Conversazione sopra un cubo di cemento con il cantautore Paolo Benvegnù, di Elisa Padoan

Le interviste improbabili di Elisa Padoan

 

Conversazione sopra un cubo di cemento
con Paolo Benvegnù, durante la Festa d’Estate a Vascon di Carbonera (TV)

 

 

Paolo Benvegnù, ph Antonio Viscido

 

Come al solito faccio le cose d’impeto, già… una pessima abitudine, che a volte porta cose buone e a volte mi fa trovare ai bordi di una vertigine, con un navigatore satellitare hackerato da Radiopensacitu, che mi canta “Io credo risorgerò”…
Ma questa è una di quelle volte in cui il mio impeto viene accolto da un “assecondatore” del caso, che se ne frega dell’aver concordato o meno un’intervista. Mi dà la mano, ed è come abbracciasse semplicemente una possibilità, quella della casualità e del destino.
E fu così che io e Paolo ci trovammo sopra ad un cubo di cemento, appollaiati a parlar di nuvole in viaggio.

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Paolo Benvegnù è un cantautore e chitarrista lombardo di nascita e toscano d’adozione, tra i fondatori degli Scisma e che vanta prestigiose e numerose collaborazioni con altre eccellenze espressive, da David Riondino a Stefano Bollani, Irene Grandi, Massimo Fantoni, Ares Tavolazzi, Marina Rei, Giusy Ferreri, Mina, per citarne solo alcune.
Viverlo in concerto è un onore più che un ascolto, è l’essere testimoni di un messaggio, lanciato con ironia e timidezza.
Assistervi è sentirsi prescelti a ricevere lo spettacolo della gentilezza.
Di fronte a brani come La schiena o Suggestionabili, ci si alza come “Mari verticali” (rif.to al brano Il mare verticale, n.d.r.) ad applaudire, perché è di fascinazione e rapimento che si parla, di quelli veri.
Ed anche una cover, quale Change dei Tears for Fears, diventa nelle mani di Paolo quasi una ballad emozional-motivazionale, accentando parole di svolta come fossero occasioni e spunti di riflessione.
La reinterpretazione di brani appare anche una sorta di mantra, volto a stemperare e decantare la tensione del confronto con gli Altri, i sé che non può conoscere o non conosce ancora.

 

Paolo Benvegnù al Lago Trasimeno

Ma Paolo Benvegnù non è solo un musicista, è anche un ricercatore del multiverso, che insegna alla sua bimba a rispettare il mondo che ci ospita donandole il super potere dell’ “in her shoes “, perché l’attitudine alla comprensione non è un lusso ma un esercizio, faticoso e stremante che la nostra generazione, quella dei figli di un fermento culturale degli anni a cavallo tra i sessanta e i settanta, aveva di default e che purtroppo non sempre ha saputo tramandare dignitosamente.
Delle generazioni precedenti si rammarica non abbiano saputo farsi da parte e a proposito del panorama musicale italiano mi cita Franco Battiato, come un generoso Unicum.
Si racconta Spettro, ma resta un ragazzo mosso dallo stupore che mi dice: “Mi sveglio alla mattina e penso che tutto sia un miracolo, perché non mi sono nemmeno accorto di essermi addormentato”.
Ma io sono un gatto per ciechi, dipingo con le parole perché dei pennelli sono stanca, mangio foglie non consenzienti perché sono un essere umano e ho i piedi pesanti, per cui passo alle domande, se si possono chiamare così.

 

Paolo, conosci gli uomini e preferisci le pietre. Sembra una grande dichiarazione d’amore verso un’umanità che ti ha parzialmente deluso…
“Sarai mondo se monderai lo mondo”, diceva Enrico Maria Salerno ( cit. film Armata Brancaleone). Non sono deluso dall’umanità in quanto non riesco a cambiarla, no, non è così, io sono un contemplatore e mi dispiace assistere ad una deriva, mi dispiace che non si comprenda quanto si debba essere grati all’alterità, che può essere qualsiasi cosa ci circondi. Non siamo per niente gentili, siamo spietati perché la nostra visione é cinicamente egoista e snaturata.

Ma non credi che, per il solo fatto che esista questa cinica visione dell’essere umano, faccia anch’essa parte della Natura?
Sì, ma come vedi è una spietatezza che non contempla la morte e questo ci allontana dal senso della vita perché ne abbiamo paura. Ma non è che nascondendo le cose i fatti cambiano. Sappiamo di avere, perlomeno per adesso, una scadenza e allora perché non parlarne?
Secondo me i nostri avi erano molto più vicini di noi alla naturalezza delle cose. C’é il raccolto, le cose che non raccogli si decompongono e tornano alla terra, diventano altro. Perciò anche il passaggio dell’uomo, un’assenza o una gravissima perdita, prendeva quel senso.
Mi delude che gli esseri umani abbiano perso la capacità di gestire le perdite.
Mi delude il fatto che lo sguardo sia diventato strettissimo e poco lungimirante, ci si comporta più da piccoli burocrati di fronte all’altro, non si riesce più a trovare il magico, mentre l’essere umano in questo potrebbe essere rivoluzionario, cercando il quadro più largo possibile che non contempli necessariamente la nostra presenza.

 

Paolo Benvegnù, ph Antonio Viscido

Al magico attribuisci un significato contemplativo?

La vita è un mistero, e il magico è il mistero dell’altro. Usiamo il conscio e il linguaggio, quando buona parte dei nostri neuroni lavora nell’inconscio. Siamo ciò che sentiamo, che percepiamo, ma tutto quello che siamo e non conosciamo è molto più ampio.
L’universo è in fuga, in espansione e noi siamo così stupidi, di fronte a tanta vastità ed infinitezza, da ritenere importante la nostra presenza.
Ora é tutto controllante e funzionale, anche gli incontri. Io non voglio incontrare nessuno, se capita di incontrare un’opera o una persona, allora doveva capitare, allora ha un senso, come noi ora. Vivere cercando di controllare disperatamente la propria paura per la fine, attraverso algoritmi, perversioni o geometrie personali è semplicemente assurdo.
Questa é la disumanizzazione dell’umano. Siamo diventati funzionanti, degli utensili, non viviamo veramente. Come diceva Galimberti “siamo figuranti antropomorfi”.

Il tuo linguaggio poetico-arcaico che lavora per frequenze ed immagini, quanto ti pone lontano dalla comprensione comune e dalle nuove tecniche espressive musicali?
Quando qualche giovane mi dice: – “Ma io non capisco, spiegati meglio” –, io rispondo: “Non sono io che mi devo spiegare meglio, sei tu che devi studiare”.
A parte questo, delle nuovi correnti musicali apprezzo sicuramente il freestyle perché é ritmo e mi fa pensare ai giocolieri di parole come Bergonzoni. Detto questo delle generazioni under 30 non ricordo nessuno che mi smuova veramente dentro qualcosa”.

Pensi che ci sia una speranza per la musica autoriale ?
Siamo passati da una ricerca dell’identità ad una ricerca dell’eredità, della materialità. Ma intravedo un movimento sinusoidale e queste ultime generazioni, quelle dei dodici, tredicenni, mi sembra che si pongano diversamente”.

 

 

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Quello che ho profondamente capito di Paolo Benvegnù é che conosce gli uomini ma preferisce le pietre, perché, composizione chimica a parte, di loro non si comprende davvero nulla, e della magia del mistero ha arredato il corridoio dell’andata e ritorno dal centro del suo lato oscuro.
In merito al suo lavoro, ha appena sfornato un nuovo vinile Delle inutili premonizioni Vol. 2, realizzato da Produzioni dal Basso attraverso un’operazione di crowdfunding.
A breve anche un Docufilm incentrato sui brani Wave che hanno influenzato la musica di Paolo a partire dalla sua esperienza con gli Scisma. 

 

Qui il link per informazioni sull’iniziativa:
https://www.produzionidalbasso.com/project/paolo-benvegnu-delle-inutili-premonizioni-vol-2/?fbclid=IwAR2xTP30_wLm-HO0oPnhVv5IP7zX5hPfKY6ECMzIyDwFxQ3_7Qb9eAkpZcU

 

Immagine di copertina
Ph Antonio Viscido

 

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Elisa Padoan (Italy, 1968) artista, scenografa, restauratrice e decoratrice. Ha esposto in varie locations sul territorio nazionale e ha collaborato alla realizzazione di installazioni alla Kunsthaus Tacheles a Berlino nel 1995. Ora è impegnata nella realizzazione di una raccolta personale di racconti ed illustrazioni per l’infanzia.

 

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