“IL DUCA” di Matteo Melchiorre. Commento critico di Annarosa Tonin

IL DUCA” di Matteo Melchiorre
Commento critico di Annarosa Tonin

 

«Ricordo che d’un tratto ci fu come un fulmine, e si levò, nitida e precisa,
un’idea forsennata. Vidi risolversi ogni cosa. Ebbi la certezza esaltante di poter incenerire,
grazie a quel fulmine, le avversità pendenti, tutte quante dalla prima all’ultima».

 

 

Una voce che ricorda. Una voce meticolosa, sedimentata, eppure urgente, terrorizzata e ammonitrice, a un tempo placata e torrenziale. La voce dell’ultimo conte Cimamonte, chiamato “Il Duca” per ragioni che egli rende noto al lettore fin dalle prime pagine.

Il Duca, nuovo romanzo di Matteo Melchiorre, edito da Einaudi, ha i tratti del dialogo filosofico, che il protagonista intesse con sé stesso, la stirpe dei Cimamonte, a cui appartiene, la villa in cui riprende dimora stabile, Vallorgàna e i suoi abitanti. Un dialogo antico che, partendo da una disputa sul confine della proprietà Cimamonte, seguita da «estasi spagnolesche», suggestioni da cronache e archivi familiari, fino all’idea e alla pratica della nobiltà di sangue in rapporto ai luoghi e alle persone su cui esercita il potere, si allarga a meditazioni e pratiche di respiro ben più ampio e di stringente attualità.

Il Duca si presenta al lettore come «spaesato superstite», «signore di un più che consistente patrimonio e di una stirpe prossima a disseccarsi», indifferente a quel che di lui si possa dire o pensare; si rivela, poi, orgoglioso di appartenere a un casato nobile, scopre la passione padronale, aggiunta a una «irrequietezza nuova», datagli da una odierna lotta per il potere, secondo antiche consuetudini legate al vassallaggio. «Volevo che la mia giustizia fosse mia e di nessun altro» confessa.

 

In Villa – Ph. Stefano Cusumano

Al culmine del percorso di autoconferimento della patente di nobiltà, però, egli si sente «una mela giunta a maturazione nel cuore di gennaio, mentre tutto intorno non è più stagione; l’unica mela, anzi, sul ramo di un albero secolare la cui linfa si è del tutto esaurita. L’albero è morto, ma la mela resta là, sospesa e signora di uno scheletro».

Emerge la prepotente ineluttabilità del sangue che «scorre, scalpita e smania» e dà il nome a un capitolo del romanzo, ma ne sostanzia l’intera ragion d’essere. Il sangue, dunque, a un tempo limpieza de sangre di absburgica memoria, ma anche superamento del confine di classe. Che «il sangue è sangue», al di là della classe sociale, lo testimonia, per esempio, la meravigliosa storia nella storia di Luigi Sgnàca, «vittima di una solitudine malvissuta». Dunque, è anche un “Discorso sul metodo” quello che Melchiorre – Il Duca rivolge al lettore, parlando del suo schedario, «nel quale tengo nota scritta delle storie che mi capita di ascoltare in paese, antiche o recenti che siano. Le annoto per curiosità, per evitare che vadano via alla deriva nel tempo». È così che si sbobinano le trame morte e sepolte, per conoscere il passato e liberarsene, senza dimenticarlo. Eppure, conservare rappresenta anche «un sommo pericolo, poiché alle cose materiali stanno rapprese le cose immateriali, le catene invisibili, ossia le storie che ronzano nell’aria come api o zanzare, tafani o farfalle».

 

Al pascolo – Ph. Stefano Cusumano

Il Duca è un dialogo che allarga e restringe l’orizzonte fisico e mentale del protagonista e di chi legge, un testo che ha bisogno estremo di una lingua che gli si addica, una «grammatica sociale e politica» ricca, aulica, per molti aspetti trattatistica, ma al tempo stesso intrecciata al ciclo delle stagioni, al lavoro di chi vive ai piedi della Montagna, fra pascoli, boschi, allevamenti, miserie, segreti, una lingua evidenziata anche graficamente nelle sue parole chiave, a volte lasciate scorrere così come nate e consolidate, a volte italianizzate. Parole di Vallorgàna e dei suoi abitanti come Nelso Tabióna, il grillo parlante, spesso inascoltato, il quale sentenzia che «se Vallorgàna è ancora qua, ascoltami bene Duca, il merito è di quelli che non hanno frugato nelle miserie degli altri». Personaggi come Dina Cristi, che fin da bambina serve i Cimamonte e cucina per il Duca, «unico pretesto per distrarsi dal tormento dei suoi pensieri», legati ad altre storie di quello che è anche un romanzo corale, innervato su una «orrenda morfologia comportamentale», simboleggiata da un bambino da affogare nel mastello e cinque gattini da affogare nel lavatoio.

La lingua di Matteo Melchiorre scorre lungo la Montagna dal crinale come la schiena di drago, un crinale dal doppio volto.

 

La schiena del drago – Ph. Stefano Cusumano

Il Duca non è un romanzo dalle fondamenta soltanto cerebrali, sebbene il protagonista si definisca «archeologo» di sé stesso, poiché la sua è una «ricerca solitaria». Egli, infatti, scava senza sosta anche per uscire da sé. Un Cimamonte odierno si chiede se vuole davvero riparare a ingiustizie di secoli, o la sua è soltanto vanità. Matteo Melchiorre fonda il suo romanzo su un tema senza tempo: l’esercizio del potere, grazie al possesso di terre e persone.

Il feudalesimo è davvero morto e sepolto? Il Cimamonte odierno se lo chiede quando scopre come acquisisce, esercita, mantiene ed espande il potere Mario Fastréda, il suo antagonista, ma non ne comprende le oscure ragioni. Il Duca, allora, perde il suo tratto indifferente, accelera il passo, guarda sempre avanti e prova «quell’indimenticabile terrore alle calcagna», la stessa accelerazione e lo stesso terrore che la scrittura di Melchiorre inducono nel lettore. Un duello tinto di nero assoluto.

Mario è il nuovo Duca, colui che ha superato i confini, abbattendo una parte del bosco dei Cimamonte. Come deve reagire, allora, un Cimamonte oggi? Il Duca pensa di saperlo, ma non lo sa e chiede aiuto. Il romanzo racconta un percorso di consapevolezza, attraverso un continuo gioco di rimandi reali e di visioni: la scoperta della Chronica Cimamontium ab anno 1495 – «il soffio dell’ombra» -, di una tavoletta di legno, del Bus del Caorón.

Su tutto emerge, inatteso, l’incontro con Maria, la nipote di Fastréda, che il Duca percepisce come «porta di qualcosa» e al tempo stesso «maschera della discordia», in una messinscena da cui non è possibile districarsi. Un velenoso ranuncolo blu e viola che sublima l’inestricabile legame tra il luogo che educa e chi lo abita.

Che educazione ha impartito Vallorgàna ai suoi abitanti? La dipendenza e soggezione a qualcuno, che sia un Cimamonte o un Fastréda, il cui feroce antagonismo è superato dalla violenza inarrestabile dell’aria, che tutto travolge e distrugge.

 

La legge dell’abbattere – Ph. Stefano Cusumano

Il Duca è un dialogo odierno, dove il perturbamento per i luoghi abbandonati o distrutti dalle calamità pone a tutti noi quesiti fondamentali, legati al farsi strada «dentro la poesia dei luoghi»: l’abbandono deve restare tale?, perché non far sì che restino luoghi deserti e disabitati?

Questi vecchi palazzotti qui abbandonati li guardo sempre, da lontano, come un miraggio di conforto, di intimità, di benessere: di stabilità della vita”. Così recita l’epigrafe de Il Duca, tratta da Il Barone di Antonio Josè Branquinho da Fonseca. Si tratta di «presunzione o filosofia del disimpegno»?

Villa Cimamonte parla, ci parla, avvolta dalle ombre della sera, e qui è forte l’analogia con La sera sulle case (Abendliche Häuser, 1914) di Eduard von Keyserling, dove addirittura il nome della baronessa Fastrade von der Warthe richiama quello di Mario Fastréda. Villa Cimamonte parla, ci parla, avvolta dal sole del mattino, dalla neve o scoperchiata dal vento. La sua «pertinacia anacronistica» dona al signore di Vallorgàna il lenimento dei panorami e insieme «l’ergastolo ingrato» delle carte della boiserie, confezionandogli l’anima impotente, «intrappolata» di un casato. Che senso hanno oggi i suoi ammonimenti? Che senso hanno gli ammonimenti a noi rivolti da tutti i luoghi abbandonati?

 

L’anima delle case – Ph. Stefano Cusumano

La desolazione, la seduzione, il perturbamento devono condurci necessariamente ad agire?

E ancora, Il Duca è un dialogo odierno sulla Montagna, che non è solo luogo virtuoso. Restare o andarsene? La catastrofe naturale che colpisce Vallorgàna impone di «guardare meglio» il «nuovo vuoto», che restituisce la Consapevolezza finale: «la storia dei luoghi sovrasta e supera quella delle persone».

«È dunque questo quello che dovrei fare anch’io?, mi chiesi. Ricostruire ciò che è andato distrutto?»

La scelta del Duca e di Maria è una scelta indotta dal luogo, l’unico signore assoluto.

«Quando fui sazio di spiarla, uno slancio formidabile mi spinse a raggiungerla. Uscii nella corte e mi sedetti con lei sul fianco del carpino». Qui i due superstiti sceglieranno. Ma davvero saranno loro a scegliere o qualcosa-qualcuno lo farà per loro?

 

Verde assoluto – Ph. Stefano Cusumano

Fino alla fine Melchiorre dissemina quesiti. Davvero il verde assoluto di una foglia vaticina l’abbandono di quel nero assoluto da cui anche il lettore è stato avvolto?

Il Duca è una storia di divinazione, in cui il protagonista cerca insistentemente un segno, l’indicazione della via da percorrere, oltre «il capriccio di forze inafferrabili».

Il Duca è una messinscena in cui la scrittura di Matteo Melchiorre indossa la maschera dell’estasi barocca per affondare la lama nella lingua dei luoghi, unici custodi dell’eterno presente.

 

Autore: Matteo Melchiorre
Titolo: Il Duca
Casa editrice: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno di pubblicazione: 2022
Pagine 464 – 21 euro

 

Immagine di copertina
Linee di confine. Ph. Stefano Cusumano

 

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Matteo Melchiorre è nato nel 1981. Dopo essere stato ricercatore presso l’Università degli Studi di Udine, l’Università Ca’ Foscari e lo Iuav di Venezia, dal 2018 è direttore del Biblioteca del Museo e dell’Archivio Storico di Castelfranco Veneto. Si occupa di storia economica e sociale del medioevo e della prima età moderna, e di storia della montagna e dei boschi. Autore di numerosi saggi storici, tra gli altri libri ha pubblicato: Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est (Spartaco 2004), La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi (Marsilio 2016, Premio Mario Rigoni Stern 2017 e Premio Cortina 2017) e Storia di alberi e della loro terra (Marsilio 2017).

 

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Annarosa Maria Tonin è nata a Vittorio Veneto nel 1969. Laureata in Lettere moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sugli inviati veneti alla corte di Rodolfo II d’Asburgo, è stata docente di Materie Letterarie e Storia dell’Arte nelle scuole medie e superiori. Curatrice di eventi culturali, collabora con la rivista trimestrale Digressioni e la libreria Tralerighe di Conegliano. Autrice di racconti, romanzi e saggi, ha pubblicato per Digressioni editore la raccolta di saggi “L’uomo nell’ombra. Storie d’arte, potere e società” (2019) e il romanzo “Anatolia” (2020).

 

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