LA CIVILTÀ DELL’ALTROVE. “PIANURA” di Marco Belpoliti. Commento critico di Annarosa Maria Tonin

Abito qui da secoli. Sono anch’io parte dell’estesa superficie del luogo”.

 

     È questa l’essenza di Pianura, parole e disegni per un viaggio, quello di Marco Belpoliti, che attraversa la terra, l’acqua, il cielo e le pietre della Pianura Padana; parole e disegni per altri viaggi, che questo stesso viaggio attraversano, come immagini ritornanti.
     L’errare di luogo in luogo è scandito dall’autore seguendo le stagioni non in modo ciclico, ma come grappoli di memoria, soste prolungate, un giro dell’Italia al di qua e al di là del Po, del grande fiume, “per capire qualcosa delle forme che ha la Pianura”, che sembra “piatta, senza fine”.
     Sembra, appunto, ma non lo è.
     Belpoliti, pedagogo e cercatore di immagini ritornanti, parte d’estate con il magon, il dolore “del ritorno a casa”, di cui rivendica l’appartenenza all’umanità della Pianura, l’umanità “del paesello e dei ducati limitrofi”.
     Il magon è “un’afflizione che forse nasce come dolore morale e in seguito diventa fisico”. È l’urtare contro, lo sbattere, l’abbattere di Antonio Delfini e Pier Vittorio Tondelli. Può darsi dipenda da un clima “che modella i caratteri”, chiarisce Belpoliti.
     Espressione di tali caratteri è prima di tutto l’umanità che fa da guida all’autore, necessaria a far sì che la memoria riaffiori.

     Nella Pianura la memoria ha la forma della centuriazione romana, fotografata da Luigi Ghirri.
     Belpoliti esplicita di cosa è fatta la memoria secolare degli abitanti della campagna emiliana: pezzi di cielo, oggetti di casa, muri sbrecciati, vecchie cascine.

Luigi Ghirri, Rho Ferrarese, 1986

     Per tornare a casa sua, ritorna nelle case degli altri: a Roncocesi, per esempio, l’ultima abitata da Ghirri, per vedere da fuori l’incanto che l’autore di Pianura ha dentro di sé.

     La memoria non deve, però, essere mutilata, come nella Colonna Infame, dalla quale sono stati tolti i nomi di Marcantonio Monti e Giovambattista Visconti, che decretarono la tortura e condanna a morte di Piazza e Mora come untori nella peste del 1630. Una vicenda che Belpoliti ricostruisce d’estate, prendendo spunto dalle mattinate milanesi, quando ancora non c’è molta gente in giro. Ritorna all’immagine di una donna, Caterina Rosa, che un mattino presto di quattro secoli fa dette l’avvio alla Storia della Colonna Infame di Manzoni.

Lapide posta in origine presso la Colonna Infame, ora al Castello Sforzesco di Milano

     Per far riaffiorare la memoria e le immagini ritornanti, dunque, Belpoliti è accompagnato da guide di carta, acqua, cielo, pietra, carne e ossa.
     La carta di Gianni Celati e dei suoi racconti, ambientati nella stessa zona tra Scandiano e Sassuolo di cui era originaria Dorinda, la nonna di Belpoliti, una zona di poveri contadini poi trasformata dalle fabbriche di piastrelle, una zona di nebbia e noia, “con la sensazione di non trovare mai niente, se la percorri, di sospendere la visione”.
     Come il conte Matteo Maria Boiardo, che dall’alto della torre del suo castello di Scandiano guardava la Pianura per poi partire e vagare di corte in corte, Belpoliti parte da Scandiano per seguire la direttrice Cento-Bondeno-Ferrara. Boiardo la percorse a piedi o a cavallo, “sempre pensando alle storie che andava intrecciando nella sua testa”. La forma della Pianura è ancora il territorio fantastico che egli “vedeva dall’alto della sua cavalcatura, transitando sui ponti, valicando fiumi e torrenti”, lo stesso vagabondare immaginifico di Ludovico Ariosto?

     Se Belpoliti cerca la forma della Pianura, questa stessa forma deve contenere una misura. Ma è davvero così?
     “Qui lo smisurato contiene dentro di sé la propria misura”, sostiene, sovrapponendo il proprio sguardo sulla piana sconfinata, il “catino verde”, anche a quello di Petrarca, grazie alla guida di Piero Camporesi, in una continua intersezione di spazio e tempo, che Belpoliti consegna al lettore, perché la pratichi.
     Lo sguardo sulla Pianura non può assumere forma senza attraversare la guida d’acqua, il Po, specialmente in inverno. Con la sua “eleganza trascurata”, nelle pagine di Celati e John Berger, nei film di Antonioni, è il fiume che unisce, perché si può attraversare e navigare, e separa, perché ha due rive.

Luigi Ghirri, Argine Agosta, Comacchio, 1989

     Il camminare lungo l’argine, dove finisce la centuriazione romana, reca la sensazione di essere “in un luogo senza centro”, che pratica l’altrove come identità.
     Sedersi lungo la riva e riflettere sulle case in rovina è praticare la civiltà dell’altrove. Belpoliti ne è convinto.
     Arriva, infatti, nelle case degli altri, perché sono la sua, ma sono anche le immagini ritornanti della Storia collettiva, come nella casa di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gemikian, dove è nato Dal Polo all’Equatore, “uno dei flm più affascinanti della seconda metà del Novecento”, nel quale è trascritta una mappa di immagini della prima guerra mondiale, del fascismo e del colonialismo. Angela e Yervant sono “due amanuensi dell’immagine”, come molti secoli prima Opicino de Canistris, uomo del Trecento, disegnatore di mappe su cui tracciava cerchi concentrici, probabile riferimento alle ceste che la famiglia fabbricava.
     “Io ci vedo l’unione della terra, la nostra piana, e il cielo laggiù, in fondo all’orizzonte” interpreta Belpoliti, certo che il chierico di Lomello, poi monaco ad Avignone e in seguito protagonista di una vita raminga che lui stesso racconta – come Petrarca – intendesse rivendicare la libertà di reagire alla razionalità della centuriazione.

     Per praticare la civiltà dell’altrove, oltre alle guide di carta, acqua, cielo e terra, sono necessarie anche le guide di pietra, perché “la pietra respira e si muove”.

Maestro Campionese della Passione, Bacio di Giuda, prima metà del XIII secolo, Modena, Presbiterio del Duomo

     La Modena degli Estensi, “casata invereconda”, è cercata e scovata con Sandro Vesce e le fotografie dei pispiò dei palazzi, “angoli, spigoli discreti, poco in vista”. Nella Pianura dei rettilinei senza fine l’angolo “dà un beneficio visivo”, creando luoghi in ombra, che, come l’acqua, è necessaria.
     La pietra di Modena è il Duomo, che si può attraversare da una parte all’altra, come le due rive del grande fiume.
     A Modena la ricerca di Belpoliti prosegue con la guida di Giuliano Della Casa, cultore di Antonio Begorelli, uomo del Cinquecento, e delle sue sculture in terracotta, in particolare Compianto su un Cristo morto.

Antonio Begorelli, Compianto su un Cristo morto, 1524-26, gruppo scultoreo in terracotta, Modena, Chiesa di Sant’Agostino

     A Reggio Emilia la pietra è scolpita nella pianta a losanga e mandorla della città natale dell’autore, che affida al lettore l’aspetto più singolare e coinvolgente di questa scrittura di viaggio.
     Fin dall’inizio, infatti, il racconto si rivolge a un Tu. Non è importante ricercarne tra le righe l’identità, ma sapere che c’è, perché in quel Tu anche il lettore è chiamato a riflettere sulla sua pratica dell’altrove.
     Pianura è un dialogo dal ritmo cantilenante, fra creature ed elementi naturali, personalità bizzarre e umorali, tracce mai perdute o soltanto immaginate, incanti che si vedono, si toccano, si ascoltano, si gustano e si odorano.
     Pianura è ricercare e riconoscere l’origine come punto di partenza e di arrivo. Belpoliti sottolinea che “il problema delle proprie origini è davvero una questione spinosa”. Ecco, allora, che, per riconoscerle, è necessario attraversare i luoghi e capirli e farli davvero nostri, seguendo la pratica dell’altrove indicata anche da Andrea Zanzotto: eradicandosi, addentrandosi così profondamente nei luoghi da perforarli per rivederli nuovi.

Autore: Marco Belpoliti
Titolo: Pianura
Editore: Giulio Einaudi
Anno di pubblicazione: 2021
Collana: Frontiere
Pagine 296 – 19,50 euro

Foto di copertina: Luigi Ghirri, Formigine, 1985

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Marco Belpoliti è nato a Reggio Emilia nel 1954. Scrittore e saggista, è l’autore, tra gli altri, di Settanta, La prova e Primo Levi di fronte e di profilo, vincitore del Premio The Bridge 2016.

 

Annarosa Maria Tonin è nata a Vittorio Veneto nel 1969. Laureata in Lettere moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sugli inviati veneti alla corte di Rodolfo II d’Asburgo, è stata docente di Materie Letterarie e Storia dell’Arte nelle scuole medie e superiori. Curatrice di eventi culturali, collabora con la rivista trimestrale Digressioni e la libreria Tralerighe di Conegliano. Autrice di racconti, romanzi e saggi, ha pubblicato per Digressioni editore la raccolta di saggi “L’uomo nell’ombra. Storie d’arte, potere e società” (2019) e il romanzo “Anatolia” (2020).

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