Intimità digitali: sessismo e app di incontri, di Elena Furlanetto

 

   

       Ogni generazione si dichiara inerme di fronte ai rituali di corteggiamento della generazione successiva. Per ogni madre che si sforza di offrire supporto sentimentale alla propria figlia, un’altra alza gli occhi al cielo e ammette di non capire i giovani di oggi. Nonostante ciò è innegabile che le app di incontri (come Tinder, Bumble, Badoo e numerose altre) abbiano rivoluzionato la teoria e la pratica dell’innamoramento come forse solo il romanticismo e l’avvento del cinema prima di loro. Considerata la diffusione globale e capillare di questo fenomeno, i tempi sono maturi per intraprendere una riflessione sull’amore al tempo di Tinder. Ma questo non è lo scopo dell’articolo in questione, che non intende filosofeggiare nostalgico su come sia cambiato l’amore dai tempi in cui i pensieri del*la concupito*a erano semitrasparenti e di facile lettura. È mia intenzione piuttosto restringere il campo sulla capacità sconvolgente delle app di incontri, un’industria multibilionaria, di erodere le conquiste in campo di parità sessuale e normalizzare abusi che la società civile ha imparato con fatica a condannare. Concorda con me Nancy Jo Sales, che nel Guardian parla di piattaforme “meticolosamente programmate per … consegnare agli uomini i corpi delle donne”.1

       L’autrice di questo articolo è una donna eterosessuale e ciò che segue è stato scritto da questo punto di vista, ma spero e non escludo che entro i limitati confini di questa prospettiva si possano trovare punti di contatto tra diverse esperienze e che anche identità diverse dalla mia vi si possano ritrovare. Alcune donne hanno accettato di condividere con me esperienze e riflessioni su questo tema.2 Prima di tutte Luisa, che mi aiuta a riflettere sull’intimità, come cambi quando si è online, e come la ricerca dell’intimità digitale si intersechi con la violenza sessista. “Queste chat hanno un sistema che gli uomini hanno interiorizzato e ripetono ad oltranza, come il classico messaggio rompighiaccio: ‘hey’”. La più atroce di queste formule sono i tentativi di costruire un’intimità artificiale tramite una cascata di messaggi, “bombardano l’altra persona di messaggi, vogliono sentire la tua voce, vogliono sapere tutto, cosa mangi, com’è il tuo appartamento, cos’hai addosso”. Queste piattaforme scambiano e confondono i piani della realtà e dell’irrealtà. Per quanto questo costante flusso di comunicazione costruisca un senso di ipercondivisione ed iperrealtà, quando ci si incontra di persona, necessariamente, l’intimità posticcia svanisce e spesso viene rimpiazzata da una delusione profonda, da un senso di oltraggio, perché dinnanzi a te c’è una persona reale, senza filtri, ma con ombre e difetti. La scintilla non scatta, non ci si innamora: “non sei come in foto”. In queste situazioni, le donne diventano fantasie scorporate. Di nuovo, le donne non hanno diritto al proprio corpo, ma lo adattano ad un ideale di bellezza che assomiglia sempre meno alla magrezza diafana delle modelle e sempre più alle tonalità di Claredon e Juno, alla pelle filtrata e alle labbra dirompenti di Instagram.  

       Tinder e le altre app di incontri hanno poco a che vedere con la vita reale, dice Alessia, che documenta nel suo popolare account Instagram la sua passione per la corsa e sostiene che molti di questi uomini non le rivolgerebbero la parola se la incontrassero dal vero. Instagram non è un’app di incontri, ma molti la usano in questo modo, continua Alessia, e questo la rende una piattaforma dal senso ambiguo: in molti casi gli interessi di chi ci cerca e ci segue non sono chiari. “Non si riesce ad incontrare nessuno a meno che non ci si metta online” mi spiega Luisa, “incontrare qualcuno per strada, o in un bar, è diventato un sogno, una prospettiva irreale”. Alessia sostiene che per quanto le vite e le immagini delle app di incontri, come quelle di Instagram, non siano reali, abbiano un enorme impatto sulla vita dell’individuo, sulla sua percezione di se stessa*o, sul suo amor proprio. Luisa si sente indesiderata, è piena di dubbi. Ad un appuntamento, un uomo le chiede se è mai stata sposata, lei dice di no. “Che problemi hai?” risponde lui. Che problemi ho, la domanda le rimbomba in testa, “non sono abbastanza giovane, bella, magra, sottomessa? Perché non mi innamoro a prima vista? Sono frigida? Sono in pre-menopausa? Mi servono trattamenti ormonali? Non mi piacciono gli uomini? Sono strana? È normale essere single alle soglie dei quaranta?” Luisa teme di essersi persa di vista: “chiedo ai miei amici che cos’ho che non va e mi guardano come se fossi pazza”. Per quanto le stesse domande pesino anche sugli uomini, le donne si trovano in una situazione più vulnerabile, perché queste insicurezze vanno ad inasprire la tradizionale pressione che la società mette sulle donne senza marito e senza figli. “Mi piacerebbe compiere settant’anni, non quaranta,” mi confida Luisa, “nessuno chiede ad una donna di settant’anni perché è single”.

        Il problema è che le dating apps impediscono il dipanarsi della vera intimità. Tutto dev’essere veloce, ci si deve innamorare qui ed ora. La compagnia tedesca Parship.de promette che con i loro sistemi “ogni undici minuti un single si innamora”.  “Sono uscita per 114 appuntamenti”, commenta Luisa, “sono un sacco di minuti”. Conoscersi è essenziale per sviluppare un senso di intimità, di attaccamento, e di attrazione a lungo termine, scrivono Lucy Hunt dell’Università del Texas, e Katherine Wu, microbiologa di Harvard che studia gli ormoni dell’innamoramento.[1] Le app di incontri agiscono contro questo presupposto e secondo le regole del mercato, per cui più utenti e più traffico si traducono in maggiori guadagni. Se a livello pubblicitario queste industrie sembrano avere a cuore l’amore, è vero il contrario: ogni utente che trova l’amore è un utente perso. Un abbonamento a Parship.de ha costi esorbitanti, ma lo stesso ragionamento si applica alle app di incontri gratuite. Per quelle, vale ciò che il videoartista statunitense Richard Serra disse nel 1973: “se una cosa è gratis, il prodotto sei tu”. Luisa spiega che “se dopo due o tre appuntamenti non ci si innamora, non ci si innamorerà più, e quindi la delusione subentra prima del tempo”; a quel punto la app ti inonda di centinaia di possibili alternative che, invece, potrebbero funzionare. L’illusione di un mare magnum di incontri possibili spinge l’utente a cercare oltre, cercare qualcosa di meglio, di più bello, più sexy, più irreale, tra le centinaia di foto sullo schermo, infinite variazioni della medesima proiezione di femminilità. “Le donne diventano interscambiabili,” commenta Luisa, “una collezione di oggetti usa e getta”.

“Ogni undici minuti un sigle si innamora con Parship.”

       L’intimità digitale solletica il possesso. Alessia nota che per quanto le sue condivisioni, che siano foto o testi, siano pesantemente filtrati, alcuni degli uomini che vi interagiscono “pensano di conoscermi, ma non mi conoscono per niente. Pretendono di essere miei amici, non lo sono”. Sostiene che la maggioranza degli uomini che la contattano non interagiscono con il suo profilo oltre le immagini: i testi che scrive non vengono letti, talvolta, nemmeno le immagini vengono “lette” con la dovuta attenzione: alcuni uomini la rimproverano perché uscirebbe a correre da sola, ma la maggior parte delle sue foto dicono il contrario, mostrandola in compagnia di altri runners. Le donne vengono ridotte alla loro immagine digitale, all’apparenza esteriore: le preferenze espresse tramite testi e parole spesso vengono ignorate. “Molti si fermano all’immagine perché è quello che interessa”, dice Luisa, “il tuo aspetto esteriore”; e la generale riduzione di una donna alla bellezza estetica, la repressione dei suoi pensieri e delle sue parole, non sono novità introdotte dal mondo digitale, hanno accompagnato la percezione della donna sin dagli albori del patriarcato, ma vengono esasperate dall’egemonia del selfie e di piattaforme che stimolano interazioni basate sull’apparenza.

       Nelle app di incontri, la violenza legata alle intimità digitali è endemica. Luisa condivide dettagli dolorosi: “si informano sulle tue pratiche sessuali, chiedono se ti piacerebbe venire ammanettata al letto. Un uomo mi scrisse di volermi fare del male e che mi sarebbe piaciuto. Le loro fantasie violente mi fanno venire da vomitare. Per alcuni, se non gli dai quello che vogliono a letto dopo la seconda uscita, sei fuori. A volte mi domando se alcuni usino Tinder al posto della prostituzione, perché non costa nulla”. Il commento di Luisa apre riflessioni e paragoni impliciti non solo tra Tinder e prostituzione, ma tra Tinder e pornografia. La pornografia rappresenta il corpo della donna come ampiamente disponibile al consumo e all’abuso: questo non è solo il nocciolo delle “narrative” alla base del porno, ma viene anche veicolato dalla disponibilità sconfinata di materiale pornografico online. Le app di incontri si servono di dinamiche non del tutto dissimili a queste: proiettano un’abbondanza di possibilità romantiche e sessuali nei dintorni, tutte a portata di mano, tutte accessibili. Inevitabilmente, in alcuni casi le dinamiche della fruizione pornografica si sovrapporranno a quelle, apparentemente più innocenti, delle app di incontri. “È doloroso sapere che qualcuno là fuori guarda le mie foto e pensa a farmi del male”, dice Luisa. “Potenzialmente, devi avere paura di chi ti sta di fronte, sempre”, mi confida Alessia, e parla di uomini che ha incontrato con identità finte, che dicevano di avere lavori e macchine che non avevano e famiglie tenute segrete: “un’amica mi dice sempre dove si trova quando esce con uomini incontrati online, in caso le succeda qualcosa”.

       Queste dinamiche non sono prive di conseguenze nelle sfere intime delle donne: ad esempio, influiscono negativamente sulla loro percezione dell’altro sesso. Luisa ha abbandonato le app di incontri perché non voleva più che degli sconosciuti la guardassero e la giudicassero. Questo tipo di esposizione la mette a disagio: “non sono una specie di pin up”. Sara, un’altra donna che ha condiviso con me la sua storia, cercava una compagna e interagiva soprattutto con profili di donne. Le è capitato molte volte di chattare con un profilo femminile per poi trovarsi di fronte un uomo al primo appuntamento: “si tratta più di feticismo che di violenza,” racconta, ma per lei è scioccante constatare quanto spesso questo succeda e quanto queste esperienze siano traumatiche. (Micro)aggressioni di questo tipo non mettono in pericolo solo le donne, ma danneggiano anche gli uomini. Sara deve sforzarsi a non generalizzare questo comportamento come tipicamente maschile ed eterosessuale: “quando vedi che episodi come questo succedono con regolarità, a te e alle tue amiche, è dura non pensare ‘tipico maschio etero’”.

       Le donne non sono solo oggetto di violenza e oggettificazione in piattaforme incentrate sull’incontro romantico, ma anche in altre app con direzioni diverse. Mentre le avances fatte in pubblico (il cosiddetto catcalling) ormai sono oggetto di diffusa ed esplicita disapprovazione, questa cultura dell’approccio indesiderato si è trasferita online, complice l’anonimato. Bianca compra e vende online abiti di seconda mano, si serve di siti specifici, ma si vede contattare da uomini che le domandano di vendere la sua biancheria o i suoi costumi da bagno. Ognuno ha diritto alle proprie fantasie, dice, ma “la cosa ha raggiunto livelli tali da cambiare alcune cose della mia vita”. Ha dovuto modificare le impostazioni di sicurezza del suo profilo Whatsapp in modo che contatti esterni alla rubrica non possano vedere la sua foto. Bianca lavora come modella e questo potrebbe ridurre le sue possibilità di trovare lavoro. “Le oscenità che sento e il disagio che mi creano certe conversazioni è una violenza inaccettabile, soprattutto se penso che alcune ragazze vendono le loro cose per bisogno e queste persone ne approfittano in un momento di difficoltà”.

       Luisa riflette sulle app di incontri come mercato neoliberale. Il sistema funziona: un single si innamora ogni undici minuti, tutte hanno una fantomatica amica che ha trovato l’amore su Tinder ed ora è felicissima, “se non funziona per te, sei tu che sei sbagliata, qualcuno ti avrebbe amata se non fossi un’anomalia”. Luisa si chiede se gli uomini si facciano così tante domande. Alessia, da lontano, risponde con un aneddoto: lei è molto riservata nelle condivisioni, e questa sua riservatezza ha messo in difficoltà un uomo che ha frequentato, “ti vergogni di me”, le chiese lui, domandandosi perché non apparisse mai nelle sue foto condivise. Che tipo di impatto hanno le chat di incontri sul modo in cui gli uomini amano? Si fanno anche loro così tante domande? Le mie fonti sono donne, la mia prospettiva quella femminile; qui ed ora, questa domanda rimarrà senza risposta.

 

Note
1. Nancy Jo Sales, “Apps promised to revolutionize dating. But for women they’re mostly terrible”The Guardian, 17 maggio 2021, https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/may/17/apps-tinder-dating-women
[2] Tutti i nomi sono di fantasia. Ringrazio di cuore le quattro donne che hanno contribuito a questo articolo, concedendomi di scrivere le loro storie e i loro pensieri. Questo articolo è loro quanto mio.
[3] Lucy L. Hunt, “Longer Acquaintance Levels the Romantic Playing Field“, Psychological Science, 30 giugno 2015, https://www.psychologicalscience.org/news/releases/longer-acquaintance-levels-the-romantic-playing-field.html; Mary Elizabeth Dallas, “Attraction Can Grow With Time Spent Together“, MedicineNet, 6 luglio 2015, https://www.medicinenet.com/script/main/art.asp?articlekey=189327; Katherine Wu, “Love, Actually: The science behind lust, attraction, and companionship”, Harvard University – Science in the News, https://sitn.hms.harvard.edu/flash/2017/love-actually-science-behind-lust-attraction-companionship/

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Elena Furlanetto, nata a Treviso, vive a Essen, in Germania, dove insegna letteratura e cultura americana all’Universitá di Duisburg-Essen. È autrice di Towards Turkish American Literature, Narratives of Multiculturalism in Post-Imperial Turkey (2017) e di svariati articoli sulle letterature americane e postcoloniali; ha inoltre curato una raccolta di saggi dal titolo A Poetics of Neurosis (2018). Americanista di fatto e postcolonialista di formazione, apprezza soprattutto libri e film che parlino d’America, ma anche d’altro(ve). Il cinema le dà grande gioia, soprattutto l’horror. Le sue poesie in italiano ed inglese sono apparse in pubblicazioni italiane ed internazionali. Collabora con Finnegans in veste di traduttrice e critica cinematografica dal 2011.

 

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