Il sapere dell’origine. “Anatolia”, di Annarosa Maria Tonin. Commento critico a cura di Alberto Trentin

Il Nemrut Dağı, nella cui sommità si trova la tomba-santuario di Re Antioco I di Commagene (Anatolia orientale)

 

       L’ultimo romanzo di Annarosa Maria Tonin, Anatolia, uscito per Digressioni editore, è un’opera di seduzione narrativa, costruita attraverso una successione – ma attenzione: fisicamente inarrestabile più che rapsodica, cosa su cui torneremo – di ammiccamenti, di sguardi, di frasi sottaciute, di brevi lacerti: istantanee descrittive e frammenti dialogici che costruiscono una storia soprattutto per sottrazioni, per mancanze, e nella quale lo sguardo delle voci narranti accende solo a tratti, come un cerino sfregato nel buio, il lume della ragione logico-deduttiva.

       Tre sono gli affluenti di questo racconto, ambientato in un paese d’invenzione, Santa Brigida, e in pochi luoghi caratterizzati da scarne e generiche coordinate spaziali e sociali: l’asilo, la fabbrica, la piazza e, soprattutto, l’osteria Ai tre venti, vero luogo naturale nel quale devono cadere ed accadere cose e persone. L’osteria – e qui si legga in filigrana il tratto caratteristico di un Veneto popolare che rimane ancora udibile e visibile, tra le ombre gettate dai campanili e le chiacchiere irriguardose mormorate piano – è l’ambiente principale della storia perché sa essere naturaliter centro ad un tempo aggregativo e dispersivo, locus amoenus et horridus, in cui il tempo dell’amicizia, del passatempo, della condivisione si interseca e s’aggroviglia con quello delle accuse, del dissidio, della vendetta. L’osteria è luogo d’elezione perché è capace di mostrare gli esseri umani nel loro stare assieme, nel loro serrare e disserrare legami.

Quando un legame si spezza, non vale la pena ricomporlo. Si può solo sopravvivere e per farlo bisogna riconoscerne almeno un altro e capire se ci si può appartenere, oppure no.

       Ma ritorniamo ai tre affluenti; sono le voci narranti nelle quali il flusso narrativo si disarticola: Sofia e Angelina, che raccontano in prima persona, e un narratore esterno che usa invece una più neutra ma non meno ellittica terza persona. L’incastro di queste voci dà, dunque, quell’incedere volutamente non fluido, non libero, di cui si diceva. La storia, che questo racconto frastagliato vuole narrare senza mai troppo dire, è di antichi traumi e segreti simile a molte vicende che i paesi tentano, attraverso solidi cordoni omertosi, di tenere nascoste. Quando questo non avviene è perché c’è stato, in un luogo e in un tempo fatali, uno sguardo innocente e ingenuo che da un dettaglio di quei fatti è rimasto impresso, come una vecchia lastra fotografica, e ne trattiene una traccia, inconsapevole e immediata. Ne viene, dunque, che la sua emersione non è già un fatto casuale, ma necessario (ed è quella necessità fisica di cui dicevamo in apertura). Non può non accadere.

       Arriva il momento, sembra dire l’autrice, in cui l’acqua dalla sorgente, per quanto difficoltoso e accidentato possa essere il tragitto, arriva a fondersi con quella salata del mare; così vale per i fatti, per i misteri, per gli aneddoti, che prima o poi vengono alla luce, trovando il loro cantore.

Tutte le storie che mi sono state raccontate e ho visto senza dire una parola, o dicendone molte, hanno scelto di riunirsi qui, perché qui è rimasta l’unica storia che non si è dissolta…

       Affinché ciò avvenga è necessario rintracciare le parole per dirlo, è cioè in gioco un personale lavoro sulla (ri)scoperta dei nomi e, dunque, delle origini, in una sorta di ineluttabile scandaglio etimologico del proprio sé che muove alla ricerca del fondamento che tutto sorregge. Questo è chiaro fin da subito, nel romanzo, dove continuamente si fa riferimento alla presenza e all’assenza dei nomi. Nominare è chiamare all’essere, e senza il nome – e senza la conoscenza del nome – non c’è vera vita.

Ero ormai sveglia e non portavo nessun effetto personale. Ero io ma non conoscevo il mio Nome e il mio Cognome.

[…]

Non era la luce a delinearne le forme e l’immutabilità, ma le sagome dei casali in lontananza, che si chiamavano come le famiglie, le stesse che si portavano in cimitero i fiori dell’oratorio. Guardavo le sagome con sospetto e ammirazione, perché loro un nome ce l’avevano da sempre e io no.

       Nel tragitto di apprendimento dei nomi che fanno essere e, con essi, delle parole per raccontare, capita anche di incontrare anche quelli che alludono all’ignoto, all’esotico, e che dunque, come un oracolo, accennano al destino che si compirà. Come l’Anatolia del titolo, che è certo un’indicazione geografica precisa e circostanziata, ma che assume insieme i contorni di una chiamata; illuminando così un luogo e un tempo futuri, Anatolia significa specularmente la fine e l’oltrepassamento del passato e delle sue oscure e ormai poco significative trame.

Paesaggio invernale della Cappadocia (Anatolia centrale), da Winter sleep (Il regno d’inverno), film del 2014

       Alla fine della lettura rimane la sensazione di trovarsi di fronte a un duplice epicedio: quello a una comunità che, seppure piccolissima qual è quella rappresentata dai protagonisti della storia, soccombe allo sgretolarsi della malta fine di silenzi e bugie che la sosteneva; e quello, ancora più sotto traccia, a un mondo che non esiste più e più non può esistere e del quale rimangono ancora, come ultimissime scorie, certe abitudini e certi gesti codificati; gesti tuttavia irriflessi e incapaci di significare, essendo venuto a mancare il mondo che di quei gesti era palcoscenico e virtù vivificante.

Foto di copertina: Il palazzo Ishak Pasha, situato nel distretto di Doğubeyazit della provincia di Ağri (Anatolia orientale)

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Alberto Trentin è nato a Treviso nel 1979. Ha conseguito la laurea in filosofia a Ca’ Foscari, un dottorato in filosofia del Rinascimento, e un master triennale in pedagogia clinica, con una tesi sul soggetto nella contemporaneità.
Ha organizzato la kermesse culturale Treviso allo specchio nel 2009 e dal 2015 ha collaborato con l’associazione NinaVola per il festival Carta Carbone.
Ha scritto testi teatrali, negli anni portati in scena a Treviso e provincia. Ha pubblicato due raccolte di poesie, 
La voce dei padri (Samuele Editore, Pn 2010), Vuoti d’ossa (Arcipelago Itaca, An 2017), e curato una raccolta di saggi sulla globalizzazione (Istresco, Tv 2010), con uno personale sulla retorica digitale.
Ha pubblicato su riviste internazionali di poesia (Soglie, NeMLA, Gradiva, Italian Poetry Review) e su antologie collettanee per vari editori, nonché su riviste di critica con alcuni saggi di letteratura contemporanea su Dino Buzzati, Ezra Pound, Bartolo Cattafi.
È docente presso la scuola permanente di scrittura autobiografica de Il portolano, a Treviso. Scrive per la rivista trimestrale Digressioni.

Il sito internet: www.albertotrentin.it

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