La Variante Inglese. I Mondi Opposti di “Bridgerton” e “Possessed”, di Elena Furlanetto e Marco Simion

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Perché ci importa dei reali britannici e perché la Corea può salvarci

 

Una delle locandine di Bridgerton, 2020, di Chris Van Dusen, prodotto da Shonda Rhymes.

       Spiacenti di aggiungere un’altra notizia sconfortante al già deprimente panorama contemporaneo, ma Bridgerton verrà rinnovata per altre tre stagioni. Le statistiche l’hanno dichiarata la serie originale Netflix più vista di sempre, quello che non è quantificabile è la probabilità elevatissima che ogni conversazione vada a parare lì. Monopolio, questo, che la serie ha sottratto al Trono di Spade, fino ad ora repertorio inesauribile di metafore sulla vita. Ma il vento è cambiato, e invece di confrontarsi sul cursus honorum di Daenerys Targaryen Madre-dei-Draghi, ci si interroga sugli amori inconsulti della nobiltà inglese. In principio fu Downton Abbey, poi The Crown. Ma anche Enola Holmes, Emma, e sullo sfondo le peripezie di Meghan ed Harry: un’altra variante inglese di fiction televisiva. Ma soprattutto alla luce del successo di Bridgerton c’è da chiedersi perché, in questo preciso momento storico, sentiamo che l’Inghilterra dell’Età della Reggenza rappresenti al meglio i nostri dolori, problemi, sogni, storie e mondi interiori. In senso più ampio, perché ci importa degli aristocratici inglesi? È perché in qualche modo li sentiamo intimamente connessi, o perché li sentiamo immensamente distanti? È per immedesimazione o escapismo che affidiamo loro il nostro tempo libero, il nostro bisogno di evasione e mimesi?

       Bridgerton, serie prodotta da Shonda Rhymes (Le Regole del Delitto Perfetto, Scandal, Grey’s Anatomy) e ambientata in una fantastoria inglese tra il 1813 e il 1827, è tratta dai romanzi di Julia Quinn e segue le vicende dei visconti Bridgerton, tra balli eleganti, amori, balli eleganti, e poco altro. Sullo sfondo, una misteriosa scrittrice scandalistica, Lady Whistledown (forse un richiamo infelice ai whistleblowers1 dei giorni nostri), rende pubbliche le indecenze che trapelano durante i balli eleganti di cui sopra tramite una pubblicazione galeotta che tutta Londra legge con sconveniente fervore. La più illuminata delle sorelle Bridgerton, Eloise (Claudia Jessie), veste i panni di detective alla Enola Holmes per scoprire l’identità della scrittrice, ma invano. La trama principale, ad ogni modo, ruota intorno alle vicende di Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e Simon Basset (Regé-Jean Page), futuro duca di Hastings, i quali fingono un fidanzamento per scoraggiare eventuali corteggiatrici per Simon, a cui il matrimonio non interessa, e aumentare il numero di pretendenti per Daphne, a cui non interessa che il matrimonio. Il resto della serie tradisce una malsana ossessione per balli e corsetti, e si dipana tra dialoghi di sfavillante ottusità (“ma come può l’amore essere sia fisico che intangibile?”).

Ma come può l’amore essere sia fisico che intangibile? Daphne in Bridgerton, 2020

       L’escapismo è la risposta più diretta ed immediata alla domanda posta in precedenza. In un mondo sconvolto dalla pandemia, un tunnel senza fine e senza luce di certezze sradicate, in cui tutto e tutti si sono dovuti mettere in discussione, Bridgerton è l’incarnazione del mantra “andrà tutto bene”, ma anche della sua vacuità. Il finale di Bridgerton, tutti i suoi segreti e le sue traiettorie narrative, l’amore-non-amore tra Daphne e Simon, l’identità di Lady Whistledown, si rivelano allo spettatore a partire dai primi episodi. La prevedibilità di una storia, motivo di frustrazione in un mondo normale, diventa una preziosa certezza esistenziale in tempo di pandemia. Mentre i personaggi di Bridgerton brancolano nel buio delle loro passioni, scandalose ed intricate quanto gli amori dei tredicenni, lo spettatore sa che “andrà tutto bene”. L’escapismo non è nei balli, corsetti, cavalli e castelli; l’escapismo è nella prevedibilità delle storie, il sapere cosa accadrà domani, nel prossimo episodio, e in quello dopo.

       Per fortuna la pandemia non ha generato solo mostri. Su Netflix debutta anche Possessed (Bing-ui, 2019), una serie sudcoreana in cui il detective Kang Pil-Sung e la giovane sciamana Hong Seo-Jung uniscono le forze per rintracciare lo spirito di un serial killer che si impossessa man mano di corpi diversi. La linea narrativa principale è molto cupa e angosciante e non ci risparmia momenti di puro sadismo fisico e psicologico come nella migliore tradizione coreana. Al suo fianco gli sceneggiatori inseriscono la storia d’amore travagliata e non lineare tra i due protagonisti e alcune linee comiche affidate a una serie di comprimari, costituiti principalmente dai colleghi del protagonista e dalle amiche della protagonista, queste ultime però appena tratteggiate e quasi ridotte a inutili e ridicole macchiette costituendo forse l’unica nota stonata di questa serie per il resto davvero ben scritta.

Possessed (Bing-ui), 2019, e Bridgerton, 2020

       Se c’è una cosa che il successo di Parasite dovrebbe avere insegnato al pubblico occidentale, poco abituato ai prodotti audiovisivi made in Seoul, è appunto che la distinzione in compartimenti stagni tra i generi, così cara alla nostra cinematografia, nel paese sotto il 54° parallelo è gioiosamente e platealmente ignorata. I generi si compenetrano l’uno con l’altro, innestando la tragedia sulla commedia a volte senza preavviso, con risultati spesso spiazzanti per lo spettatore occidentale, togliendogli la rassicurante certezza di cosa aspettarsi. Per gli autori di Seoul nessuno sviluppo narrativo è considerato troppo forte o “non adatto alla tv” (quanta lontananza dal bilancino a cui immaginiamo si attengano i creatori delle fiction RAI) ma soprattutto, e questo per noi può sembrare incomprensibile, la realizzazione fisica dell’amore non è necessariamente la cosa più importante.

       Non si può spiegare Possessed senza fare un breve accenno allo sciamanesimo coreano, la religione più antica della penisola, un tempo maggioritaria fino a quando il buddismo e il confucianesimo e in tempi recenti il cristianesimo si diffusero in Corea relegandola in un ruolo marginale, senza però cancellarla del tutto. Questa religione animista deriva dalle credenze ancestrali comuni alle popolazioni dell’Asia nord-orientale e del Nord America, e prevede che una figura prescelta dal cielo quasi sempre contro la propria volontà, ovvero lo sciamano, assuma il ruolo di tramite tra gli uomini e le divinità della natura e gli spiriti dei defunti. Nella serie, soprattutto nella prima parte, viene peraltro spiegato come al giorno d’oggi queste credenze siano però considerate da molti, soprattutto nelle realtà urbane e moderne, come retaggi superstiziosi del passato, addirittura accomunate alle pratiche di ciarlatani e sedicenti medium. Nella particolare accezione coreana dello sciamanesimo un ruolo centrale è svolto dalle donne, che costituiscono la grande maggioranza delle sciamane nella penisola asiatica.  Proprio il fatto che nella cultura coreana si contempli l’esistenza di persone dotate di poteri divini in grado di evocare le anime dei defunti e di permettere loro di entrare nel corpo dei vivi costituisce il cardine su cui si basa questo thriller atipico.

Possessed, 2019. Hong Seo-Jung, la sciamana, e il detective Kang.

       Pur nella sua apparente lontananza culturale una figura come quella di Hong Seo-Jung, la giovane sciamana, ci appare vicina e rilevante proprio per il particolare momento storico in cui stiamo vivendo, nella realtà assolutamente atipica della pandemia che ha cambiato in questo anno la nostra socialità in modo radicale. Il farsi carico di un fardello che non abbiamo scelto, per un bene collettivo che sfugge ai più, non può che riecheggiare le scelte e i cambi nella nostra quotidianità che tutti ci siamo trovati a dover affrontare per proteggere i nostri cari, ma in un senso più ampio l’intera popolazione, dalla possibilità che noi stessi fossimo il veicolo di contagio. Così, per un fine superiore, la protagonista si estrania dall’amato e dai propri affetti pur di salvare la collettività, anche se basterebbe così poco per sottrarsi al peso inumano del compito concedendosi dei momenti di meritata ma egoistica gioia personale mentre il mondo intorno a lei sprofonda nel caos. Inoltre, nella complessità del presente, nella difficoltà di carpire un briciolo di senso nel sovraccarico di informazioni da cui siamo bombardati, empatizziamo con una figura che riesce ad accedere a un livello di comunicazione diverso, a una fonte di informazione che ci è negata, e mette ordine a ciò che non ha logica (anche se con l’artificio narrativo del ricorso a una dimensione sovrannaturale). Come gli sciamani della Corea, nemmeno noi abbiamo scelto questo destino. Come Hong Seo-Jung, anche noi abbiamo vissuto nell’impossibilità di abbracciare chi amiamo, proteggendoli da noi stessi.

La risposta è dentro di te, però è contorta, d’altronde siamo coreani. Possessed, 2019.

       Mentre gli episodi iniziali di Possessed convincono lo spettatore che non ci sia nulla al di sopra dell’amore, quelli finali invertono la rotta. Nonostante Hong Seo-jung pensi all’amore almeno quanto Daphne Bridgerton, la prima è più convincente nella sua ricerca di uno scopo più alto. Consapevole che la sua capacità di interagire con il mondo degli spiriti la rende l’unica in grado di liberare il mondo dal male simbolico rappresentato dall’assassino seriale Hwang Dae-doo, Hong Seo-jung mette virtù, patria, e il destino della comunità di fronte al bisogno di essere amata e di vivere liberamente la propria giovinezza. Causando la disperazione del suo amato che, inizialmente tratteggiato come burbero e solitario, una volta abbassate le difese emotive e dopo aver accolto da poco un’altra persona nella propria vita e nel proprio cuore forse per la prima volta, fatica ancora di più ad accettare il fardello che lei sta prendendo sulle proprie spalle per il bene comune. Sempre in tuta, giubbotti oversize, caschetto e goffaggini, per gli standard coreani Hong Seo-Jung è un’anticonformista, volutamente lontana dall’eroina della fiction romantica.

       Anche Bridgerton si sforza di proporre personaggi femminili con interessi e passioni che esulino dalle attenzioni maschili. Daphne compone sonate al pianoforte con tre note soltanto per cui non trova un titolo, l’intellettuale Eloise sogna la realizzazione oltre i confini domestici e l’emancipazione dal corsetto, ma la sceneggiatura le riconduce nell’orbita della donna come oggetto di desiderio. Quando Simon mostra a Daphne il dipinto preferito della madre, un paesaggio, Daphne, per impressionare l’uomo che ama, tenta una lettura: la donna deve senz’altro averlo apprezzato per la sua “intimità”. Daphne guarda l’infinito e vede confini: l’intimità, domestica o erotica, una sorellanza di donne tese verso il focolare. Del resto, l’arte è un riflesso dell’anima di chi la guarda, e in questo caso anche della sua sconfinata banalità. Quanto è lontana l’ironica Hong Seo-jung, che abbandona il lavoro in una boutique di moda e l’eterno corteggiamento del goffo detective Kang per seguire un imperativo spirituale come sua madre prima di lei. La sceneggiatura dipinge Hong Seo-jung mentre abbraccia con grazia la sua arte e l’inevitabile dolore che la accompagna, e procede a passo sicuro verso la tragedia: una donna estroflessa verso il mondo, il cielo, il bene.

Bridgerton, 2020, di Chris Van Dusen. Eloise sogna l’emancipazione dal corsetto

       Nonostante gli sforzi degli sceneggiatori di disegnare personaggi femminili complessi e di livello, Possessed non è un manifesto femminista, ma non c’è confronto con le discutibili politiche di Bridgerton. La serie trabocca di personaggi femminili, tutti trascurabili, ma l’aspetto senza dubbio più inquietante è il romanticismo con cui la serie guarda all’Inghilterra imperiale, un sistema di sfruttamento e schiavismo che si estendeva in ogni parte del globo: ma parliamo piuttosto di com’era bello andare al parco a cavallo e mioddio che splendore quel vestito. La sceneggiatura color blind2 di Bridgerton, in cui gran parte dell’aristocrazia è di colore, è un penoso tentativo di inclusione che distoglie lo sguardo da ciò che succedeva veramente alla gente di colore nell’Inghilterra ottocentesca, condannandola a narrative di frivolezza fittizia e francamente allarmante. Le platee occidentali sono cresciute con la certezza che per raggiungere pathos, grandezza, gloria e romanticismo, si debbano vestire i panni dei bianchi3, ma alle fantastorie di ladies e lords neri sarebbero preferibili storie (patetiche, gloriose e romantiche, perché no?) che rendessero giustizia alle esperienze della popolazione di colore nell’Età della Reggenza4. Tutto il resto è revisionismo edulcorato.

Bridgerton, 2020, di Chris Van Dusen. Il cast color blind.

       Possiamo convincerci che le sorti della fanta-aristocrazia dell’Ottocento rispecchino da vicino le nostre, e sognare ad occhi aperti di essere strizzati in un corsetto e svenire tra le braccia di improbabili duchi afro-britannici. O possiamo provare ad interessarci a storie che non siano una versione in colori pastello della nostra, che ci offrano una lettura più onesta, accurata, e di valore del momento in cui viviamo. Bridgerton dice che andrà tutto bene, Possessed che nulla andrà come ce l’eravamo immaginato, ma che anche questa caotica e spaventosa versione del presente contiene la possibilità della grandezza. La differenza tra Bridgerton e Possessed è quella tra fuggire dalla realtà in un mondo fantastico e lasciare che un mondo fantastico ci aiuti a convivere con la realtà.

Note
1. Una persona interna ad un’associazione che ne denuncia le attività fraudolente o criminali. Il temine viene usato per la prima volta negli anni Cinquanta in America. I whistleblowers più famosi degli ultimi anni sono stati Edward Snowden e Julian Assange.
2. 
La convinzione di “non vedere” il colore della pelle. Spesso questa presa di posizione cancella i traumi, le disuguaglianze e le particolarità delle esperienze di colore e pretende di adottare un concetto di “neutralità” fittizio modellato sui parametri del bianco.
3. 
David Cox del Guardian sembra convinto che “eccellenza” significhi storie di uomini bianchi, tutto il resto è “attivismo”. Inoltre, in “Art or activism? The Oscars’ identity crisis” Cox ci spiega che l’esplosione di diversità di quest’anno (alla buon’ora) tra le candidature all’Oscar ammonti ad una “crisi di identitá.”  https://www.theguardian.com/film/2021/apr/23/art-v-activism-can-the-oscars-survive-its-identity-crisis
4. 
Un esempio, per quanto ambientato in un paese e in un’epoca differente, ci è offerto dalla stessa Netflix con la serie di animazione Yasuke, liberamente ispirata alla storia di un personaggio storico realmente esistito, un ex schiavo mozambicano che, arrivato in Giappone nel XVI secolo al seguito di missionari gesuiti e commercianti portoghesi, divenne il primo samurai straniero della storia entrando al servizio del daimyo (signore della guerra) Oda Nobunaga.  

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Elena Furlanetto, nata a Treviso, vive a Essen, in Germania, dove insegna letteratura e cultura americana all’Universitá di Duisburg-Essen. È autrice di Towards Turkish American Literature, Narratives of Multiculturalism in Post-Imperial Turkey (2017) e di svariati articoli sulle letterature americane e postcoloniali; ha inoltre curato una raccolta di saggi dal titolo A Poetics of Neurosis (2018). Americanista di fatto e postcolonialista di formazione, apprezza soprattutto libri e film che parlino d’America, ma anche d’altro(ve). Il cinema le dà grande gioia, soprattutto l’horror. Le sue poesie in italiano ed inglese sono apparse in pubblicazioni italiane ed internazionali. Collabora con Finnegans in veste di traduttrice e critica cinematografica dal 2011.

Marco Simion, nato a Cagliari ma da sempre residente nel veneziano, laureato in economia aziendale con una tesi da storico, ha lavorato in grandi gruppi internazionali che l’hanno portato a visitare numerose volte l’Asia, accrescendo il suo interesse per le culture e cinematografie orientali. Oltre a essersi cimentato nell’ideazione e la recitazione di alcuni cortometraggi presentati in festival locali, le sue grandi passioni sono il teatro, in particolare l’improvvisazione teatrale che pratica da oltre 15 anni e la storia. Ha scritto alcuni racconti nascosti nei meandri della rete.   

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