RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

Mario Rigoni Stern

“Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna”

[Tempo di Lettura: 3 minuti]

“Dal margine del bosco, guardingo come un animale selvatico che aspetta l’imbrunire per uscire allo scoperto, guardava la sua contrada, e il paese laggiù, dentro lo slargo dei prati. Il fumo odoroso della legna si scioglieva nel cielo rosa e violetto dove le cornacchie volavano a gruppi, chiamandosi. La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. Il nocciolo dal quale era nato l’aveva posato lassù un tordo sassello tanti anni prima espellendolo in volo e l’umore di una primavera l’aveva fatto germogliare perché un suo avo, per difendere l’abitazione dalla pioggia e dalle nevi, aveva steso sopra la copertura altra paglia, sicché quella sotto era diventata humus e quasi zolla. Così il ciliegio era cresciuto” (da “Storia di Tönle”).
Inizia così il primo capitolo della storia di Tönle Bintarn, contadino veneto, pastore e contrabbandiere, eterno fuggiasco. Queste prime righe del racconto sono la rappresentazione vera ed autentica della statura, della densità artistica e letteraria di Mario Rigoni Stern e della sua scrittura felice, che sprofonda nella realtà con straordinaria naturalezza narrativa. Una combustione vivificante del reale che fruga nel profondo, penetrando ogni singola riga come si trattasse di un ricco giacimento poetico.

Non è stato difficile accogliere Mario Rigoni Stern tra gli ospiti letterari di Finnegans. Al pari e forse più di altri, lo scrittore di Asiago è entrato di prepotenza tra i nostri artisti di riferimento in virtù dell’essenza del suo spirito letterario, del suo essere testimone e narratore di vicende che appartengono alla memoria storica italiana e internazionale. I suoi racconti, da Il Sergente nella neve alla Storia di Tönle, fino a Stagioni e ad Arboreto Salvatico, sono penetrati con forza e naturalezza nel nostro immaginario, aprendo fessure nascoste, infilando i grandi boulevards della storia e della memoria trasportando sulle pagine le voci, i suoni, le sofferenze, le passioni e le rivendicazioni di una moltitudine sterminata di uomini, infine trasformando la sua grazia e gentilezza letteraria ed umana in una vera e propria postura esistenziale.
Ed anche oggi che “Mario” non è più tra noi, respiriamo la stessa aria d’un tempo che circola fresca e pulita tra le sue pagine, sentiamo lo stesso pulsare del grande scrittore che si immerge nel testo, che scivola leggero e veloce lungo le frasi che arrivano da lontano, che sbucano all’improvviso, che emergono da lontani ricordi, che si schiudono e fuggono per disperdersi nei boschi del presente, talvolta in perfetta solitudine.
Quando abbiamo lanciato la “convocazione” letteraria attorno alla sua figura di uomo e di scrittore, abbiamo avvertito immediatamente un’adesione forte e sincera tra tutti gli amici, i critici e gli studiosi della sua opera. Penso che Rigoni Stern abbia sedotto, oltre che moltissimi lettori, anche una grande quantità di addetti ai lavori, in virtù forse della sua vocazione letteraria libera e antiaccademica, avendo lui sempre considerato la letteratura un mezzo e non certo un fine, conquistando la sua posizione – la sua vetta – accanto ai grandi a dispetto di tutto e di tutti e grazie al suo straordinario ingegno, un grande e riconosciuto talento che lui stesso ha scalato con umiltà, tenacia e successo.

Mi auguro che questa pubblicazione, come le altre che l’hanno preceduta, incontri il favore di un gran numero di lettori, soprattutto in virtù di un ventaglio molto ampio di testimonianze, di ricordi e di una ricchezza straordinaria di commenti critici, dei quali ringrazio a nome della redazione tutti i collaboratori E nell’augurarvi una buona lettura, mi fa piacere dedicare come tributo a Mario Rigoni Stern un frammento letterario tratto da Pianura Proibita, l’ultima raccolta di saggi di Cesare Garboli, un raffinato critico e saggista che ha nutrito e formato intere generazioni di autori e lettori. Garboli si congeda dal suo pubblico richiamando alla memoria metaforicamente le pianure proibite, ossia quell’orizzonte di scrittura che secondo gli arabi può essere raggiunto da un autore che vi aspiri solo dopo un intenso e prolungato sforzo e dove ci si muove come animali in mezzo a foreste e montagne, prima di tornare a valle e trovare il giusto riposo.
“… Ci sono due modi per esprimere una vocazione. Uno è di arrendersi docilmente alla sua prepotenza senza farsi
troppe domande. L’altro, meno fortunato, è di contraddirla, di combatterla, erigendole intorno fossati invalicabili e false piste, servitù e divieti. Bisogna rassegnarsi a salire strade impervie e nemiche, percorrere sentieri scoscesi, costeggiare gli strapiombi dell’alta montagna. Se si superano i freddi e le bufere di neve, passato l’inverno, si gode tornando a valle di una gioia sottile che ha il sapore di un premio. Gli arabi chiamano pianura proibita quei territori della scrittura dove lo stile pianeggiante della semplicità nasce dopo un lungo sforzo e testimonia di laboriose e difficili prove. Non mi dispiacerebbe finire i miei giorni camminando da solo per una di quelle pianure ignote, dove passano poche anime vive”.

Tratto dall’Editoriale di Diego Lorenzi, n.22 dedicato a Mario Rigoni Stern, 2012