposto in varie locations sul territorio nazionale e ha collaborato alla realizzazione di installazioni alla Kunsthaus Tacheles a Berlino nel 1995. Ora è impegnata nella realizzazione di una raccolta personale di racconti ed illustrazioni per l’infanzia.

 

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