Informazioni FINNEGANS del 4 marzo 2026

Sommario

Editoriale

Carissime e carissimi,

          riprendo, dopo mesi, l’interessante riflessione attorno a uno degli snodi culturali (fondamentali) che collegano e in molti casi supportano il nuovo pensiero conservatore e ultrareazionario occidentale relativo alla convergenza tra religione, politica e affari: tre capisaldi del dinamismo economico-finanziario in chiave autoritaria che sta alla base del successo (ormai planetario) delle autocrazie, capitanate dal Tycoon statunitense.

          Ne avevo parlato lo scorso anno in occasione dell’uscita del saggio Il momento straussiano dell’ideologo dell’estrema destra statunitense Peter Thiel (fondatore di PayPal e di Palantir Technologies) e punto di riferimento sia dell’oligarchia tecnocratica della Silicon Valley che di Donald Trump. Il saggio di Theil fa riferimento alle tesi sostenute dal filosofo tedesco Leo Strauss a proposito della critica alla modernità, auspicando un “ritorno alla filosofia politica classica degli antichi greci e dei pensatori medievali”, concetti che Thiel sposa appieno marchiando a fuoco i suoi rigurgiti reazionari e oscurantisti, contro “la decadenza della civiltà occidentale”.

Peter Thiel

Sono indubbiamente tesi e antitesi (reazione all’Illuminismo, ad esempio) molto interessanti, perché aiutano a decifrare i grumi di pensiero torbido e infestante che sta colonizzando la galassia politica illiberale delle democrazie occidentali, saldandosi con frammenti di certo ideologismo/teologismo legato a movimenti e personaggi della galassia neo-reazionaria e neo-tradizionalista che ha i suoi punti di riferimento in Alexandr Dugin, ideologo di riferimento di Vladimir Putin che si rifà alle dottrine filosofiche ed esoteriche di Julius Evola e di Carl Schmitt, filosofo tedesco che sviluppò le riflessioni attorno al principio del katéchon (la forza che domina sul caos, il potere che frena: avevamo trattato l’argomento in una precedente newsletter).

Sfida all’apocalisse (La Civiltà Cattolica)

Sembrano teorizzazioni fuori dal tempo e dallo spazio: katéchon è un termine usato da Paolo di Tarso nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi per definire, in termini escatologici, l’avanzata dell’Anticristo prima dell’apocalisse finale. Ma è anche un termine utilizzato come pretesto teologico e filosofico per giustificare un’infinita moltitudine di piccoli e grandi conflitti in contesti politici e sociali governati dal tiranno di turno e dove la religione è tutt’uno con il potere politico. Due esempi su tutti: la Russia e l’Iran, con il corollario di molti regimi dittatoriali asiatici, di molti Paesi del Golfo (regno di monarchie autoritarie), di africani e dell’America Latina (paesi questi ultimi dove si stanno affermando in maniera considerevole i cristiani evangelici e pentecostali – che tra l’altro sono i grandi sostenitori di Donald Trump). Tutto si tiene.


Ed è un fatto che l’anima nera delle tecnocrazie della Silicon Valley stia colonizzando in fretta e furia l’intero sistema tecnologico mondiale, con l’unica eccezione della Cina, un colosso che sta piano piano insidiando le centrali di potere statunitense, governate da Elon Musk, Sam Altman, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai, Jeff Bezos, Marc Andreessen, Peter Thiel, Curtis Yarvin, Alex Carp, David Sacks, tutti, più o meno alla corte di Donald Trump e tutti decisi a dominare il sistema politico-economico internazionale per i prossimi anni. Un obiettivo che si sta consolidando anche al di là dell’attuale autocrate dello Studio Ovale, in riferimento soprattutto al futuro ruolo politico di J.D. Vance, l’attuale vicepresidente che ha sposato appieno le teorie apocalittiche di Peter Thiel e che sta dettando l’agenda politica dell’amministrazione americana.

Anthropic, stop al Pentagono

In tutto questo assordante caos alimentato dai nuovi tecno-teologi, si inserisce, in maniera esplosiva la questione relativa ad un uso libero dell’AI (intelligenza artificiale), realizzato tramite il Chabot Claude (prodotto da Anthropic, l’azienda americana di AI diretta da Dario Amodei), che potrebbe sconvolgere gli apparati democratici di molti Stati attraverso una capillare sorveglianza di massa e, cosa ancora più sconvolgente, un uso spregiudicato di armi completamente autonome, in grado di agire cioè senza nessun tipo di controllo. Finora Anthropic, alla richiesta del Pentagono di un accesso senza limiti al loro modello di AI per un uso militare (in cambio di una cifra iperbolica) ha risposto negativamente, in base ai principi etici della difesa dei valori democratici.

Un argomento su cui ritorneremo, anche perché è di capitale importanza.

Vivere a Kiev

Cambiamo argomento, ospitando la rubrica di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Itali dal titolo Vivere a Kiev 
Oggi cominciamo con una testimonianza commovente di Lera Burlakova, coordinatrice della comunicazione e delle campagne di Amnesty International Ucraina. Racconta con semplicità e intelligenza cosa vuol dire vivere oggi a Kiev: il senso di colpa, la paura, la solidarietà. Entrati nel quarto anno dell’invasione russa, è un promemoria utile. 

«L’intervento militare russo in Ucraina è iniziato ben prima dell’invasione su vasta scala del febbraio 2022. All’epoca, nel 2014, lasciai una professione che amavo, il giornalismo, e mi arruolai nell’esercito. Lo feci per un senso di colpa. Durante Euromaydan le persone venivano uccise nelle strade di Kyiv. Alcune di loro avevano meno di 18 anni. Lottavano per la libertà, per quella cosa cui stavo dedicando la mia vita. Allora ho capito che le parole non bastavano più: persone giovani venivano assassinate e io restavo viva. Arruolarmi è stato l’unico modo che conoscessi per convivere con quel senso di colpa, l’unico modo in cui potessi guadarmi negli occhi allo specchio.

Scopri di più

Da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

In occasione del quarto anniversario dell’inizio dell’invasione russa su vasta scala, Lera Burlakova, coordinatrice della comunicazione e delle campagne di Amnesty International Ucraina, riflette sulle condizioni di vita e di lavoro, su cosa voglia dire crescere un bambino durante la guerra e sulle attività di Amnesty International che non possono essere svolte da un luogo più sicuro.

«L’intervento militare russo in Ucraina è iniziato ben prima dell’invasione su vasta scala del febbraio 2022. All’epoca, nel 2014, lasciai una professione che amavo, il giornalismo, e mi arruolai nell’esercito. Lo feci per un senso di colpa. Durante Euromaydan le persone venivano uccise nelle strade di Kyiv. Alcune di loro avevano meno di 18 anni. Lottavano per la libertà, per quella cosa cui stavo dedicando la mia vita. Allora ho capito che le parole non bastavano più: persone giovani venivano assassinate e io restavo viva. Arruolarmi è stato l’unico modo che conoscessi per convivere con quel senso di colpa, l’unico modo in cui potessi guadarmi negli occhi allo specchio. Scopri di più Sono stata sulla linea del fronte per tre anni e ne sono tornata con una disabilità. Ho portato la guerra dalle regioni orientali fin dentro casa. Quando gli dicevo che immaginavo le bombe cadere al centro di Kyiv, il mio psicoterapista rispondeva che con ogni probabilità si trattava di ansia o di stress post-traumatico. Per me non era niente di tutto ciò. Era solo una previsione. La vita è andata avanti in quelle che allora erano pacifiche città ucraine. La mia vita pure. È nato mio figlio. Sentivamo che l’invasione era vicina.  All’inizio del 2022 già molte persone sentivano che l’invasione era vicina, anche se rifiutavano di crederlo. Un giorno, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione su larga scala, mi trovavo per lavoro a Francoforte e avevo prenotato un volo di rientro per la sera stessa. Lufthansa cancellò il volo: l’equipaggio non voleva più trascorrere la notte in Ucraina. Mio figlio era a Kyiv. Sapevo cosa voleva dire la guerra: mancanza di connessione, rovine, incendi, cose di cui avevo già avuto esperienza. In guerra avevo perso il mio fidanzato: ricordo quando tenevo la sua mano gelida nella mia e poi quando indossavo al fronte, dormendoci pure, la sua divisa insanguinata. La morte non è una cosa astratta. La morte ha nomi e cognomi. Avevo il terrore che l’aeroporto di Kiev diventasse come quelli del Donetsk: una volta ci sono i voli, la volta dopo no. Un giorno la vita pulsava, il giorno dopo s’interrompeva brutalmente sotto le rovine. Il volo del mattino dopo c’era. Sono arrivata a Kyiv, ho preso al volo alcune cose, ho messo mio figlio in macchina e abbiamo lasciato l’Ucraina il giorno stesso, settimane prima che iniziasse l’invasione. Quindi, il 24 febbraio ero all’estero. Quella mattina i miei genitori hanno telefonato per salutarmi. Per fortuna erano vivi. A terrorizzarmi non erano i bombardamenti. Avevo visto i russi da vicino. Avevo visto come trattavano i civili e i prigionieri di guerra. Sapevo che cosa significava occupare un territorio. Quindi Bucha non è stata una sorpresa. Sono tornata in Ucraina nello stesso 2022 con mio figlio che allora aveva quattro anni. La prima volta che abbiamo sentito la sirena dell’allarme aereo, si è messo a piangere. Gli ho detto: “Quella sirena non vuole spaventarti, vuole solo avvisarti di stare attento”. Quei momenti ci sono rimasti attaccati addosso. Come ogni altra persona, abbiamo imparato ad adattarci a situazioni cui mai avremmo immaginato di doverci adattare. Nei primi mesi, e spesso ancora oggi, sopravvivere comporta compromessi. Il nostro palazzo non è dotato di un rifugio, quello più vicino è una stazione della metropolitana. Se corri al rifugio cinque volte in 24 ore, per lo più di notte, portando con te un bambino e un cane, smetti di vivere. I bambini smettono di studiare. Gli adulti smettono di lavorare. Così devi iniziare a riflettere su quando scegliere di ignorare l’allarme, su dove stare. Da quattro anni, la vita in Ucraina è una sopravvivenza con una parvenza di ostinata normalità. Quest’inverno è il peggiore. Dalla metà di gennaio il nostro palazzo è privo di riscaldamento, le temperature precipitano sotto zero. Stiamo in una sola stanza. Ricordo il Donbass: edifici distrutti, finestre coperte con le lenzuola, dormire col cappello di lana in testa, usare ogni cosa che mi venisse in mente. La modalità-sopravvivenza circoscrive la vita. Il tuo orizzonte diventa stagionale: viviamo in attesa della primavera. Ci chiedono perché non ce ne andiamo. Ma non si possono evacuare tre milioni di persone da Kyiv. Soprattutto: la Russia vuole il panico, vuole che noi ce ne andiamo e questo è esattamente quello che non vogliamo. Il mio attuale fidanzato è nell’esercito. Lo vedo raramente: l’anno scorso, sì e no due settimane. Ho già perduto una persona in questa guerra, così a volte la paura si trasforma in qualcosa di così duro che rischia di spezzarti. Quello che ci irrita di più è il tempo che stiamo perdendo. Questa è l’unica vita che abbiamo e la stiamo misurando in brevi visite e in ritorni del tutto incerti. Mio figlio è un ragazzino felice e curioso, gli piacciono i dolci, i Lego e Star Wars. È sicuro che il bene trionferà sul male. Cerchiamo di vivere credendoci a nostra volta, anche quando siamo stanchi. Durante la maggior parte delle notti c’è un attacco aereo. Dormiamo su un materasso in corridoio, dove non ci sono finestre. Non puoi salvarti da un colpo diretto ma le pareti possono proteggerti dalle schegge dei vetri. La giornata-tipo inizia controllando se c’è un allarme aereo. Se c’è, le scuole iniziano un’ora dopo che è terminato e sono aperte solo quelle che hanno un rifugio dove gli alunni possono continuare a studiare. La maggior parte del lavoro lo svolgo da casa o sul campo. Lavoriamo, il mio team e io, sia con la stampa straniera che con quella ucraina: organizziamo eventi per favorire la conoscenza e raccontare storie. Raccogliamo tante testimonianze e centinaia di storie individuali. Non c’è riscaldamento, spesso non c’è elettricità, a volte manca anche l’acqua. Le caffetterie però rimangono aperte perché hanno impianti a gas e generatori d’emergenza. Così, puoi ricaricare il tuo laptop ovunque. La pasticceria lungo la strada apre ogni mattina con le sue tiepide cialde alla cannella. Le persone si aiutano costantemente l’una con l’altra. Qui la solidarietà non è uno slogan, è un’infrastruttura. Per quanto lavorare così sia difficile, è esattamente per questo che dobbiamo stare qui. Le attività sui diritti umani non possono essere svolte da un luogo più sicuro. Occorre vivere nelle stesse condizioni delle persone di cui raccogli le testimonianze. Parlare con persone che hanno perso tutto ti fa sentire in qualche strano modo in un contesto familiare: le nostre esperienze coincidono. Ci comprendiamo senza bisogno di lunghe spiegazioni. Ci abbracciamo. Anche i genitori che hanno perso i figli a causa degli attacchi aerei russi parlano apertamente. Ricordano i frutti preferiti dei loro figli, le loro parole preferite non perché sia facile ma perché vogliono impedire la morte successiva. Lavoro con le famiglie dei prigionieri di guerra. Una donna, malata terminale di cancro, ha atteso più di tre anni il marito, tenuto dai russi senza dare sue notizie. Quando alla fine c’è stato lo scambio di prigionieri, ha pubblicato la foto di loro che si baciavano con la scritta “Abbiamo vinto”. Ecco come io intendo il verbo vincere: rimanere esattamente le persone che siamo pur se nelle peggiori condizioni possibili, non permettere a nessuno di cambiare ciò che siamo, ciò che amiamo, il luogo dove viviamo. Non abbiamo progetti a lungo periodo. Le nostre speranze sono semplici: sopravvivere a questo inverno, tenere in vita le persone che amiamo, avere giustizia anche se ci vorrà del tempo».


Il santo che ancora ci sfida

di Valentina Garavaglia

L’università Iulm e le celebrazioni per Francesco d’Assisi: iniziative per pace e accoglienza dei rifugiati

Nel 2026 ricorrono gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, figura che continua a interrogare la contemporaneità con la forza e l’attualità del suo messaggio. Francesco è, ancora oggi, un paradigma antropologico e civile capace di interrogare il presente, un’occasione di riflessione sui fondamenti della convivenza umana, sul rapporto tra sapere e responsabilità, tra uomo e ambiente e sul valore della pace come progetto storico.
Come Università Iulm abbiamo scelto di partecipare alle celebrazioni nazionali promosse dal Ministero della Cultura perché l’istituzione universitaria è per sua natura luogo di ricerca critica, dialogo interdisciplinare e formazione integrale della persona: il progetto Creature, creatori e creativi. Iulm per gli 800 anni di San Francesco interpreta questa missione mettendo in dialogo arti, comunicazione, spiritualità e linguaggi contemporanei.

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Cutro, a tre anni dal naufragio è sceso il silenzio

di Alessandro Trocino

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a pochi metri da Cutro, in Calabria, 34 uomini, 26 donne e 34 minori, trovarono la morte nelle acque del Mar Ionio. Il caicco Summer Love sul quale viaggiavano 180 persone urtò contro una secca, poco distante dalla riva. Furono i pescatori i primi ad accorgersi dell’incidente, ma non fu attivato nessun piano di ricerca e soccorso e – secondo le organizzazioni umanitarie – il caso fu trattato come un’operazione di polizia per la protezione delle frontiere. Alcuni corpi non sono mai stati ritrovati e sono ancora in mare. 

Oggi, sulla spiaggia di Steccato di Cutro, in Calabria, si è tenuta una veglia. E a Crotone è in corso un processo penale sui presunti ritardi nei soccorsi, in cui sono imputati per omicidio colposo plurimo e naufragio colposo quattro rappresentanti della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera.

Se ne parla poco, pochissimo. Il Tribunale di Crotone ha negato a Radio Radicale la possibilità di registrare il processo. Il vescovo di Cosenza, monsignor Giovanni Checchinato, ha detto che la strage di Cutro «è un pezzo di storia che non è stato accolto, è stato censurato, negato e continua a esserlo». Il sindaco di Crotone Vincenzo Voce ha commentato: «Il dolore che questa tragedia ha lasciato nelle nostre coscienze non può e non deve trasformarsi in silenzio». 

Green News

Giornata mondiale della natura, perché non sia solo una
giornata sul calendario

di Roberto Sposini

Città trenta e lode: la strada giusta

A gennaio il Tar ha annullato la misura con cui Bologna ha ridotto la velocità. La “scusa” per tornare a parlare di sicurezza stradale. Il nostro talk con il indaco Matteo Lepore e il giornalista Luca Valdiserri


Caccia, associazioni consegnano petizione con oltre 400mila firme per chiedere sicurezza e
tutela della natura

A Palazzo Madama consegnate simbolicamente ai parlamentari le firme raccolte da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf e presentate le richieste per una maggiore tutela della natura e per la sicurezza dei cittadini

Eventi

Treviso


Un magico inverno
Bianche emozioni dalla Collezione Salce


Fino al 29/03/2026

Treviso, Museo Salce

A. Musati, 1953

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