Sommario
Editoriale
Il ruolo di un’informazione libera nella società contemporanea
La rivista Finnegans e la libertà di espressione
Il cibo come atto culturale, nella sua dimensione etica, filosofica e sociale
Filosofeggiando | Perché mangiare bene è un valore estetico. “Il gusto come esperienza”, di Nicola Perullo
Un albero, una ciaccona. “L’ailanto, il migrante del paradiso”. Con Stefano Mancuso e Mario Brunello
Green news
Eventi
Pubblicazioni Finnegans
***
Basta esistere per essere completo
Alberto Caeiro (Fernando Pessoa)
Carissime e carissimi,
lo scorso martedì avevo chiuso l’editoriale a proposito del ruolo degli intellettuali rispetto al potere con questa osservazione: “Sta di fatto che l’intero ecosistema informatico, comunicativo e intellettuale è vicino al collasso. Adeguarsi o scomparire sarà probabilmente il destino dei nuovi intellettuali annidati nelle trincee culturali novecentesche. Con un’unica alternativa, uscire allo scoperto e passare al contrattacco”. Alcune persone mi hanno chiesto di chiarire il significato delle suddette affermazioni.
In un’epoca come l’attuale caratterizzata dal fenomeno della disintermediazione digitale (la soppressione degli intermediari) a tutti i livelli, è ormai acclarato che l’irruzione dei nuovi media divulgativi digitali – utilizzati soprattutto dai giovani – ha scombinato l’intero ecosistema informativo, peggiorando la qualità dei contenuti – a cui difetta particolarmente l’approfondimento – e l’autorevolezza intellettuale di chi scrive. La qualità degli articoli e dei testi in generale è divenuta certamente più immediata e fruibile, ma ha lasciato sul terreno molti detriti, relativi soprattutto allo sviluppo di una ricerca più semplicistica e non sufficientemente documentata. D’altro canto, se si lascia campo libero ad un algoritmo che ricerca quasi esclusivamente un coinvolgimento di tipo effettistico (molto emotivo) è impensabile che venga offerta o salvaguardata una proposta culturale ricca di contenuti.

Oltre al fatto che oggigiorno siamo sommersi da una quantità paradossale di notizie e commenti non scelti e non verificati, vittime di uno scrolling (scorrimento) impazzito di contenuti digitali, che stanno inabissando l’interesse nei confronti di una ricerca basata sulla qualità, così come l’attenzione (la cui soglia si sta progressivamente riducendo), e lo stimolo intellettuale a migliorare la nostra conoscenza. Alimentando viceversa una disinformazione sempre più dilagante e nociva, che colpisce soprattutto le persone che sono meno attrezzate culturalmente a verificare la veridicità di un’informazione.
Quanto detto è valido in linea generale per tutti i segmenti informativi, compresi quelli che si riferiscono agli studi, alla ricerca e all’approfondimento in campo artistico e culturale, come ad esempio quello relativo alla nostra rivista Finnegans, che a partire dal nome (riferimento joyciano) incarna l’accesso immediato ad un’informazione ricca di contenuti liberi, indipendenti, autentici e verificati (nessuno dei testi presenti in Finnegans, ad esempio, è generato dall’Intelligenza Artificiale, ma è frutto dell’elaborazione intellettuale e scientifica di ciascuno degli autori) e non soggetta – è doveroso sottolinearlo – a nessun tipo di controllo e di censura. Le centinaia di collaboratrici e collaboratori che hanno arricchito in vent’anni e più di militanza culturale le migliaia di pagine della rivista nell’edizione cartacea e digitale lo possono testimoniare.

Questo grazie anche ad un eccellente approccio di tipo volontaristico tra tutti i soggetti dell’associazione e della rivista, privo di qualsiasi mediazione con qualunque nucleo di potere decisionale, che nell’informazione controllata dagli organismi politico-finanziari incide invece in maniera spesso abnorme, provocando, come accennato, un cedimento e una deriva informativa e culturale sempre più evidente.
Una partecipazione attiva (militanza) in Finnegans che si traduce anche in una assoluta libertà di espressione, ospitando e promuovendo un’indagine critica anche in presenza di una solida divergenza di opinioni. Un criterio e un atteggiamento etico e deontologico che sta venendo meno, ad esempio, nelle riviste e negli organi di informazione ufficiali gestite da imprese editoriali e finanziarie.
Finnegans: un contenitore libero e pluralista che dà spazio ad una molteplicità di opinioni seguendo un’unica traiettoria, quella della qualità artistica ed un pensiero che di volta in volta si trasforma in uno scintillante sfolgorio emotivo e razionale, anche se a carattere intermittente. Il tutto sorretto dalla spinta propulsiva di un folto nucleo redazionale che è uscito da tempo dalle polverose trincee culturali del Novecento, confrontandosi con i tafferugli artistici, filosofici, letterari ed estetici della contemporaneità.
***
Il cibo come atto culturale nella sua dimensione etica,
filosofica e sociale
Molti di voi ricorderanno l’evento organizzato dalla rivista Finnegans nell’ottobre del 2021 presso la Chiesa di San Teonisto di Treviso, dal titolo “IL CIBO DI DIO. Il significato del cibo nelle tradizioni religiose monoteiste e la sua trasformazione nella contemporaneità”, un’iniziativa a cui hanno partecipato il vescovo di Treviso Mons.Michele Tomasi, l’Imam Sergio Yahe Pallavicini, il Rabbino capo di Ferrara Rav Luciano Meir Caro, il filosofo Massimo Donà, direttore del Master di Filosofia del cibo e del vino presso l’Università San Raffaele di Milano, Giacomo Petrarca, filosofo e docente presso l’Università san Raffaele di Milano, Cinzia Scaffidi, giornalista e docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Luigi Latini, direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche, Oscar Farinetti, imprenditore e saggista e Patrizia Loiola, coordinatrice Slow Wine del Veneto.

Ebbene, sulla scia di quell’evento – che è poi proseguito presso la Tenuta Borgoluce di Susegana – abbiamo dato alle stampe un numero della rivista, allargato a importanti collaborazioni nel campo della teologia, della letteratura, della poesia e della gastronomia. Da quell’esperienza si sono sviluppate altre iniziative che hanno avuto come impostazione tematica il cibo come essenza di alimento per il corpo e per lo spirito. Da qui l’inizio di vari tragitti culturali, quali leTavolate della solidarietà, gliincontri interreligiosi, con le varie intersezioni di natura filosofica e teologica, il Cammino del pane, Pane nostro, Il pane della solidarietà, iniziative organizzate a Treviso presso il Convento dei padri Carmelitani, La Camera di Commercio, la Loggia dei Cavalieri e soprattutto presso il Convento san Francesco.
Questa premessa per anticipare l’innesto tematico del Cibo nella nuova rubrica gastronomica e enologica nella versione online della rivista http://www.finnegans.it, rubrica che sarà diretta da Patrizia Loiola e della quale vi informeremo tra qualche settimana e che costituirà il nucleo centrale attorno al quale proporremo dellenuove iniziative culturali che ruoteranno attorno ai temi dell’alimentazione, portando alla luce comunque anche alcune problematiche legate allo sottosviluppo, alle povertà e alle disuguaglianze. Temi che hanno sempre costituito uno dei principali assi concettuali, tematici e culturali dell’associazione e della rivista Finnegans.
A questo proposito, per dare sontuosamente avvio al nuovo percorso culturale enogastronomico, vi propongo un breve estratto del saggio di Nicola Perullo, rettore dell’Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo e docente di Estetica presso lo stesso ateneo, saggio che si riferisce alla pubblicazione del suo libro “Il gusto come esperienza. Riflessioni di filosofia ed estetica del cibo (Slow Food Editore).
*
Filosofeggiando | Perché mangiare bene è
un valore estetico
In “Il gusto come esperienza” (Slow Food Editore). Il rettore dell’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo Nicola Perullo condivide con i lettori le sue riflessioni sulla gastronomia come «fenomeno moderno sottoposto alle trasformazioni sociali di cui è espressione»

La parola “gusto” ha subito uno slittamento semantico a partire dalla metà del Seicento, passando da identificare un senso naturale per il riconoscimento e l’apprezzamento di cibi e bevande a identificare un sentimento preposto al giudizio estetico del bello artistico e naturale. Questo spostamento dal letterale al metaforico ha segnato fortemente la subordinazione del gusto gastronomico, una subordinazione accompagnata da ragioni di ordine epistemologico, etico e ovviamente estetico. Nel Settecento la gastronomia si è così ritagliata uno spazio culturalmente marginale ma socialmente significativo quale discorso di intrattenimento, coltivazione di status, attività amatoriale. I gastronomi, da allora, sono stati rappresentati soprattutto quali agiati borghesi, dandies, raffinati connoisseurs, collezionisti e giornalisti. Una figura quale l’intellettuale della gastronomia è tanto rara quanto evanescente.
(Scopri di più)
Sotto questa luce, le cose stanno cambiando: il campo ha guadagnato importanza culturale e molti cuochi importanti sono diventati personaggi pubblici alla stregua delle pop star e degli artisti contemporanei. In questa contaminazione di generi è possibile intravedere non solo rischi e derive morali ma anche potenzialità inedite per la gastronomia. Una strategia efficace per la valorizzazione del gusto si costruisce “dal basso”, da un lato accettando la sua marginalità e la sua minorità, dall’altro – e contemporaneamente – sviluppando una concezione alternativa e critica sul cibo, sulla cucina e sulla sua fruizione: non un circolo ricreativo per acquiescenti signori ma un laboratorio, uno spazio attivo nel quale la filosofia, le scienze umane, le arti e le scienze della natura possano riflettere sul proprio tempo.
La valorizzazione del gusto per il cibo non si progetta ribaltando la gerarchia del sensibile, invertendo l’ordine assiologico tra sensi minori e sensi maggiori. Non è infatti per una colossale disattenzione, per negligenza, o per un grande complotto (come pensa il filosofo francese Michel Onfray, autore di molti libri militanti sulla liberazione del piacere fisico e gustativo) che il gusto è marginale al pensiero, alla conoscenza, all’arte. Non si tratta di schierare i buoni (gli epicurei, i materialisti, i libertini, i gourmet) contro i cattivi (i platonici, gli idealisti, gli asceti). Né si tratta di far entrare la gastronomia nel campo dell’arte intesa nel suo senso moderno convenzionale; piuttosto, si tratta di usare la gastronomia anche per contribuire a una ridefinizione dei confini dell’arte. La gastronomia – come detto, nel significato esteso che si troverà in questo libro, ovvero tutto l’ambito delle esperienze gustative – potrebbe addirittura rappresentare l’emblema dell’arte, come il cinema fu l’arte del XX secolo: come ammoniva il grande filosofo tedesco Walter Benjamin nel suo saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1935-36), per annoverare il cinema tra le arti non si doveva costringere il cinema a essere qualcosa che non era (per esempio, una forma evoluta di pittura o di teatro), piuttosto occorreva ampliare il dominio dell’arte, ripensarla su nuove basi (Benjamin, 2012). Lo stesso potrà essere per la gastronomia se la rivalutazione del gusto avverrà con una nuova strategia.
Facciamo un esempio di un fraintendimento controproducente oggi in voga. Sostenere che un certo tipo di cucina è arte e non “semplice” artigianato, come tentano di dire alcuni critici e cuochi, significa molto spesso presupporre una distinzione problematica – quella tra le “creazioni” della mente umana e le “esecuzioni” ripetitive e meccaniche – che ci riporta alle consuete ed errate opposizioni tra mente e corpo, tra cultura e natura. È una distinzione superficiale, che arriva di necessità a sottoscrivere l’idea che la cucina artistica sarebbe solo quella dove le tecniche materiali – tagliare, toccare, cucinare, gustare – sono secondarie rispetto al concetto e all’idea. Il cuoco, in questa concezione, sarebbe come un architetto o un designer, o addirittura come un artista concettuale. Quindi, la cucina artistica non sarebbe la cucina “normale” e ordinaria, ma solo quella speciale ed eccezionale; e l’eccezionalità non starebbe nella maggiore capacità tecnica e pratica del cuoco ma nella sua originalità.
Questa impostazione è profondamente sbagliata, confonde le idee, e alla fine lascia tutto com’è. Per confutarla, ci sono buoni motivi teorici (identificare il processo creativo solo nell’atto intuitivo è riduttivo, e non coglie tutta la complessità della creazione artistica, fatta soprattutto di lavoro concreto con i materiali edibili) e buoni motivi etici (l’arte sarebbe qualcosa di esclusivo, soprattutto qualcosa che si definirebbe non sulla base degli effetti, dei risultati conseguiti, ma su codici di distinzione gerarchica basata su criteri sociali, per dirla con Bourdieu). Occorre dunque procedere diversamente, cambiando il paradigma di riferimento.
Un’estetica gustativa relazionale agisce in due mosse. La prima consiste nella incessante sottolineatura del valore della marginalità, in tutte le sue possibili declinazioni: questa è una chiave decisiva per riconsiderare confini stabiliti e codici consueti. Tuttavia occorre essere sottili e accorti anche con questa mossa, perché ogni discorso, ogni enunciazione sul valore del gusto e sull’importanza della gastronomia è a sua volta un’enunciazione intellettuale. In altre parole, essa è possibile grazie a idee e concetti teorici. Cambiare di segno alla marginalità del gusto come piacere e come conoscenza significa considerarne la natura paradossalmente parassitaria: il gusto è abilità percettiva, sapere endocorporeo per eccellenza – un sapere che nasce e si sviluppa attraverso il corpo e nel corpo, e che non è concepibile altrimenti. Il gusto ha bisogno di osservazione, di riflessione, di introspezione, ma anche di espressione, di condivisione e di concettualizzazione per essere utilizzato e apprezzato in tutta la sua potenzialità.
La seconda mossa – ancora più azzardata e per questo più avvincente – consiste nel proporre un diverso concetto di valore estetico. Un concetto che deriva dalla prospettiva relazionale e processuale che adotto e che porta alle più estreme conseguenze le caratteristiche funzionali del cibo: l’essere introiettato, assimilato e metabolizzato. Secondo quest’approccio, infatti, è plausibile e anzi pienamente coerente fare di tali caratteristiche gli assi portanti dei valori estetici del cibo. In altri termini: sono la qualità e l’apprezzamento dell’introiezione, dell’assimilazione e del metabolismo di un certo cibo a determinarne, almeno in buona parte, il valore estetico, e non l’istituzione e il successivo riconoscimento di analogie formali con altre attività artistiche che sono espressione di altri valori (la bellezza formale, l’eleganza e l’armonia forgiate sulla presunta “contemplazione” a distanza, perché certi artefatti non si possono introiettare).
Mangiare bene è un valore estetico, ma il “bene” non riguarda l’adeguamento di un valore a uno standard di riferimento prelevato da un altro campo. Questo “bene” ha soprattutto a che fare con il contatto del cibo con i nostri tessuti interni, con i succhi che lo rendono digeribile, con i condotti che lo trasportano nelle sedi preposte alla sua trasformazione. Questa mossa – difficile e complessa, che rappresenta l’implicita conseguenza di questo saggio e che rimanda a futuri percorsi di ricerca – consentirà di valorizzare i sensi prossimali e di introiezione non rispetto alla loro vicinanza ai distali ma come tali; e consentirà di concepire sullo stesso piano qualitativo, differenziati da specifiche articolazioni, la gastronomia, la nutrizione, l’estetica e l’etica.
***
Un albero, una ciaccona
con Stefano Mancuso e Mario Brunello

Lo scorso sabato sera, presso l’Antiruggine di Riese Pio X – uno straordinario spazio culturale ideato e gestito da Arianna e Mario Brunello – si è alzato il sipario su una pregevolissima ‘partitura’ artistica, botanica e musicale intitolata con fastosa eleganza naturale e semantica “Un albero, una ciaccona”, che ha scandito mirabilmente l’inaugurazione dell’originale e affascinante mostra d’arte di Stefano Mancuso “L’ailanto, il migrante del paradiso” (visitabile fino al 19 aprile il sabato e la domenica dalle 15 alle 19).
Lo spettacolo, modulato sulle riflessioni intorno alla vita segreta e visibile delle piante – partendo dall’indagine artistica sui monotipi botanici, di cui l’ailanto, pianta del paradiso è qui rappresentata come paradigma simbolico della resistenza alle avversità (della vita), della capacità di adattamento, della forza, resilienza e rinascita, potente metafora della condizione vegetale e umana migrante – si è avvinto attorno alla sequenza botanica di un albero per intrecciarsi magistralmente con il canone musicale di alcune partite di Johann Sebastian Bach, in un susseguirsi contrappuntistico di scienza e arte musicale: una combinazione armonica e narrativa impeccabile.

Facendo emergere, su tutto, un percorso didattico, scientifico e artistico di indubbia efficacia (un racconto e un viaggio conoscitivo offerto al pubblico con semplicità e autorevolezza), impreziosito da un capolavoro poetico e letterario quale l’Elegia dal poemetto Le metamorfosi delle piante di Johann Wolfgang Goethe recitata da Stefano Mancuso, e dalla sublimeCiaccona in Re minore BWV 1004 di Johann Sebastian Bach per violoncello piccolo, movimento finale dellaPartita n. 02 in D minor, suonata con impareggiabile maestria daMario Brunello.
Al dunque, una strepitosa serata illuminata dalla genialità artistica e creativa di due tra gli interpreti più autentici e brillanti del panorama scientifico e musicale italiano ed internazionale: uno spettacolo – quasi un contrappunto estatico –creato in simbiosi con un pubblico indubbiamente affascinato dalla prodigiosa consonanza artistica. Un pubblico che sabato sera si è appropriato totalmente dell’Antiruggine, testimoniando la bontà di una formula artistica che coniuga arte, scienza e impegno socialee la necessità, in un’epoca colonizzata dagli imperativi virtuali, della riscoperta di relazioni vere, autentiche, intense e profonde.
Approfondimento musicale: Mario Brunello, Partita No, 2 in D Minor, BWV 1004: V. Ciaccona
***
Green news

Cortina, dalla Olimpiadi verso un modello di
città accessibile a tutti
di Carlotta Garancini
Cortina si è posta l’obiettivo di diventare una meta turistica accessibile a tutti e inclusiva, oltre le Olimpiadi. Dall’impegno della comunità, è nata una guida pratica alla città.

***
Lo studio: foreste ben gestite hanno un ruolo chiave
contro i cambiamenti climatici
di Paolo Mori
Secondo il Policy brief dell’European Forest Institute acqua e foreste sono troppo spesso governate da settori separati, nonostante l’evidenza scientifica della loro profonda interdipendenza

https://www.lanuovaecologia.it/foreste-gestione-integrazione-piani-acqua-territorio/
***
Parte Progetto Appennino 2026
dalla Redazione
L’iniziativa è promossa dalla Fondazione Edoardo Garrone con Legambiente.
Fulcro delle attività anche quest’anno il borgo di Castel del Giudice, in Molise. L’obiettivo è fare formazione imprenditoriale, sostenere le imprese
locali e creare reti territoriali integrate

***
Lo studio su “Nature Climate Change”
Montagne, ecco perché sono il luogo naturale dove
microclimi e stagionalità rendono visibili i meccanismi
della crisi climatica
di Alberto Fassio

delle pianure, permettano di osservare in anticipo gli effetti del clima su comportamento,
fisiologia e sopravvivenza delle specie. (Crediti Foto: Al Bello / Staff (Getty Images)
Le montagne non sono solo le prime vittime del cambiamento climatico. Sono anche il luogo dove il clima e i suoi cambiamenti si fanno capire meglio. È questa la tesi al centro di uno studio, pubblicato su Nature Climate Change, che propone di guardare ai sistemi montani come a veri e propri laboratori naturali per capire come il riscaldamento globale stia trasformando la vita delle specie.
Le montagne ospitano una biodiversità eccezionale e garantiscono servizi ecosistemici cruciali, ma oggi si stanno riscaldando dal 30 al 50 per cento più velocemente rispetto alle pianure circostanti. Questo le ha rese il simbolo della narrativa dell’“ascensore verso l’estinzione”, secondo cui le specie si spostano sempre più in alto fino a non avere più spazio. Una rappresentazione efficace, ma incompleta. Lo studio mostra infatti che molte risposte biologiche non seguono traiettorie così lineari: alcune specie non si spostano perché non possono, altre restano dove sono grazie a microhabitat favorevoli, altre ancora reagiscono in modo irregolare, influenzate da comportamento, fisiologia e interazioni ecologiche locali.
(Scopri di più)
Le caratteristiche delle montagne
Le montagne ospitano una biodiversità eccezionale e garantiscono servizi ecosistemici cruciali, ma oggi si stanno riscaldando dal 30 al 50 per cento più velocemente rispetto alle pianure circostanti. Questo le ha rese il simbolo della narrativa dell’“ascensore verso l’estinzione”, secondo cui le specie si spostano sempre più in alto fino a non avere più spazio. Una rappresentazione efficace, ma incompleta. Lo studio mostra infatti che molte risposte biologiche non seguono traiettorie così lineari: alcune specie non si spostano perché non possono, altre restano dove sono grazie a microhabitat favorevoli, altre ancora reagiscono in modo irregolare, influenzate da comportamento, fisiologia e interazioni ecologiche locali. È proprio in questi casi che le montagne diventano un laboratorio naturale. Salendo o scendendo di poche decine di metri, le condizioni climatiche possono cambiare drasticamente: più caldo o più freddo, più secco o più umido. Questi gradienti compressi nello spazio permettono di osservare in tempo reale come il clima influisce su comportamento, stress e sopravvivenza delle specie. Queste differenze modificano direttamente il bilancio energetico degli organismi, il rischio di disidratazione e lo stress termico, con effetti a cascata su sopravvivenza e riproduzione. I ricercatori propongono di spostare l’attenzione dalle sole mappe di distribuzione a due indicatori chiave: le finestre di attività, cioè i periodi in cui le condizioni permettono agli animali di muoversi e nutrirsi in sicurezza, e i margini di sicurezza fisiologica, che indicano quanto una specie sia vicina ai propri limiti di tolleranza. Quando questi margini si assottigliano iniziano i problemi demografici: meno individui sopravvivono, meno giovani nascono.
La stagionalità e i casi studio
Un aspetto centrale dello studio riguarda la stagionalità. Molte specie montane si spostano durante l’anno, scendendo a quote più basse in inverno e risalendo in estate per inseguire condizioni climatiche favorevoli. Questo comportamento può ampliare temporaneamente le finestre di attività, ma crea anche una forte dipendenza da habitat stagionali che oggi stanno perdendo la loro capacità di “cuscinetto” climatico. Con l’aumento delle temperature e la riduzione dell’umidità, proprio le aree che garantivano rifugio nei momenti critici diventano nuovi punti di stress, generando colli di bottiglia stagionali che incidono direttamente sulla dinamica delle popolazioni. Il report mostra anche casi studio concreti, come il monitoraggio trentennale di mammiferi arboricoli nelle montagne tropicali del nord-est australiano. In questo sistema, alcune specie hanno registrato crolli di abbondanza fino a circa il 70 per cento senza una riduzione immediata della presenza sul territorio. Le cause, però, non erano le stesse per tutti. In alcuni casi il problema era il surriscaldamento durante le ondate di calore, in altri la riduzione del tempo disponibile per alimentarsi, con conseguenze croniche sul bilancio energetico e sulla riproduzione. Specie simili, nello stesso ambiente, ma vulnerabili per ragioni diverse. Le montagne sembrano dunque comprimere il tempo della scoperta, mostrando oggi processi che in altri paesaggi emergeranno solo tra decenni. E usarle come lente di ingrandimento potrebbe permette di passare più rapidamente dalla diagnosi all’azione.
***
Groenlandia, la scienza tra i ghiacci.
“Se riesci a progettare qui, puoi farlo ovunque”
di Federica D’Auria

***
Legge sul caporalato: il caso Veneto a dieci anni dalla riforma
di Antonio Massariolo

***
Eventi
Treviso

***
Padova
M.C. Escher – Tutti i capolavori
8/02/2026 – 19/07/2026
Padova, Centro culturale Altinate San Gaetano

All rights reserved (taglio parziale)
***
Venezia
Disapparire. Antonio Corradini e Luigi Ghirri
13/12/2025 – 13/04/2026
Venezia, Fondazione Querini Stampalia

13 dicembre 2025 – 12 aprile 2026 – Foto Adriano Mura
***

***
Vicenza
Francesco. Una luce per l’umanità
21/02/2026 – 30/03/2026
Vicenza, Palazzo Trissino

***
Pordenone
Pordenone Docs Fest
XIX edizione
25/3/2026 – 29/3/2026
Pordenone, Cinema Zero

***
Passariano di Codroipo
Confini da Gauguin a Hopper
Canto con variazioni
11/10/2025 – 12/4/2026
Passariano di Codroipo, Villa Manin, Esedra di Levante

Foto: Elke Estel/Hans-Peter Klut
***
Trento
Riccardo Schweizer. 100 anni di colore,
forma e libertà
29/11/2026 – 06/04/2026
Trento, Palazzo delle Albere

Luca Meneghel, 2025
***
Bologna
Michelangelo Pistoletto
Dalla Cittadellarte allo Statodellarte
03/02/2026 – 03/06/2026
Bologna, Palazzo Boncompagni

***
Milano
Anselm Kiefer. Le Alchimiste
07/02/2026 – 27/09/2026
Milano, Palazzo Reale

***
Pubblicazioni Finnegans
Meditazioni estetiche / Arte e Architettura
“La Torre degli Anziani come dispositivo dello sguardo. Soglia, percezione e immaginario collettivo nella Padova contemporanea. Testo di Tania Gallinaro”

Ovvero, uno sguardo a perdita d’occhio su una città ricchissima di giacimenti storici e culturali, dalle piazze ai parchi,
dai palazzi alle università: una costellazione di opere d’arte arricchita da un nucleo antropologico di memoria storica quale sorgente e deposito culturale di inestimabile valore universale.
Uno sguardo che tuttavia si sofferma, attraverso la brillante esplorazione artistica e letteraria di Tania Gallinaro, su uno smagliante punto luce rappresentato dallo storico manufatto della Torre degli Anziani, che svetta sulla città imponendosi dall’alto della sua magnificenza architettonica come un superbo e nobile custode di una tradizione secolare. Un manufatto restaurato magistralmente e riconsegnato alla città di Padova e a quanti lo vorranno visitare, per ritrovare un vecchio ‘amico’ rifiorito, silenzioso e dall’anima immortale.
Un caloroso saluto
Diego

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.