Nuria Schoenberg Nono, un intervallo aureo di novant’anni, con testi di Rossana Rossanda e Claudio Magris

Nuria Schoenberg al Festival della Politica di Mestre, durante la presentazione del libro Luigi Nono Caminantes (8 settembre 2021)

נוּרְיָא

a Nuria “la Luminosa”

 

Nuria Schoenberg Nono è certamente, tra le personalità del panorama internazionale nell’ambito della musica e non solo, una delle più conosciute ed amate e molto hanno scritto e raccontato di lei numerosi personaggi storici e di valore, narrando sempre di una generosa e operosa grazia nella sua instancabile opera di tessitura paziente e sorridente di una trama-ordito della storia musicale e culturale del Novecento, generata e ‘accordata’  su un ‘intervallo polare e aureo’ che risuona in forma compiuta,  dalla radice paterna di Arnold Schoenberg a quella del compagno sposo Luigi Nono.

Auguri Nuria!

Finnegans rende omaggio ai novant’anni di Nuria Schoenberg Nono con la pubblicazione, nella versione online, di due fra i numerosi e autorevoli contributi pubblicati nel 2002, quelli di  Claudio Magris e Rossana Rossanda, raccolti nel volume Happy Birthday to Nuria Schenberg Nono on May 7, 2002, realizzato dalle figlie Serena e Silvia Nono ed edito e curato da Annamaria Morazzoni.

 

 

Nuria alla Giudecca, con lo sguardo rivolto alle foto con suo padre, 2018

 

Con Schoenberg al tavolo dell’esilio
Los Angeles: fra gli oggetti
della “diaspora”
sfuggiti ai nazisti
di Claudio Magris

 

A Nuria con tanto tanto affetto

 

L’immagine della bontà è spesso collegata a un rapporto amichevole e confidenziale con le cose, a una rispettosa familiarità con gli oggetti, a un’attenta e sapiente capacità di maneggiarli con abilità, ma anche con cura e riguardo. La gentilezza rivolta alle persone, agli animali, alle piante si estende spontaneamente alle cose, al bicchiere in cui si infila il fiore; la bontà é anche nelle mani, nel modo in cui si tendono verso altre o prendono un portacenere dal tavolo. L’attenzione, è stato detto, è una forma di preghiera, il riconoscimento della realtà oggettiva, di un ordine, di confini: un modo di guardare al di là e al di sopra del proprio io egocentrico, di sapere che nessuno è il satrapo tirannico e capriccioso del mondo e può devastarlo a suo arbitrio, come ci accade in quei penosi e impotenti scatti di collera in cui, non potendo distruggere noi stessi, gli altri o l’universo, facciamo a pezzi il primo oggetto che ci viene a tiro. San Giuseppe o Geppetto hanno mani forti e buone, si muovono a loro agio fra gli arnesi della loro bottega. Quella bontà assomiglia all’autentico amore di chi bada all’altro e non si concentra sterilmente solo sul proprio desiderio; assomiglia all’infanzia, la cui fantasia si accende per un sasso o per una scatola di fiammiferi vuota, e assomiglia soprattutto all’arte, che non esiste senza questa sensuale, curiosa e scrupolosa passione per la concretezza fisica e sensibile dei particolari, per le forme, i colori, gli odori, una superficie liscia o spigolosa, la rivelazione che può venire dall’orlo di una risacca o dal bottone fuori posto di una giacca.
Tutte le cose e i materiali possono essere avvolti in questa luce, chiodi rugginosi, vetri di grattacieli o schermi di computer che si animano come la lampada di Aladino, ma soprattutto il legno ha una sua religiosa fraternità, forse per la stretta vicinanza alla mano che lo tiene e lo modella, per il piacere che dà al tatto, per l’odore vivo. Non per nulla il falegname è un’antica, mitica figura di protettiva bontà paterna, come San Giuseppe o Geppetto.

 

Arnold Schoenberg a Los Angeles nel 1948 (Wikipedia)

Anche il tavolo di lavoro di Arnold Schoenberg è zeppo dl oggetti, accatastati a profusione in quell’apparente disordine in cui solo chi li ha messi e dispersi a quel modo si raccapezza, ma che  –appunto per questo – é il vero ordine di chi vive e lavora, disponendo e organizzando la realtà. Su quel tavolo, alla rinfusa, ci sono quaderni, calamai, blocchi di appunti, fogli di musica fitti di note, matite, portapenne e libri, rullini costruiti ingegnosamente per appiccicare i francobolli o chiudere le lettere, un violino di cartone, complicate scacchiere escogitate da lui e diverse da quelle consuete, con bizzarri pezzi di scacchi, modelli e disegni delle celebri carte da gioco di sua invenzione, i quadratini di cartoncino colorato che gli servivano per studiare le possibilità combinatorie delle dodici note. Per terra ci sono stecche, piegacarte, seghe, martelli, utensili e marchingegni di vario genere. Nella maggior parte si tratta sia di oggetti sia di molti arnesi fabbricati da lui stesso, un po’ per necessità, un po’ per risparmiare, un po’ per gusto e piacere. Schoenberg si costruiva il suo mondo come Robinson Crusoe, tagliava segava e incollava, si faceva i cestini per la carta straccia o i cilindri per tenere penne e matite, avvolgeva con cura in striscioline di cartone i mozziconi di lapis per farli durare più a lungo.
Quel tavolo si trova a Los Angeles, all’Arnold Schoenberg Institute presso la University of Southern California. Si trova dunque nel luogo dell’esilio, dove si era rifugiato per sfuggire al nazismo; e non nella casa dove egli abitava – e dove ora abita uno dei suoi figli, Ronald – ma nell’istituto che raccoglie il ricchissimo materiale d’archivio messo a disposizione nel 1976 dai tre figli: seimila pagine di manoscritti musicali, letterari e personali, duemila volumi spesso ricchi di annotazioni autografe in margine, saggi e articoli, epistolari, fotografie, riviste, dischi e cassette, quadri, testimonianze di vario genere, dai fogli licenza durante la prima guerra mondiale a biglietti d’auguri, e documenti d’ogni sorta e di grande interesse, classificati e ordinati con chiarezza e precisione.

 

Nuria con il padre 

Ma quel tavolo non fa pensare all’esilio, allo sradicamento o alla lontananza, bensì alla casa, ai Lari, a una vita profondamente radicata nella famiglia, negli affetti, nell’ordine quotidiano. Quella calda miriade di oggetti – che fa sentire la vita d’ogni giorno, provvisoria e caotica ma indistruttibile nel suo appassionato fluire – dice la regalità sabbatica dell’idillio familiare ebraico, che nessun pogrom e nessuno sterminio possono distruggere. È la casa dell’ebreo della diaspora, il quale non ha patria ma ha una patria nel cuore che si porta sempre con sé e che niente può annientare; l’ebreo inserito nella tradizione, nella Legge, nel Libro, il quale, secondo la vecchia storia, quando lo vedono partire e gli chiedono se vada lontano, risponde talmudicamente con una domanda, ossia chiede a sua volta: “Lontano da dove?”, perché da una parte egli è sempre e dovunque lontano, ma dall’altra non è mai lontano dal suo centro di valori.
In quella stanza di Schoenberg, maestro e creatore di dissonanze, si avverte l’impronta dell’armonia, di un uomo vissuto nell’armon1a. È la stanza di qualche favoloso padre, nonno o zio che forse abbiamo avuto nella nostra infanzia, qualche personaggio di famiglia che magari combinava poco e i parenti guardavano con sospetto, ma che per noi era il mago che fa vivere le cose, trasformando pezzetti di carta in creature misteriose, costruendo teatri di marionette o Presepi con pastori e cammelli che si muovono nell’ombra.
Nuria Schoenberg Nono, la figlia che si prende cura in particolare del museo e sta lavorando a una biografia del compositore, mi racconta infatti dei semafori di cartone e di altri giocattoli immaginosi e complicati che il padre costruiva per lei e i suoi fratelli, o delle speciali grucce che egli faceva affinché la moglie Gertrud potesse appendervi le gonne in modo che restassero ben piegate e stirate; nel saggio scritto per accompagnare la pubblicazione delle incantevoli carte da gioco disegnate da Schoenberg, cinquantadue carte di un whist, Nuria ricorda come da bambina amasse starlo a guardare quando lui preparava i modelli per le sue invenzioni, sforbiciando piallando e appiccicando, e sentire l’odore della colla e della miscela di acqua e farina che il creatore di Pierrot Lunaire e di Moses und Aron rimestava in una pentola.
Più tardi, a cena in casa Schoenberg, ogni tanto i tre fratelli – Nuria, Ronald e Lawrence – ricordano giochi e compleanni, serate e battute in famiglia a tavola, moniti a far bene a scuola, scherzi e risate, con quella complicità fraterna che è il migliore, spontaneo omaggio a genitori che hanno saputo essere tali.

 

Arnold Schoenberg con i figli a Santa Monica (USA)

Guardando quel tavolo e ascoltando quelle storie, si pensa con invidia alla signoria che Schoenberg aveva sul tempo, al tempo che adoperava per tante, tante cose apparentemente di poco conto, anziché dedicarlo, come spesso avviene, alla febbrile amministrazione del proprio genio, le conferenze, le interviste, la promozione di se stesso, l’organizzazione culturale.
La grandezza di Schoenberg non sembra pesare sui figli, come vuole una retorica stantia e come del resto spesso accade; non li schiaccia, ma li potenzia e soprattutto li allieta, non getta un’ombra sul loro viso, ma una luce fresca e amabile, il chiaro e affettuoso sorriso col quale la figlia mi parla del papà. Dal loro volto, dal loro modo di essere, s’intuisce che ai tre figli Schoenberg, un grande dell’arte più alta e più rigorosa, deve aver dato quell’affetto che educa alla libertà, a sentirsi in armonia col mondo – nei limiti in cui ciò è possibile nella tragedia e nell’assurdità della vita.
La musica di Schoenberg si è calata a fondo, con spietata lucidità, in quella tragedia e in quell’assurdità dell’esistenza, nelle dissonanze del cuore, della storia e del destino. Senza l’esperienza della scissione e della lacerazione, senza avventurarsi come Mosè nel deserto, rinunciando alle consolazioni delle immagini rassicuranti, non c’è grande arte e non è neppure possibile dar voce all’armonia e alla gioia, autentiche solo quando passano attraverso la conoscenza e la consapevolezza della tragedia, altrimenti false e posticce. Il grande artista sa, come Kafka, che il suo compito è assumere su di sé il negativo e il male della propria epoca.
Ma questa discesa agli inferi non è affatto necessariamente fascinazione del male e rinuncia all’umanità. Non molto lontano da casa Schoenberg, e dalle grandi onde del Pacifico che si abbattono d’improvviso enormi sulla spiaggia, c’era la casa di Thomas Mann, anch’egli esule. Gli Schoenberg si recavano talora in visita dallo scrittore, ma i bambini, anche grandicelli, dovevano restare fuori, perché in quella casa non si amava troppo l’infanzia.

 

Arnold Schönberg con i suoi studenti Natalie Limonick, Endicott H. Hansen, Alfred Carlson, Richard Hoffman, ao, Los Angeles 1948 (Arnold  Schönberg Center, Wien)

Schoenberg rimase molto addolorato quando nel Doctor Faustus, per rappresentare la tragedia dell’arte contemporanea condannata a una perfezione priva di umanità e a suo modo intrecciata alla barbarie nazista, Mann identificò nella musica dodecafonica quest’arte grande, ma inumana e demonica. Naturalmente Schoenberg sapeva benissimo che, come ogni scrittore che inventa un personaggio, Mann aveva il pieno diritto di prestare al suo protagonista immaginario, Adrian Leverkühn, tratti o particolari suggeriti da altre realtà e da altre persone, senza pretendere di ritrarre oggettivamente queste ultime.
Il Doctor Faustus non presume certo di essere uno studio su Schoenberg, ma un romanzo. Ma la grandezza e la fama del romanzo possono indurre molti a ritenere che la musica di Schönberg sia effettivamente quella che Mann attribuisce al suo eroe infero. Ebreo e profondamente pervaso da un senso sacro dell’umano, Schoenberg non poteva non rattristarsi sentendo che la sua musica veniva in qualche modo connessa con l’esito finale e barbarico dell’involuzione della cultura germanica. Se Mann me l’avesse chiesto – disse alla figlia – avrei potuto inventare, per lui, una musica demonica e disumana che avrebbe potuto descrivere nel suo libro. Io non l’ho inventata, perché una musica di quel genere non mi interessava, la mia é un’altra cosa…
Fra molti malintesi, quello lo aveva amareggiato particolarmente. Ma Schoenberg, creatore di una musica radicalmente nuova e tante volte fraintesa, rifiutata e accusata nei più vari modi, aveva imparato a sopportare con tranquillità anche l’incomprensione dolorosa. “Chi ha avuto dal Signore Iddio la missione di dire qualcosa di impopolare – dice serena e profonda la sua voce in un discorso berlinese del 1931, che ascolto al museo – ha anche ricevuto da Lui la capacità di rendersi conto e accettare che, a essere capiti, sono sempre gli altri”.

[Corriere della Sera, domenica 22 ottobre 1989]

 

 

Nuria Schoenberg

 

A Nuria
di Rossana Rossanda

 

Venezia, anni Sessanta, finito il dopoguerra, una generazione nata nella Resistenza o appena dopo, spunta dalle fabbriche e dai cantieri, sono giovani operai, convinti di avere la storia dalla loro e decisi a conquistarsi lavoro e diritti, sono intellettuali che non stanno nella tradizione “nazional-popolare” della sinistra e nel realismo socialista – pensano che l’avanguardia e la nuova classe operaia siano fatte per crescere assieme. Si creano e si riconoscono. Venezia ne è un crocevia. Quadri politici e sindacali e artisti stanno assieme come in nessun altro luogo – i Romagnoli, i Chinello, i Granziera, e Nono, Vedova, Turcato, e un gruppo di giovani professori come Massimo Cacciari e Dal Co e altri accanto. Tutti finiscono la giornata nella casa di Nuria e Gigi Nono. 

 

Luigi Nono e Nuria Schoenberg Nono (Fondazione Archivio Luigi Nono, Venezia, © Eredi Luigi Nono)

Stava alla Giudecca, affacciata sulla grigiazzurra laguna sud un approssimativo lembo di giardino sull’acqua dove stava un grande cane con il quale parlavamo mentre Gigi a piedi scalzi trafficava sul gommone con il quale ci avrebbe fortunosamente portato – gonne dritte, calze e scarpette del tempo – fino ai gradini scivolosi della Ferrovia. Ci si arrampicava per le scale e trovavamo Nuria, che aveva già messo a letto le bambine, aveva interrotto sul telaio a maglia un vestitino blu o rosso per loro, metteva sul tavolo le grigie chioccioline di mare e la pasta, ma non aveva davvero l’aria d’un donnino casalingo. Era una ragazza snella e bruna, aveva parole brevi e occhi che ci scrutavano un po’ da lontano, ascoltava e interveniva con un suo accento fra veneziano e internazionale, reggendo senza apparente fatica una di quelle case che hanno i ricchi quando sono poveri e non gliene importa, tutto comodo e un po’ in disordine sotto una parete dove Silvia e Serena avevano diritto di scarabocchiare con grande evidenza quel che volevano: anche un vendicativo: Papà si mette le dita nel naso! Rispettando tutto il resto. Era un tatsebao, libertà e responsabilità – quella era Nuria. Non ricordo che venisse alle riunioni nella federazione del PCI, lavorava alla base, come si diceva allora, in quel quartiere ancora autentico – quasi strade oltre che calli e perfino qualche albero nei campi.

 

Venezia, 15 settembre 1964, dopo la prima esecuzione de La Fabbrica Illuminata (Da sinistra: Nuria Schoenbeg, Italo Calvino, Luigi Nono, Giuliano Scabia, Luigi Pestalozza, Toni Negri, Cichita Calvino, Martine Cadieu, Jean Paul Sartre, Rossana Rossanda, Massimo Mila) – © Fondazione Archivio Luigi Nono Onlus

Gigi aveva l’aria d’un ragazzo, i grandi occhi interrogativi, le parole impazienti, appassionate. Nuria aveva l’aria di sapere di più, forse con un filo di ironia, veniva da lontano fra noi provinciali e si scomponeva meno. Era la figlia di Schoenberg, mi dissero, e la guardai con venerazione – scheggia del grande mondo, quello che sfioravo nei libri e nei concerti, il meglio dell’Europa sopravvissuto al nazismo e alla guerra tra fughe ed esili, si chiamava Nuria perché non era nata né in Austria né a Berlino, né negli States, ma a Barcellona. Non imponeva né elargiva facilmente il suo sapere, si portava appresso quel patrimonio, a Gigi doveva avere dato molto, e non solo tenerezza, aperto molte strade, aveva tessuto l’esistenza sua e di lui e delle figlie. Non so che cosa pensasse di noi, che arrivavamo come gabbiani chiassosi, non si finiva mai di discutere, erano gli anni più belli, forse i soli felici dei comunisti italiani, passarono sotto i suoi occhi chiari e riservati. Era dopo mezzanotte che uscendo da quella casa o dall’osteria vicino alla Fenice ci spandevamo con scritte per Cuba o contro Franco per la città sonnolenta, o Gigi se la prendeva con pari energia con la politica che non capiva la sua ricerca e viceversa.

Poi le vicende politiche ci divisero. Gigi vacillò sulla invasione della Cecoslovacchia, non era meglio quel socialismo reale che la deriva a destra, non aveva scelto così Fidel? Gigi, Massimo Cacciari, Dal Co che mi avevano incalzato – ero allora a Botteghe Oscure, ma che fate, è troppo poco, che fa Pietro? – non approvarono la scelta del Manifesto. I rapporti si diradarono, ma non ci furono lacerazioni, ci volevamo bene. Gli anni Settanta furono pesanti quanto i Sessanta pieni di speranza. Nuria li resse con determinazione, Gigi creava a Wupperthal, lei faceva fronte a quei passaggi di generazione che furono anche passaggi radicali di storia, di modo di stare al mondo. La ritrovavo con un poco di grigio nei capelli, sempre attiva ed elegante, sempre con una casa aperta – stavolta ad Alghero – su un giardino appena sopra il mare dove i gerani lottavano per sopravvivere agli aghi di pino ed era piena di stanze, di letti e armadi e cartelli di raccomandazioni per essere allegramente usata e possibilmente non distrutta. Veniva a volte con le bambine, poi non furono più bambine, Silvia silenziosa e pensierosa, Serena dolce e complicata, e la gatta Luna. Allora trascorremmo molte ore parlando di noi stesse e delle malinconie e delle vicende della vita, nella grande vecchia cucina, cercando di non divorare troppo gelato distrattamente prodotto da qualche nuovo apparecchio. Il mondo di Palisades Avenue mi passava davanti: ci scambiavamo la rispettosa antipatia per Thomas Mann, mentre quando osservai, guardando una fotografia di Alma Mahler, che doveva essere stata tremenda, lei ribatté: non può essere stata tremenda se mio padre la stimava. Da allora Alma mi pare splendida.

 

Nuria con alle spalle alcuni dipinti della figlia Serena Nono

Ma Nuria non vive nel passato, non lo scioglie in nostalgia, né alimenta un presente tutto vivo e articolato, vi si muove dentro, è il suo mondo e lo conosce e lo frequenta e valuta e talvolta organizza. Allora si occupava del lascito del padre, lo riordinava come avrebbe fatto con quello di Gigi quando si spense, troppo presto. Mi sono sempre chiesta perché Venezia non abbia fatto di lei un cardine della iniziativa in musica, perché l’abbia lasciata sola a raccogliere, ordinare, archiviare e conservare un bene insostituibile – lei non se ne lamenta, ma noi italiani siamo stupidi e sciatti. Non è di grande conforto che anche Los Angeles si sia disfatta di Schoenberg, perché l’istituto costava troppo: che vuol dire troppo? È almeno un bene che sia tornato, Arnold Schoenberg in Europa. Che abbiamo visto i suoi quadri. Anche questo si deve a lei.

 

 

E tuttavia mi pare elusivo ritagliare la sua vita sul profilo di quelli che ha amato, capito, custodito – destino di donna, intenta più che a sé a sorreggere gli altri, nulla lasciare che perdano per maschile dissipazione o stanchezza? Una volta le dissi: perché non scrivi? e mi rimise a posto: “Ma io non faccio articoli, faccio una vita”. Non me lo scordo. Nuria ha fatto un capolavoro della vita, sua, delle figlie e del marito, io niente di simile. Ognuno fa un flash che per primo si presenta alla mente quando pensa ad altri pur a lungo frequentati: per me è Nuria che si allaccia la vita al collo, col gesto distratto e veloce con la quale la vidi una sera allacciarsi al collo l’abito lungo e uscire come una freccia, diritta e leggera, verso un mondo di cui conosce tutto e dal quale entra ed esce esigente e sorridente.

 

Rossana Rossanda, 7 maggio 2002 

 

Nicola Cisternino, Nuria e Luigi Nono con Bruno Maderna Caminantes, tecniche miste a collage su carta, cm. 29,5×42 (2021)

 

Nuria Schoenberg Nono, foto di © di Fabrizio Annibali

 

7 maggio 2022, auguri Nuria!

 

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