Giuliano Scabia, Shakespeare e io: trent’anni dopo, di Gianfranco Anzini

Giuliano Scabia (da Doppiozero)

Sono passati trent’anni da quel corso di Scabia sul Sogno di una notte di mezza estate. Ma quasi tutto rimane ancora vivo, come un mondo poco più in là, accanto. Basta fare un passetto di lato per rientrarci e ritrovare ogni cosa. 

Mi ricordo benissimo che fino a quel preciso momento per me Shakespeare era stato un qualche libro letto e un nome dovunque altisonante. Pensavo di averlo presente, ed era anche vero. Solo che lui non era mai stato presente a me come avvenne poi in Corte Galluzzi, nella Sala dei Fiorentini, durante il corso universitario di Drammaturgia dell’anno accademico 1987-1988. 

Come posso dire, è una cosa simile a quando girando per l’Italia uno incontra sempre i cartelli stradali che indicano ROMA→, anche se si trova a grande distanza da lì. E quindi, cartello dopo cartello, spostandosi sia al sud che al nord, alla fine uno gli sembra di avere presente Roma, avere presente dove sia e anche il fatto che sia importante. In un certo senso è vero, perché si è formato una sua idea di Roma a distanza. Ma poi in definitiva non c’è mai stato, Roma non l’ha mai sperimentata sulla propria pelle.
Così fu per Shakespeare. E quando Scabia ci propose di tradurre dall’inglese, per poi recitare le nostre stesse traduzioni, apriti cielo: di colpo ero a Roma! Voglio dire: di colpo mettevo le mani direttamente sulla materia viva di Shakespeare, i suoi versi immortali.
E poi addirittura Shakespeare non era più un libro (maledetta la scuola italiana!): era teatro! Cioè recitare, giocare, godere (maledetta la chiesa cristiana!).

Giuliano Scabia (cultureteatrali.dar.unibo.it)

Ricordo che subito all’inizio Scabia, per farci meglio capire la profondità infinita del gioco del tradurre, ci fece raccogliere in fotocopia tutte le traduzioni che riuscivamo a trovare. In modo da paragonarle, degustarle, centellinarle. Per diventare sensibili alle sfumature.

Ricordo che, raccolta una decina abbondante di traduzioni, quando cominciai a confrontarle, mentalmente mi si formò il “cerchio delle traduzioni”, che stavano intorno al testo originale. Tutte cercavano di avvicinarsi a lui da una direzione diversa. Un po’ come per la faccenda delle indicazioni segnaletiche che accerchiano Roma e, indicandola, ne amplificano la risonanza.
Tutte le traduzioni formavano un sistema di riflessi e luccichii, dove si vedeva che ciascun traduttore era riuscito a far scintillare qualcuna delle infinite sfaccettature del diamante shakespeariano. C’erano alcuni che avevano scelto di tradurre il blank verse di Shakespeare in poesia. E da quella scelta scaturivano milioni di diverse possibilità. C’era chi invece aveva optato per la prosa. E lì milioni di altre possibilità.
Forse ci fu una volta che a lezione mettemmo fisicamente le fotocopie delle traduzioni in mezzo a noi, che stavamo seduti a terra e disposti in cerchio. E al centro di tutto, il libro con il testo di Shakespeare in inglese. Non so, non ricordo se è avvenuto davvero o se me lo sono soltanto immaginato. So che si percepiva il nugolo delle diverse soluzioni date al problema di come tradurre, tutte nate da quello stesso testo originale, un copione teatrale scritto in metrica, probabilmente costruito da Shakespeare spettacolo su spettacolo, attore su attore, nei teatri inglesi del mille e seicento.
Tutte le traduzioni a modo proprio riflettevano e moltiplicavano la luce notturna del testo originale – quella bella falce di luna che domina le parole di Teseo fin dalla prima scena! Anche noi cominciammo a sperare di cavarci qualcosa di buono dal testo, qualche luminescenza o qualche riflesso. Anche noi ci mettemmo a braccare da ogni parte quel corpus shakespeariano, un testo che era un essere che era giunto vivo davanti a noi attraverso i secoli, e col muso si rivolgeva a noi, sfidandoci e allo stesso tempo chiedendoci di dargli corpo: i nostri corpi.
Il bello del gioco era che ogni soluzione di traduzione la tiravamo fuori noi, da noi stessi. Ma se venivano fuori delle soluzioni belle e luminose, splendenti di quel chiarore notturno, questo io sentivo era dato dalla bellezza di quel corpus. Era la bellezza che Shakespeare gli aveva infuso, una bellezza in grado di scavalcare i secoli e i confini delle lingue.
Quel chiarore proveniente dal testo di Shakespeare, quella luce per l’intelletto, me lo ricordo, e ricordo la beatitudine che ne provavo.

Joseph Noel Paton, Midsummernight’s dream: The Reconciliation of Titania and Oberon (1847) – Wikipedia

Allora vivevo tutto come una scoperta, ma solo perché ero vittima dell’ignoranza abissale e mortificante sia mia che delle scuole (maledette!) che fino ad allora avevo frequentato. Poi col tempo mi sembra di aver capito che stavo scoprendo cose già scoperte, scoperte da quando esistono le lingue, la poesia, il tradurre e il saper trasmettere nell’insegnamento, qualcosa di vero e reale. La cosa bella di essere io ignorante era che studiando scoprivo!
Fu un dono grandissimo per me il poter avere diretta esperienza di quei chiarori notturni, un dono che la società italiana, fino a quel momento, non mi aveva mai fatto, pur avendo provveduto a farmi frequentare scuole, licei, aule universitarie, palestre di Kung Fu.
Ora con Scabia mi era stata offerta un’esperienza alta, profonda e gratificante e la stavo vivendo. Ricordo che per un po’ di anni continuai a provare gratitudine nei confronti della società italiana che mi aveva dato questa possibilità, e in quel periodo ero disposto a ricambiare la società italiana. Per anni ho aspettato che mi si presentasse l’occasione perché volevo proprio restituire con tutta la magnanimità che potevo la magnanimità di cui sentivo che stavo beneficando.

Per spiegare quel beneficio mi basta raccontare un episodio, uno solo tra tutti quelli che ad ogni lezione mi piovevano felicemente addosso.
Lavorando sulla traduzione Scabia cercava continuamente di farci capire la grandezza di Shakespeare facendoci accorgere di cosa c’era dentro ogni suo verso. Un giorno siamo lì che lavoriamo sulla battuta che Lisandro rivolge a Ermia nella prima scena del primo atto:

HERMIA
O hell! to choose love by another’s eyes.

LYSANDER
Or, if there were a sympathy in choice,
War, death, or sickness did lay siege to it,
Making it momentany as a sound,
Swift as a shadow, short as any dream;
Brief as the lightning in the collied night,
That, in a spleen, unfolds both heaven and earth,
And ere a man hath power to say ‘Behold!’
The jaws of darkness do devour it up:
So quick bright things come to confusion.

Ermia e Lisandro di John Simmons (1870), da Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare – Wikipedia

Scabia subito ci ferma tutti per sottolineare quei quattro versi, per farci percepire la potenza dell’immagine shakespeariana: un lampo che in una notte di tempesta apre improvvisamente uno spazio immenso, di cielo e di terra, e lo rende visibile, grande, vicino.

Nei versi si dice che c’è qualcuno lì, che assiste a questa epifania: uno che sobbalza, e non fa nemmeno in tempo a farsi sfuggire un’esclamazione di stupore (Behold!) che subito il buio da sopra e da sotto, come una fauce che si richiude, inghiotte di nuovo tutto.
Solo che adesso nel buio c’è anche tutto quello che si è mostrato. È lì, non visibile ma presente, dentro l’oscurità. 

Io lo devo dire con l’imbarazzo che la cosa merita: quel giorno inaugurai la galleria di incontri che grazie a Scabia nel corso degli anni ho fatto. Perché in quella fauce di luce che si spalancava, anche se era solo una descrizione fatta a voce da Giuliano Scabia, incontrai Shakespeare. Nel senso che fui subito trasportato là, nella campagna inglese, quella notte in cui senz’altro Shakespeare la stette a osservare mentre infuriava la tempesta. E c’ero anch’io, che tra parentesi non ero mai stato in Inghilterra e dopo di allora ci sono ritornato soltanto un altro paio di volte.
So che è una pazzia, ma è così.
Ricordo con precisione. È notte, c’è vento, le nuvole buie corrono nel cielo nero. E sono vicino a lui, a Shakespeare. Leggermente più indietro di lui, che mi sta un po’ davanti, sulla sinistra. Siamo in piedi, guardiamo il paesaggio. Io lo percepisco, sotto il suo mantello di panno scuro, mentre respira. Insieme vediamo dal buio apparire la campagna inglese del ‘600, vediamo che ci viene incontro e nello stesso tempo si fa vasta e profonda, e che poi subito nel buio rifluisce.
Ogni volta che ci ripenso sono là con lui.

Per la persona che sono, questo tipo di doni che allora mi arrivavano, mi sono sempre sembrati delle cose straordinarie, molto più preziose e importanti di quello che potevo meritare. Per quello mi facevano provare una gratitudine profonda e una disposizione molto positiva nei confronti della società italiana.

Sogno di una notte di mezza estate – Regia di Riccardo Cavallo (Silvano Toti Globe Theatre, Roma)

Quell’anno fu la prima volta che recitai. Che goduria! Ricordo che Scabia propose di tradurre le parti degli artigiani usando le parlate dialettali, per come le conoscevamo. Fu l’ennesima rivelazione – su questa faccenda del dialetto quante cose avrei da dire oggi; mi sembra di aver capito tanto negli anni!
Scabia ci fece anche analizzare, per tradurli, i nomi di quel gruppo di personaggi: Bottom, Quince, Snug, Snout, Flute, Starveling. Shakespeare ha dato questi nomi, e quindi dovevamo vedere cosa c’è dentro: trovammo che anche dai nomi usciva un nucleo che alludeva a arti e mestieri. E del resto Puck nel terzo atto così li definisce: artigiani delle bottegucce di Atene. Sono teneri personaggi, che nella loro ignoranza hanno delle ambizioni: vogliono recitare a corte, vogliono recitare per il duca Teseo.
I nomi dei personaggi, sono importantissimi, sono pieni di significato. Questo ci diceva Scabia, più o meno.
Di quei tipi buffi, chi faceva il falegname, chi il sarto… per quello avrebbe dovuto far ridere che uno degli artigiani recitasse nella parte di un muro? Per quello: “Tu farai il muro!” è una battuta che strappa risate? Forse sì forse no, non c’è tra gli artigiani un muratore. Lo dico per fare un esempio di cosa ci domandavamo lavorando sul testo e sul recitare: ci ponevamo anche problemi di questo genere. Sempre per capire come fare.
Poi, quando recitavamo, facevamo ridere. 

Com’è come non è, sta di fatto che mi ritrovai a recitare la parte di Bottom, quello che si dà arie da primo attore nel gruppo filodrammatico degli artigiani di Atene. E traduci traduci, a un certo punto mi parve di realizzare cosa fosse la parte di quel grandissimo somaro che è lui, che poi infatti con in testa la testa d’asino finisce tra le braccia della regina delle fate. Recitando, potei percepire Bottom come uno dei poli nevralgici dell’energia comica di tutta la vicenda. Un elemento dinamico, sublime e grottesco, grazie a cui il mondo degli artigiani, mondo della materia grossolana e goffa, viene avvicinato all’altra polarità, quella di Titania, la regina delle fate, regina cioè della dimensione dei minuscoli spiriti tutti magia e niente materia. Un avvicinamento dei due poli che culmina nel contatto più contatto che c’è: le tenerezze amorose tra i due, che generano in più scene memorabili uno straordinario corto circuito comico.

Sir Edwin Landseer, Scene From A Midsummer Night’s Dream, Titania and Bottom (1848) – Wikipedia

L’architettura del Midsummernigth’s dream per come Scabia ce la fece sperimentare mi sembrò allora questa: tre dimensioni, un po’ impilate l’una sull’altra, un po’ anche laterali le une alle altre, che respirano insieme, per il via vai che fanno i personaggi – nei boschi di notte – da una dimensione all’altra.
C’è la dimensione dei nobili, capitanata dal duca Teseo e dalla sua corte, sono tutti personaggi a diverso titolo alle prese con i desideri e i capricci d’amore. C’è la dimensione degli artigiani, quella dei pesanti maneggiatori della materia spirituale – la poesia. E c’è quella dei buffi spiriti, è quella degli esseri fatati, minuscoli e potentissimi, tutto spirito e niente materia appunto, e lo sono in modo così minuscolo e capriccioso da poter scatenare per futili motivi le forze che gli competono, cioè quelle immateriali e rovinose dei desideri e dei sentimenti.
I dinamismi energetici e gli andirivieni dei personaggi in quel corso li potei percepire nel profondo reale del mio essere, cioè dentro le mie carni/spirito – vorrei ribadirla questa cosa che mi sembra di avere capito grazie al teatro e che però mi sembra anche ancora dura da condividere, visto che esistono questi due orrendi concetti di corpo da una parte e anima-mente-spirito dall’altra, ma che secondo me, recitando, si capisce che sono due concetti talmente rozzi da essere praticamente falsi.
E tornando a vent’anni or sono, quella fu la prima volta che potei fare un’esperienza profonda – corporeospirituale – di un’architettura drammatica, avendo la fortuna di incappare in Scabia e nel Sogno di una notte di mezza estate.

Un’altra cosa che ricordo è che Scabia ci tenne molto a puntualizzare la positività degli spiriti: il testo non ci porge Oberon, Titania, Puck e tutti gli altri esseri fatati, come mostriciattoli spaventosi, tipo zombie o vampiri. Non c’entrano con il maligno a cui li vorrebbe condannare l’intolleranza cristiana. Eppure si vedeva spesso che le mie compagne di corso, se improvvisavano sulle fate, spesso gli scappavano fuori le streghe, quelle della caccia omonima. Shakespeare doveva aver avuto lo stesso problema, l’intolleranza cristiana nella sua epoca era all’opera con l’offensiva della Riforma, della Controriforma e delle varie inquisizioni. Ma quella cristiana è stata un’azione offensiva per secoli sempre operante, perché l’intolleranza è costitutiva di ogni monoteismo. C’è un solo dio e tutto il resto è il diavolo. In occidente ha cercato per secoli di uccidere un’intera parte dell’anima umana, quella rappresentata dalle fantasie delle precedenti religioni politeiste, imparentate con questi spiriti shakespeariani i quali ci parlano, dal profondo, dei desideri, dei sentimenti e dei capricci amorosi.
Ti credo che poi dopo la borghesia occidentale era così malridotta che a un certo punto ha avuto bisogno di andare dallo psicanalista! Dove si è potuta curare recuperando gli antichi e sapienti miti pagani. 

Particolare da Oberon, Titania and Puck with Fairies Dancing, acquarello su carta del 1786, Tate Gallery di Londra – Wikipedia

C’è una battuta di Oberon attraverso cui Shakespeare si smarca da quella condanna/dannazione delle antiche figure spirituali, e lo dice chiaramente nel terzo atto, rispondendo a Puck:

PUCK
My fairy lord, this must be done with haste,
For night’s swift dragons cut the clouds full fast,
And yonder shines Aurora’s harbinger;
At whose approach, ghosts, wandering here and there,
Troop home to churchyards:
damned spirits all,
That in crossways and floods have burial,
Already to their wormy beds are gone;
For fear lest day should look their shames upon,
They willfully themselves exile from light
And must for aye consort with black-brow’d night.

OBERON
But we are spirits of another sort:
I with the morning’s love have oft made sport,
And, like a forester, the groves may tread,
Even till the eastern gate, all fiery-red,
Opening on Neptune with fair blessed beams,
Turns into yellow gold his salt green streams.

“But we are spirits of another sort” traducendo in modo un po’ filosofico: “Ma noi siamo esseri spirituali di altra natura”.
Io la capisco così: Shakespeare non intende che questi spiriti vengano in nostra presenza – dal palcoscenico alla nostra interiorità – gravati dalla demonizzazione che subiscono da parte del cristianesimo gli spiriti delle tradizioni popolari. E che io credo siano da una parte sopravvivenze del paganesimo, dall’altra manifestazioni profonde della psiche umana.
Oberon e Puck e tutti gli altri non vogliono essere confusi con i morti vaganti nella notte, che sono spiriti conniventi con la paura del buio che la gente poteva avere nel ‘600 nelle campagne dell’Europa, poco prima dell’illuminazione a gas e di quella elettrica. Spiriti che nei racconti spaventevoli alle prime luci dell’alba sono costretti a tornare nei loro letti di vermi, nelle tombe.
Ma questi spettri orripilanti, alla fin fine sono i morti, no? E gli spiriti dei morti prima del cristianesimo vivono come ombre malinconiche nell’Ade, dove piangono il non poter vedere più la luce del giorno. Poi è arrivata la ristrutturazione cristiana dell’al-di-là, l’Ade è stato battezzato come Inferno e tutti quei malinconici e gentili morti sono stati dannati. La luce vendicativa del Padreterno giudaico-cristiano li ha scacciati da sé, ed ecco che diventano creature mostruose, incubi costretti all’esilio, a vagare nel buio notturno per poi tornare all’alba dentro le tombe, a decomporsi schifosamente nei letti dei vermi.
È ovvio che ci sarebbero da dire tantissime cose sulla repressione cristiana dei ricordi, cioè i morti, e dei sogni, cioè i desideri, e della loro parte diurna che dovrebbe essere grossomodo se non mi sbaglio la cosiddetta libido.

Dal film Sogno di una notte di mezza estate, regia di Max Reinhardt (1935) – Screenshot – Wikipedia

Devo precisare che tutto questo pistolotto è una riflessione mia, di anni e anni dopo. Scabia allora ci fece solo notare questa battuta di Oberon e le sue implicazioni sui caratteri dei personaggi, per farci prendere coscienza che questi spiriti di Shakespeare sono spiriti positivi. Adesso io su questa faccenda ci sto ricamando sopra, ma se lo faccio è perché allora feci il primo incontro con questo aspetto della mia stessa storia di anima-mente-psiche-corpo appartenente all’occidente pagan-cristiano.
Vale a dire che durante quel corso per la prima volta incontrai la mia anima, cioè il mio stesso essere un essere corporeospirituale.  E compresi che alla mia minuscola storia apparteneva anche la storia di questo killeraggio spirituale, come credo eternamente sappiano Shakespeare e tutti i poeti. Quindi anche Scabia. E secondo me lo sanno perché i poeti sono, parafrasando, “sacerdoti di un’altra natura”.
Ce la si fa a percepire Shakespeare come un nascosto e maestoso oppositore spirituale dell’intolleranza cristiana in piena riforma e controriforma? Io sì, modestamente ora come ora ce la fo.

Ma torniamo all’architettura meravigliosa del Midsummernight’s dream. Posso dire che le incursioni degli spiriti nei mondi degli artigiani e dei giovani innamorati ateniesi ad ogni svolta e colpo di scena rendono quel gioco teatrale via via sempre più un meraviglioso corpus arioso, lo fanno somigliare a una costruzione fatta unicamente da correnti d’aria. Il che equivale a dire che è uno straordinario monumento alla libertà dello spirito, dell’anima.
Chi sa! Magari tra cento anni qualche architetto mago riuscirà a costruire un palazzo fatto di sole correnti d’aria, spifferi, soffi. Un edificio respirante, a cuscini d’aria.
Ripeto, magari nel futuro ci si arriverà, io lo spero. Per ora a me sembra che quella costruzione può soltanto essere la metafora di un bosco – non è così, andandoci dentro di notte? – o una compagnia teatrale che recita bene, cioè credo alla presenza e con la presenza di Eros.

Giuliano Scabia (Foto di Maurizio Conca)

Prima di chiudere, tornando molto più con i piedi per terra sull’esperienza che feci più di trenta anni fa, direttamente sul mio povero piccolo granulo di corpo-vivente, concludo aggiungendo alcune cose su questa esperienza del comico che Scabia ci fece fare.
Vorrei aggiungere che nel mio caso io ebbi la grande fortuna di recitare un personaggio come Bottom, che è un personaggio comico potentissimo, irresistibile. Lo è sia per la sua “posizione” nell’architettura di forze della commedia, sia perché è un vero, grandioso cretino: chapeau! Fu illuminante sentire ridere gli altri, agiti da me e dai miei compagni in scena. Trent’anni sono passati, e dopo trenta anni e passa di faticoso studio – sono uno zuccone ripetente, se non lo si sapesse – mi appare oggi molto limpido il fatto di quel sentire dentro di sé gli altri che ridono, agganciati, che allora percepii per la prima volta con stupore. Ora, a distanza di decenni, mi sembra di averlo capito meglio: penso che quando avviene – recitando, scrivendo, dipingendo, suonando – stia succedendo una cosa che riguarda il passaggio di un quid che non ho la parola per nominare, ma che qualcosa è, e viaggia all’interno dell’interiorità dei corpi-anima. Tant’è vero che arriva ad avere manifestazioni fisiche clamorose come il sussultare dei diaframmi e l’alterazione del respiro nel gruppo di quelli che ridono – Scabia molte volte ha parlato di “soffio”: si riferiva anche lui a quel quid?
Il ridere tra l’altro provoca anche un massaggiare da dentro, che fa ancora di più circolare quel qualcosa di cui non c’è la parola ma che è umore allegro, è benessere sottile, è un quid filamentoso che si dirama dentro, che però è anche scoppiettante, e fluido, e caldo, e scorrevole, e luminoso. Che invade e accende dentro l’architettura respirante corporeospirituale nostra – o quantomeno mia.
Non so se sono stato chiaro, a me sembra chiaro, ma le parole i concetti non ci sono ancora tutti, alcuni la scienza li deve ancora forgiare, per cui è difficile esprimersi.

Comunque l’allora e l’oggi sono un po’ come nel lampo notturno assieme a Shakespeare. In un lampo simile vedo apparire le tappe e gli snodi che mi riportano alle sensazioni del corso, che allora mi presero, del tutto inerme e inconsapevole a causa della mia ignoranza, e mi portarono con sé in una giostra felice. Finito il corso, smontato dalla giostra, mi venne da domandarmi: ma cos’è successo? Che cosa è stata questa esperienza? E da lì in avanti una serie di inseguimenti a dubbi e rovelli, studi per tappe successive, che oggi rivedo in un unico paesaggio che mi conduce fin qui, al me stesso di ora. Un po’ più consapevole della mia ignoranza. 

E chiudo dicendo che non c’è nostalgia. Perché poi le cose sono tutte assolutamente lì, ancora vive e presenti, non sono perdute, e il lampo della memoria le rischiara e le riporta vicine con grande immediatezza. Finito il lampo, richiusasi la grande fauce del tempo andato, tocca ora rivolgersi in avanti, verso il domani, in direzione degli interrogativi irrisolti di adesso, che scappano via beffardi, da inseguire domani e domani l’altro e poi ancora e ancora.

 

Foto di copertina
Giuliano Scabia legge Albero stella di poeti rari, foto di Maurizio Conca (Doppiozero)

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Gianfranco Anzini mentre si laureava a Bologna con Umberto Eco sulle dispute scientifiche, contemporaneamente seguiva per quindici anni, fino a diventare docente a contratto, i corsi di Giuliano Scabia, il poeta e drammaturgo inventore con Franco Basaglia di Marco Cavallo – simbolo della lotta contro la reclusione manicomiale.
Dopo la laurea ha frequentato la Scuola di Alti Studi Internazionale in Scienze della Cultura di Modena – tra i docenti: Marc Augé, Clifford Geertz, Remo Bodei, Irving Lavin.
Ha collaborato con gli scrittori Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Daniele Benati, Paolo Nori in diverse esperienze: riviste, letture ad alta voce, sperimentazioni letterarie e teatrali.
Ha rinunciato a un dottorato in Storia della Scienza vinto a Bari, per iniziare la sua collaborazione con Rai Cultura. Oggi è in forza a Rai 5. Negli anni ha realizzato puntate e servizi per programmi in onda su Rai Uno, Rai Due, Rai Tre, Rai 5, Rai Italia, Rai Scuola.
Praticante di arti marziali cinesi dal 1986, segue gli insegnamenti diretti del M° George Xhu e del M° Flavio Daniele, con la qualifica di istruttore della Nei Dan School.

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