RIVISTA DI CULTURA MEDITERRANEA

Ricordare senza retorica, di Luigi Viola

[Tempo di Lettura: 13 minuti]
Luigi Viola, Yamim shel sheket (Days of silence), 2010, laserprint on steel d-bond, 120×90 cm

Nel suo Discorso al Parlamento Italiano, il 27 gennaio 2010, Wiesel affermava con parole assolutamente attuali ancor oggi: “Mi hanno chiesto in un’intervista: quando andrà  in cielo, quali saranno le parole che dirà a Dio? Io dirò un’unica parola: perché? Questa domanda non dobbiamo farla soltanto a Dio creatore, ma anche alle creature: perché Hitler e i suoi accoliti, nati nel cuore del cristianesimo, hanno fatto quello che hanno fatto? Perché volevano ad ogni costo distruggere l’ultimo ebreo sul pianeta? Oggi, riuniti per ricordare quel fatto, quell’avvenimento che non ha precedenti nella storia, ci si potrebbe chiedere: ma perché la memoria? Perché riaprire vecchie ferite? Perché infliggere un tale dolore ai giovani? Per i morti è troppo tardi. Ciò che è stato fatto, non può essere annullato, neanche Dio può annullare ciò che è stato fatto. Tanta paura, dolore e tormento non possono essere dimenticati. Ma possono essere veramente ricordati? In che modo? In che modo possiamo aprire i nostri cuori e le nostre anime al ricordo e, ancora, conoscere la speranza?”.

Oggi 27 gennaio 2022 saranno trascorsi 77 anni da quando le truppe sovietiche della Prima Armata del Fronte Ucraino, comandata dal maresciallo Koniev, aprirono i cancelli di Auschwitz portando a conoscenza di tutto il mondo, quanto già molti sapevano, non solo l’indescrivibile visione della completa alienazione di ogni forma di umanità, anche primordiale, ma diversamente da ogni altra esperienza del passato, l’esistenza di un progetto scientifico e pertanto sostenuto da una ratio basata sulla ricerca di soluzioni tecnologicamente evolute, di sterminio (Vernichtung) di un intero popolo, quello ebraico, al cui destino, espresso nel concetto di “soluzione finale della questione ebraica”, si associava, come tragica cornice, quello di centinaia di migliaia di altri esseri umani ritenuti indegni di aver ricevuto la vita come, secondo i progetti del Generalplan Ost, le popolazioni delle regioni orientali europee occupate, ritenute “inferiori”, con l’inclusione dei prigionieri di guerra sovietici, degli oppositori politici, in particolare i comunisti, di nazioni e gruppi etnici quali Rom, Sinti (porajmos = 500.000 morti), Jenisch (zingari bianchi tedescofoni), gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap, tutti ben lontani dall’ideale ritratto ariano.

Questa esperienza è stata talmente “enorme” da averci costretto ad assumerla nella nostra coscienza come elemento fondante di una nuova periodizzazione storica: prima e dopo Auschwitz.

Luigi Viola, Grund-Grab of Renè O, 1996, mixed media on wood, iron 115×115 cm

Non possiamo qui ripercorrere il dibattito culturale dal 1945 ad oggi, segnato da questa radicalità. Basterà ricordare la celebre sentenza di Theodor W. Adorno nel 66: “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”, anche se poi lo stesso Adorno assegnerà alla filosofia proprio il compito di indagare ciò di cui non si può parlare, mentre Paul Celan tenterà di rivendicare (1958) la possibilità della lingua – nonostante tutto – di vincere il silenzio, anche se, a pochi anni di distanza, nel 1970 la sua speranza si rivelerà vana e si spegnerà nelle acque della Senna.

La sua scrittura assume l’aspetto di un ammasso di rovine e l’impotenza della parola si concluderà con il suicidio. Un suicidio a distanza che ha segnato sia l’esperienza di Primo Levi che di Jean Améry, scrittore austriaco. Jean Améry, pseudonimo di Hans Chaim Mayer, nato da famiglia di origini ebraiche non praticante, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nazista nel 1938, emigrò in Belgio e si unì alla Resistenza. Autore di Intellettuale ad Auschwitz, una analisi lucidissima della sconfitta dello spirito ad Auschwitz, morirà suicida nel 1978, Primo Levi nel 1987.

Sul piano della riflessione filosofica dobbiamo almeno ricordare le riflessioni di Hans Jonas allievo di Heidegger come anche Hannah Arendt, la cui straordinaria figura – lo ricordo –  è stata il soggetto del bel film del 2012 di Margarethe von Trotta, che meriterebbe di essere rivisto.

“Il concetto di Dio dopo Auschwitz”, scritto da Jonas nel 1987, affronta il problema del male nel mondo che tocca l’innocente e del suo rapporto con la divinità rimettendo in discussione il concetto stesso di Dio che, dopo l’esperienza di Auschwitz, non può più essere compreso secondo ciò che la tradizione ci ha tramandato. L’urlo di dolore degli innocenti di Auschwitz chiama in causa infatti alla radice la problematica del male nel mondo, inteso come sofferenza dell’innocente e pone in essere, a partire dalla domanda di Giobbe, la dimensione tragica di una condizione che, per dirla con le parole di Paul Ricoeur, esprime una sofferenza “in eccesso rispetto alla capacità di sopportazione dei semplici mortali”. Con la Shoah il male ha raggiunto una sorta di indicibile perfezione, facendo inevitabilmente vibrare la domanda di Elie Wiesel ne “la Notte”: Quale Dio ha potuto permettere ciò che accadde ad Auschwitz?

Luigi Viola, Grund – Grab – Death practice, 1996, mixed media on canvas , 200×300 cm

Dunque “dov’era Dio?” è la domanda dalla quale prende le mosse anche Jonas nella sua riflessione.

Dio di fronte all’urlo degli innocenti di Auschwitz è muto “… Ma Dio tacque…”. Se vogliamo continuare a parlare di lui, dobbiamo ammettere che Egli non è intervenuto ad impedire Auschwitz non “perché non volle, ma perché non fu in condizione di farlo”: concedendo all’uomo la libertà, Dio ha infatti rinunciato alla sua potenza, “la rinuncia avvenne infatti affinché noi potessimo essere”. Il problema del male rievocato dalla domanda di Giobbe trova pertanto una possibile risposta: “il fatto che in lui Dio stesso soffra” e divenga con il mondo e con l’uomo, essendo coinvolto totalmente nel divenire.

Dunque si può affermare che ad Auschwitz, nella parola dell’uomo, Dio abbia rivelato se stesso, abbia manifestato un aspetto della propria essenza che l’uomo non aveva ancora colto e al quale la filosofia è chiamata a conferire lo statuto di verità universale: la Sua radicale impotenza nei confronti del male, verità amara per l’umanità in quanto assegna all’uomo e solo all’uomo in ogni tempo e in ogni luogo la responsabilità.

L’immortalità umana, afferma Jonas, consiste nella possibilità inaudita che l’uomo ha di incidere nel destino stesso di Dio, cioè nella sua capacità di agire efficacemente sulla condizione globale dell’Essere eterno permeato di fragilità.

Se dopo lo Tzimtzùm la Trascendenza diviene consapevole di se stessa con la comparsa dell’uomo, da quel momento, afferma Jonas essa ne segue l’agire “trattenendo il respiro, sperando e corteggiandolo, con gioia e con tristezza, con soddisfazione e disinganno” e rifugiandosi nel silenzio, luogo del dolore partecipato di Dio.

Hannah Arendt introduce nella riflessione sul male di cui Auschwitz è l’epifania estrema una grande e provocatoria ipotesi, parlando della banalità del male, dove il male è semplicemente l’espressione della “normalità umana”.

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” è un libro scomodo che pone domande che non avremmo mai voluto porci e che dà risposte che non hanno la rassicurante certezza dei ragionamenti manichei. Un libro che per questo provocò, al suo comparire, nel 1963, accese discussioni e pesanti critiche all’autrice.

Luigi Viola, Polish Archeology, 2010, air-jet on glass, 132×141 cm

Ma non c’è troppo da stupirsi: la Arendt non era una giornalista, ma una fine analista, la sua non è una cronaca dei fatti, ma una profonda riflessione che parte dal processo ad Eichmann per giungere alla conclusione dell’assoluta normalità dell’accusato e proprio per questo della rovinosa potenza disumanizzante di un discorso come quello totalitario, già più volte da lei stessa sviscerato, capace di ridurre l’uomo a puro ingranaggio.

Il burocrate Eichmann, non mostra alcun rimorso e incarna, nella fredda e meticolosa interpretazione del proprio ruolo, un attaccamento privo di ogni dialettica interiore, unicamente devoto alla mistica della funzione, del meccanismo con cui il suo operato integralmente corrisponde alle direttive emanate dal regime, considerate indiscutibili, da mettere in atto con il massimo zelo. È qui che si afferma la spersonalizzazione, il vuoto di sentire in cui l’intelligenza umana stessa si fa pura strumentazione finalizzata al servizio del potere, ed apre la strada all’abisso.

La Arendt ci offre un terreno erto e accidentato ma decisamente fertile di riflessione a cui ancor oggi far concreto riferimento, a quasi 80 anni di distanza da quella catastrofe e a 22 anni dall’istituzione nel 2000 della Giornata della Memoria.

Noi infatti tendiamo ad esorcizzare il male in ogni modo attribuendolo a categorie extraumane, o quanto meno eccezionali (il mostro), ignorando che invece esso è – questa la lezione di Hannah Arendt – la norma della condizione umana, consapevolezza che ci aiuterebbe molto di più ad affrontarlo adeguatamente.

La categoria del mostruoso, infatti, ci permette di attribuire l’azione malefica a pochi individui estranei alla generalità della società, liberando noi stessi da ogni responsabilità. Così per esempio i responsabili della Shoah diventano “i tedeschi”, o ancora più nel dettaglio le “SS”, mistificando sul fatto che senza l’aiuto di tantissimi uomini e donne comuni di ogni parte d’Europa, Italia compresa, che hanno prestato la loro opera e dato volentieri una mano, mai si sarebbe potuto perpetrare un simile crimine.

Così egualmente si deve smentire il luogo comune, privo di fondamento, secondo il quale le donne avrebbero un’indole che le preserva dal commettere le atrocità maschili, come ci raccontano gli studi relativi al contributo delle donne tedesche (mogli, figlie, madri) al terzo Reich e all’attuazione della Shoah.

Luigi Viola, Europe’s garden, 2010, computerized air-jet on aluminium, 105×140 cm

Ci sono stati, peraltro, molti casi anche in Italia di donne che hanno avuto un ruolo simile, come ci documenta Roberta Cairoli nel suo libro del 2013 “Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana (1943-1945)”, perfino di donne ebree, che hanno partecipato alla “caccia” con le proprie delazioni, come Celeste Di Porto, la famosa Stella di Piazza Giudia.

E mentre però in Germania il senso di colpa rovesciato sui tedeschi è stato per decenni motivo di elaborazione, autoanalisi ed acquisizione critica di nuove consapevolezze per la rinnovata società tedesca, dove i figli hanno dovuto leggere con dolorosa profondità i padri e separarsene, nell’Italia postfascista o nella Francia ex Vichy è prevalso invece un processo di rimozione che non ha mai permesso di fare chiarezza fino in fondo, tanto che ben pochi hanno pagato per le proprie responsabilità e solo da pochi anni una coraggiosa e lodevole storiografia ci propone finalmente di trasferire lo sguardo fin qui puntato sul mondo delle vittime a quello dei persecutori, del poliziotto o carabiniere di turno, del vicino di casa invidioso o bramoso di impossessarsi di beni non suoi, del collega di lavoro desideroso di disfarsi di un temibile concorrente, dell’impiegato semplicemente ligio ai propri doveri burocratici.

Uno spaccato di società, quella degli ignoti carnefici piuttosto che delle ben note vittime, di cui ci parla anche il fortunato saggio dello storico veneziano Simon Levis Sullam.

Da questo punto di vista è certamente necessario svolgere un profondo lavoro di ricerca storica e di comunicazione didattica in grado di dare una maggiore consapevolezza dei fatti sia alle nuove generazioni, sia a quelle più anziane che sono state troppo spesso esonerate dal fare i conti con la verità storica.

A tale scopo certamente ha avuto finora grande utilità l’istituzione della Giornata della Memoria, che ha portato ad introdurre lodevoli iniziative di conoscenza e studio nei programmi scolastici e a costruire una maggiore sensibilità sociale sull’argomento.

Luigi Viola, The breath of the word, 2010, computerized air-jet on paper, 70×70 cm

Tuttavia, a più di venti anni di distanza, si sono rese assolutamente evidenti, soprattutto nell’ultimo decennio, le numerose carenze riguardo all’efficacia effettiva dei nostri sforzi nel far vivere la memoria di quelle terribili realtà, come su La Stampa del 26 gennaio 2022 Elena Loewenthal, tra le prime a sollevare la questione, ribadisce con forza, sottolineando l’incongruità e la contraddizione tra l’impegno crescente della scuola e delle Istituzioni a far conoscere, diffondere, educare, tra il fiume di pubblicazioni ed iniziative sul tema della Shoah da una parte e ciò che tristemente dobbiamo constatare, ovvero il moltiplicarsi di episodi che testimoniano un crescente e virulento antisemitismo.

In questi anni ci si è dunque interrogati con la volontà di capire come sia possibile che odio e violenza antisemita possano avanzare a dispetto di ogni sforzo, dando vita a un dibattito che ha condotto a riflessioni molto critiche ed ancora aperte sulla necessità di ripensare più efficacemente anzitutto i modi che ci permettano di continuare ad affrontare la questione del ricordo della Shoah, senza cadere nella vuota esteriorità dei cerimoniali, sottraendoci al gioco della retorica, sempre in agguato quando si commemora, non meno che all’esigenza della cosiddetta “visibilità” che spesso è l’unica ragione che spinge politici e amministratori di turno a partecipare in prima fila alle manifestazioni.

Un dibattito che ha coinvolto storici e intellettuali di primo piano come Georges Bensoussan, responsabile del Mémorial de la Shoah in Francia, o in Italia intellettuali come Anna Foa, David Meghnagi, Furio Colombo e i compianti Giorgio Israel z’’l, Massimo Rosati z’’l, per citarne alcuni,  a partire appunto da una critica a ciò che era diventata la Giornata della Memoria ben rappresentata nel provocatorio titolo del pamphlet di Elena Loewenthal “Contro il Giorno della memoria” pubblicato nel 2014.

Cosa si può fare per evitare che la Giornata della Memoria diventi inutile o perfino dannosa? Andrebbe sottolineato, anzitutto, che la giornata della Memoria NON è una data centrale per il mondo ebraico. Gli ebrei hanno già le proprie ricorrenze e la Shoah viene ricordata in tutte le sinagoghe o nei luoghi comunitari in Israele e nel mondo nella specifica ricorrenza di Yom HaShoah, mentre i sei milioni di vittime vengono ricordati anche nel giorno del digiuno del 10 di Tevet.

Luigi Viola, Sobibor terminal, 2010, digital print, 105×140 cm

La giornata della Memoria è una data invece per tutti i popoli (almeno quelli dei Paesi aderenti) per ricordare quello che è stato compiuto contro il popolo ebraico, affinché ciò non abbia a ripetersi e la memoria sia occasione per trarne insegnamento più che compatimento.

Si tratta allora, come dice la Loewenthal, di riconoscere che la Shoah è “un capitolo di storia che appartiene all’Europa e all’Italia, la presa di coscienza che quella storia è parte del passato comune. Per assurdo del passato di tutti fuorché degli ebrei: in quanto progetto di annientamento volto a rendere tutto il continente Judenfrei, la Shoah è proprio la negazione della storia ebraica. È invece l’affermazione di una storia che l’Europa e l’Italia non possono e non devono rinnegare, bensì riconoscere come propria, per quanto vergognosa e insopportabile” (La Stampa, 26 gennaio 2022).

Proprio su questo punto la consapevolezza reale è abbastanza scarsa e si tende al contrario a pensare che tale giornata sia una commemorazione che riguarda anzitutto gli ebrei in prima persona. La loro disponibilità a partecipare al ricordo collettivo non può invece essere confusa e presa a motivo per sentirsi spettatori, al massimo compartecipi di un evento che ci riguarda marginalmente, piuttosto che protagonisti, come dev’essere.

Ne discende, come ha sostenuto anche David Grossman nel suo discorso di ricevimento della laurea ad honorem all’Università di Firenze nel 2008, che la questione dei sei milioni di ebrei morti in Europa in un eccidio senza precedenti, deve porre precisi interrogativi quali: “esiste oggi un dibattito sulla Shoah in quanto avvenimento dal significato universale e non esclusivamente ebraico? Tale dibattito è significativo, e autentico, oppure, con l’andar degli anni si è trasformato in una sorta di obbligo formale? E noi, rappresentanti di questa generazione, di tutti i popoli e le religioni, comprendiamo l’incisività e l’attualità degli interrogativi che la Shoah ci prospetta e la rilevanza che hanno ancora oggi, soprattutto oggi?
Queste domande concernono, peraltro, anche il nostro rapporto con gli stranieri, i diversi, i deboli di ogni nazione del globo; concernono l´indifferenza che il mondo mostra, di volta in volta, verso episodi di massacro in Ruanda, in Congo, in Kosovo, in Cecenia, nel Darfur; (possiamo aggiungere oggi in Siria Kurdistan e Iraq), per non parlare del
genocidio armeno del 1915, concernono la malvagità e la crudeltà del genere umano che nel periodo della Shoah si profilarono come concreta possibilità di comportamento.
In che modo trovano espressione nella nostra vita e quale influenza hanno sulla conformazione e sulla condotta del genere umano? In altre parole: la memoria che serbiamo della Shoah può essere veramente una sorta di segnale d´avvertimento morale? E siamo noi in grado di trasformare i suoi insegnamenti in parte integrante della nostra vita? (…)”.

Luigi Viola, Yamim shel sheket (Days of silence), 2010, laserprint on steel d-bond, 120×90 cm

Non si potrebbe esporre meglio il problema. Il quale, perciò, dovrebbe ormai essere chiaro, non è quello di una memoria ebraica, visto che gli ebrei sono comunque costretti volenti o nolenti a fare i conti con essa (zachor), ma è invece  quello di una memoria universale. Infatti, proseguiva Grossman, “Mentre gli altri popoli possono, con relativa facilità, evitare di riflettere sulle conseguenze della Shoah – e dunque sfuggire a un dibattito profondo che li concerne – noi, in Israele, siamo condannati a dibatterle ripetutamente, a cadere talvolta nella trappola dell´angoscia esistenziale che la Shoah ha scavato in noi, a definire gli aspetti significativi della nostra vita nei termini categorici, estremi, che la Shoah ha lasciato impresso in noi. In un certo senso si può dire che il popolo ebraico, e di fatto quasi ogni ebreo, sia un colombo viaggiatore della Shoah, che lo voglia o no”.

Nonostante l’avanzare di una nuova consapevolezza riguardo al dovere di ripensare modi e soggetti del ricordo, la possibilità di una memoria universale, che è appunto quella che si vorrebbe attivare il 27 gennaio, rischia tuttavia di restare confinata all’iniziativa di un giorno all’anno e di affievolirsi in un cerimoniale ripetitivo e senza senso, come dopo un certo numero di anni è quasi naturale che sia avvenuto. “Una cerimonia stanca” – ha scritto Elena Loewenthal nel suo discusso libro Contro il giorno della memoria (2014) – “un contenitore vuoto, un momento di finta riflessione che parte da premesse sbagliate per approdare a uno sterile rituale dove le vittime vengono esibite con un intento che sembra di commiserazione, di incongruo risarcimento”. Uno spazio retorico, dunque, di museificazione e imbalsamazione.

Il sasso nello stagno lanciato in quel momento da Elena Loewenthal, non ha perso effetto e colpisce certamente nel segno dei conformismi e degli stereotipi che sono i primi nemici del ricordo inteso come autentica capacità di esperire vitalmente la storia, introiettandone l’insegnamento, anziché trasformarla – come annotava Fiona Diwan – in senso idolatrico, “nello spettacolo della memoria, nella venerazione di un idolo, l’idolo del ricordo, nella ricerca infine di qualcosa di sempre “nuovo” da esibire al pubblico che accorre a eventi sempre più numerosi e ridondanti. Col rischio di generare un senso di vuoto, di troppo, di insensatezza, una stucchevolezza che ogni celebrazione porta con sé”.

Secondo la Loewenthal, questa giornata è diventata un grande errore collettivo, l’errore di chi vuole provare, un giorno all’anno, ad addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa. Ancora una volta – come per altri versi anche Grossman sostiene – l’errore sta nel considerarla come un tributo, un simbolico risarcimento agli ebrei e non invece qualcosa che appartiene a tutti.

Le difficoltà evidenziate da tale critica sono rese maggiori dalla progressiva scomparsa dei testimoni diretti della Shoah, la cui presenza fisica rimaneva fino ad oggi un importantissimo presidio del ricordo, direttamente documentabile loro tramite fuori da ogni astrazione. Certo, a cominciare da Spielberg e Lanzman il cinema ha fatto un potente lavoro di documentazione visiva, ma in ogni caso qualsiasi filmato non potrà mai sostituire la testimonianza di persone come Shlomo Venezia z’’l o Nedo Fiano z’’l o Liliana Segre, lunga vita a lei.

Quando Liliana si presenta agli studenti essi possono ancora vedere in lei una realtà parlante, non un simulacro 3D, e questo fa la differenza. “Quando, dopo 45 anni di silenzio su quello che avevo vissuto, ho deciso di parlare, non avevo idea di come sarebbe andata: non avevo mai parlato in pubblico, mai insegnato, e quindi non sapevo se mi sarebbe uscita la voce, se mi sarei emozionata. Ma poi mi sono resa conto che quando parlo, la mia Shoah personale esce da sola, perché racconto semplicemente quello che mi è successo. Ed è il fatto che io dica “io c’ero, e avevo la vostra età quando ciò è accaduto a colpire le migliaia di ragazzi davanti a cui parlo ormai da 25 anni”. Ma un giorno non lontano non avremo più questa chance. “Come in qualsiasi disciplina, i docenti devono studiare, informarsi e documentarsi – spiega Liliana – anche perché, quando il mare si chiuderà sopra le storie di noi testimoni, saranno solo loro a poter trasmettere questa Storia”.

Luigi Viola, Yamim shel sheket (Days of silence), 2010, laserprint on steel d-bond, 120×90 cm

Non penso, dunque, che la soluzione sia da trovarsi nella scelta del silenzio e dell’oblio, come provocatoriamente raccomandava Elena Loewenthal, in modo assolutamente comprensibile sul piano della provocazione intellettuale, ma niente affatto adottabile nella pratica cui siamo costantemente invitati nel compiere il nostro dovere di ricordare.

Seguendo le indicazioni di Liliana Segre ci si deve interrogare su come possa il ricordo mantenere la sua funzione di viva rimembranza per le generazioni future e il suo insegnamento senza scadere nella sterile retorica delle sfilate, nei discorsi di circostanza, nel narcisismo presenzialista, ovvero come possiamo ricordare senza che sia smarrito il senso attivo ed autentico di questa pratica.

Lo fa bene Ugo Volli nel suo “Mai più. Usi e abusi del giorno della Memoria”, appena pubblicato nel gennaio 2022, del quale possiamo cogliere alcune conclusioni significative, così sintetizzate da Fiona Diwan: “l’importanza di applicare alla giornata la definizione di antisemitismo dell’IHRA, considerando lo stato di Israele come il presidio contro la ripetizione della Shoah; l’errore di voler unificare il ricordo di ogni forma di persecuzione sotto l’etichetta del Giorno della Memoria, la necessità di considerare il terrorismo e l’antisemitismo contemporaneo fra i temi da ricordare nella giornata”.

non si può condannare la Shoah senza accettare la necessità e la legittimità dello Stato di Israele. Che gli ebrei siano stati per secoli condannati dall’ostilità dei poteri politici e religiosi a vagare senza patria, che questa condizione sia stata usata contro di loro per disprezzare il loro sradicamento e cosmopolitismo e che ora invece, riacquistato un territorio e uno stato, questo rinnovato radicamento sia condannato come violenza e «furto» è intollerabile: è la semplice prosecuzione dell’ideologia e del pregiudizio che ha portato alla Shoah”, scrive Volli.

Ecco, forse – solo un esempio – non sarebbe male sostituire alle formule retoriche e alle cerimonie, ma anche al racconto semplificato e omologato, “scolastico” delle vicende storiche, il tentativo sommesso ma sincero e davvero nuovo di approfondire verità mai rivelate fino in fondo, di dare una svolta ai luoghi comuni che sopravvivono in ciascuno di noi, comprendere anzitutto – specie da parte di chi, considerandosi altamente democratico, piange gli ebrei morti ma molto meno ama gli ebrei vivi – che oggi antisemitismo e antisionismo sono davvero la stessa faccia della medaglia.

Capirlo significa cambiare prospettiva critica e far sì che la conoscenza faccia da antidoto per ogni presente e futuro veleno.

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Immagine di copertina 
Luigi Viola, Perspective of Sobibor from below, 2011, laserprint on plexiglas, 60×120 cm

  • Luigi Viola

    Artista multimediale e docente delle Accademie di Brera – Milano e Venezia. Ha insegnato alla Scuola di Specializzazione per l’insegnamento di Ca’ Foscari. Pioniere negli anni ‘70 della videoarte italiana delle origini, ha progressivamente posto la dimensione spirituale e culturale ebraica al centro del proprio lavoro negli ultimi vent’anni. Nato a Feltre nel 1949, l’artista lavora a Venezia. Ha una formazione classica e una laurea magistralis in Lettere conseguita all’Università di Padova. È stato co-fondatore ed editore di numerose riviste d’arte: “Informazione Arti Visive” e “Qnst” di Venezia, “Creativa” di Genova e “Artivisive” di Roma. Esordisce all’inizio degli anni 70 nell’ambito delle avanguardie concettuali, con lavori di scrittura visuale, performance, video, fotografia, che affrontano in particolar modo la questione dell’identità. Intorno al 1976 approda a un linguaggio più lirico, neo-romantico, che lo riavvicina alla pittura e ai temi legati all’immaginario mitico-simbolico. Negli anni successivi, mantenendo sempre un approccio duttile verso l’utilizzo dei vari media, prosegue la sua ricerca analizzando temi connessi alla memoria, alla tradizione, alla morte, sempre attento alle caratteristiche intrinseche a ciascun mezzo d’espressione. Sue opere fanno parte degli archivi di Lux (Londra), Galleria del Cavallino (Venezia), M.o.M.A. (New York), Art Metropole (Toronto), A.S.A.C. (Venezia). Invitato alla Quadriennale di Roma nel 1975. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1993 (Insulae & Insulae).

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