Luigi Viola: cose della vita / Things of life – Testi di Massimo Donà e Riccardo Caldura

OLTRE I CONFINI DEL SEGNO
Luigi Viola: arte e ricerca del ‘senso’ 
di Massimo Donà

     

       “Immaginava, o almeno aveva l’impressione, che avesse un grande potere di cui poteva servirsi per giungere nel cuore di questa verità che gli sembrava di avere continuamente davanti senza riuscire a renderla reale; ma di questo potere, per una negligenza incomprensibile, rifiutava di fare alcunché. «Perché non fa tutto ciò che potrebbe fare? » – «Ma cosa potrei fare?» – «Più di ciò che fa» – «Sì, senza dubbio di più; un po’ di più. – aggiungeva scherzosamente – Spesso ho questa impressione da quando la conosco» – «Sia sincero: perché non usa questa potenza che sa di avere?» – «Quale potenza? Perché mi dice questo? » Ma lui insisteva, con la sua tranquilla ostinazione: «Riconosca questo potere che le appartiene» – «Non lo conosco, e non mi appartiene» – «È appunto la prova che questo potere fa parte di lei”. Maurice Blanchot, L’attesa, l’oblio, trad.it., Guanda, Milano 1978, p. 37.

       Come ritengo sia sempre giusto fare, quando si riflette sull’opera di un artista, comincerei, anche in questo caso, prendendo in considerazione ciò che lui stesso dice (o scrive) e si propone di fare.
       Nel catalogo della bella mostra antologica che il Comune di Venezia gli ha dedicato nel 2010, ed è stata ospitata dagli spazi del centro culturale Candiani, Luigi Viola afferma sin da subito come sia ormai inconfutabile il fatto che nel presente l’arte non possa più essere trattata come una questione formale, ossia di linguaggio, ma ‘debba’ piuttosto tornare a riconoscersi nel “dispiegarsi poetico di un’anima”; in altre parole, Viola ritiene che “la singolarità artistica passi oggi di nuovo attraverso i contenuti”.
       Affermazione non di poco conto; con la quale il Nostro sembra contrapporsi a quella che sarebbe stata una delle più potenti e ‘definitive’ acquisizioni del moderno. Con le rivoluzioni prodottesi a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, infatti, l’universo dell’arte si era definitivamente liberato da qualsiasi vincolo mimetico nei confronti del mondo e dei suoi contenuti determinati. Tanto da rendere l’espressione artistica sempre più radicalmente libera da legami di qualsiasi genere con tutto ciò che fa, della vita, una grande, ma spesso ridondante, narrazione. Con la sua logica, la sua coerenza, i suoi inciampi e le sue idealità.
       L’arte, cioè, si sarebbe finalmente liberata dall’orizzonte pratico che l’aveva sempre resa instrumentum regni; in ogni caso utilizzabile per le finalità più diverse… nobili o ignobili che fossero. Per lasciare campo libero al sempre più prepotente dominio di una rigorosa, nonché inviolabile, ‘astrazione’. In virtù della quale sarebbe stata comunque offerta la possibilità di trascendere i limitati confini di una semplice corrente artistica, come quella corrispondente alla definizione di ‘arte astratta’.
       L’arte si sarebbe affidata ad una sorta di neutrale ricerca di equilibrio e armonia, fondata su una libera necessità del tutto indifferente alle istanze individuali o collettive che in passato avevano non di rado sostanziato ciò che sarebbe comunque rimasto ancorato a un’accezione eminentemente formale della ricerca.
       Ora, però – ci dice Viola –, è tutto cambiato.
       E d’altronde non poteva che esser così; da tempo ci si stava rendendo conto che tutto era ormai stato sperimentato, quanto meno a livello specificamente formale. Se è vero che il linguaggio visivo, come dice l’artista feltrino, “è da tempo esploso ben oltre i confini del segno, dell’immagine, della parola, del corpo, della tecnica, dell’ambiente, del contesto…”.
       Sì da diventare un vero e proprio “universo eterogeneo e complesso” fatto dei “tanti possibili mondi e modi in esso inclusi”.

Looking for Emmet, 29 5772 – Agosto 17, 2012 Action. 3 Nof Yam, performance, Tribute to Emmett Williams, Sol LeWitt, Dennis Oppenheim, Nancy Spero, Tel Aviv, (Photo Eitan Vitkon)

       Ma è davvero credibile che Luigi Viola abbia deciso di contrapporsi a tale destino per collocarsi, da ultimo, in una posizione di semplice retroguardia?
       Difficile esserne convinti, conoscendo sia l’uomo che l’artista, sia l’intellettuale che il credente, protagonisti tutti di una quanto mai ricca, sfaccettata e stupefacente vicenda creativa. D’altro canto, già Marcel Duchamp s’era proposto di dimostrare come anche in passato il “coefficiente di artisticità” (espressione che l’artista francese utilizza in una straordinaria conferenza del 1957) fosse riconducibile ad una incommensurabile “X” destinata a misurare (sia pur fantasmaticamente) il semplice scarto tra intenzione e risultato del fare artistico.
       Insomma, il fatto è che anche là dove avesse continuato a riempirsi di contenuti, non temendo di doverlo fare – non temendo cioè di rendere ancillare un elemento formale che sarebbe rimasto comunque centrale –, l’arte avrebbe potuto riconoscersi perfettamente autonoma rispetto a qualsivoglia contenuto (per lo scarto appena evocato).
       Ma proprio per questo, anche per Duchamp, come per Luigi Viola, la questione dirimente sarebbe rimasta quella dell’individuo.

Mein geliebter roter deutscher Sessel, 2019, archival pigment su carta, 60×90 cm.

       Qualcosa che non dice né ‘forma’ né ‘contenuto’, ma lo scarto tra l’uno e l’altra. E che verrà sì a disegnare qualcosa come una negazione del contenuto, ma mai nei termini di una semplice cancellazione di quest’ultimo; ovvero come cancellazione della ricchezza che caratterizza il percorso costituito da qualsivoglia esperienza individuale.
       In una famosa intervista rilasciata a Johnson Sweeney, infatti, l’artista francese ebbe a dire: “io credo che l’arte sia la sola forma di espressione attraverso cui l’uomo in quanto tale possa manifestarsi come individuo”1.
       E cosa, se non l’individualità, in tutta la ricchezza delle sue implicazioni semantiche, viene chiamata in causa là dove ci si appresta a riconoscere che, al presente (eravamo nel 2010 – ma credo valga per lui ancora oggi, nel 2020), il proprio lavoro è soprattutto caratterizzato da contenuti “capaci di precisarsi ancora una volta come fattori generativi di nuove pulsioni emotive, come ingresso nella mia coscienza di valori e temi in grado di muovere idee e sentimenti soggettivamente inesplorati, di rilanciare verso mete impreviste la tensione interiore che muove il fare2?

Faust erster Teil 13 Fragmente, 2018, video 24′ e stampa Giclée su carta, Faust Festival, Munich

       Dire “individualità” significa infatti evocare tutto il complesso magma di cui è fatta la vita di ogni essere umano; vale a dire, tutte le sue pulsioni emotive, i suoi valori, le sue idee e i suoi sentimenti… sentimenti spesso inesplorati, di cui dovremmo diventare sempre più consapevoli; e di cui solo l’arte può favorire una illuminante o rivelatrice messa a fuoco.
       Che non può servire solo a mostrarcelo, questo magma, e tanto meno a descriverlo o illustrarlo, ma piuttosto a rilanciarlo verso mete sempre nuove e soprattutto “impreviste” – come han da essere tutte quelle che nessuna astratta e ordinata progettualità saprebbe controllare e tanto meno guadagnare in modo razionale o finanche ben calcolato.

Da sinistra, Alice (trittico), 1977, fotografia, vetro sabbiato, 29,5×40,5 cm cad. – Little portrait on the motorship to Torcello, 1981, oro e acquerello su fotografia, 25×25 cm.

       Non a caso, uno dei temi che, soprattutto dopo il 2000, doveva rivelarsi particolarmente caro a Viola è quello del “viaggio”. Un viaggio concepito, appunto e quasi sempre, come “erranza”. Un viaggio che sarebbe valso tanto come metafora del percorso conoscitivo (sulla falsariga di quello di Odisseo) – o dell’esperienza concepita come divagazione incerta in un mare aperto che non offra sicuri appigli e tanto meno ancore di salvezza –, quanto come fuga dal pericolo, dall’indigenza… ma anche come diaspora vissuta quale esperienza di vera e propria perdita dell’origine. Come una sorta di disseminazione senza ritorno. Verso un dove sconosciuto che dovremmo comunque continuare a cercare.

Front of the Ocean corrupted pic, 2017, laserprint plexiglass / alluminio, 150×60 cm.

       Per questo l’Adam doveva continuare a rideterminare, trasformare e perfezionare un mondo comunque già perfetto – come quello consegnatogli nel settimo giorno dal Creatore.
       Che poi è quello che fa ogni vero artista; sempre che sia consapevole del fatto che proprio questo è il suo compito primario: mostrare una perfezione che egli potrà solo contribuire a portare alla luce.
       Una perfezione che, comunque, al contrario di quanto riteneva la forma mentis
ellenica, non riposa nel definitivo o nel già compiuto, cioè nella mortifera quiete di un già-da-sempre ‘risolto’, ma piuttosto nell’entusiasmo di quanto è solo in nostro potere vivificare e far progredire.
       Verso una fine sempre di là da venire; ma che, proprio in questa sua costitutiva irrisolutezza, può anche sembrare già sperimentata… anche se in un inesperibile ‘passato’ – determinando in ogni caso la vertigine connaturata ad ogni promessa non ancora delusa.
       Ecco quel che accade – sia pur in forma sempre diversa (come è giusto che sia, perché ad ogni cosa il suo tempo – come dice il Qoèlet: se è vero che c’è un tempo per nascere e un tempo per morire, così come c’è anche un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per stracciare e un tempo per cucire…) – nel viaggio disegnato dalla ricerca artistico-intellettuale di Luigi Viola. All’insegna della lucida consapevolezza del fatto che, solo facendosi carico di tale processo, ed accettando una sfida che sarebbe stata necessariamente radicale, ci si sarebbe potuti approssimare alla vastità del sacro, inteso come inesausta interrogazione sul senso”.

Da sinistra, D’aure pestifere, 1996, tecnica mista su tela, 180×270 cm – Oltre il fronte: segni di pace sull’Isonzo, 2017, stampa tattile a rilievo su plexiglass, trittico, 80×180 cm.

       Così si esprime infatti l’artista feltrino nel testo già citato (quello compreso nel Catalogo della Mostra curata da Riccardo Caldura). Mostrandosi perfettamente consapevole almeno di un fatto: che proprio questo bisogna impegnarsi a fare, in quanto artisti. In quanto soggetti chiamati a trasfigurare la pesantezza di una storia passata da cui mai ci si potrà liberare (per fortuna? per disgrazia?… ognuno dia la sua risposta), ma che proprio agli artisti spetta appunto rigenerare, facendo affidamento ad una vastità talmente smisurata da non lasciarsi in alcun modo ridurre a semplice determinazione dello ‘spazio’. Solo al tempo essendo propriamente concesso farsi vera e propria icona di una reale, nonché sconvolgente, esperienza del Sacro.

Da sinistra,  Asperges me Domine, 2005, videoinstallazione, Abbaye Fontevraud –  Pater generans. Homage to my father, 2001, air-jet computerizzato su tela intonacata, 140×200 cm.

       Viola sa di dover pro-cedere verso lo “sconfinato” che tutti ci attende; e sa anche che questa è sempre stata la meta indicata dai vari passaggi che hanno costellato e scandito la sua vicenda esistenziale.
       Sa che tutti i diversissimi contenuti di tale vicenda – fatta, come ogni esistenza individuale, di errori, inciampi, scoperte ed entusiasmi, delusioni e dolori, tenacia e sconforto (nessuna declinazione psichica essendogli semplicemente ignota) – erano già da sempre rivolti al territorio illimitato in cui non vi sarà più spazio… perché spazio sembra potervi essere solo là dove un limite sia in qualche modo tracciabile.
       Essi, cioè, stavano già ad indicare, e ben più propriamente, un “tempo”. Come sanno bene i rabbini e tutti i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, infatti, solo nel tempo può venire annunciato Colui del quale mai potremo farci un’immagine.
       Perciò i contenuti dell’esperienza diventano, in virtù della ricerca artistica, testimoni di un’inafferrabile promessa, che, per quanto indefinibile e inoggettivabile, ci muove e ci guida, incoercibile, verso un eschaton decisamente liberatore.

Da sinistra, Grund – Grab, 1978, installazione: cemento, pietre, fiori di plastica, creta, 180x80cm; realizzazione finale 1994: foto, ferro, rame, bitume, 186×56 cm.  – Grund – Grab, 1978, installazione: cemento, pietre, fiori di plastica, 180×80 cm; realizzazione finale 1994: foto, ferro, rame, bitume, 186×56 cm. –  Grund – Grab, 1994, rame, ferro, plexiglass, bitume, fotografia, t.a.c., 186×56 cm.

       D’altra parte, di cos’altro può farsi testimone l’opera d’arte? O meglio, qualsivoglia esperienza estetica?… sia essa riconducibile a qualcosa come un’opera o risolvibile nella semplice testimonianza dal e dell’esilio.
       Di cos’altro può farsi testimonianza, se non di un plesso non sempre elementare di ragioni… capaci di alimentare e vivificare qualsivoglia inesausto operare? E di consegnare le sue determinazioni, sempre anche accidentali, ad una luce che, sola, sembra in grado di redimerle… facendole diventare stelle di un eterno e solo per ora inaccessibile firmamento. Fatto di luci, presagi ed entusiasmi; come quelli che solo l’arte ha saputo sinora donarci; e che potrà tornare a donarci proprio grazie ad opere come quelle che Viola è riuscito a seminare nel corso di un’esistenza sempre intensamente segnata dalle domande che hanno reso grande l’umanità.

Tide, 1985, acrilico su tela e oro, 170×230 cm.

       Come tutti i grandi protagonisti dei secoli precedenti (ma soprattutto del diciannovesimo e del ventesimo secolo), comunque, neppure Luigi si limita a rappresentare i contenuti o le vicende che può essergli capitato di vivere; piuttosto, ne trasfigura la spesso scomoda insignificanza, intensificandone, per quanto possibile, il comunque flebile significato – sì da poterlo offrire ad una pienezza non riconducibile se non al ‘senso’.
       Ecco perché, nelle sue opere – realizzate, nel corso degli anni, con le tecniche più diverse e i più disparati materiali –, continua a riemergere l’esperienza vissuta, così come rivedono la luce i drammi e le gioie personali, ma sempre anche le grandi tragedie dell’umanità, i suoi inabissamenti, dai pogrom di un lontano passato sino alla più recente Shoah.

Polish Archeology, 2010, air-jet su vetro, 132×141 cm.

       Scene quotidiane, piccoli gesti ipostatizzati e trasformati in irrinunciabili testimonianze amorose, sguardi distratti costretti a farsi semplici, ma ténere richieste d’attenzione.

Double portrait corrupted pic, 2017, laserprint plexiglass / alluminio, 120×90 cm.

       Certo, Luigi sa bene che la notte ha creato i mille mostri da cui ci sentiamo costantemente braccati, ma sa anche che la lotta ci reclama e ci vuole sempre, ancora e di nuovo, battaglieri.
       Con questo spirito egli cattura le luci della città, i colori del mondo, ne ridisegna i contrasti cromatici; accoglie le figure realizzate da una natura capricciosa, ma non di rado originale.

Faust erster Teil 13 Fragmente, 2018, video 24′ e stampa Giclée su carta, Faust Festival, Munich

       E, sempre con il medesimo spirito, continua a spiare, furtivo, gli abitanti della città, a inseguirne i subitanei volteggiamenti; così come si premura di inseguire le curve del vento, di fissare negli occhi la neve e di accarezzare l’erba di un prato,

Snowy Mountain corrupted pic, 2017, laserprint alluminio, 75×100 cm.

ma soprattutto di scrutare i segreti dell’acqua – elemento particolarmente caro, quest’ultimo, all’attitudine creativo-contemplativa dell’artista feltrino, che sembra bramarne la trasparenza, la fluidità, l’inafferrabilità, ma soprattutto la contraddittorietà (come quella che conviene all’acqua del fiume… che non è mai la stessa, eppure è anche sempre la medesima); ma anche la valenza purificatrice e rinfrescante, per quanto sempre anche imprendibile e sostanzialmente indomabile. Talvolta finanche devastante, sognante e quasi sempre riflettente; mobile, ma non di meno stabile… e in ogni caso capace di affidarsi al melanconico, nonché insistente, brusio di vaghe onde biancastre.

Da sinistra, Ydor, 2016 installazione con pietre di fiume incise, lavatoio storico in pietra, Genova – Thermal pool corrupted pic, 2017, laseprint plexiglass / alluminio, 120×90 cm.

In ogni caso, Luigi ha a cuore anche le pietre, i fiori, i sassi, la sabbia, il cielo e le nuvole… così come i borghi luminescenti, le cupole risonanti – e accarezza con lo sguardo mura scrostate, ma anche giostre mirabolanti.

Pirates’ ship corrupted pic, 2017, laserprint plexiglass / alluminio, 75×100 cm.
       Tutto, tutto… sì, ogni determinazione viene lanciata a velocità della luce oltre il contesto da cui è stata estrapolata, strappata, separata… e fors’anche ‘santificata’.

       Ma nessuno di questi contenuti fungerà mai da banale tassello di una memoria semplicemente personale, per quanto intensamente affettiva… e soprattutto allenata; novello Faust, il nostro creatore – intento a registrare, dipingere, fotografare e assemblare, a disegnare, tagliare, frammentare e cucire – non si racconta, dunque, ma si offre in sacrificio sull’altare dell’arte. Evocando una bellezza che non si ritrae, che non teme l’effetto allucinatorio di cui s’è fatta talvolta consapevolmente responsabile – ma lo produce, finalmente.
       E lo fa provocatoriamente; anche per farci riconoscere la promessa in virtù della quale tutto quel che è stato ha in verità sempre ancora da essere; da rinascere, risorgere… crescere e perfezionarsi. Forse anche solo per consentirci di ricominciare, magari con inedite sfumature, o da spericolate prospettive, affinché tutte le immagini della memoria possano farsi icone di un possibile Paradiso, o quanto meno “irrinunciabili strumenti di riscatto e affermazione”.
       D’altronde, la terra promessa è sicuramente confinata là, in fondo alla via, indicata e suggerita da tutte le opere, i momenti, le emozioni e le visioni che, da vero artista, Luigi è riuscito a trasfigurare e generosamente consegnare a chiunque abbia capito che, forse, si tratta di compiere ancora un ulteriore passo.
       E che, molto probabilmente, così come non si tratta di costringere la forma ad esprimere adeguatamente un determinato contenuto, tanto meno si tratterà di rendere la medesima capace di esprimere quell’unico contenuto costituito da essa stessa; perché è piuttosto il contenuto (qualunque esso sia) a poter esprimere, in quanto tale, la forma che di volta in volta il medesimo riuscirà a disegnare… e per ciò stesso, provvidenzialmente, fors’anche a liberare.

       “Il Magghid spiegò: “Come i padri hanno istituito un nuovo servizio – ciascuno un nuovo servizio secondo la propria natura: l’uno quello dell’amore, l’altro quello della forza, il terzo quello dello splendore – così noi, ciascuno secondo la propria modalità, dobbiamo istituire del nuovo alla luce dell’insegnamento e del servizio di Dio; e non fare il già fatto, bensì quello ancora da fare”. Con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo e unico… ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo”.
Martin Buber, Il cammino dell’uomo, trad.it., Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (Bi) 1990, pp. 26-27

Note
1. 
Marcel Duchamp, Scritti, trad.it., Abscondita, Milano 2005, p. 160.
2
Luigi Viola, Ubi consistam, in “Viola. Opere 1970-2010″, Galleria Contemporaneo, Mestre 2010. Sempre dal medesimo saggio sono tratte anche le successive citazioni.

Deutsche Nacht mit Radio, still video 6‘, 2019

Paesaggi quotidiani fra immagine
e parola

di Riccardo Caldura

 

       Ero al liceo quando ho conosciuto Luigi Viola, dunque molti anni fa. Luigi era un giovanissimo docente di italiano, anche se non il mio docente, fresco di nomina dopo la laurea in lettere moderne conseguita a Padova. Credo di averlo conosciuto in occasione della settimana di ‘didattica alternativa’ che si organizzava allora, così da non risolvere nella frontalità delle sola protesta il non semplice rapporto con l’istituzione scolastica in quel periodo. L’occasione è stata certamente la poesia, Luigi mi ha parlato per la prima volta di quella sperimentale, la poesia visiva, ambito nel quale era attivo. Mi ha prestato delle riviste e delle pubblicazioni, ricordo i nomi di Lamberto Pignotti, Franco Verdi, Adriano Spatola, e la sorpresa di quelle particolari soluzioni.
       Mi si è aperto un mondo, era un altro modo di concepire la relazione con la parola, introducendovi l’aspetto della visività, come se una parola fosse non più solo da leggere. Poco tempo dopo, finito il liceo e iniziata l’università, questo interesse si è tradotto nel praticare la fotografia, abbinandola alla parola. Anche in questo caso è sempre stato Luigi ad avermi parlato di narrative art, di concettualismo, e di avermi fatto vedere i suoi lavori e il suo modo, poco ‘fotografico’, di utilizzare artisticamente quel mezzo. Ho visto i suoi video, prodotti dalla galleria del Cavallino, e ho iniziato a frequentarla per quel che potevo. Anche solo per vedere le vetrine con le opere che vi esponevano, o entrando per acquistare una delle loro pubblicazioni.
       La mia relazione con Luigi Viola, è una relazione nella quale l’esser amici e discutere d’arte è sempre stata una cosa sola. Tra l’altro mi ha aiutato a comprendere una sorta di bisogno di espressione che mi accompagnava durante l’università, e che vedeva nella diade composta da immagini (soprattutto di matrice fotografica) e brevi testi, un punto intorno a cui riflettere, sperimentare, starsene in camera oscura per poi magari partecipare a qualche collettiva alla Bevilacqua La Masa. Fa bene fare arte, almeno per un periodo della propria vita, perché è un modo di toccare con mano quello su cui si sta riflettendo; tutto diventa più vicino, più diretto. Forse non si risolve il problema che premeva, ma resta dentro l’esperienza di averci almeno provato. Luigi, per me, è stato in quegli anni, ed è ancora, soprattutto questo: riflettere e sperimentare, proporre soluzioni in grado di considerare il flusso sinestetico del proprio rapporto con il mondo, prendendo consapevolezza della propria reattività. In fondo il lavoro di Luigi andava a toccare qualcosa che mi interessava molto, che mi riguardava: come dare forma a quel flusso, senza cesure fra vedere, riflettere, ascoltare, scrivere, reagendo in modo tale da poterlo comunicare ad altri.
       Non so se mi sono mai sentito un artista, probabilmente no, ma sono certamente molto grato a Luigi Viola per avermi stimolato a capire che anche una sola singola lettera, apre una finestra non solo sulla poesia (dalla quale ero partito) ma sulla APOESIA, radicale svuotamento di quel che di illusoriamente consolatorio poteva avere la poesia; rifiuto rivolto ad un eccesso di stimoli dall’esterno che produceva abulia, acefalia, afasia (scritte a mano in corsivo).

Apoesia, 1970, inchiostro e timbri su carta, 16,3xx11,8 cm.

       Nel 2010, quando mi sono trovato nella condizione di organizzare e curare una mostra di Luigi Viola al Centro Candiani, ho rivisto i suoi primi lavori, compreso il piccolo foglio con quella sequenza di quattro negazioni, tre scritte in corsivo e una timbrata, l’unica in caratteri maiuscoli. È stato un po’ ritrovare il cosiddetto bandolo della matassa, le fasi iniziali di una carriera artistica, quella di Luigi, e un po’ anche il mio percorso che in fondo non si è mai effettivamente allontanato troppo da quel punto di contatto fra immagine e parola. APOESIA è un lavoro del 1970, un inchiostro su carta di piccole dimensioni (cm. 16.3×11.8), Viola era poco più che ventenne, essendo nato a Feltre nel 1949. Alcune lettere singole le avrei ritrovate in altre carte di quell’anno, ingrandite e diventate elementi basici di una indagine intorno alla propria relazione con la realtà a partire dal proprio nome, cioè da un principio ‘burocratico’ di identità, che veniva snaturato dalla sua funzione di riconoscimento, per evidenziarne il sotteso valore formale, in un modo che ricordava le sperimentazioni verbo-visive della poesia concreta. Più tardi quel medesimo lavoro su carta sarebbe stato riproposto su lastre di plexiglass di 1m x 1m (Viola, 1970-2007).

Da sinistra, Viola, 1970, caratteri adesivi su carta, 11,2×16,8 cm. –  Viola, 2007, caratteri adesivi su plexiglass, 100×100 cm.

       Non è davvero riassumibile un percorso artistico pluridecennale, richiamare quegli inizi può essere utile solo come una individuazione di matrici concettuali quanto poetiche e relative soluzioni formali. Per Luigi Viola l’approccio al mondo è soggettivo, gli elementi da cui iniziare sono dati: il nome, il nominare, il corpo fisico e la sua estensione sensoriale, la consapevolezza che non vi è comunicazione possibile se non attraversando il problema della forma. Da cui derivano due elementi in costante relazione: l’uno dato dal proprio essere un recettore, aperto a quel che accade fra sè e il mondo; l’altro dato dalla sorveglianza degli strumenti in grado di comunicare il modo della propria reazione a quanto si viene recependo. Quella che può essere definita la fase concettuale del lavoro di Luigi Viola nei primi anni della sua attività è caratterizzata da una verifica analitica degli strumenti: la scrittura innanzitutto, considerando le forme che può assumere quando si ‘oggettiva’, quando si fa ‘cosa’, quanto la riflessione sul medium. In questo senso sono esemplari: Temporidentitas (1977), e Video as no video (1978).

Da sinistra, Temporidentitas, 1977, performance e video b/w sound 10′, Galleria del Cavallino, Venezia –  Video as no video, 1978, video b/w and colour sound 3′

       Il visivo della parola ne rappresenta l’emancipazione dalla dimensione inconsapevolmente cieca della leggibilità per scoprirne il valore iconico. Ne consegue l’attenzione alle modalità di esposizione della parola: sequenze seriali ripetute; macrodimensionamenti delle lettere e neutralità del supporto (plexiglass); utilizzo del corsivo per esprimere la dimensione più intima e privata (The Fall, 1978);

The fall, 1978, narrazione fotografica e scrittura, 62,5×104 cm.

la parola scritta sul corpo che marca la funzione simbolica delle sue parti (Renaissance, performance del 1975); oppure sovrapposta all’azione ripresa da una videocamera, generando una sorta di tautologica ridondanza verbo-visiva (5’ writing, video b/n, sound, 1977).

Da sinistra, Renaissance, 1975, performance scrittura su corpo, Venezia – A 5′ writing, 1977 performance e video b/w sound 5′, Galleria del Cavallino, Venezia

       La riscoperta dell’iconico della parola, implica anche il suo rovescio, cioè la considerazione della scrittura invisibile che scorre fra le immagini. Non cambia molto, se non per quel che riguarda le linee interne di un percorso artistico, se l’immagine è ‘fatta a mano’, cioè dipinta, o se è generata da un dispositivo tecnico (apparato fotografico o video). Quel che conta è che l’immagine sia avvertita come una ‘scrittura’ possibile: dal concettualismo di A-tra-verso il Nero (1976), al valore informale ed evocativo delle superfici (Rose body of poetry, 1975), fino a The breath of the word (2010), opera legata agli anni nei quali viene maturando il confronto con la grande tradizione dell’ebraismo.

 

A’tra/verso il Nero, 1976, scrittura con trasferibili, 120×80 cm cad; installazione: fotografie e voce su nastro magnetico, Galleria Duemila Bologna – Galleria Tommaseo Trieste, 1977
Da sinistra, Rose body of poetry, 1975 acrilico e letraset su carta, aprox. 70×100 cm. – The breath of the word 3, 2010, aerografo computerizzato su carta, 100×100 cm.

       Confronto ritrovabile nelle molte opere, e realizzate con diversi media, prodotte nell’ultimo decennio, nelle quali è evidente il richiamo alla scrittura, all’alfabeto, quanto alla simbologia (Magen David con girandole, 2014) della cultura ebraica. Si tratta di un confronto che si proietta sul piano della stessa contemporaneità, come avviene, ad esempio, in Matzah Target del 2015, opera ispirata agli attentati antisemiti in Francia e in Europa. Nondimeno nei lavori dell’ultimo decennio vi sono degli elementi di profonda continuità con le ricerche degli anni Settanta a cui si è fatto cenno.

Da sinistra, Magen David con girandole, 2014, installazione ambientale, Energheia, Pardes, Mirano – Matzah Target, 2015, laseprint plexiglass / alluminio, 70×70 cm.

       Lost memories, serie del 2017 presentata anche a Trieste nello spazio di Arca Contemporanea, ricordano quella attenzione rivolta al proprio intorno per documentare gli aspetti di una quotidianità rivisitati e trasposti sul piano di una narrazione visiva, come nel già nominato The Fall (1978).

Da sinistra, Swimming pool corrupted pic, 2017, laserprint  plexiglass / alluminio, 75×100 cm. – Thermal pool corrupted pic, 2017, laserprint plexiglass / alluminio, 120×90 cm.

       Proprio questa attenzione all’intorno aiuta a comprendere il richiamo, costante negli anni, al tema del paesaggio, tema così profondamente pittorico, e che costituisce un’altra delle linee profonde della poetica di Luigi Viola. Mi verrebbe da dire, augurandomi di non forzare troppo nell’interpretazione, che questo è forse il tema che più lo ha sfidato nei modi della risoluzione formale. Penso alle sequenze di opere che hanno contraddistinto il suo lavoro sia negli anni Ottanta che negli anni Novanta. Lo sperimentare di Luigi Viola, per portare a piena espressione questa tematica del paesaggio, ha toccato diverse tecniche e soluzioni formali, generando un insieme interessantissimo di variazioni mediali. La fotografia innanzitutto, utilizzata snaturandone però la pretesa dimensione oggettiva, per ritrovarne il valore eminentemente interpretativo, interpretazione nella quale il ruolo del soggetto rispetto a quel che ha davanti o intorno non viene mai meno: quella consapevole reattività a cui si è fatto cenno in precedenza. Meriterebbe un approfondimento, anche nel senso di una eventuale futura progettualità espositiva, riprendere in mano i molti lavori dell’artista in cui è evidente il richiamo al tema del paesaggio, declinato in molte accezioni (analitiche quanto neoromantiche) e appunto con una grande ricchezza di soluzioni formali che hanno ibridato fotografia e pittura: Fantastic Landscape of Torcello (1981); le grandi tele emulsionate di opere come Fire in the Lagoon (1983); la serie delle Maree, sempre del medesimo decennio, realizzate con una trattazione astratto-informale della superficie pittorica, ma non materica avendo alle spalle i lavori, già ai limiti dell’astrazione, delle cibachrome di Archetype of the night (1980), o Mystic centre (1980).

Da sinistra, Paesaggio fantastico di Torcello, 1981, oro e acquarello su fotografia, 25×18 cm. – Fuoco in Laguna, 1983, acrilico su tela emulsionata, 110×160 cm (Collezione Museo Ca’ Pesaro, Venezia)
Da sinistra, Archetipo della notte, 1980, cibachrome, 21×35 cm. – Centro mistico, 1980, cibachrome 30×40 cm.

       Le Maree sono immagini ‘pellicolari’ di trasformazioni e mutamenti che avvengono sulla superficie dell’acqua oppure nella pulviscolarità di costellazioni ricamate sul velluto (Fall costellation, 1990). Sempre agli anni Novanta risalgono, medesimo il tema di fondo, le soluzioni minimaliste della serie Exile-Landscape. Sono lavori di grandi dimensioni nei quali viene meno la trattazione ‘informale’ delle superfici degli anni Ottanta, privilegiando ora l’estrema rigorosità di bande monocromatiche che compongono e sintetizzano queste nuove declinazioni del medesimo tema.

Da sinistra, Celeste marea, 1983, acrilico e oro su tela emulsionata, 110×160 cm. – Costellazione d’inverno, 1990, velluto, ricamo, legno dipinto, 100×144 cm.
Exile-landescape, 1992, fibra di carbonio, krevak, rame su tela, 300×200 cm.

       In realtà, entrambe le soluzioni si troveranno a convivere nelle già nominate Lost memories: il fotografico ‘informale’ di una resa descrittiva ai limiti dell’astrazione, e la declinazione monocromatica delle superfici. Il soggetto di questi lavori non di rado è di nuovo la sfera quotidiana delle relazioni affettive, e in particolare il figlio Matteo, ripreso da adulto dopo esser stato soggetto infantile di alcuni lavori degli anni Settanta. Un arco temporale nello svolgersi del quale, a mio avviso, si riverbera una riflessione legata al trascorrere degli eventi e, considerando gli interessi culturali di Luigi Viola indisgiungibili dalla sua produzione artistica, un riemergere di temi archetipali.

Deutsche Fauna mit Buch, Archival pigment print on paper, 60x 90 cm, 2019

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Luigi Viola
è un artista multimediale ed è stato professore di Pittura alle Accademie di Belle Arti di Brera (Milano) e Venezia. Ha anche insegnato alla Scuola di Specializzazione per l’insegnamento dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Negli anni ’70 Viola è stato un pioniere della videoarte italiana e negli ultimi 20 anni ha posto la dimensione spirituale e culturale ebraica al centro poetico del suo lavoro.
Nato a Feltre nel 1949, Viola risiede a Venezia. Ha frequentato il Liceo Classico e ha conseguito la laurea in Lettere presso l’Università di Padova. Ha curato e co-fondato numerose riviste d’arte, come Informazione Arti Visive e Qnst a Venezia, Creativa a Genova e Artivisive a Roma. Ha debuttato nei primi anni ’70 nel quadro delle avanguardie concettuali, con esperimenti verbo-visivi, performance, video e fotografia che trattavano principalmente il tema dell’identità.
Intorno al 1975, ha sviluppato un linguaggio più lirico e neo-romantico che lo ha avvicinato all’estetica e ai temi del simbolismo. Negli anni seguenti, ha mantenuto un approccio flessibile ai diversi media, dedicando molta attenzione alle qualità intrinseche di ciascuno, e allo stesso tempo ha sviluppato un interesse per la memoria, la sacralità della vita e della morte, il viaggio e il paesaggio come luoghi di esperienza. I suoi lavori video si trovano negli archivi Lux (Londra), Galleria del Cavallino (Venezia), M.o.M.A. (New York), Art Metropole (Toronto) e A.S.A.C. (Venezia).
È stato invitato alla Quadriennale di Roma nel 1975 e ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1993 (Insulae & Insulae).

Le sue mostre più recenti includono:

Mostre personali

2019  Mediterranean, the artist as curator, an international exhibition project of artists from Mediterranean countries (Italy, Slovenia, Greece, Turkey, Lebanon, Israel, Algeria, Egypt, Morocco, Spain, France), Pasinger Fabrik, Monaco.

2018  Luoghi, Arca Contemporanea, Atrio Monumentale Asp-Itis, Trieste.

2017  Lost memories, Galerie Freiraum 16, Monaco.

2012  A Thing of Nothing – 1976-2010 An Exhibition of Video Collection by LUIGI VIOLA, Moca Taipei, Taipei, Taiwan.

2011  Kaddish, Ikona Gallery, Venezia, and Gliptoteka Hazu Museum, Zagreb; Landscapes flowers stones animals, Unimedia Modern Gallery, Genova.

2010  Viola, Centro Culturale Candiani, City of Venezia, Venezia,; Frames, Ikona Gallery, Venezia.

Esposizioni collettive

2019  M’illumino di più, Silos, Venezia; Tutti i pani del mondo, Fondazione Sassi, Matera European Capital of Culture, Matera; Sciameproject al Macro Asilo, Macro – Museo d’Arte Contemporanea Roma.

2018  The Murano Puzzle, Murano Magma, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia; La Natura Violata, Pardes, Mirano e Ravà Factory, Venezia; Gretchenfrage, Faust Festival, Galerie Freiraum 16, Monaco; Pittura di guerra, Palazzo Frisacco, Regione Friuli Venezia Giulia, Tolmezzo; L’immagine dell’immaginarsi, Fondazione Giovani Leoni, Mirano; Arte come cultura dell’anima, Videoinstallazione e Simposio Internazionale, Ospedale di Rapallo.

2017  La fine del nuovo, HDLU, Zagreb; Vanishing Lands, Artura/The International Artists’ Museum of Tel Aviv, Ca’ Pisani, Venezia.

2016  Io è un altro, Macro, Roma; B’Teva, Palazzo Albrizzi, Venezia; Lavatoys, Genova; Der Himmel über dem Ghetto, Gasteig, Monaco.

2015  Cinema d’artista italiano dall’Avanguardia alla Videoarte (1969-89), Cineteca Nazionale & Galleria De Foscherari, Bologna; Pula Film Festival: Cinemaniac 2015, MMC Luka, Pola; Verbovisioni, Accademia di Belle Arti, Magazzino del Sale 3, Venezia.

2014  VideoEx Festival, Kunstraum Walcheturm, Zurigo.

2013  Zaritsky Artists House, Tel Aviv; Milton J. Weill Art Gallery, New York; Holocaust – Seal and fragment, Hebrew University, Gerusalemme.

2012  Italian Video from 1970 to today, early works by Franco Vaccari and Luigi Viola, Stills Gallery Scotland’s Centre for Photography, Edimburgo; Identità italiane in video, Casa dei Teatri, Roma; RewindItalia Videoart in: 1968-1982, Macro, Roma.

2011  Asolo-ArtFilmFestival; Yu-Hsiu Art Space, HsinChu University, Taiwan.

2010  13th International Triennial of Tapestry, Łodz.

2009  Isola Mondo, 53^ Biennale di Venezia “Making worlds”, Venezia. 

www.luigiviola.com

Foto di copertina: Aquarium, laserprint on plexiglass / aluminium, 55×80 cm, 2018

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Massimo Donà, filosofo e musicista jazz, è nato a Venezia il 29 ottobre 1957. Si è laureato a Venezia con Emanuele Severino nel 1981. Ora è docente ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove insegna Ontologia dell’arte e Metafisica. Tra le sue ultime pubblicazioni, ricordiamo Filosofia dell’errore. Le forme dell’inciampo (Bompiani 2012), EROTICAmentePer una filosofia della sessualità (il prato 2013), Misterio grande. Filosofia di Giacomo Leopardi (Bompiani, 2013), Parole sonanti. Filosofia e forme dell’immaginazione (Morettti & Vitali, 2014), Teomorfica. Sistema di estetica (Bompiani, 2015), Senso e origine della domanda filosofica (Mimesis, 2015), Supremazia del bene. Dalla fiducia alla fede, tra misura e dismisura (Orthotes, 2015) e La filosofia di Miles Davis (Mimesis, 2015), Dire l’anima. sulla natura della conoscenza (Rosenberg & Sellier,Torino 2016), Tutto per nulla. La filosofia di William Shakespeare (Bompiani, 2016), Pensieri bacchici. Vino tra filosofia, letteratura, arte e politica (Saletta dell’Uva, 2016), In principio. “philosophia sive theologia”: meditazioni teologiche e trinitarie (Mimesis 2017).
Da poco è uscito in Francia: Habiter le seuil. Cinéma et philosophie (Editions Mimésis).
Ha al suo attivo anche sette cd come leader di un proprio gruppo jazz.

 

Riccardo Caldura, laureato con Umberto Galimberti alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Venezia, ora è docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e Beni culturali dell’età contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Nel 1983 inizia a lavorare al Dipartimento di Storia della Facoltà di Architettura. Prima pubblicazione nel 1984: In un luogo superfluo – Pagine su classico- romantico (con Roberto Masiero, Cluva editore). Da allora si occupa di filosofia dell’arte, estetica, arte contemporanea. Soggiorna, lavora e studia fra il 1988 e il 1994 a Salisburgo, Vienna e Monaco. Nel 1989 all’attività di ricerca teorica accosta quella di curatore: in occasione della riapertura del Museo Revoltella a Trieste, organizza la sessione internazionale d’arte contemporanea per la mostra Attualità del Neoclassico (cat. Marsilio 1990). Fra il 1989 e il 1992 collabora con Peter Waterhouse e Maria Fehringer curando le prime pubblicazioni dell’opera di Biagio Marin in lingua tedesca sia su rivista che in volume (Rowohlt, Urs Engelerl). Dal 1996 ha reiteratamente lavorato come consulente e curatore con il comune di Venezia organizzando manifestazioni espositive, seminari, convegni e progetti di public art. Tematiche ricorrenti dei suoi saggi, articoli, conferenze e corsi sono stati il rapporto fra arte e tecnica, l’analisi di figure cardine (Hugo Ball, Marcel Duchamp, Gerhard Richter) e del linguaggio formale del Moderno, gli aspetti della ricerca contemporanea italiana, la produzione artistica nel contesto pubblico. Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato sulla relazione fra parola e immagine.

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